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Full text of "Gerusalemme liberata: poema eroico"

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GERUSALEMME LIBERATA. 




TORQUATO TASSO. 

KiTRATTO DIPINTO DA ALESHANUItO Al.LO 

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(OalUria lUyli Vffi'i, Sala dtl Bnrotcio. JV° SOi). 



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GERUSALEMME LIBERATA 



POEMA EROICO 

DI 



TORQUATO TASSO 



EDIZIONE CRITICA 

SUI MANOSCRITTI E LE PRIME STAMPE 

A CURA 

DI ANGELO SOLERTI 

E COOPERATORI. 



Tre volumi. — Vol. J. 



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FIRENZE, 
G. BARBÈRA, EDITORE 

189G. 



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Proprietà letteraria. 



AVVERTENZA. 



Se alla memoria di Torquato Tasso, di cui l'Italia 
con universale consentimento celebrava il terzo cente- 
nario dalla morte, un' edizione del suo poema potè sem- 
brare r omaggio più naturale, non è men vero che potè 
sembrare ardito disegno quello di una ristampa della 
Gerusoiemmej che, tra le mille, rappresentasse qualche 
cosa di utile e di nuovo: ardito da parte della Casa Edi- 
trice Barbèra, che se ne assumeva il carico, come da 
parte mia. 

E veramente mi trovai tosto di fronte alla difficoltà 
non piccola di dovere, nel brevissimo tempo di un anno, 
raccogliere da ogni parte la materia da quei manoscritti, 
che già per i miei studi tassiani aveva conosciuto. Alla 
necessità, che la ristrettezza del tempo accresceva, di 
molti e gravi dispendi, provvidero, con illuminata libe- 
ralità, la Reale Accademia di Scienze, Lettere e Belle 
Arti di Napoli, e i Municipi di Ferrara e di Bergamo : 
e mentre ringrazio, oso sperare che l'opera mia sarà per 
soddisfare. 

Perchè, mi sia lecito dirlo, tante sono le memorie 
che l'Autore ci ha lasciato del suo lavoro, e tanta la 
dovizia dei manoscritti che il tempo e la fortuna ci 



VI AVVERTENZA. 

hanno conservato, che di poche, o forse di nessuna, tra 
le maggiori opere della nostra letteratura, è lecito spe- 
rare di avere, come di questa, tutta V evoluzione del testo 
attraverso i lunghi anni di elaborazione, e così minu- 
tamente spiegati dall'Autore i criteri storici e le ragioni 
deir arte, che lo hanno determinato nei mutamenti suc- 
cessivi. 

E però credo che questa edizione della Gerusalemme 
possa offrire non solo la più intera soddisfazione al let- 
tore, ma possa ottimamente servire nelle nostre scuole 
universitarie di magistero così ad addestrare i giovani 
a intendere e ad apprezzare le cure che, e nelP insieme 
e nei particolari, un grande autore pone nelP elabora- 
zione di un' opera, sì come muoverli ad assurgere a di- 
scussioni generali intorno a ragioni d' arte ; e altresì 
a far conoscere come si formi un testo critico, e quali 
vantaggi esso arrechi alla conoscenza intera di un' opera 
per rispetto alla storia ed all'arte. 

Tuttavia non nascondo che manca l' ultimo termine 
di comparazione : la Conquistata, la quale sola si desi- 
dera nella raccolta delle opere del Tasso in stampa mo- 
derna. Gli studiosi facciano buon viso a questa edizione 
della Liberata, e forse allora potremo sperare che la 
Casa Barbèra voglia compiere l' opera così coraggiosa- 
mente assunta, e darci l'ultima forma del poema con 
opportuni riscontri. 

Questo primo volume viene in luce dopo più tempo 
dagli altri due, che comprendono il testo, di quello che 
non fosse nelle intenzioni mie e dell' editore. Varie sono 
state le ragioni che hanno costretto me a tardare, e, 
tra le altre, il desiderio di aggiungere una compiuta 
bibliografia delle edizioni e delle traduzioni del poema. 
Ma chi si era assunto il carico di questa bibliografia 



AVVERTENZA. VII 

trasse in lungo il lavoro, e, quando fu compiuto, esso 
apparve di tal mole, che avrebbe richiesto di per sé un 
grosso volume: fu quindi forza rinunciarvi, e limitare 
r illustrazione alle prime stampe adoperate per V edi- 
zione. Mi auguro che questa bibliografia, poiché è fatta, 
trovi altro modo di venire presto alla luce. 

È mio dovere, e lietamente lo manifesto, dichiarare 
che senza la cortesia e V abnegazione dei miei volonte- 
rosi cooperatori sarebbe stato impossibile compiere tanto 
e delicato lavoro in così breve tempo : a' miei giovani 
amici, che rammentano le lunghe notti invernali vegliate 
insieme, vadano dal cuore i miei ringraziamenti, e possa 
essere loro di soddisfazione la coscienza di avere effica- 
cemente contribuito a questa fatica, come altresì possa 
P esempio persuaderli che con la comunanza d'intenti 
e r unione di molte forze anche in letteratura si otten- 
gono frutti non prima sperati. 

Bologna, 15 dicembre 1895. 



Angelo Solerti. 



DISCORSO 

SUL TESTO 

DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Tasso. * 



DISCORSO 

SUL TESTO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



L Idea e composizione del poema. — Gli avvenimenti 
storici e politici, lo svolgimento della letteratura e della 
critica, i ricordi particolari della propria fanciullezza, 
sono le ragioni che dovevano ineluttabilmente inspirare 
a Torquato Tasso l' idea di scrivere un poema epico, 
di materia storica e religiosa, e determinarne il tema.^ 

Alla metà del secolo decimosesto il pericolo dell'in- 
vasione mussulmana era divenuto prepotente: l'Europa 
cristiana si sentiva minacciata nelP esistenza così per 
gli attacchi continui dalla parte di Ungheria, come per 
gli sbarchi audaci sulle coste del Mediterraneo. Negli 
anni medesimi il Concilio di Trento provocava una rea- 
zione dello spirito religioso così violenta, da mettere un 
abisso tra le idee e i costumi della prima e della se- 
conda metà di quel secolo. Tale reazione religiosa non 
poteva non avere effetto sulla politica degli Stati cat- 
tolici, e produsse infatti la lega che vinse a Lepanto. 



^ Quanto è qui affermato credo di avere dimostrato neUa mia 
Vita di T, Tasso, Torino, Loescher, 1895, toI. I, capitolo II. 



4 DISCORSO PROEMIALE. 

Ma poiché il moto era fittizio, e non nelle coscienze, 
non proseguì né se ne raccolsero frutti. 

Nella letteratura la materia cavalleresca aveva' avuto 
r ultimo svolgimento con l'Ariosto, che, di più, vi aveva 
posto il suggello con stile sovrano. E però alla grande 
arte del rinascimento succedeva la critica, in modo che 
anche le produzioni letterarie furono per molti effetto 
non di fantasia e di coscienza, ma applicazione di con- 
cetti teorici. E la critica faceva parere che il momento 
fosse del poema eroico, quando eroica non era V età 
né eroici gli uomini. Questo insieme di fatti storici e 
letterari ha tuttavia tale forza determinante, che noi 
vediamo quasi contemporaneamente tre scrittori, Jero- 
nimo Muzio, Torquato Tasso, Pier Angelio da Barga, 
scegliere, coi medesimi canoni di poetica, un medesimo 
tema : la prima crociata. 

Il Tasso ebbe tali vicende nella fanciullezza, da su- 
bire forse più d'ogni altro l'impressione delle circo- 
stanze storiche. Bambino, le sue passeggiate hanno per 
méta il monastero di Cava de' Tirreni, ove da que' frati, 
con fantasiosi racconti, gli é mostrata la tomba di Ur- 
bano II; la sua patria, Sorrento, la notte del 13 giu- 
gno 1558, è assalita e saccheggiata dai Turchi : parenti 
ed amici sono tratti in schiavitù, alla quale la sua stessa 
sorella sfugge col marito quasi per miracolo. Educato alla 
corte d'Urbino, ove tuttavia perdurava un'eco delle cor- 
tesie cavalleresche del Castiglione, passa il piccolo Tas- 
sino nel maggio del 1559 a Venezia, nella quale città le 
minaccie della Mezzaluna più urgevano sulla politica e 
sulla vita quotidiana ; là si ritrova col padre frammezzo 
a una società di dotti e di letterati, mentre l'ingegno 
precoce, e già sufficientemente nutrito di studi, chiedeva 
di manifestarsi. Il giovinetto sedicenne getta sulle carte 
il Libro primo d' un poema sulla crociata, poiché il 



DISCORSO PROEMIALE. 5 

soggetto del poema epico si deve prendere a da istoria 
di religione vera, ma non sì sacra che sia immutabile, 
e di secolo non molto remoto, né molto prossimo.... » \ 
E vero altresì che egli neppure si prenderà la briga di 
ricopiare quelle stanze e ne lascierà la cura all'amico 
Verdizzotti o a Danese Cattaneo : ma non dimenticherà 
più tardi gli affetti de' crociati alla vista della città 
santa, né i discorsi di Argante e di Alete: meraviglia 
di composizione a sedici anni!' 

Il tema è bello, è opportuno, piace anche agli amici : 
ma il giovane poeta sente troppo discutere su certi prin- 
cipii di poetica pei quali vede il padre alle prese coi 
barbassori ; e anche s' accorge che per quel tema oc- 
correvangli più altre notizie e storiche e geografiche. 
Queste si propone acquistare col tempo ; ma la questione 
teorica che sentiva disputare alla scuola di Padova e 
nelle conversazioni presso lo Speroni, non lascia tran- 
quilla quella testa vivace di giovinetto; egli pensa che 
il poema si deve poter fare come 1' avevan fatto gli 
antichi, come aveva detto Aristotile, e di recente ave- 
vano ripetuto i suoi commentatori ; si mette alla prova, 
e vince col Rinaldo. 

Ma la vita di studente ha per tutti le sue sedu- 
zioni, e più quando uno per virilità di corpo e d'in- 
gegno è ben disposto ; da quel che sappiamo, Torquato 
fece anche troppo la parte sua così a Padova come a 
Bologna. E già una prima giovinetta bionda gli era 
apparsa sulle rive della Brenta e quindi del Po, inspi- 
randogli con gli occhi e col canto corone di sonetti e di 
madrigali, e, dopo un anno, severe e artificiose canzoni 



* Tasso T., Discorsi deW arte poetica neUe Prose diverse, 
Firenze, Le Monnier, 1895, voi. I, p. 17. 

* Carducci G., I poemi minori di T. Tasso neUa mia edizione 
deUe Opere minori in versi di T. Tasso, Bologna, Zanichelli, 1895, 
voi. Ili, p. 511. 



6 DISCORSO PROEMIALE. 

di sdegno, perchè Madonna aveva chinato il collo al giogo 
altrui. Negli anni seguenti le vacanze autunnali passate 
presso il padre a Mantova, furono allietate da un' altra 
fanciulla, che ebbe altre rime; mentre gli studi e il 
modo di vivere d'allora, e nella società e nelle acca- 
demie, molta parte del tempo e dell' ingegno richiede- 
vano. Io penso adunque che, dopo il Kinaldo, gli anni 
dal 1562 al 1565 siano stati per il Tasso piuttosto di 
preparazione che di esecuzione; e che al poema, altra 
volta incominciato, egli non tornasse se non quando, 
finiti gli studi, si fermò a Ferrara presso il cardinale 
Luigi d'Este. E se si volesse altrimenti, si potrebbe 
tutt'al più pensare che egli in quelli anni dividesse 
il Libro primo, dapprima composto, in due canti, e 
scrivesse il terzo ed il quarto : terzo e quarto di al- 
lora secondo che recano Ve, An. e Am.,^ che furono 
poscia il quarto ed il quinto. Ragione di affermare tutto 
ciò si trova nella lettera del 15 aprile 1575 all'amico 
Scipione Gonzaga: 

Ed a confessarle il vero lutto quello eh' è sino ai nono, 
trattine i tre primi canti rifatti quasi del tutto, furono fatti in 
tempo eh' io non era ancor fermo e sicuro, non dirò ne l' arte,, 
ma in quella ch'io credo arte....* 

Infatti Torquato, scrivendo al cugino Ercole Tasso 
nella primavera del 1566, diceva di essere « arrivato 
al sesto canto del Gottifredo m**: e forse allora questo 
sesto canto era quello che fu poi il settimo, perchè 
mancava sempre il nocciolo di ciò che fu il canto se- 
condo più tardi, cioè 1' episodio di Olindo e Sofronia. 
A noi manca disgraziatamente la prima rifusione in due 



^ Queste cifre sì riferiscono aUe indicazioni deUa Bibliografia 
ilei mss.f qui avanti. 

* Lettere di T. TassOf Firenze, Le Monnier, 1855-58, voi. T, n® 15. 
3 Lettere, I, n^ 6. 



DISCORSO PBOEMIALE. 7 

canti del Libro pnmo^ ma è quasi certo che riuscirono 
formati allora quali voleva rifarli il Tasso, riDunziando 
all'episodio, nel 1576, e come se ne vede lo schema 
nella favola del poema di queir anno. E cioè, la ras- 
segna dell'esercito e l'arrivo di Clorinda avvenivano 
nel primo canto ; e il secondo di allora, che poi divenne 
terzo, era formato dall'ambasciata di Argante e di Alete 
e di grande parte del terzo attuale.* 

Ogni notizia di tempo intorno al proseguimento 
della composizione ci manca, ma di certo il Tasso avrà 
continuato a comporre alcune parti del suo libro a se- 
conda dell' estro : e così, ad esempio, credo fosse della 
morte di Clorinda che formò il canto dodicesimo, il 
quale troviamo già in An. e in redazione molto diversa 
dalla volgata. Tuttavia, osservando bene le vicende della 
vita del Tasso, quali oggi sono note, e tenendo conto 
delle gite continue e delle altre occupazioni letterarie 
che riempiono gli anni dal 1567 al 1570, io credo che 
in questo tempo il poema progredisse di poco. Inoltre 
il Tasso dice egli stesso che : 

vedendo molte strade e calcate da molti, non sapeva quale 
eleggere ; e mi fermai tra me slesso discorrendo, in quel modo, 
che Tanno i viandanti ove sogliono dividersi le strade, quando 
non si avvengono a chi gli mostri la migliore. E scrissi i miei 
Discorsi per ammaestramento di me stesso, i quali sottoposi 
a! giudicio altrui, come coloro che dimandano consiglio.^ 

Si fermò adunque il Tasso prima di annodare le 
fila del suo poema a cercare le forme e i modi, e ciò 
fece in quei Discorsi de V arte poetica, che lesse all'Ac- 



* Quali stanze del terzo fossero già allora composte si può ri- 
cavare dalla tavola di corrispondenza del primo abbozzo; cfr. qui 
avanti nella Bibliografia dei mas., pp. 94-95. 

' Delle differenze poetiche nelle Prose diverse, I, p. 435. — Che 
il Tasso scrivesse ì Discorsi dell'arte poetica a Ferrara tra il 1568 e 
il 1570 ho dimostrato nella mia Vita di T, Tctsso cit., voi. I, pp. 119-120. 



S DISCORSO PROEMIALE. 

cademia ferrarese. In essi, fissato il tipo e T argomento 
del poema epico, accettava il principio dell'unità di 
azione, ma con varietà, e il maraviglioso verosimile ; 
e, prendendo per paragone l'opera divina della crea- 
zione di questo mondo vario e mirabile, sublime e 
basso, felice e triste, ma uno, conchiudeva e formava 
in prosa la tela del suo poema: 

Giudico che da eccellente poeta (il quale non per 

altro divino è detto, se non i)erchè al supremo Artefice ne lo 
sue operazioni assomigliandosi, de la sua divinità viene a par- 
tecipare) un poema formar si possa, nel quale, quasi in un 
picciolo mondo, qui si leggano ordinanze ai eserciti, qui bat- 
taglie terrestri e navali, qui espugnazioni di città, scaramucce 
tì duelli, qui giostre, qui descrizioni di fame e di sete, qui 
tempeste- là si veg^^iano sedizioni, là discordie, là errori, là 
venture, là incanti, la opere di crudeltà, di audacia, di cortesia, 
di generosità ; là avvenimenti d' amore, or felici or infelici, or 
lieti, or compassionevoli ; ma che nondimeno uno sia il poema 
che tanta varietà di materie contegna, una la forma e la favola 
sua, e che tutte queste cose siano di maniera composte, che 
l' una r altra riguardi, T una a T altra corrisponda, V una da 
l'altra necessariamente e verisimilmente dependa; sì che una 
sola parte o tolta via o mutata di sito, il tutto ruini.* 

Così Torquato, nel pieno vigore delle sue forze, pen- 
sava il poema ; ma se il viaggio in Francia apportò un 
•huovo ritardo, fu invece propizia combinazione, tornando 
,di là nell'aprile 1571, il trovarsi egli a Roma nel mo- 
mento in cui i vóti di tutta la cristianità accompagna- 
vano le armate navali dei novelli crociati contro il Turco; 
ed egli medesimo scrisse che : « fu tra i primi che pre- 
gassero Iddio per la vittoria dei Cristiani, né poi rimase 
fra gli ultimi che '1 ringraziassero » ^ ; e se egli non me- 
scolò la sua voce a quella dei cento poeti che cantarono 
la vittoria, fu perchè aveva la coscienza di eternarla 
jcol poema. 



* Discorsi citati, neU e Prose diverse, I, pp. 44-45. 

' n Catcmeo o vero de gli Idoli nei Dialoghi, III, pp. 203-204. 



DISCORSO PROEMIALE. 9 

Quiete di spirito e agio per attendere all'opera 
non ebbe adunque il Tasso se non quando, tornato a 
Ferrara, Alfonso II, accoltolo appropri servigi, gli disse: 

Tu canta or che se' in ozio. — Ond'è ben giusto 

Che non gli scherzi di terreno amore, 

Ma canti gli avi del mio vivo e vero 

Non so 8* io lui mi chiami Apollo o Giove....* 

Allora soltanto la quercia d'auro e il chiaro Ubaldo 
che de gli Umbri è conte del primo abbozzo, si muta- 
rono definitivamente nell' aquila estense e nel giovi- 
netto Rinaldo, e allora soltanto potè scrivere le stanze 
di dedica al Duca ; ma il primo canto non ebbe grandi 
alterazioni. 

Osservando la bibliografia dei manoscritti del poema 
non si può non notare che parecchi di essi, come Am., 
Bm., Br.i, e così poi la prima edizione Mi, i quali con- 
servano la redazione primitiva, si fermano al quindice- 
simo al sedicesimo canto ; e notevolissimo poi è che 
in Bm. il quindicesimo è detto quattordicesimo. Questo 
fatto non è senza una ragione : io credo che il Tasso, 
fondendo i brani staccati, scritti negli anni anteriori, 
arrivasse di primo getto appunto fino al sedicesimo 
canto, in quella che fu Tunica stagione felice della 
sua vita, negli anni 1572 e 1573; le redazioni primi- 
tive, e assai più libere, dei canti quindicesimo e sedice- 
simo sentono del momento che produsse V Aminta. 

L' introduzione dell' episodio di Olindo e Sofronia 
, avvenne dunque quando era già scritto il canto XV, 
se questo era allora il XIV: e l'episodio fu composto 
a Ferrara e relativamente non molto innanzi che il 
poema fosse compiuto. La prima di queste affermazioni 
poggia sul fatto che il Tasso, giustificandosi nel mag- 






^ Aminta, atto II, se. II, vv. 186-189. 



10 DISCORSO PROEMIALE. 

gio 1575 con Luca Scalabrino, suo amico ferrarese, del- 
l' accusa che l'episodio paresse troppo poco connesso, 
diceva : « Di questo, in vero, io sempre dubitai ; e voi '1 
sapete che ve '1 dissi quando il faceva.... » *. 

La seconda affermazione parmi provata da ciò, che 
il Tasso non fu mai ben risoluto intorno al secondo 
canto, al quale l' episodio dette corpo solo per un mo- 
mento, perchè, contemporaneamente e dopo, egli pensò 
di sostituirvi, come vedremo, la narrazione dei fatti dei 
crociati durante i sei primi anni della guerra. 

Comunque, fu allora con queir episodio che avvenne 
l'ampliamento dei due primi canti, de' quali vedemmo, 
nei tre che rimasero di poi; l'arrivo di Clorinda fu 
trasportato dopo il nuovo episodio, cui dava buon scio- 
glimento, mentre questo serviva a presentare fin da 
principio sotto luce simpatica l'eroina; con aggiungervi 
l'ambasciata d'Argante e d'Alete il secondo canto fu 
ridotto a debita proporzione. Tutto il rimanente di ciò 
che era dapprima nel secondo passò a formare il terzo, 
che però rimase breve a confronto degli altri; e il terzo 
di prima, accresciuto della parte di Eustazio durante 
la revisione, divenne quarto ; e così di seguito. 

Il canto decimosettimo, che doveva raggruppare gli 
antecedenti e preparare la soluzione, tormentatissimo 
poi, mi pare stia da sé. 

Gli ultimi tre canti all'incontro non hanno quasi 
affatto mutazioni, perchè scritti in tempo immediata- 
mente precedente alla revisione. Infatti il Tasso scri- 
veva nel novembre 1574 a Bartolomeo di Porzia, di 
avere cominciato nell' agosto l' ultimo canto, ma che, 
sorpreso da una febbre quartana, aveva dovuto intrala- 



* Lettere, I, n» 31. — Si avverta che lo Scalabrino lasciò Fer- 
rara per Roma nel marzo 1575 {Lettere^ I, n® 20). 




a- 



DISCORSO PROEMIALE. 11 

sciare*; poi, scrivendo al Gonzaga il r ottobre 1575, 
raggruppava di nuovo sotto le stesse vicende tutt' e tre 
gli ultimi canti: 

Signor mio, quando feci queste ultime parli del mio poema, 
come troppo desideroso di fornirlo, mi affrettai oltre il aovere, 
sì che lasciai trascorrere molte cose, de le quali allora non mi 
compiaceva punto, avendo intenzione di mutarle : e tra per la 
fretta e la malattìa che sopragiunse, questi ultimi canti più di 
ciascun altro rimasero sparsi di molte macchie.* 

Da questa cronologia della composizione del poema 
e dair esame dei manoscritti, mi pare adunque risultino 
chiari quattro momenti: 

1** Libro primo del Gierusalemme, 1559-1560. 

2^ Prima composizione fino al canto sesto (VII?) 
negli anni 1562-1566, rappresentata da Ve, An. e Am. 

3*^ Proseguimento fino al sedicesimo, e rimaneg- 
giamento dei primi canti, negli anni 1572-1573, ra[)- 
presentato da Am., Bm., Br.i e Mi. 

4® Fine della composizione nella redazione primi- 
tiva 1574-1575: lo stato del f)oema in questo momento 
è rappresentato da Fr., Au., Es.i, E8.2 e Br.2 

IL H poema durante la revisione, — All' amico e 
compagno di studi monsignor Scipione Gonzaga, dei 
marchesi di San Martino, il quale aveva posta sua 
dimora in Roma, e a cui già aveva indirizzati ma- 
noscritti i Discorsi delV arte poetica, affidò il Tasso 
V incarico di rivedere il poema, non senza tuttavia ri- 
volgersi a quando a quando anche ad altri, e massima- 
mente, per i primi canti, a Giovan Vincenzo Pinelli. 
Il Gonzaga, per coscienza, per meglio assicurare il 
poeta, si aggiunse nell'ufficio delicato quattro de'mag- 



* Lettere, 1, no 18. * Lettere, I, n» 47. 



12 DISCORSO PROEMIALE. 

giori letterati che vivessero in quel tempo a Roma, e 
cioè Pier Angelio da Barga, Flaminio de' Nobili, Silvio 
Antoniano e Sperone Speroni; intermediario fu l'amico 
ferrarese Luca Scalabrino, passato anch' egli da Fer- 
rara a Roma in quel tempo. L'invio dei canti cominciò 
il 17 febbraio e terminò il 4 ottobre 1575: ma già 
nel maggio mandò Torquato anche la favola di tutto 
il poema, cioè gli argomenti di tutti i canti, perchè 
i revisori avessero notizia sùbito dell' intero poema ; 
questa favola non ci è pervenuta, ed è forse la perdita 
più grave che dobbiamo rimpiangere trattando del pre- 
sente argomento.^ Le discussioni sui generali e sui par- 
ticolari fra il Tasso e i revisori durarono poi fino al 
dicembre 157G. Nel testo di questa edizione ho sempre 
allegato le lettere del Tasso, che nelle stampe antiche 
andavano sotto il nome di lettere poetiche, così per la 
cronologia, come per dare ragione delle correzioni che 
il poeta venne facendo al poema ; ma a bella posta ho 
tralasciato tre questioni principalissime, dalla sorte delle 
quali dipendeva l' indole di tutto il poema ; e queste 
sono : intorno all' unità della favola ; intorno alla parte 
romanzesca, cioè gli episodi, gli amori, gli incanti; e, 
da ultimo, intorno allo stile. 

1° Unità, della favola. — Fin dal principio della re- 
visione, il 13 aprile 1575, Torquato, di fronte alle prime 
osservazioni dei revisori, avvertiva il Gonzaga de' parti- 
colari intendimenti che l' avevano guidato nel comporre 
la sua opera, si richiamava alle teorie già espresse nei 
Discorsi delV arte poetica, scrivendo : 

E tanto più giudico necessaria questa dichiarazione de le 
mie ragioni, quanto che io so che *1 modo servato da me in 



* Il Tasso la annunziava al Gonzaga il 20 maggio {Lettere, 
I, n» 30). 



DISCORSO PROEMIALE. 13 

questo poema, se bene, per quel che me ne paia, non è punto 
contrario a i precetti aristotebci, non è però astretto a l' esem- 
pio di Virgilio, e meno a quello di Omero: anzi talora se ne 
dilunga : ma però in cose, secondo me, che non sono de V esi- 
stenza de r unità, né per altro de T essenza de la poesia. Ma 
gli uomini, che universalmente si muovono più per l'esempio 
che per la ragione, giudicariano facilmente il contrario : n^ 
gueslo dico per li revisori, a i quali attribuisco molto; ma parlo 
in generale. E se bene ne' miei Discorsi ho fatto e farò que- 
sto, non mi pare però soverchia la lettera ; perchè quelli par- 
lano in universale, e questa avrà particolar riguardo al mio 
proprio poema, ed a gli avertimenti non accettati.* 

Appena i revisori ebbero veduta tutta la favola e 
parecchi dei canti, dichiararono che il poema era buono ; 
ma Torquato non si accontentava di ciò, e il 16 luglio 
scriveva : 

E perchè le cose spettanti a V arte, a giudicio d' uomini 
cosi severi, stanno presso che bene; e di quelle c'apparten- 
ffono a lo stile, m'assicura Vostra Signoria; resta solo ch'io 
dubiti del diletto. Io non mi proposi mai di piacere al volgo 
stupido ; ma non vorrei però solamente soddisfare ai maestri 
de 1' arte. Anzi sono ambiziosissimo de 1' applauso de gli uo- 
mini mediocri ; e quasiché altrettanto affètto la buona opinione 
di questi tali, quanto quella de' più intendenti.* 

Egli è per questa ragione che il Tasso non voleva 
fare un poema epico strettamente ligio alle regole di 
Aristotile ed agli esempi d' Omero e di Virgilio, ma 
credeva conveniente introdurre maggiore varietà e mag- 
giori allettamenti negli episodi e nello stile. 

Ora, la varietà aveva prìncipal fondamento in ciò, 
che non uno, ma parecchi erano gli eroi del poema, 
benché insieme operanti ad un medesimo fine. La que- 
stione pertanto nacque sùbito sulla protasì, che nel primo 
abbozzo proponeva insieme a Gotifredo e i cristiani eroi. » 
Il Barga avrebbe voluto a non Goffredo, né alcun altro 



* Lettere, I, n» 24. 

* Lettere, I, n^ 40. Eguale brama dell' applauso dei più esprime 
il Tasso altre volte; cfr. LeUere, I, n» 42 e n* 60 (p. 148), e II, n» 387. 



14 DISCORSO PROEMIALE. 

particolare, ma gli eroi, » * e forse per accontentarlo il 
Tasso si provò a scrivere quella prima stanza che tro- 
viamo separata in Br.i : 

L'alta pietà, l'eccelso invitto ardire 
Degli egregi gnerrier, che il nome altero 
Di Dio seguendo, a le barbariche ire 
Poser il freno e conquistar l' impero 
Del gran sepolcro * 

Ma intervenne lo Speroni negando potersi dare azione 
una di molti, e il Tasso si difese allora scrivendo allo 
Scalabrino il 2 giugno 1575: 

La differenza fra [lo Speroni ) e me, assai disputabile, e forse 
sola disputabile fra coloro eh' intendono V arte addentro, è que- 
sta. Vuole fio Speroni I che V azione del poema sia non solo una 
ma d'uno, e d' uno numero non specie, benché la seconda con- 
dizione non si trovi mai né espressa né accennata da Aristotele: 
e si fonda su V esempio de' poemi omerici, e sovra alcune sue 
ragioni. Voglio io che V azione debba necessariamente esser 
una, e che possa esser d' uno mimerò ; ma che possa esser an- 
cora nel poema eroico, non in altri poemi, una di molti, pur 
che que' molti convengano insieme sotto qualche unità; e che 
questa tale unità de' molti, come che assolutamente sia meno 
perfetta, è meno perfetta ne la tragedia ; ne V epopeia nondi- 
meno (tale é la sua natura) sia più perfetta : e ciò si prova con 
ragione, e con autorità d'Aristotele. Il Barga, per quanto mi 
scrisse il signore Scipione, mostrò d' esser de la mia opinione : 
ora, non se n' accorgendo, non solo passa, ma precipita inevi- 
tabilmente ne r opinione del [Speroni] ; pere' ogni volta che 
faceia che i cristiani senza Rinaldo non possano in battaglia 
(il che però non fa Omero de' greci senza molte circostanze) re- 
sistere a i saraceni, l' azione inevitabilmente necessariamente è 
una d' uno, non più una di molti in uno ; però che tutti gli 
altri non solo sono inetti senza il principale a conseguir il fine 
principale, cioè la vittoria, ma sono anco inetti a temporeg- 
giare ed a tutte V altre cose; di maniera che intervengono nel 
poema non più come partecipi de la vittoria e de 1' azione prin- 
cipale, ma come difesi, come liberati dal principale, ed in somma 
come coloro che de la loro vergogna porgono materia a l' al- 
trui gloria. Avvertasi che quel .... sa più che molli non cre- 
dano ; e che concessogli questo punto, che pare a gli uomini 



* Lettere, I, n® 49. 

' Cfr. qui innanzi nella Bibliografia dei rnss., p. 123. 



DISCORSO PROEMIALE. 15 

che non sia in pregiudizio né d' Arisloleie né de' poeti antichi, 
passa a cose maggiori : e come avviene e' una eresia porta 
seco un' altra in conseguenza, conclude con questo mezzo 
un' altra conclusione che segue inevitahilmente : cioè che YArte 
d'Aristotele sia manca ed imperfetta; ed il poema di Virgilio 
non solo molto imperfetto, ma molto più imperfetto de l'An- 
croia.* A dedurre questa conseguenza da la prima conclusione 
vi bisogna poca fatica ; pur io per ora non no tempo di scri- 
ver più oltre. Credamisi; o chi non mi vuol credere questo, 
creda almeno eh' io non sia cieco affatto. Bisogna dunque fer- 
marsi sovra quel primo passo, ed in quel farsi forte : che l' azione 
possa esser una di molti in uno ; talmente però, che oltre il 
principale, gli altri concorrano ancora come partecipi de la 
vittoria. Questo solo si può difendere e tenere, se dopo il di- 
scorso di molti anni conosco cosa alcuna. GH altri, che paiono 
forti, al primo impeto saranno presi. E sappiate che '1 [Spe- 
roni] si ride di tutte le altre diiese ; e di questa sola, se ben 
noi mostra, ha paura, e va in collera con chi gliene parla. 
Chi cede questo punto, ò spedito e spacciato affatto il mio 
poema; ma in compagnia così onorata, che non gli dee rin- 
crescere. Questa controversia, eh' è fra [lo Speroni | e me, fu 
causa eh' egh giudicasse, per quanto ho poi compreso, che non 
si potesse mr poema esatto sovra l' istoria di Gerusalemme, 
onde tolgo 1' occasion del poema ; e eh' io non mi sia mai ri- 
soluto di volere in ciò il suo giudizio, sapendo che s' io avessi 
vohito seguire il suo consiglio mi conveniva fare un altro 
poema, nel quale non avessi mirato punto a la sodisf azione 
del mondo presente, uè fatto stima de 1' autorità di Virgilio. 
Ora, ancora che io intenda che tutte le ragioni del [Speroni], 
ed in particolare quelle che saranno dirette contra il mio 
poema, si possono rigettare ; ho però caro d' essere io quello 
che con gli scritti miei prevenga 1' offese, e faccia alcuna 
buona impressione ne gh uomini ; perchè so molto bene quanto 
possa la prima impressione. I miei Discorsi, precursori di tutto 
l'esercito de l'eloquenza, faranno la scoperta. Fra tanto non 
ho caro che si movine questi umori; che peraventura (e per- 
donimi il mio Signore) né egli s'avvede intieramente, né il 
signor Barga, quanto importi questg motivo. E vi bacio le mani. 
Vo' pupe aggiunger questo : che se bene Omero ed io convenimo 
in questo, cne ciascuno forma un cavaliere fatale e necessario, 
differimo però in un'altra cosa di molta importanza: differimo 
nel fine a eh' è drizzato il cavaliere ; perchè io ho per fine 



, * È nota la poca stima che lo Sperone faceva ^éiV Eneide. — 
< £ vero, messer Sperone (gli disHC un giorno il cardinal Farnese) 
che voi vogliate abbruciar Virgilio ?» A cui lo Sperone : « Dio me 
ne gnardii ma voglio bene cercar d'intendere perchè egli stesso 
volesse far ardere la sua Eneide, » (Lettera dello Sperone a Felice 
Paciotto nelle Opere^ V, 280). 



16 DISCORSO PROEMIALE. 

r espugnazione di Gerusalemme, ed egli non * quella di Troia; 
la qual di versila è di tanta importanza, che in molte altre cose 
è a me lecito e necessario essere in parte diverso. Considerisi 
questo punto; e s'io non sarò inteso, mi dichiarerò poi.* 

E, a meglio spiegare le sue ragioni, replicava il 13 lu- 
glio al Gonzaga : 



Piacemi che i signori revisori concedino a i cristiani la si- 
gnoria de la campagna ; che per battaglie campali intendo io 
tutte quelle e' operano questo effetto : ma vorrei che ciò fosse 
concesso da loro per giustizia, non per grazia. Però desiderarci 
che fossero ben informati de le mie ragioni, che non mi paiono 
disprezzabili affatto : vorrei nondimeno che non fosse taciuto, 
com' io distinguo V azione d' uno da V azion di molti, perchè 
certo è nuovo pensiero. Gli altri usano ben guesto termine, 
d' uno e di molti ; ma non lo chiariscono così, anzi se la pas- 
sano come cosa nota : nel che nondimeno parmi eh' erri ta- 
lora il Castelvelro stesso, che pone la distinzione, prendendo 
azion d' uno per azion di molti. Rileggendo il Castelvetro ho 
ritrovata un' opinione di mezzo fra 1' opinione del [Speroni] e 
la mia. Non esclude egli 1' azione una di molti da 1' epopeia; 
anzi afferma, che si può ricever con molta lode : attribuisce 
nondimeno la soprana lode a 1' azion una d' uno, perochè in 
essa si manifesta maravigliosamente l' ingegno del poeta, che 
in una azion d' uno trova tanta varietà d' accidente, quanta 
trovò Omero ne l'ira d'Achille: la qual varietà tutta si rico- 
nosce da r ingegno del poeta, e niente da la materia nuda. 
Io, comechè abbia alcune ragioni probabilissime centra questa 
opinione, come mi pare d' averne alcune necessarie centra la 
prima del [Speroni] ; nondimeno, per parlare ingenuamente, non 
la posso se non lodare, quando quel eh' egli presuppone per 
fatto, fosse o fatto o fattibile in epopeia di guerra ; ma questa 
tanta varietà eh' ei presuppone, non solo non la vedo in Omero, 
ma vi veggio anco (e Aristotele il nota) che volendo recar ogni 



* Restituisco colle prime stampe questo non, senza il quale 
avremmo un controsenso. Servano a meglio chiarire il concetto 
dell'autore queste parole che si leggono nel secondo dei suoi Di- 
scorsi poetici : « Questa condizione dell' integrità mancherebbe pa- 
rimente neir Iliade d' Omero, se vero fosse che la guerra troiana 
avesse presa per argomento del suo poema; ma questa opinione 
di molti antichi refintata e confutata da i dotti del nostro secolo, 
chiaramente per falsa si manifesta; e se Omero stesso è buon te- 
stimonio della propria intenzione, non la guerra di Troia, ma Tira 
d'Achille si canta neìV Iliade. ^ 

* Lettere, I, n» 32. 



DISCORSO PROEMIALE. 17 

cosa ad uno, fa alcune cose centra il verisimile : ma di questo 
più a lungo un' altra volta. Piacemi nondimeno di non esser sin- 
golare in conceder Tazion di molli a Tepopeia, perochè non vale 
rargomento del [Speroni]. Il poeta ama il perfettissimo; dunque 
il non perfetto lion è lecito. (Uie se ciò fosse vero, sondo la 
favola doppia la perfettissima, quella de T Iliade, eh' è semplice, 
non sareobe accettabile ; e così non si potrebbe fare se non una 
sola sorte d'agnizioni e di rivolgimenti: il che tutto sarebbe 
conlra l'autorità d'Aristotele, e contro l'uso de gh ottimi poeti.' 

Ma il Gonzaga dovette giustamente osservare che 
la protasi, come poi era stata mutata* dal Tasso: 

Canto rarmi pietose e il Capitano, 

contraddiceva appunto al principio da questo propugnato, 
e fu allora che Torquato convenne di rimutarla, facendo 
apparire in egual luce « i cavalieri operanti sotto Gof- 
fredo e seco combattenti », come si vede nella lettera 
recata in nota alla prima stanza del poema in questa 
edizione. E veramente, a me sembra, questo modo sa- 
rebbe stato assai più esatto e conveniente ; ma poi il 
Tasso tornò al primo proposto, perchè credette neces- 
sario attribuire assai più a Goffredo di quel che prima 
non avesse fatto, come si ricava da vari luoghi delle 
lettere recati a chiarire alcune mutazioni del testo. Ciò 
fece in parte ancor riluttante, perchè, se teoricamente, 
del suo principio dell'unità di molti era divenuto meno 
certo, tuttavia era sempre persuaso che un poema in 
cui l'azione fosse di uno solo non potesse dilettare; 
e su tale argomento tornava ancora in una lettera del 
15 ottobre 1576, che è l'ultima a questo riguardo: 

Mi risolvo che i due più moderni comenfatori vulgari* 
sian migliori de i tre latini; ma qual fra i vulgari debba pre- 



* Lettere, I,rfio 39. 

* Lodovico Castblvbtro, La Poetica d* Aristotele volga- 
rizzata e sposta ; stampata la prima volta a Vienna nel 1570. -^ 
Alessandro Piccolomini, Annotazioni sopra la Poetica d'Ari- 
stotele, Venezia, Varisco, 1575. 



Tasso.* 



18 DISCORSO PROEMIALE. 

cedere, non me ne son risoluto. Maggiore ed erudizione ed 
invenzione si vede nel Caslelvetro, senza alcun dubbio*; ma 
sempre fra le sue opinioni mescola un non so che di riiroso 
e di fantastico : lascio di ragionar di quella sua rabbia di mor- 
der ciascuno ; che questo e vizio de V appetito, non de T in- 
telletto. Nel Piccolomini si conosce maggior maturità di giu- 
dizio, e forse maggior dottrina in minor erudizione; ma senza 
dubbio dottrina più aristotelica, e più atta a V esposizione de' li- 
bri aristotelici : nench' i nemici a mio dispetto lodo. Dico così, 
perchè queir azione una di molti, concessa dal Gastelvetro, non 
e concessa da lui : tuttavia non la riprova così chiaramente, 
che le sue parole non possano ricevere amica interpretazione ; 
né anco adduce ragioni perchè la riprovi. E perch' io sono in 
gran dubio d'aver ad avere gran parte de i critici contra in 
questa opinione, pregate in mio nome il Signore, che di grazia 
vi dica liberamente quel che sente il Barga e '1 signor Fla- 
minio di guesto articolo : utrum che possa in poema epico ri- 
ceversi azione una di molti, che concorrano insieme ad un fine. 
Non dimando V opinion del Signore ; perchè so che non è fa- 
vorevole, non diro a la mia opinione, che in questo caso ora 
sono quasi accademico, ma al mio poema; si come so che 
quella de V abbate Ruggero, uomo assai dotto, è favorevole : 
di grazia, scrivetemi il vero. Io credetti un tempo che fosse in 
poema epico V unità di molli più perfetta che quella d' uno ; 
ora (a dire il vero in confessione) sono academico in quest' ar- 
ticolo, perchè vedo molte ragioni probabili prò et contra, che 
mi fanno star sospetto : e V autorità d' Omero può far gran con- 
trapeso a molte de le mie ragioni ; sì che, s' io fossi costretto 
a fare, non so quel che facessi. Vedete, parlo a voi ed al Si- 
gnore in confessione. Questo credo bene più che mai ferma- 
mente, che sia quasi impossibile il fare a questi dì poema de 
r azion d' un solo ca vallerò, che diletti : e credo anco, c'aven- 
dosi a tesser l' azioni una di molti in uno, si debba tesser in 
quel modo a punto, eh' io 1' ho tessuta, e non altrimenti in 
parte alcuna. Ma per consolazion vostra, ed anco del Signore, 
da i quali so eh' è amato altrettanto il mio poema quanto da. 
me, dirò questo solo : che se l' unità di molti è lecita ne la 
tragedia, molto maggiormente deve esser lecita ne l' epopeia: 
COSI prova ogni ragione, se ben vi mancano autorità ; autorità 
dico di poeti, non di luoghi d'Aristotele. Ma tre sono le tra- 
gedie in Euripide, in cui i' unità è una di molti ; e sono le Fe- 
nisse, le Supplici e le Troiane : e sono almeno le Fenisse e le 



^ L' abate Pietro Mazzucchelli pubblicò fra le Lettere ed altre 
prose di Torquato Tasso (Milano, Pogliani, 1828) ff\ì Estratti della 
iPoetica del Cctstelvetro, traendogli da un manoscritto oggi Ambro- 
siano, e già posseduto da Giovan Vincenzio Pinelli, che probabil- 
mente fece trar la copia di quegli estratti dall' originale del suo 
amico Torquato. 



DISCORSO PROEMIALE. 19 

Troiane, de le più belle, de le più care, quelle che sono stale 
più slimale e più piacciono. Or, per che diavolo (se ben non 
ci è esempio di chi V abbia fallo in epopeia, se non quello 
d'Apollonio, di Stazio e di Quinto Calabro, che non son de la 
prinaa bussola, come Euripide) per che diavolo, dico, non deve 
esser lecito ne V epopeia ? Mi risponderai : Aristotele non loda 
sempre Euripide ne la constituzion de la favola. È vero ; ma 
avendolo ripreso in particolari di minor importanza, 1' avria 
ripreso iti questo che tanto imporla. E sì come disse e' aveano 
errato coloro, e' aveano scritte le molte azioni di Bacco e di 
Teseo; così anco, se T avesse stimalo difetto, avria detto ch'erra 
Euripide, ricevendo ne le Fenisse Eleocle e Polinice, come per- 
sone egualmente principali, e come egualmente principali per 
un' altra considerazione Edippo e locasta : e più chiaramente 
avria detto eh' erra ne le Troiane e ne l' Ecuba (or mi sov- 
viene), ove Polissena, Polidoro, Astianalle, Ecuba, Androma- 
nie, Elena sono persone niente più unite in una considera- 
zione, e forse meno che non sono nel mio poema Goffredo, 
Rinaldo, Tancredi, ec. Leggansi quelle tragedie, e considerisi, 
e vedrassi eh' io sono un uomo da bene. Ma perch' io son ri- 
scaldalo in questa materia che mi dà fastidio, dirò anco, che 
tanto più era ragionevole che Aristotele riprendesse Euripide, 
e' alcuno epico, quanto che dà più distinti i precetti de la tra- 
gedia, che de 1' epopeia. E che sia vero, la ragione con cui 
prova r unità, eh' è la più efficace, anzi è la sola e' usa, è tolta 
dal fine ; che '1 fine deve esser uno, e le cose debbono ten- 
dere ad un fine. Or a questa benedetta unità di fine tanto ri- 
guarda la mia unità, quanto quella d'Omero. E s' Aristotele 
avesse riputata necessaria l'unità de la persona ancora, dovea 
dire che le cose debbon tendere ad un line, e derivar da un 
principio : benché, quando anco così avesse detto, che non ha, 
\ì sarebbe amica interpretazione; perchè una adunanza di 
molti in uno è un principio solo, se ben composto, e non sem- 
plice ; e 1' unità de 1' epopeia, second' egli afferma, deve esser 
più mista che la tragica. Ma pelea pur tacer il Piccolomini 
quelle tre parolette, e non dar a me questo fastidio. Mostrate 
al Signore quanto scrivo : forse si potreboe guadagnare un' ani- 
ma. Dal Piccolomini abbiam però questo di favorevole, eh' egli 
intende la necessità de gU episodi non in quel modo che l' avete 
inlesa voi altri, stiticamente, a dire il vero ; ma come la uso io, 
anzi più largamente ancora, ed assai. E certo altrimenti non si 
può intendere, chi vuol salvar lutti gii episodi de l' Odissea e de 
l'Eneide; al qual passo non so quel che rispondiate: e s'accettate 
Virgilio ed Omero in omnibus, o no, chiaritevi : io per me non 
gli accetto; e parmi che bene spesso la mia causa sia migliore. 

Rimase pertanto nella protasi accennato il solo Gof- 
fredo e subordinati a lui «i compagni erranti », come 



20 DISCORSO PROEMIALE. 

richiedeva un poema eroico; ma, nel fatto, rimase altresì 
Rinaldo quasi pari a Goffredo e insieme necessario al fine. 

2° Episodi, amori, incanti. — Al medesimo intendi- 
mento del diletto volle il Tasso derivare nel suo poema 
dai romanzi una certa larghezza negli episodi, le vaghezze 
amorose e il soprannaturale. Ma i tempi eran mutati 
e le dispute intorno al poema eroico avevano conchiuso 
per il contrario; non fa quindi maraviglia che questa 
fosse la parte più discussa e più tormentata dell' opera. 

Il Tasso aveva, proprio negli ultimi tempi, come 
ho detto, introdotto in sul principio del poema Pepi- 
sodio di Olindo e Sofronia, che formava quasi intero il 
secondo canto, prima ancora che si fosse spiegata per 
intero l' azione. Naturalmente i revisori mossero contro 
di quello le prime obbiezioni, che il Tasso così riassu- 
meva il 24 maggio 1575 a Luca Scalabrino : 

A r episodio di Sofronia opposero : prima che fosse troppo 
vago ; appresso, che fosse troppo tosto introdotto ; ultimamente, 
che la soluzione fusse per machina. A le quali opposizioni ri- 
sposi, secondo me, veramente e realmente, mostrando eh' erano 
di non molto valore. Ora voi mi scambiate i dadi in mano, ri- 
ferendomi, che pare che non sia fortemente connesso. Di que- 
sto in vero io- sempre dubitai ; e voi '1 sapete, che ve 4 dissi, 
quando il faceva ; ma non è però così poco attaccato, che non 
ve ne siano de' meno attaccati in Virgilio ed Omero ; pure vo 
ripensando se si potesse stringer più con la favola.* 

Ma già il 15 aprile, non con ragioni d'arte poetica, 
ma per un senso d'arte e d'opportunità l'aveva difeso 
col Gonzaga : 

In quanto a V episodio d' Olindo voglio indvJgere genio et 
principi poiché non v' è altro luogo ove trasporlo. 

Tuttavia al proposito del secondo appunto, che fosse 
troppo presto introdotto, aggiungeva: 

Di grazia, mi faccia favore, per mio contento, esplicarsi de 
gli episodi innanzi a V intiera introduzion de la favola. Ne sono 

* Lettere, I, n^ 31. 



DISCORSO PROEMIALE. 21 

alcuni ne l' Odissea, e altrove -j e forse con minor congiunzione 
a la favola che U mio ; ma di ciò un' altra volta.* 

Invece per allora non ne parlò più, e solo un anno 
dopo, nell'ottobre 1576, per incidenza avvertiva, ciò 
che abbiamo già veduto, che il Piccolomini nel suo 
commento sopra la Poetica ammetteva una certa lar- 
ghezza negli episodi, maggiore anche di quella eh' egli 
aveva usato nel poema.' 

Intorno alla terza osservazione, che, cioè, la solu- 
zione dell' episodio fosse per machina, Torquato scri- 
veva al Gonzaga il 2 settembre 1575 : 

Resta solo eh' io le dica, eh* io confesso di non intendere 
questo termine macMim, o soluzion per machina; perchè in 
tutto il mio libro non ve ne riconosco altro che una, e quella 
tolta di peso da Omero e da Virgilio. Questa è la divisione del 
duello fra Raimondo ed Argante. Quella di Sofronia non è per 
machina : ma concludendo che sia, ricerco la terza ; che aue 
parimente ve ne sono ne T Eneide. Vostra Signoria mi faccia 
favor d'avvisarmi come gli altri intendono questo termine; 
che in quanto a me, non ciò eh' è maraviglioso è per machina : 
ma de his hactenìis.^ 

E il 7 successivo allo Scalabrino: 

Di grazia, fatevi dichiarare che significhi soluzion per ma- 
china, onachiTui ; perchè dicendo cne ve ne son molle nel 
mio libro, non intendono il termine : pur (juesta volta non mi 
còrranno ; eh' io non vo' scriver la mia opinione prima eh' in- 
tenda la loro....* 

Quale risposta venisse da Roma non sappiamo ; ma 
Torquato il 16 settembre definiva e spiegava tale ter- 
mine di poetica in una lunga lettera, conchiudendo che 
lo scioglimento dell' episodio non poteva dirsi per ma- 
china, cioè per intervento soprannaturale/ 

La prima accusa, della soverchia vaghezza, colpì 



* Lettere, I, n» 25. * Lettere, I, n» 87, p. 223. 

' Lettere, I, n« 43. * Lettere, I, n» 44. 

5 Lettere, I, n® 45. 



22 DISCORSO PROEMIALE. 

inaggiormente il poeta, che il 4 ottobre scriveva al 
Gonzaga : 

Ringrazio mollo Vostra Signoria de T avvertimento sovra 
quelle parole de l'episodio di Soironia ofmse volto a volto [st. 32]; 
cnè certo quelle parole non convengono in persotia di grave poetai 
quale dev'esser T epico, principalmente in materia si fatta.' 

Con tutto ciò Torquato per allora non corresse : ma 
la questione tornò in campo qualche mese dopo, colle- 
gata a tutto ciò che di amoroso e di maraviglioso era 
nel poema. 

Nell'inverno 1575-76 cominciano per Torquato i 
dubbi e il timore dell' inquisizione ; la severità della 
censura ecclesiastica, e gli appunti di Silvio Antoniano, 
che era appunto un inquisitore, fanno tentennare il poeta 
ne' suoi criteri d'arte, sì che comincia a riguardare con 
diffidenza le creazioni della sua fantasia. 

Per prima cosa tornano in campo proprio le osser- 
vazioni all'episodio; il 6 marzo 1576 Torquato espri- 
meva il timore che l' Antoniano 

debbia muovere alcun dubbio ne T episodio di Sofronia. Se '1 
dubbio si stenderà solamente ad alcun verso, com' a quello 
che vi portavo i creduli devoti [si. 5] ciò non mi dà noia ; mi 
rincrescerebbe bene infinitamente che 'l dubbio fosse diretto 
contro la sostanza de V episodio ; ed in questo caso desiderarci 
che Vostra Signoria Illustrissima con alcun destro modo ope- 
rasse eh' egli rimanesse soddisfatto, che quando dal giudizio 
di due Inquisitori la digressione fosse approvata, io potessi, 
contentandomi del loro giudizio, non cercar più oltre.* 

Intanto, riguardando quelle pagine, gli tornò a mente 
l'altra osservazione sulla poca connessione, eli 12 marzo 
replicava raggruppando le due cose : 

In quanto a T episodio di Sofronia ho pensato di aggiugnere 
otto dieci stanze nel fine, che 'l farà parere più connesso; 
e di quelle sue nozze farò come vorranno. In ogni modo quella 
stanza Va dal rogo alle nozze [si. 33] avea da esser mutata.'* 



* Lettere, I, n» 48. * Lettere, I, n® 56. ^ Lettere, I, n» 58. 



DISCORSO PBOElilALE. 23 

Nel frattempo un' altra idea, dipendente del resto 
da'principii che professava sul poema eroico, si era 
fatta strada nella sua mente e la esponeva sommaria- 
mente allo Scalabrino nella medesima lettera del 12 marzo 
ora citata : 

Io so quanto sia caro a molti il riconoscer ne i poemi una 
eerta similitudine e quasi imagine de la storia, in quello che 
non guasta la poesia, il che se ne le altre istorie si desidera, 
di questa che io ho preso a trattare poeticamente si dee, per 
le sue qualità, maggiormente desiderare. Ho deliberato dunque 
di compiacer quanto più si potrà in questa parte a* Castelve- 
trici, ed anco a me stesso : e prima vorrei trovar modo di dire 
in un episodio brevemente tutte le azioni principali che furono 
fatte da' cristiani ne' sei anni precedenti de la guerra ; e '1 modo 
potrebb' essere questo : che quando i cristiani nel primo canto 
[st. 20 e segg.] si radunano a concilio, si ragunino in un 
tempio dove sian dipinti il concilio di Chiaramente, il passaggio 
per terra e per mare de' cristiani, la unione fatta da loro sotto 
Nicea, r espugnazione di Nicea, le rotte di Solimano, la presa 
d'Antiochia, la rotta de' Persi, il passaggio oltre l'Eufrate; che 
se bene di tutte queste cose ve n' e sparsa qua e là alcuna 
menzione per lo poema, non so vedere perchè non debba esser 
carissimo al lettore che gli si dia in dieci o quindici stanze, al 
più, ordinatamente la vera notizia de le azioni fatte da' cri- 
stiani. Oltre che, questa notizia chiarirà maggiormente quale 
sia lo stalo de le cose e la constituzione de' tempi ; il che piace 
tanto a lo Sperone. E forse ebbe Virgilio un simil pensiero di 
dare alcuna informazione de le guerre di Troia, da le quali 
dipendeva la sua azione, con la oipintura del tempio di Giu- 
none, benché la sua principale azione fosse dirizzata ad altro. 
Si potrebbe poi fìngere, che queste pitture fossero state fatte 
per comandamento di Goffredo, il quale con quest' arte forse 
intendesse di eccitare maggiormente i principi cristiani a la 
guerra. Io poi mi sforzerò ai descrivere le mie pitture in modo, 
che se bene ne parlerò con maniera poetica, darò nondimeno 
piena e chiara informazione al lettore, sì che egli non abbia 
in questo poema da desiderar nulla di quello che appartiene a 
tutta la spedizione de' cristiani che passeranno a l'acquisto. 
Questa vorrei che fosse la prima aggiunzione. 

Si trattava adunque allora di un' aggiunta al primo 
canto ; ma in quel mese di marzo le critiche reiterate 
e gli avvertimenti religiosi dell' Antoniano produssero 
i maggiori mutamenti nel poema, inducendo o costrin- 
gendo il Tasso a togliere grandissima parte di tutto 



24 DISCORSO PROEMIALE. 

ciò che di amoroso e di maraviglioso conteneva la prima 
redazione. La lettera, che è quasi piena dedizione, scritta 
da Torquato il giorno 30 al severo inquisitore, è di 
importanza capitale, e segna un punto fisso nella storia 
del testo del poema: 

Ne gli avvertimenti di Vostra Signoria de V uno e de V altro 
genere, no chiarissimamente conosciuto, o più tosto ricono- 
sciuto, il suo giudizio, la dottrina, la religione e la pietà ; ed 
insieme ho visto molta benevolenza verso me, molto zelo de 
la mia riputazione, e grandissima diligenza ne le cose mie. E 
poich' ella ha così pienamente adempiti tutti gli offici di cri- 
stiano, di revisore e d' amico ; io (quel e' a me si conviene) 
mi sforzerò di far sì, che non abbia a parerle persona o inca 
pace di ricevere i suoi beneficii o ingrata nel riconoscerU. La 
ringrazio dunque, prima, infinitamente de la fatica presa per 
giovamento del mio poema e per sodisfazion mia; e me roffero 
prontissimo ad ogni suo piacere, aspettando da lei, in luogo 
di nuovo beneficio, alcuna occasione in cui possa servirla. 
Desidero poi, che sappia che de' suoi avvertimenti n' ho già 
accettati parte, e sovra gli altri avrò dihgente considerazione. 
Ho accettati queUi che appartengono a la mutazione d' alcune 
parole o d' alcuni versi, i quali potrebbono esser malamente 
interpretati, o in altro modo offender gli orecchi de' pii reli- 
giosi. Ed in quel che tocca a le cose, rimoverò del mio poema 
non solo alcune stanze indicate lascive, ma qualche parte an- 
cora de gli incanti e de le maraviglie : perochè né la trasmu- 
tazion de' cavalieri in pesci rimarra ; * né quel miracolo del 
sepolcro, in vero troppo curioso ; * né le metamorfoso de 
r aquila ; ^ nò quella vision di Rinaldo, eh' é nel medesimo 
canto ; * né alcune altre particelle che A^ostra Signoria o con- 
danna come inguisitore, o non approva come poeta. E pongo 
fra queste 1' episodio di Sofronia, o almen quel suo fine che 
più le dispiace. Ben é vero, che gì' incanti del giardino d'Ar- 
mida e quei de la selva, e gli amori d'Armida, d' Erminia, di 
Rinaldo, di Tancredi e de gli altri, io non saprei come tron- 
care senza ninno o senza manifesto mancamento del tutto. 

E qui desidero che Vostra Signoria abbia riguardo non 
solo a tutto quello che già mostra aver considerato de la na- 
tura de la poesia e de la lingua; ma che miri ancora con 
occhio indulgente lo stato e la fortuna mia, il costume del 
paese nel quale io vivo, e quella che sin' ora giudico mia 



* Cfr. qui il testo crìtico, voi. II, e. X, st. 65-67. 
« Cfr. qui voi. II, e. Vili, st. 39. 

^ Cfr. qui voi. Ili, e. XVII, st. 92 la redazione in nota. 

* Cfr. qui voi. Ili, e. XVII, st. 56 la redazione in nota. 



DISCORSO PROEMIALE. 25 

naturai inclinazione. Sappia ancora, che ne gii incanti ne le ma- 
raviglie ie dico non molte cose le quali non mi siano sommi- 
nistrate da r istorie, o almeno non me ne sia porto alcun seme, 
che sparso poi ne* campi de la poesia produce q^uelli alberi che 
ad alcuni paiono mostruosi : perchè V apparizion de l' anime 
beate, la tempesta mossa da' demoni, e il fonte che sana le 
piaghe, sono cose intieramente trasportate da l'istoria; sì come 
r incanto de le machine si può dire che prenda la sua origine 
da la relazione di Procoldo conte di Rochese, ove si legge 
e' alcune maghe incantarono le machine de' fedeli : e si legge 
in Guglielmo Tirio, isterico nobilissimo, che queste medesime 
maghe V ultimo giorno de T espugnazione furono uccise da' cri- 
stiani. Ma s' egli sia lecito al poeta T aggrandir questo fatto, e 
s' importi a la religione che si variino per maggior vaghezza 
alcune circostanze, a Vostra Signoria ne rimetto il giudicio. 
Questo solo a me pare di poter dire senza arroganza, eh' es- 
sendo l' istoria di questa guerra molto piena di miracoli, non 
conveniva che men mirabile fosse il poema. 

Né minor occasion mi viene offerta da gli istorici di vagar 
ne gli amori ; pcrch' è scritto che Tancredi, che fu per altro 
cavaliere di somma bontà e di gran valore, fu nondimeno 
mollo incontinente ed oltramodo vago de gli abbracciamenti 
de le Saracino. È scritto parimente e' Odoardo, barone inglese, 
accompagnato dalla moglie che tenerissimamente l' amava, passò 
a questa impresa, ed insieme vi morirono : né sol la moglie 
di costui, ma molte altre nobili donne, in questo e ne gli altri 
passaggi, si trovarono ne gli eserciti cristiani. Né sia grave a 
Vostra Signoria eh' io da una lettera che si trova ne le prose 
antiche toscane,* scritta da frate Luigi Marsigli a Domicilia 
vergine, rechi qui alcune parole, che sono queste : « Dico 
dunque, che '1 diavolo non udì mai predicare cosa che più gli 
piaccia, che questa del passaggio ; però che migliaia di donne 
onestissime farà meretrici, e migliaia di giovine,^ che portano 
il fior de la ' virginità, il lasceranno fra via. » Così dice egli : 
ed in altra parte di quella lettera ancora chiaramente dimostra, 
quali fossero molti de' crocesignati, e con qual zelo passas- 
sero in Asia.* Ora, eh' io accresca et adorni questi amori, e 

* Nel libro intitolato : Prose antiche di Dante, Petrarca et 
Boccaccio ec, nuovamente raccolte da Anton Francesco Doni. 
Fiorenza, 1547, appresso il Doni. — La lettera del Marsili fu ri- 
stampata fra le Lettere del beato Giovanni da Catignano (dietro 
la Collazione delV abate Isaac; Firenze, Tartini e Franchi, 1720), 
ed è attribuita al beato Giovanni. — Questa lettera del Marsili va 
dunque annoverata tra le fonti del poema. 

^ Stampa del Doni, gioveni. ^ Stampa del Doni, di, 

* « vero interverrà come quando s' andò a Roma per lo 
cinquantesimo (il giubhileo del 1350)\ che io udii dire da un ma- 
snadiere : noi facemmo quello strazio delle belle donne, come se 
fossero state pecore. O perdonanza! o camino sventurato ! » (Let- 
tera cit.). 



26 DISCORSO PROEMIALE. 

e' alcuno del lutto ve n' aggiunga, facilmente credo che mi 
debba esser comportato da chi comporta la i)oesia^, perchè 
r accrescere, V adornare e *1 fìngere sono effetti che vengono 
necessariamente in conseguenza col poetare : e tanto più stimo 
che mi debba esser conceduto, quanto che, se diam lede a gli 
istorici, molti di que' principi furono non solo macchiati d' in- 
continenza, ma bruttati ancora di malizia e di ferità : e, s' in 
vece de V ingiustizie, de le rapine, de le frodi e de' tradi- 
menti, descrivo gli amori e gli sdegni di loro (colpe men 
gravi) ; non ffiudico di rendere men onorata o men venerabile 
la memoria ai quella impresa, di quel eh* ella si sia per se 
stessa ; né d' oscurar la fama d' alcun d' essi, in quella guisa 
che Virgilio denigrò quella di Bidone ; né mi pare d' essere a 
quelle accuse soggetto, per le quali Omero é scacciato da la 
republica di Platone : e insomma credo, che senza alcuno scan- 
dolo sarà letto il mio poema da coloro che avranno letto e 
che leggeranno T istorie di questa guerra ; parlo de le parti- 
colari, le quali, comeché siano molte e molto nel rimanente 
Ira loro discordi, in questo almeno sono conformi, che cia- 
scuna d' esse ci pone innanzi a gli occhi molte imperfezioni 
di quei principi, e sol Goffredo in tutto buono e pio ci vien 
rappresentato. Né già poteva io dipingere ciascun altro tale; 
non solo perché il poeta deve aver molto riguardo a i costumi 
che da la fama sono attribuiti e quasi affìssi a le persone, ma 
ancora perché ne la poesia è altrettanto necessaria, quanto di- 
lettevole, questa varietà di costumi. Ho ben io procurato di 
scusar ogni difetto de' principali, auanto 1* arte mi parca che 
richiedesse. Perché io fìngo che la iattanzia e la ritrosità di 
Raimondo, che fur vizi de la sua natura, sian costumi de la 
vecchiezza, e la lascivia di Tancredi, che ne la sua matura età 
era inescusabile, formandolo io giovinetto, si può men difficil- 
mente perdonare a la tenerezza de gli anni. Che se nel mio 
poema si parla d* un sedizioso, e d' un che rinneghi la fede ; 
di molti sì fatti si fa menzione ne le istorie. Ma tanto mi basti 
d' aver detto in questa materia, ne la quale volentieri ho spese 
molle parole, sperando che la notizia d'alcuni particolari, i 
quali peraventura non V erano così noli, possa far parer a 
Vostra Signoria la mia causa assai più onesta, che non parrebbe 
se si presupponesse che lutti i principi che concorsero a l' ac- 
quisto, fossero in opinione di buoni e di santi. 

Ma poiché io ho parlato a lungo de gli amori e de gli 
incanti, accioch' essi con minore dimcultà siano accettati dal 
politico ; non sarà forse fuor di proposito eh' io soggiunga al- 
cune ragioni, da 1' apparenza de le quali io sia inaotto a cre- 
dere eh' essi non debbiano essere esclusi dal poeta epico. Io 
slimo eh' in ciascun poema eroico sia necessarissimo quel mi- 




in tutte le "moderne poesie. Né questa differenza del mirabile 



DISCORSO PROEMIALE. 27 

mi pare essenziale, e tale che possa constituire diverse spezie 
di poesie ; ma accidentaiissima, la qua! si varii e si debba va 
riare secondo la mutazion de la religione e de' costumi. Basta 
a me, che V Odissea non meno che '1 mio poema, anzi assai 
più, sia ripiena di questi miracoli, che Orazio chiama speciosa 
mracula; perchè se volse Omero seguir V uso de' suoi tempi, 
a me giova di seguir il costume de' miei, in quelle cose però 
sovra le quali ha imperio V uso. Né già io gli attribuisco piena 
autorità sovra la poesia, come molti fanno : stimo nondimeno 
e' alcune cose gli si debbano concedere, le quali veramente 
sono std iwris : e pur che si difendano da lui le leggi de la 
poesia, che sono essenziali e fisse da la natura e da la reli- 
gione slessa de le cose (come è il precetto de V unità e de la 
favola, ed alcuni altri simili) ; non reputo inconveniente eh' in 
quelli accidenti ne' quali non si dà né si può dar certa regola, 
il poeta, per accomodarsi a i piaceri di questo possente tiranno, 
s' allontani da la imitazion de gli anticiii, a i quali é forse su- 
perstizione il volere in ogni condizione assomigliarsi. Ed a me 
gare e' Aristotele, tacendo, assai apertamente e' insegni questa 
otlrina ne la Retorica e ne la Poetica ; perch' egli mostra di 
giudicare quelle cose, de le quali tace, tali e si fatte che non 
possono essere richiamate sotto alcuna norma de l'arte. E 
questa medesima difesa può peraventura servire a gli amori: 
oltre che né Virgilio né Apollonio gli scacciarono da' lor 
poemi ; né mancò fra gli antichi chi desiderasse che la ritirata 
d'Achille fosse più tosto effetto de l'amor suo verso Polissena, 
che de lo sdegno centra Agamennone.* 

Una volta avviatosi per questa strada, la prima cosa 
da togliere era l'episodio di Olindo e Sofronia, e nulla 
di più naturale che Torquato pensasse di riempire il 
vuoto col racconto annunciato nella lettera del 12 marzo, 
r idea del quale, non approvata dal Barga, egli difen- 
deva nella lettera del 3 aprile : 

Io ho già condennato con irrevocabil sentenza a la morte 
r episodio di Sofronia, e perché in vero era troppo lirico, e 



* Lettere^ I, n® 60. — Ciò sosteneva anche in nna lettera di 
qaest] medesimi giorni allo Scalabrino: «Ho letto la scrittara di 
messer Flaminio; bella certo ed a me cara, come son tutte le cose 
sue sopra quelle di ogni altro; ma ci vo' mettere, quasi. Pur dice 
che gli amori si possono scusare per la qualità de i tempi : lo vo- 
glio difender contra tutto il mondo che 1 amore è materia altret- 
tanto eroica quanto la guerra; e '1 difenderò con ragione, con au- 
torità d'Aristotele, con luoghi di Platone che parlano chiaro chiaro 
chiaro, chiarissimamente chiaro .... » {Lettere, I, u<> 62). 



28 DISCORSO PROEMIALE. 

pere' al signor Bar^a ed a gli altri pareva poco connesso e 
troppo presto ; al ^ludicio unito de' quali non ho voluto con- 
Iraiare, e molto più per dare manco occasione a i frati * che sia 
possibile. Ora io vorrei riempire il luogo vuoto d' alcuna cosa 
più conveniente, e volentieri vorrei vedere il giudizio de' re- 
visori così concorde ne l' introduzione del nuovo episodio, 
com' è stato conforme ne l' esclusione de 1' altro. 

Mi scrive il signor Scalabrino, che '1 sig^nor Barga non 
approva né il racconto de la presa d'Antiochia, né la pittura 
del tempio,^ come non necessari episodi e come quelli ne' quali 
si verifica quel detto d'Aristotele : quia sic poeùB placìdt. Or io 
qui desiderarci d' intender s' egli crede, che tutti gli episodi 
sian necessari ; perchè io, a confessar la mia ignoranza, ho 
sempre avuto contraria opinione, la quale era stata generala 
in me da le parole d'Aristotele. Parlando Aristotele del veri- 
simile e del necessario, secondo che si ricercano ne la favola 
ne gli episodi, ne parla sempre disgiuntivamente, non mai 
copulativamente. Hac vero in ipso rerum contextu ita adstrmnda 
si'nt, ut ex liis, qn^B pnm acta fuerint, necessaiio seqni, ani 
certe verisimiliter agi videantur. Ed altrove : Opertet antera et 
in rìwriMs, quenmdìmdum in rerum constitution£, semper quarere 
tei necessarium vel verisimile. Molti altri luoghi sono ancora, 
ne' quali dice o necessariamente o verisimilmente, parlando 
non solo de gli episodi ma, quel eh' é più, de la favola. Che 
s' egli avesse voluto in tutti gli episodi necessaria connessione, 
avrebbe detto, siano e verisimili e necessari ; ma dicendo o 
necessari o verisimili, mostra contentarsi de la verisimilitudine. 
Oltra r autorità d'Aristotele, m' induceva in questa opinione 
ancora l'autorità de' poeti. Nissuna necessaria connessione hanno 
con gli errori d' Ulisse gli errori di Menelao, i quali nel prin- 
cipio de r Odissea son narrati da Menelao istesso : nissuna 
la morte d'Agamennone, e le fortune di tutti gli altri greci, 
che prima sono raccontate da Nestore e Telemaco : nissun 
congiungimento necessario ha co' fatti d' Enea la favola di 
Caco, la morte e la sepoltura e 1' esequie di Miseno ; e mi 
par di ricordarmi che Servio ditia in quel luogo, che si paioli 
di questa morte avendosi riguardo a l' istoria ; quasi egli creda, 
e' alcune cose non necessarie si possano verisimilmente dire 
in grazia de l' istoria. Quelle parole poi d'Aristotele, fftec igitur 
ipse dicit, quce vult poeta, sed twn faJtrula, non intendo bene a 
che fine s' alleghino in questo proposito. Quando Aristotele 
parla de le molte maniere d' agnizione, mette fra le agnizioni 
meno artificiose, e non però ne T ultimo luogo, quella agni- 
zione la qual proceda da parole dette non perchè il contesto 
de la favola necessariamente le ricerchi, ma perchè il poeta 



* L'Inquisitore. 

* Vedi la lettera allo Scalabrino, de' 12 marzo. 



DISCORSO PROEMIALE. 29 

vuol che si dicano. Ora non veggio come questo detto d'Ari- 
stotele si possa stendendo applicare a tulli gli episodi; né so 
che Aristotele dica altrove queste o somiglianti parole. A me 
pare che molto più strette leggi sian quelle de l'agnizione, 

le i€ 



che non son le leggi de gli episodi ; perochè T agnizione è 




esquisilo 

ricercar la medesima esquisitezza in tutti gli episodi, è forse 
un voler più oltra che non si conviene a la lor natura, e che 
non si può dar loro. Non veggio poi pittura alcuna in alcun 
poeta, a la qual non si possa attribuir questo difetto : quia 
poeta vult Qual necessità è che nel tempio di Bidone sian di- 
pinte le guerre troiane ? perchè non vi potevano esser dipinte 
le fenici ? Perchè ne lo scudo d' Enea, perchè ne lo scudo 
d'Achille sono poste più tosto quelle e' altre pitture ? Nissuna 
necessità si vede in ciò, ma una certa verisimititudine, e' a me 
non par meno arte di quel che paia la necessità a i suoi luoghi. 
Mi scrive anco messer Luca che, avendosi a far racconto, 
il signor Barga loda che si faccia più tosto verso il mezzo del 
poema che nel principio. Signore, quanto io stimi 1' autorità 
e 'l giudicio del signor Barga e assai noto per gli effetti, avendo 
io in tante parti ael mio poema seguiti i suoi consigli. Dirò 
dunque alcune cose non per contradire a la sua opinione, ma 
solo per dargli occasione eh' egli m' insegni quel che non so, 
e che tanto m' importa di sapere. E può ben credere Vostra 
Signoria, e' affetto non mi move a parlare (amore, intendo, di 
novo parto), perchè di questa narrazione nulla n' ho fatto, né 
anco determinato : vedendo che non solo da me, ma da tutti 
è molto desiderata, vorrei pur introdurla, e vorrei saper dove 
e come. Del come, non son risoluto ; del dove, a me pareva 
nei principio, e per queste ragioni. Da 1' arte de le tragedie 
si raccoglie in gran parte l' arte de Y epopeia : perochè, come 
dice Aristotele, tra le parti quantitative de la tragedia, quella 
che si chiama prologo (nome eh' equivocamente si attribuisce 
a quella diceria eh' e fuor de la tragedia o de la comedia) è 
la prima in ordine, ed è inanzi a 1' entrata del coro : ed in 
questa parte, secondo V uso de' migliori tragici, si narra tutto 
quello che si ha da narrare de le cose passate, la notizia de 
le quali è necessaria acciochè s' intendano quelle e' hanno a 
seguir ne la favola ; e chi ciò non facesse ne le prime scene, 
il lettore anderebbe al buio. Con questa parte de la tragedia 
detta prologo deve (a mio giudizio) conformarsi, se non nel 
nome almeno ne V offizio e ne gli effetti, la parte de l' epopeia 
eh' è prima in ordine; ed in essa devono farsi tutte le narra- 
zioni de le cose passate (se però alcuna particolar ragione no '1 
vieta), e dirsi tutto ciò che parve per introduzion de la favola, 
e per maggior chiarezza de le cose e' hanno a seguitare. Ma 
che vo io dietro a P uso de' tragici, se l' uso de gli epici ancora 



30 DISCORSO PROEMIALE. 

è tale ? Virgilio non introduce egli il racconto d' Enea nel se- 
condo libro? Mi si potrebbe replicare, che quel racconto è 
parte de la favola, non episodio. Voglio io conceder quel che 
niega il Castelvetro, che 4 terzo libro, nel quale son contenuti 
molti de gli errori d' Enea, sia parte de la favola ; ma non 
veggio come T arte di Sinone descritta con tanti ornamenti, e 
la presa di Troia sia parte de la favola : questo so bene, o mi 
pare di saperlo, che se Virgilio avesse trasportato il racconto 
de la presa di Troia fra le battaglie del settimo e de V ottavo, 
avrebbe fatto cosa poco gradita al lettore, il quale allora desi- 
dera di sapere com* Enea vinca Turno, non come sia stato 
cacciato di Troia. E certo sì fatta notizia de le cose passale in 
quel luoffo mi parrebbe intempestiva ; sì come intempestivo 
mi parrebbe, quando 1' uomo desidera d' intendere novelle di 
Rinaldo o d'Armida, o come s' espugna Gerusalemme, il nar- 
rarli come sia stata presa Antiochia. Omero parimente nel prin- 
cipio del terzo libro ; il quale, chi numera i versi, non e più 
remoto dal principio di quel che sia il secondo de V Eneide ; 
Omero, dico, nel terzo de T Odissea introduce Nestore, che 
narra il ritorno ed i vari successi de' principi greci: e poi 
Menelao nel quarto narra i suoi medesimi errori ; ed ancora 
non si sono dette d' Ulisse venti parole : s' è detto solo eh' egli 
è ne r isola di Galipso, desideroso, ec. Finalmente Omero nel 
line del quinto libro comincia a parlare d' Ulisse ; e subito 
eh' egli r ha condotto a l' isola de' Feaci, l' introduce a rac- 
contare i suoi errori. Mi sovviene d' aver già udito dire dal 
signor Sperone, che quest' arte d' Omero è maravigliosa, e che 
gli piace più 1' Odissea de l' Iliade ; però da lui si potranno in 
questo particolare intendere molte ragioni, eh' io non saprei 
dire. Ma tornando al nostro proposito, quand' io vidi condan- 
nato r episodio di Sofronia, perch' egli era poco connesso e 
troppo presto, non cedetti cosi facilmente a l' altrui ragioni, pa- 
rendomi di vederne in Omero alcuni non men tardi, ma certo 
manco a prima vista connessi. Ma considerai poi meglio, e mi 
parve di conoscere che quelli d'Omero, essendo di materia 
non aliena, apportando molla notizia de le cose passate, erano 
con grande artifìcio introdotti ; ma ne l' episodio mio di So- 
fronia, alcuna di queste condizioni non riconobbi : sì che più 
facilmente mi son lasciato indurre a mutarlo. Ora in questo 
racconto d'Antiochia mi par di conoscere tutte le conctizioni 
che sono negli episodi omerici : desidero dunque sommamente 
d' intendere per qual ragione il signor Barga, al qual credo 
anco senza ragione, abbia contraria opinione : e certo, s' io 
non vedessi il signor Sperone e '1 signor Flaminio e '1 signor 
Silvio desiderare unitamente questo episodio, io, senza cercare 
altro, seguirei il consiglio del signor Barga ; ma in tanta di- 
versità di pareri non mi posso contentare de l' autorità. Prego 
dunque Vostra Signoria Illustrissima con ogni affetto, a procu- 
rare eh' io esca di questa ignoranza e di questa ambiguità ; e 



DISCORSO PROEMIALE. 31 

(|uando sia pur concluso che si faccia questo racconto, non 
so da chi meglio possa esser fatto che da Erminia; perchè 
narrando Goffredo, o alcun de' vincitori, la narrazione non 
potrebbe riuscire patetica, e la presa d'Antiochia, narrala senza 
r affetto doloroso, avrebbe de r insipido. Qui metto in consi- 
derazione, che Ulisse ed Enea non narrano le vittorie loro, ma 
le sciagure, e più tosto quel e' han patito che quel e' han 
fatto : le vittorie ricercano d' esser magnificate: né da la bocca 
de' vincitori possono magnificarsi. Questo episodio per altro 
mi servirebbe assai assai a la introduzione de le persone d'Er- 
minia e di Clorinda: pur in tutto e per tutto mi rimetto al 
giudizio di cotesti signori, e non ne farò altro sinché non 
abbia a pieno inteso il parer loro ' 

A nuove obbiezioni mosse dal Barga e comunicategli' 
dallo Scalabrino, il Tasso replicò giorni appresso così : 

Ho visto quanto mi scrivete de 1' opinione del signor Fla- 
minio e del Signore circa gli episodi de' successi de' sei anni 
precedenti. In somma, io permto in sententia, che in nessun 
modo, per nissuna regola de l' arte, per nissun esempio di buon 
poeta, sia lecito di lardare a far questo racconto smo a 1' ot- 
tavo canto : e non potendosi far prima, credo che sia meglio 
a lasciarlo. Ed olirà a tutte le ragioni dette da me ne l' altro 
mie lettere, aggiungo questa, che la persona di Carlo mi pare 
poco opportuna; perocné Carlo vien d'Europa, ove si dee pre- 
supporre notissima la cagione de la guerra, e Y adunanza 
de' principi fatta in Chiaramente. È stato m Costantinopoli ; ove 
e da r imperatore, come se ne fa menzione ne l' ottavo canto, 
e dal messaggiero di Goffredo è verisimile, e quasi necessario, 
c'abbia tutto ciò che gli può esser detto da Goffredo, ed in 
vano andò ^quell' ambasciador di Goffredo, se doveva star mu- 
tolo. Che a me la pittura non paia alquanto prestetta, non dirò : 
perché certo io la vorrei anzi nel fine del primo o nel secondo 
canto, che in quel luo^o. Ma sì come nel secondo non v' è 
luogo per la pittura; cosi, doppo che s' è cominciato a menar le 
*tnanì, non mi par che si possa o si debba introdurre il racconto. 

Un altro rimedio m' è sovvenuto ; il qual se non piace, 
ritorno a la pittura : e se né la pittura né questo é approvato, 
seguirò più tosto l' opinion del Barga, de la qual per se stessa 
non mi sodisfaccio. Il rimedio é questo. Co' cristiani cacciati 
da Gerusalemme esce fuora (e questo é anco detto da l' istoria) 
il patriarca di Gerusalemme, uomo valoroso e di santissima 
vita. Avea già deliberato di dire alcuna cosa d' avvantaggio 
circa r arrivo de' fedeli cacciati nel campo, del quale é neces- 
sario parlare. Ora Goffredo riceverà, e consolerà costoro ; e 



* Lettere, I, n» 61. 



32 DISCORSO PROEMIALE. 

narrerà, pregato dal patriarca, la prima origine del lor pas- 
saggio, e le cose più principali fatte ne TAsia. E sì come si 
può molto ben presupporre che '1 patriarca sia ignaro di quelle 
cose, de le quali è forza che Carlo abbia notizia; così la di- 
gnità sua è tale, che merita che da Goffredo gli sia fatto questo 
ragionamento. Sarà fatto nel secondo canto, il qual luogo mi 
pare il più opportuno che si possa ritrovare : e la venuta d'Alete 
e d'Argante si trasferirà nel terzo. A quel che dicono contra, 
che non pare ex arte, che si narrin prima le cose fatte prima, 
risponde Aristotele e V uso di tutti i poeti : ma io non mi ere- 
dea che questa opinione de i grammatici, cavata da alcune 
parole d'Orazio, fosse più in rerum natura, da poi che s'è 
comincio a vedere Aristotele. E V altra opposizione, che la fa- 
vola non è anco introdotta ; assai mi pare introdotta la favola, 
se ben anco V esercito non è sotto la città, quando si sono già 
dette le cause de la guerra, e tutti gli apparecchi d' essa guerra, 
de runa parte e de l'altra; e quando il campo è già nel terri- 
torio di Gerusalemme : benché si potrebbe dire, che queste op- 
posizioni fossero fatte a la pittura ch'era messa alquanto prima. . 

Ma tre dubbi restano a me in questo racconto di Goffredo 
al patriarca : 1' uno, che tutto questo canto secondo si leggerà 
con poco diletto : ed a questa difficultà non veggio come poter 
rimediare: l'altro è, che le vittorie non possono essere ma- 
gnificate, nò ricever alcun ornamento de la bocca del vinci- 
tore; ma a questa credo di rimediare, introducendo Goffredo 
or piamente a riconoscere tutte le vittorie da l' aiuto divino, ed 
a magnificar la previdenza di Dio, e lalor modestamente tacer 
di se stesso e lodare i compagni: l'ultima difficoltà è, che dubito 
che la narrazione non sia per riuscire alquanto nuda e stretta; 
ma di questa giudicarci nel fatto. E se la musa spirasse, se ne 
potrebbe sperare non tutto male. Il canto riuscirebbe lungo: 
vorrei nondimeno che la narrazione fornisse col fin del canto. 
Or mettete guesta lettera, o '1 contenuto d'essa, in consulta: 
ed avisatemi qual sia tenuto l' ottimo consiglio, o il lasciar af- 
fatto l'episodio (il che non credo, nò stimo), o introdurlo con 
la pittura, e con Erminia, o pur co '1 ragionamento di Goffredo 
al patriarca. Di Carlo, in quanto a me, son risoluto ; se nuova e 
più potente ragione non mi facesse risolvere in contrario. I mi- 
racoli di quello amico dubito che se saranno in tutto conformi 
a i precedenti, troveranno il mio cuore indurato, né potranno 
convertirlo in tutto a l'idolatria omerica. E vi bacio le mani.* 

^Con lettere successive Torquato pregava lo Scala- 
brino di scusarlo presso lo Sperone se, togliendo l'epi- 
sodio di Olindo, anteponeva a quello di lui il giudizio 



* Lettere, J, n® 64. 



DISCORSO PRaEMIALE. 33 

degli altri revisori^ e anche per timore dell'inquisizione; 
voleva sapere che cosa lo Speroni stesso pensasse intorno 
all'introduzione del nuovo racconto/ Intanto il Barga 
dovette insistere presso il Tasso perchè facesse fare il 
racconto da Carlo, il superstite all'arrivo della spedi- 
zione danese ; ma Torquato replicò il 2 aprile, soste- 
nendo il parere già proposto : 

Io sempre previdi la difficiiltà d' introdurre il racconto ; e 
se quei proposti da me non èodisfacciono, non me ne maravi- 
glio. Il modo proposto ultimamente dal signor Barga non è, 
secondo me, contrario a 1 precetti de V arte, perchè, a creder 
mio, l'arte non si ristringe dentro a gli esempi de i poeti; ma 
mi par bene non secondo V uso de i poeti j ed a coloro che 
non conoscono altr'arte che l'esempio di Virgilio e d'Omero, 
potrà parer poco artificioso. Questi racconti non sono fatti 
ne' poeti, se non da le persone principali de la favola, o al- 
meno a le prineijìali. Principali sono Ulisse ed Enea, che rac- 
contano ; assai principale è Telemaco, a cui si racconta : ma 
Sveno e '1 messaggiero non solo non son principali, ma non 
sono, o a pena sono, persone de la favola. Pur non farei molta 
stima di questa opposizione, sì come non la fo de l' opposizioni 
che potessero esser fatte a la persona d' Erminia. Ma per altro 
questo modo, il quale fu da me il primo pensato, non mi 
piace, come quello che porta seco molto incommodo ed infinite 
difficultà. Bisognerebbe, a ehi volesse per questo modo intro- 
durre il racconto, troppo turbare l'ordme de le cose che son 
dette, e '1 compartimento de' canti : oltre che non può venire 
il messaggiero a questo racconto, che prima non si dicano 
molte cose, se non de la sua navigazione, almeno del suo ar- 
rivo e de la maniera con che s'introduce a i principi, de l'esor- 
tazioni sue almeno, perchè afiretti il viaggio: cose, che sì 
come non importano niente a la favola e sono affatto oziose, 
così anco credo che con poco diletto sarebbon lette. E per 
conclusione mi parrebbe d'afifrettar troppo questo racconto, 
se non trovando alcun luogo commodo per lui in Palestina, 
io mi trasferissi solo per amor suo sino a Costantinopoli. Con- 
cludo dunque di non volermi servire né di questo modo né 
di quel proposto dal Barga, il quale mi pare assai peggior di 
(liiesto. Mi servirò o de le pitture, o de l' un de' due moai pro- 
posti da me; de' quaU il primo mi pare assai vago, e l'altro 
manco soggetto a le reprensioni, che nissun altro : e forse non 
mi curerò d'introdurre questo racconto, non essend'egli in 
somma necessario. Ma ci è tempo pensare, perchè questa ha 
da essere l' ultima fatica mia intorno a questo poema * 

* Lettere, I, n® 65. * Lettere, I, n® 66. 

Tasso. * 3 



ì 



34 DISCORSO PROEMIALE. 

Intanto Torquato precipitava per la via indicata dal- 
l' Antoniano. Il 14 aprile scriveva a Roma: 

Io ho già rimosso il miracolo del sepolcro,* la conversione 
de' cavalieri in pesci,^ la nave maravigliosa ; ^ ho moderata 
assai la lascivia de T ultime stanze del vigesimo * tutto che da 
r Inquisitore fosse vista e tolerata, e quasi lodata. Rimoverò i 
miracoli del decimosettimo ; ^ terrò via le stanze del papagallo," 
quella dei baci,' ed alcune de l'altre in questo e ne gli altri 
canti, che più dispiacciono a monsignor Silvio, oltre moltissimi 
versi e parole. E tutto questo ho fitto e farò, non per dubbio 
ch'io abbia d'alcuna difficultà in Venezia; ma solo perchè temo 
che non mi sopragiungesse alcun impedimento da Roma * 

E il 24 successivo: 

Accomoderò anco l'invenzion del mago naturale^ a suo gu- 
sto : rimoverò dal quarto e dal sestodecimo quelle stanze che 
gli paiono le più lascive, se ben sono le più belle: e perchè 
non si perdano affatto, farò stampare dupplicati questi due 
canti ; e a diece o quindici al più de' più cari e intrinseci pa- 
droni miei darò gli canti intieri ; a gli altri, tutti così tronchi, 
come comanda la necessità de' tempi : ma di questo non oc- 
corre far motto. 

Nota una cosa messer Flaminio, la quale a bell'arte fu 
fatta da me : che non v' è quasi amore nel mio poema di felice 
fine (e certo è cosi), e che questo basta loro perchè essi tole- 
rino queste parti. Solo l'amor d'Erminia par che, in un certo 
modo, abbia felice fine. Io vorrei anco a questo dar un fine 
buono, e farla non sol far cristiana, ma rehgiosa monaca. So 
ch'io non potrò parlar più oltre di lei, di quel c'avea fatto, 
senza alcun pregiudicio de l' arte ; ma pur non mi curo di 
variar alquanto i termini, e piacer un poco meno a gli inten- 
denti de r arte, per dispiacer un poco manco a' scrupolosi. Io 
vorrei dunque aggiunger nel penultimo canto diece stanze, ne 
le quali si contenesse questa conversione. Vostra Signoria po- 
trà conferire questo mio pensiero con monsignor Silvio e con 
messer Flaminio : con gli altri no ; che se ne riderebbono : e 
frattanto penserò con qual modo ciò si possa fare '" 



* Cfr. qui voi. II, e. Vili, st. 39. 
2 Cfr. qui voi. II, e. X, st. 65-67. 

^ Cfr. qui voi. Ili, e. XV, st. 3 e segg. 

* Cfr. qui voi. Ili, e. XX, st. 121-136, e 1 passi allegati in nota. 
^ Cfr. qui voi. Ili, e. XVII, st. 56 e st. 92. 

« Cfr. qui voi. Ili, e. XVI, st. 13-16. 
7 Cfr. qui voi. III, e. XVI, st. 18-19. 
^ Lettere, I, n» 63. 

^ Cfr. qui voi. Ili, e. XIV, st. 33 e segg. 
*<* Lettere, I, n® 66. 



J 



DISCORSO PROEMIALE. 35 

Giunti a questo punto ' non possiamo non doman- 
darci se il Tasso scriveva il vero, poiché noi ritroviamo 
nella Liberata tutti i luoghi che dichiarava di togliere. 
Egli è che Torquato in quei due mesi di marzo e d'aprile 
ebbe V idea di sopprimere ma non eseguì, o almeno si 
limitò a contrassegnare i passi incriminati, e i segni 
si trovano nei manoscritti ; sì come non compose il rac- 
conto de' sei primi anni della guerra. Ma passato il 
primo momento di paura e di abbattimento, il poeta 
riprende i suoi diritti e non sapendo rinunciare alle 
più care creazioni della sua fantasia, a qnelVArmida 
eh' egli ben sentiva essere come donna e maga degna 
insieme d^Alcina e d'Angelica, costretto dai tempi, 
ricorre ad un sotterfugio, e pensa di far stampare a 
parte i due canti ove Armida trionfa. E nel maggio 
pare anche più baldanzoso : 

Io mi vo risolvendo di lasciare V episodio di Sofronia, mu- 
tando alcune cose in modo ch'egli sia più caro ai Chietini, 
né resti poi men vago. De le pitture non so quel che mi de- 
libererò.* 

Non era questa tuttavia la cosa più importante e 
intorno ad essa rimaneva irresoluto;' era tutta la strut- 
tura e tutta la parte romanzesca del poema che voleva 
salvare : 

Quanto a gli amori e a gli incanti, quanto più vi penso, 
tanto più mi confermo che siano materia per sé convenevolis- 
sima al poema eroico : parlo de gli amori nobili, non di quelli 
de la Fiammetta, né di queUi che hanno alquanto del tragico. 



^ Lettere, I, n® 70 ; 3 m^gio. 

^ Infatti, pochi giorni appresso, nella lettera del 22 maggio 
di cui riferisco un tratto nel testo, continuava a questo proposito: 
« Dubito come s* abbia ad introdurre la narrazione dei sei anni 
precedenti ; e fin qui mi pare il più sicuro modo, rimovendo l' epi- 
sodio di Sofronia, fare che Goffredo faccia il racconto al patriarca 
di Gerusalemme ^ e a questo credo di appigliarmi. » (Lettere, I, 
n® 75). Si vedrà m fatto, che nella favola del poema di cui ora 
diremo, è posta la sostituzione come avvenuta, e in questa idea 
rimase fermo attuandola nella Conquistata. 



36 DISCORSO PROEMIALE. 

Né tragici io chiamo solamente V infelici di fine (sebbene que- 
sti maggiormente son tragici), perchè la infelicità .del fine, 
(!ome testimonia Aristotele, non è necessaria ne la tragedia; 
ma tragici chiamo tutti quelli che son perturbati con erandi o 
maravio^Iiosi accidenti e grandemente patetici; e tale è l'amore 
di Ermmia, de la quale accennerei volentieri nel poema il 
fine, e 4 vorrei santo e religioso. Ora questa parte de gli 
amori io spero di difenderla in modo che non vi rimarrà perav- 
ventura luogo a contradizione La parte poi de le mara- 
viglie non credo che avrà bisogno di difesa, perchè rimoven- 
done io, per altri rispetti, gran parte, non ve ne rimarrà 'quantità 
soverchia : e Dio voglia che ve ne resti abbastanza. Rimangono 
solo le altre due opposizioni ; parlo de le universali. E la prima 
che il poema sia di un'azione di molti, per quanto ho di nuovo 
raccolto da molti luoghi d'Aristotele, è di nessun peso affatto. 
La seconda, che il poema sia episodiaco, non mi da gran noia ; 
oltre che non si chiama favola episodiaca quella ne la quale 
gli episodi son molti, ma quella in cui sono oziosi e fuor del 
verisimile: così dichiara Aristotele. Intorno a le opposizioni che 
riguardan i luoghi particolari, dirò solo auesto : eh' io concerò 
tutte quelle parti che giudicherò che n'aboian bisogno ; e spero 
di emendare in modo che non si conosca la cucitura.* 

Da che cosa proveniva questa resipiscenza? Da una 
idea gesuitica, pari all' altra di stampare a parte quei 
due canti ; da quella invenzione platonica che fu tanto 
comoda e cara alla contro-riforma, l'allegoria. 

La prima volta che ne troviamo menzione è nella 
lettera del 4 ottobre 1575 al Gonzaga, nella quale 
Torquato dichiarava: 

ancora eh' io non giudichi V allegoria necessaria 

nel poema, come quella di ciii mai Aristotile in questo senso 
non fa motto ; e ben eh' io stimi che '1 far professione che vi 
sia, non si convenga al poeta; nondimeno volsi durar fatica 
per introdurvela, ed a bello studio, se ben non dissi come 
re' Dante : 

Aguzza ben, lettor, qui gli occhi al vero, 
Però che '1 velo è qui tanto sottile 
Che dentro trapassarvi fia leggiero.^ 

Non mi spiacque però di parlar in modo, e' altri potesse 
raccogUere ch'ella vi fosse; rimettendo al vostro giudizio se 
(fuesto parlar fosse vizioso secondo l'arte o no 



* Lettere, I, n® 75; 22 maggio. 

* Purgatorio, Vili, 19-21. 



DISCORSO PROEMIALE. 37 

Se dunque i miracoli miei e di Rinaldo convengono a la 
poesia per sé com' io credo, ma forse sono sovercni per la 
qualità de* tempi in questa storia; può in alcun modo questa 
soprabondanza di miracoli essere da' severi comportata più fé 
dolmente, se sarà creduto che vi sia allegoria. V è ella vera- 
mente: quanto buona, io non so; ma un'altra volta ne di- 
scorreremo ' 

Allora r allegoria, ch'egli adunque non avrebbe vo- 
luto, riguardava soltanto gli errori di Rinaldo e i mi- 
racoli del bosco incantato; ma nel marzo 1576, mentre 
rivedeva il canto decimoquarto sotto l'incubo dell'An- 
toniano, forse le maraviglie del mago lo fecero ripen- 
sare a occulti significati che si potevano loro dare, ed 
ecco che scrive d'avere 

migliorate molte cose che riguardavano T allegoria, de la quale 
son fatto, non so come, maggior prezzatore eh' io non era ; 
sì che non lascio passar cosa che non possa stare a mar- 
tello.* 

Cosi certamente gli venne il pensiero di salvare 
tutto il maraviglioso che stava per condannare, dan- 
dogli un significato morale, e ^i primi di giugno scrisse 
al Gonzaga: 

Stanco di poetare, mi son volto a filosofare, ed ho disteso 
minutissimamente l'Allegoria non d'una parte ma di tutto il 
poema ; di maniera che m tutto il poema non v' è né azione 
né persona principale che, secondo questo nuovo trovato, non 
contenda maravigliosi misteri. Riderete Iqggendo questo nuovo 
capriccio. Non so quel che sia per parerne al Signore e al 
signor Flaminio ed a cotesti altri dotti romani: che non per 
altro, a dirvi il vero, 1' ho fatto, se non per dare pasto al 
mondo. Farò il collo torto e mostrerò eh' io non ho avuto 
altro fine che di servire al politico; e con questo scudo cer- 
cherò d' assicurare ben bene gli amori e gì' incanti. Ma certo, 
r affezione m' inganna, tutte le parti de l' allegoria son in 
guisa legate fra loro, ed in maniera corrispondono al senso 
litterale del poema, ed anco a' miei principii poetici, che nulla 
più ; ond' io dubito talora che non sia vero, che quando co- 
minciai il mio poema avessi questo pensiero. Vi vedrete ma- 



* Lettere, I, u» 48. * Lettere, I, n» 56. 



38 DISCOESO PROEMIALE. 

lieggiata, e volta e rivolta gran parte de la moral filosofia cosi 
platonica come peripatetica, ed anco de la scienza de V anima ; 
e se ben son molli anni eh' io non ho letto queste cose, non 
temo nondimeno che vi siano molti errori : temo bene di non 
aver saputo, o di non saper accompagnar le cose filosofiche 
con alcune teologiche che vi sono necessarie : però molte volte 
lascio Io spazio in bianco, acciochè il signor Flaminio il riem- 
pia a suo modo. Dite al Signore eh' io no fatta questa fatica, 
la quale in vero non è stala fatica se non d' un giorno, e che 
gliela manderò per quest' altro ordinario senza fallo.* 

Che l'allegoria fosse un pretesto, Torquato confessa 
di nuovo e più particolarmente nella lettera successiva 
del 15 luglio, che è per noi di grande interesse, sia 
perchè in essa prega il Gronzaga di non dire alPAnto- 
niano per quale fine l'avesse composta, e perchè riprega 
il Nobili, buon teologo, a compiere alcune parti, che 
lasciava in bianco, non essendo egli esperto in tale 
materia : 

Io, per confessare a Vostra Signoria Illustrissima ingenua- 
mente il vero,, quando cominciai lì mio poema non ebbi pen- 
siero alcuno d' allegoria ; parendomi soverchia e vana fatica 
e perchè ciascuno de gli interpreti suole dar V allegoria a suo 
capriccio ; né mancò mai ai buoni poeti chi desse a i lor poemi 
varie allegorie; e perchè Aristotele non fa più menzione de 
r allegoria ne la Poetica e ne V altre sue opere, che s' ella non 
fosse m rerum natura. Dice ben egli ne la Poetica un non so 
che d'allegoria, ma intende per allegoria la metafora continuala, 
qual è « Passa la nave mia colma d'oblio » ; la quale equivoca- 
mente, almeno per analogia, così si chiama; insomma non 
è quella di cui parliamo. Ma poi eh' io fui oltre al mezzo del 
mio poema, e che cominciai a sospettar de la strettezza de' tempi, 
cominciai anco a pensare a l' allegoria, come a cosa eh' io giu- 
dicava dovermi assai agevolar ogni difficoltà. E la trovai (acco- 
modando le cose fatte a quelle che s' aveano a fare) qual Vostra 
Signoria vedrà ; non cosi distinta però, né così ordinata in ogni 
sua parte : che certo questo ordine e questa condizione è fatica 
nuovissima, e fatta la settimana passata. 

Quel eh' io discorro in generale de l' allegoria, non 1' ho 
trovato scritto non in alcun libro stampato, ma nel Hbro del 
la mente ; sì che peraventura avrò detto alcuna cosa che non 
starà a martello : pur io mi sono uno, che quando la ragione 



* Lettere, I, n^ 76. 



DISCORSO PROEMIALE. 39 

spira, noto, e a quel modo che detta dentro", vo significando.^ 
S' avrò detto cosa non conforme a la ragione, o a la natura de 
r allegoria e de l' imitazione, volentier son per ridirmi : ma s(i 
solo avrò contradetto a quel che dicono i libri scritti (che però 
noi so), non me ne cale. Lessi già tutte V opere di Platone, e 
mi rimasero molti semi ne la mente de la sua dottrina, i quali 
peraventura avranno potuto produrre questo frutto, ed io non 
m' accorgo che sia nato di tal semenza. Questo so bene, che 
la dottrina morale de la quale io mi son servito ne l' allegoria, 
è tutta sua ; ma in guisa è sua, eh' insieme è d'Aristotele : ed 
io mi sono sforzato d' accoppiare l' uno e l' altro vero, in modo 
che ne riesca consonanza fra le opinioni. Potrebbe ben egli 
esser eh' io avessi prèso alcuno errore, perchè sono molti anni 
eh' io non ho letto né le Morali d'Aristotele né quelle di Pla- 
tone ; ed ora non ho rilette se non alcune postille : ^ nel ri- 
manente ho procurato che la reminiscenza m' aiuti. Ma temo 
sopratutto di non aver saputo ben drizzar questa moral filo- 
sofia a la cristiana teologia. Pur se in questo v' è errore, come 
io mi persuado, a Vostra Signoria ed al signor Flaminio ap- 
partiene non solo d'emendarlo, ma d'insegnarmi ancora in 
che modo io mi posso accordare a l'umor di (luesli tempi: 
perochè mia opinione è sin ora, di far stampare 1' allegoria in 
fronte del poema con una lettera e' a pieno dichiari come il 
poeta serva al politico, e il frutto che da lui si può trarre. 

Signore, se al Pico de la Mirandola ed a tanti altri è stato 
lecito d' accordare Platone con Aristotele ne le cose ne le quali 
manifestamente discordano ; perchè, in virtù di Vostra Signoria, 
non potrebbe ardire un suo servi tor di congiunger con la 
bocca e con la lingua di lei, piena di autorità, i principii poe- 
tici d'Aristotele e di Platone, massimamente non dicendo l' uno 
cosa contraria a l' altro, se non di picciolissimo rilievo ? Ben 
è vero eh' il silenzio d'Aristotele par che danni l' allegoria, o 
che non la stimi : pur, mancando i due ultimi libri de la sua 
Poetica, il suo silenzio non conclude. Io crederei accoppiando 
Platone con Aristotele di fare una nuova mistura, e dir cose, 
buone o ree non so, ma certo non più udite né pensate anco 
da me medesimo, se non dopo il mio ritorno di Roma. Questo 
posso promettere arditamente, che per nuova opinione ch'io 



* Dante, Purgatorio, XXIV, 52-54; mutata nella ragione 
V amore. 

* Monsignor Onorato Gaetani, contemporaneo del Serassi, pos- 
sedeva l' opera seguente : Sebastiani Foxii Morzilli Hispalensis, 
in Platonis Timceum commentarli. Basilce^ per Joannem Opori- 
num, 1554, in fol. I margini erano postillati di mano del Tasso, 
«e con carattere (dice il Serassi) alquanto migliore del solito: 
segno che queste note gli uscirono dalla penna in tempo della 
sua giovanezza. La maggior parte non sono che notamentì della 
dottrina cosi di Platone come del Commentatore: tuttavia se ne 
veggono alquante di suo ingegno, ec. » 



40 DISCORSO PROEMIALE. 

abbia de Tallegona, o del modo con che il poeta ha da ser- 
vire al politico, non pur non muleK> alcuna de le mie opi- 
nioni, ma tutte le confermerò grandemente, e preparerò nuova 
difesa al mio poema : e de le nuove e de le vecchie opinioni 
farò una ordinata catena. E se Pn»clo, e se alcuni altri plato- 
nici, e se Plutarco fra i i»eri patetici, non con altra difesa sal- 
vano Omero da le opposizioni fatteli, che con V allegoria ; 
perchè non sarà lecito a me, non lassando le prime difese, in 
vero più sode e più reali. ser>irmi anco di queste non meno 
ingegnose, e forse più atte a mover molli, per la magnificenza 
che si vede in loro? 

Se [l'Antoniano] intende novelle di questa mia scrittura, 
la guerra è rotta. Perchè ben MHÌe Vostra Signorìa a che fine 
ella tende : pur io non offendo, ma mi difendo ; e la difesa ò 
concessa da tutte le leggi. Scriverò per questo altro ordinario 
al signor Flaminio: fra tanto Vostra Signoria mi favorisca di 
pregarlo in mio nome, che non rincresca di drizzare questa 
mia scrittura a quella meta a la quale per me stesso non sa- 
prei drizzarla. Dico questo, perche non so bene qual sia la 
viia attiva del cristiano, né alcune altre cose appartenenti a 
(fuesto proposito. Avvertisca però di mescolare fra i miei con- 
fetti manco concetti teologici che sia possibile: perchè io de 
sidero che si possa credere che sia mia fattura: e da l'altra 
parte non voglio fingere di saper teologia, non ne sapendo; 
e* a questo troppo ripugna la mia natura. Io non credo che sia 
necessario che V allegoria corrisponda in ogni particella al 
senso lilterale; perochè nissuna tale allegoria si vede, né pur 
le platoniche, che son le più esatte. In Omero e in Virgilio, 
solo in alcun libro si trova T allegoria. E Marsilio Ficino sovra 
il Convivio riferisce queste parole di santo Agostino : Xon 
mnnia qua in flguris finguntìir , significare aìiquid putanda sunt; 
mvlta enim prater iUa, qua significant, ordinis et connexioms 
gratta adiuncta sunt. Solo vomere terra proscinditiir : sed ut 
hoc fieri possit, catera quoque huìc aratri membra iunguntur. 
La quale opinione egli approva. Sì che, quando anco i due 
cavalieri non significassero, non crederei eh' importasse molto : 
pur meo^Iio sarà che significhino; ma io non so trovar cosa 
che s'adatti. Vostra Signoria e *1 signor Flaminio mi faran fa- 
vore a pensarci. 

In quanto a le parole, la scrittura è incultissima, ed anco 
forse alquanto inordinata: ma io ho già avvezzo Vostra Si- 
gnoria e '1 signor Flaminio a sì fatte lezioni, sì che non parrà 
loro strano ' 

E il Nobili dovette compiacerlo, perchè il Tasso lo 
ringraziava il 29 luglio ; * e però dobbiamo ritenere che 



* Lettere, I, n» 79. * Lettere, I, n" 84. 



DISCORSO PROEMIALE. 41 

Tallegoria non è per intero opera del Poeta, che per 
allora otteneva così il suo intento. 

3"* Lo Stile. — In questi ultimi tempi Torquato 
aveva rivolto l'occhio altresì alla correzione più minuta 
dello stile, e infatti la lettera al Gonzaga del 22 mag- 
gio già citata, cominciava così: 

Io, come per T altra mia scrissi a Vostra Signoria Illustris- 
sima, attendo a migliorare il mio poema quanto prima si può: 
e vi attendo con animo tanto tranquillo e libero da ogni fa- 
slidio quanto non mi ricordo aver avuto molti anni sono. Ho 
riletto, per assicurarmi maggiormente, la Poetica d'Aristotile, 
e insieme Demetrio Faleroo, il quale parla più che alcun altro 
esaltamente de lo stile, e mi sono risoluto intorno a molte 
opinioni : ma cominciando da quelle che appartengono a lo 
stile, tutte o gran parie de le forme di dire e de le parole, lo 
quali sono state da me trapiantate nel mio poema da' buoni 
libri antichi, delibero di lasciarvele ; e credo che sian per re- 
care a me riputazione, e splendore e maestà al poema : dico, 
a lungo andare; che forse in questi principii molti, leggen- 
dole, torceranno il grifo. Ma a V incontro conosco d' essere 
stato troppo frequente ne' contrapposti, ne gli scherzi de le 
parole, ne le allusioni, ed in altre figure di parole, le quali 
non sono proprie de la narrazione, e molto meno della nar- 
razione magnifica ed eroica; sì che giudico che mi sia quasi 
necessario andar rimovendo alquanto del soverchio ornamento 
da le materie non oziose, perchè ne le oziose nessun orna- 
mento forse è soverchio. Ne gli spiriti e ne gli ornamenti che 
nascono non da le parole ma da' sensi, mi pare, senza par- 
tirmi da i precetti de l' arte, di poter essere molto men se- 
vero ; né stimo, a verun patto, vizio V essere alquanto più spi- 
ritoso e vivace che non fu Omero e Virgilio. E questo quanto 
a lo stile * 

A dir vero fin dal principio della revisione egli si 
era raccomandato al Gonzaga anche per ciò che riguar- 
dava la lingua, e già il 13 aprile 1575 gli aveva 
scritto : 

Ora le replicarò solamente, eh' io la prego con ogni af- 
fetto, che non le sia grave 1' affaticarsi alquanto per mia gloria, 
particolarmente ne la politura de' versi ; che certo ve ne sono 
alcuni, se non son molti, duretti. e talora troppo inculcati ; uè 



* Lettere, I, n» 75. 



42 DISCORSO PROEMIALE. 

a me è venuto fatto di mutarli : e so quanto ella sia buona 
maestra, non solo nel far di novo, ma nel rapezzare. Dubito 
ancora di non essere alquanto licenzioso ne le voci latine; 
però quelle che si potranno tor via senza scemar la maestà, 
sarà ben fatto che si tolgano.* 

Il V ottobre dello stesso anno si accusava egli stesso 
al Gonzaga di un difetto di stile che, dal Galilei in 
poi, fu sempre notato nella Gerusalemme: 

Non so se Vostra Signoria abbia notato un' imperfezione 
del mio stile. L' imperfezione è miesta : eh' io troppo spesso 
uso il parlar disgiunto ; cioè, quello che si lega più tosto per 
l' unione e dependenza de' sensi, che per copula o altra con- 
giunzione di parole. L' imperfezione v' è senza dubbio ; pur 
ha molte volle sembianza di virtù, ed è talora virtù apporta- 
trice di grandezza : ma l' errore consiste ne la frequenza. Que- 
sto difetto ho io appreso de la continua lezion di Virgilio, nel 
quale (parlo de V Eneide) è più eh' in alcun altro ; onde fu 
(Riamato da Caligula, arena senza calce. ^ Pur se bene con l'au- 
torità si può scusare e difendere, sarebbe meglio rimediarvi 
talora. Io mi ci son provato, e mi ci riproverò : Vostra Signoria 
mi favorisca d' averci anch' ella un poco d' avvertimento. Se- 
condariamente vorrei e' avvertisse a la dolcezza del numero, 
ne la qual sola considerazione ho desiderato alquanto la dili- 
genza di Vostra Signoria ; che certo ne V altre parti è tanta e 
SI giudiciosa, che non potria essere più : ma in questa non mi 
par corrisponder (dico ogni cosa a libertà) a se medesma ; anzi 
mi pare cn' ella non si curi punto, per quanto raccolgo o da 
alcun conciero o dal giudizio che fa d' alcun luogo dubbio, 
del concorso de le consonanti e de le vocali d' una stessa na- 
tura ; come in quello, Dìnfdo di donna; e 'n quell' altro, Fra 
quei che segno dle> d' ardir pili franco - rion men, die la mm. 
Ve ne sono alcuni altri simili. Io, riconoscendo d'essere stato 
alcuna volta aspretto anzi che no, ho cercalo d'addolcir molti 
versi ; e talora non tanto gli ho addolciti, quanto gli ho peg- 
giorati nel rimanente : il che e stato molto ben conosciuto da 
Vostra Signoria: ma non ho potuto o saputo più.' 

Torquato aveva già sostenuto nei Discorsi ddFarte 
poetica che il nostro volgare comportava maggiori ador- 
namenti di stile che non le lingue classiche; alcuno 



* Lettere, I, n» 24. 

^ Non di Virgilio, ma di Seneca portava Caligola questo gin- 
dizio, Be merita fede Svetonio, In Calia., e. 53. 



tizio, Be merita fede Svetonio, In Calig., e. 
^ Lettere, I, n® 47. 



DISCORSO PROEMIALE. 43 

dei revisori gli mosse poi osservazioni a questo propo- 
sito, ed egli, nel giugno 1576, si difese in due lettere 
che è necessario riferire a maggiore illustrazione del 
testo. Nella prima di esse, il Gonzaga trattava la que- 
stione in generale: 

In quanto a gli ornanìcnli, io sono più tosto indulgente 
nei lasciarli, che molto severo nel rimoverli; perchè nuovii- 
mente leggendo Demetrio ed altri che parlan de lo stile, ho 
considerato una cosa che a me par verissima e realissima. 
Molte de le figure del parlare, ch'essi attribuiscono come pro- 
prie a la forma magnifica di dire, non sono slate ricevute da 
la lingua vulgare ; per che, per esempio, malamente si potrà 
dire in questa lingua armato milite compUnt, o chiamar seira 
un ramo. Non ha ricevuto, olirà ciò, questa lingua la compo- 
sìzion de le parole eh' è ne la latina e più ne la greca, non la 
trasposizione tanto lodata da Aristotele, se non in poca parte. 
Chi direbbe transtra per,^ che non paresse schiavone? Son 
molli e molti altri modi di dire, che son propri del magnifico, 
ed innalzan lo stile senza esquisito ornamento. Or non avendo 
la nostra lingua molti di questi modi, che dee fare il magni- 
fico dicitor toscano? Quei soli e' ha ricevuti la lingua, non 
bastano peraventura. Certo, o accattar molte figure e molti 
modi da la mediocre forma o da la umile. De la umile è pro- 
pria passion, per così dire, la purità ; de la mediocre, V orna- 
mento. Ma s' egfi per sua natura è più vicino e più simile a 
la mediocre che non è a T umile, perchè non servirsi de gli 
aiuti vicini e conformi, più tosto cne de' lontani e difformi ? 
L'Ariosto, Dante e '1 Petrarca ne' Trionfi, molte volte serpono: 
e questo è il maggior vizio che possa commetter l'eroico; e 
parlo de l'Ariosto e di Dante, non quando passan nel vizio con- 
tiguo a r umiltà, eh' è la bassezza, ma quando usano questa 
umiltà, che per se stessa non è biasmevole, fuor di luogo. Or 
per conchiuaere, io giudico che questo essere talora troppo 
ornato non sia tanto difetto o eccesso de 1' arte, (guanto pro- 
prietà e necessità de la lingua. Considerisi, oltra ciò, che l' in- 
slrumento del poeta eroico latino e greco è il verso essametro, 
il qual per se stesso senza altro aiuto basta a sollevar lo stile : 
ma '1 nostro endecasillabo non è tale ; e la rima ricerca e porta 
di sua natura 1' ornamento, più che non fa il verso laUno e 
greco. Si che si deve avere anco accessoriamente qualche ri- 
guardo a l' instrumento, non solo al principale, come s' ha in 
non romper tanto i versi, quanto si rompono ne V essametro : 
si deve anco condonare a la lingua vulgare e a le stanze qual- 
che eccesso d' ornamento. Tutto questo no detto non solo comò 



» Come Virgilio nel V dell' Eneide, v. 663. 



44 DISCORSO PROEMIALE. 

teorico, ma come pratico ancora: pur Vostra Signoria vedrà 
nel canto eli' io le manderò, sin a (|uanto giudico che si debba 
stendere questa moderazione d' ornamento, la quale in alcune 
cose in ogni modo è necessaria. Ho scritto queste cose in fretta, 
e confuse. Vostra Signoria le intenda per discrezione ; e mi 
faccia favore di conferire (juesta mia opinione co '1 signor Barga 
e co *1 signor Flaminio. E le bacio le mani.* 

Nella seconda, allo Scalabrini, da osservazioni par- 
ticolari risaliva alla teoria generale: 

Già corre lento ogni hr ferro al sangue,^ dettò Febo : se 
la penna non lo scrisse, (jual colpa è de la mente o de V orec- 
chio? Mi piace poi, che voi v'ingegnaste di trovar che fosse 
composto ad arte quel che fu scritto per trascuraggine ; e certo 
che de' versi sì fatti, ne' quali non si fa alcuna collisione, è 
pieno Dante : pur non mi giova d' imitarlo. Aveva fra '1 verso, 
non seguente vocale, non s' usa dal Petrarca o da petrarchi- 
sti ; né io intendo di allontanarmi dal loro esempio, non tanto 
perch' io lo stimi grand' imperfezione di numero, quanto per- 
chè mi pare che '1 cercar brighe, dove si possano schivar con 
suo onore, sia da cervel gagliardo e contenzioso. Sì che mi 
sarà cara ogni diligenza che '1 Signore userà per rimovere 
da' miei versi tutte le parole simili : e '1 suppUco e scongiuro 
a seguir come ha cominciato. 

È ben vero eh' io vo dubbitando eh' in un particolare non 
siamo [col Gonzaga] assai differenti e di gusto e d'opinione. 
Egli mi scrive un non so che di languidezza di versi, per fini- 
mento di parole: Tion necessario scrisse; se ben intese, rum 
convenevole. Se le parole sono queste, o simili: soprani, se- 
reno, Saracino, fedele ; male ho fatto a fornirle non seguendo 
vocale, e bisogna che siano accorciate in ogni modo : pur mi 
maravigho de la mia trascuraggine, che sapendo io questa re- 
gola, e guardandomi di non romperle la testa, abbia nondimeno 
errato contra essa in molti luogni ; eh' in alcuno credo di aver 
errato, ma in molti sarei stato troppo trascurato. Stimo dun- 
(jue che '1 finimento sia ne' nomi sdruccioli : verbi grazia, or- 
riHky formidabile, nobile; e' anco questi pare ad alcuni che 
caggiano sotto la medesima regola ; a me non già : anzi a 
beuo studio ho introdotte alcune parole sì fatte con l'intiero 
finimento, sì come fece anco il Petrarca in questi luoghi: 

Tornando da la nobile vittoria. 
Nobile par de le virtù divine. 
Chi pone in cosa stabile sua spene.' 
Vinto la fin dal giovine romano. 



* Lettere, I, n» 77. ^ Canto XI, 57. 

^ Non è cosi il verso del Petrarca nel Trionfo del tempo, 
ma dice : Fondar in loco stabile sua spene. 



DISCORSO PROEMIALE. 45 

Xè solo in questi il fece, ma in altri ancora che non mi sov- 
vengono. Ne mi piace T opinione di coloro che non approvano 
i Trionfi per autentici ; perchè i Trionfi furono fatti da lui ne 
1' età più matura, ed approvati dal suo giudizio, come appare 
in una epistola latina : e se forse non sono così levati come 
il Canzoniere, non si conveniva forse a poema narrativo quella 
esquisita e diligente levatura che si conviene al lirico. Così 
crede lo Sperone e ben crede: ed io passo oltre con la mia 
credenza, e stimo che ad un poeta epico convenga aver mag- 
gior riguardo a' capitoli e' a i sonetti ed a le canzoni, almeno 
111 certi luoghi. So ancora che i critici greci e latini lodano 
Omero e Catullo, che ne' loro versi essametri abbiano spesso 
accettato il verso spondaico, ed alcune parole lunghe e ca- 
denti : e par loro che Virg^ilio in questo abbia troppo fuggite 
queste condizioni, le quali non convengono a lo stile fiorito 
ornato per sé ; ma a f alto e magnifico sono quasi neces- 
sarie. La ragione di (jiiesto è data da loro : ed io ne tratto 
ne' miei Discorsi,' ove parlo de lo stile. In somma, lo stile ma- 
gnifico vuole talora il non curante, se ben non ama il trascu- 
rato. Cosa da trascurato sarebbe il fornire capitano, cavaliero, 
baleno; ma non già oìribile o Twbile. Anzi mi sovviene che 
Iacopo Corbinelli fiorentino, uomo dotto, che ha speso tutto 
il suo tempo in considerar i numeri del parlar così legato 
come sciolto, in un' operetta eh' è quasi traduzione di Deme- 
trio Falereo, ammira quel di Dante, A VorrMle tmre; ove 
alcuno altro richiederebbe che si dicesse A VorìiUl torre. E 
(questo medesimo lodò assai in casa del Pinelli,* ch'io avessi 
ricevute volentieri nel mio poema le parole lunghe: ne le quali 
non niego però di non essere stalo un poco frequente ; che 
certo mi pare che vi siano troppo spesse, e che sarà ben fatto 
tome alcuna : pur non fu caso, ma studio, se non arte. Ed il 
mio giudizio ed il mio orecchio concorrono in questo, che da 
lai parole nasca molta magnificenza : e così crede Aristotele 
ancora, se bene non sono forse d' esquisito ornamento. 

E qui torno a replicare quello che ho detto, che non è il 
medesmo carattere il magnifico e 1' ornato ; e se ben il ma- 
gnifico non ricusa l' ornato, anzi molto volentieri e molto spesso 
il riceve e se ne copre tutto, per così dire : tuttavia 1' orna- 
mento è proprio de la forma di dire mediocre, quale è la li 
rica; ne la quale si schiva, come viziosissima, la replicazione 
de le parole, e s' afTettano i contraposti e gli anliteli. Il ma- 
gnifico a r incontro non cura di mirar si basso : e talora, 
avendo proposto tre cose, risponde a due ; nò, se per altro è 
opportuna, fugge la replicazion de le parole. Di ciò, oltra l' au- 
torità e le ragioni del Falereo e 1' autorità de' greci e latini. 



* Discorsi dell'arte poetica, ed in particolare del poema eroico. 
Dello stile parla nel discorso terzo. 

* Nel marzo 1565 a Padova. 



40 DISCORSO PROEMIALE. 

n'abbiamo assai chiaro T esempio del Casa; uodio studiosis- 
simo di Demetrio, e che mosse il Vittorio a pubblicarlo e co- 
mentarlo. Il Casa, dico, in quel sonetto magnifico, Questa vita 
mortai, ec(r., replica non una ma più fiate alcune parole me- 
desme, né serva la regola de' contraposti. Questo sia detto per 
iscusare la replicazion de le parole eh' è nel mio ; la quale 
però, a confessare il vero, comecbè alcune volte sia nata da 
elezione, alcune però ò proceduta da Irascuraggine : però bi- 
sognerà averci su diligente riguardo, acciochè la sprezzatura 
non sia come quella di colui che per isprezzatura si lasciava 
cader le brache. Oltra i nomi sdruccioli e' hanno la penultima 
breve, massimamente quelli e' han la l per ultima consonante; 
oltra questi, dico, sono alcuni verbi che non è sempre neces- 
sario accorciarli. Già io avea fatto un verso, eh' è nel terzo 
canto, così: Non osan pur d* asakurar la ruta. Poi schivando 
di posarmi su la quarta, in che son troppo frequente, volsi 
più tosto dir così: Non ardiscono pur d* alzar la vista. Né 
quello ardiscono ivi m' olTende : e ve n' è alcuno esempio 
ne' Trionfi, ma non V ho pronto. In somma, io non vo' V avem, 
i simili ; non soprano, o camUere o baleno, o le simili for- 
nite ; ma non ricuso il fornimento degli sdruccioli e d' alcuni 
verbi. E se ben ho Dante e l'Ariosto nel numero di coloro 
che si lasciano cader le brache; stimo nondimeno che tutto 
ciò e' ha ricevuto il Petrarca ne' Capitoli, trattene alcune voci. 
iKm si possa ricever senza imperfezione, ma che non si possa 
sempre lasciare senza soverchio d' affettata diligenza ; la quale, 
ad una voce, tutti i retori latini e greci escludono dal magni- 
fico. Questo tanto eh' io scrivo, desidero che sia letto dal mio 
Signore, perch' egli sappia la mia opinione ; ma 'l prego non- 
dimeno, e '1 supplico che perciò non rallenti punto la cura 
intrapresa; che so bene che dal suo giudizio e da la sua mano 
non potranno uscir se non infiniti miglioramenti; ed io ho 
s»^mpre più confidato ne la sua lima, cne ne la mia . . . .* 

Seguendo queste norme, come aveva avvisato nella 
lettera del maggio, si pose a correggere il poema, e 
il 23- giugno avvisava al Gonzaga: 

Ho fatto alcuni concieri pertinenti a lo stile, o per legare 
il parlar troppo sciolto, o per rimovere alcun soverchio orna- 
mento, per schivar alcun modo di dire forse troppo audace 
e non del tutto puro. Ma in questa parte non m' avanza poco 
che fare, e sarà necessario eh' io rimetta qualche cosa a la 
seconda edizione . . . .* 



Lettere, I, n» 78. - Lettere, I, n» 80. 



DISCORSO PROEMIALE. 47 

Torquato pensava adunque alla stampa dell' opera 
sua, la quale in quel momento era^ quasi ridotta nella 
forma in cui nei la conosciamo. Soltanto, pare che 
egli, prima di stamparla, si fosse da ultimo risoluto, 
togliendo l'episodio di Olindo, a introdurre nel se- 
condo canto il racconto dei sei anni precedenti, e, di 
conseguenza, l'arrivo di Clorinda avveniva nel primo e 
l'ambasciata di Argante e di Alete nel terzo. Di que- 
sta sua intenzione è testimonio una lettera del luglio 
a monsignor Orazio Capponi, nella quale quasi riassume 
tutto ciò che noi siamo venuti analizzando fin qui; e 
cioè il principio de 1' unità di molti da lui tenuto, e 
l'uso alquanto largo degli episodi e degli ornamenti 
dello stile. 

A questa lettera univa la favola del poema, ossia 
gli argomenti, abbastanza diffusi, dei singoli canti: e 
tutto ciò spiegava e mandava in sul compimento delle 
sue fatiche al Capponi, perchè questi ne facesse parte 
a quel Leonardo Salviati, che otto anni dopo doveva in 
sì malo modo denigrare lo stesso poema. Ecco per in- 
tero questa lettera, documento prezioso per la storia 
del testo, di nuovo collazionata sull' autografo : * 

.... non polendogli [a L. Salviati] mandar il poema, gli 
manderò la favola, non ristretta» in poche parole, come re- 
stringe Aristotele quella de T Odissea, ma alquanto più larga, 
sì che vi si veggano anco gli episodi. Conosco nondimeno, 
ch'io scemerò assai di quella opinione la quale egli mostra aver 
assai buona di me, in Targali veder la fóvola così nuda : perchè 
ne la favola e ne gli episodi, mentre ho procurato di dilettai' 
altrui, non ho talora interamente sodisfatto a me slesso, che 
sono di gusto severo anzi che no ; ma ne le sentenze, nel 



* L'autografo è nella Biblioteca della Facoltà Medica di 
Montpellier, e in occasione della mostra per il terzo centenario 
tassiano le quattordici pagine contenenti la favola sono state fo- 
tografate per intero, e se ne vedrà il fac-simile nell' album che 
l'editore Danesi di Roma pubblicherà come ricordo del centenario 
stesso. 



48 DISCORSO PROEMIALE. 

(oslume, ne V elocuzione e nel movimento de gli affetti, non 
nego di non aver manco dispiaciuto al mio medesimo giudicio. 
Pur se M signor Salviato rignarderà la mia favola non con 
P occhio del rigore, ma con ((uello de la indulgenza, ho alcuna 
speranza che non sia per giudicarla del tutto rea ; perchè se 
bene io medesimo conosco d' essermi allontanato alquanto da 
l'esempio d'Omero e di Virgilio, mi pare nondimeno di es- 
sermene manco allontanato elio qualsivoglia altro poeta greco 
latino toscano, eh' io abbia Ietto : eccettuando Dante e 
PAlemanni ne l'Avarchide : benché il poema de PAlemanni si 
può chiamare anzi traduzione, che nuovo poema : e la Com- 
media di Dante, per la sua divinità, non deve discendere in 
([uesti paragoni. Ma non eccettuo V Italia liberata, se bene fu 
opera d' uomo così intendente, come il g[iudica il Vittorio, e 
come fu in vero : perchè P Italia liberata e forse più licenziosa 
ne gli episodi che non è il mio Goffredo, ed ha gli episodi 
meno attaccati a la favola, o meno dipendenti da essi. Oltra 
di che, io non prendo a cantar se non quel solo che, dopo 
sei anni di guerra, fu fatto in tre o quattro mesi per la espu- 
gnazion sola di Gerusalemme; e cerco d'unirlo in maniera in 
un nodo, che non si possa dubitare de P unità de l'azione; e 
non hanno punto dubitato che la mia azione sia una e intiera 
e di convenevol grandezza, il Barga e Io Sperone, per altro 
severissimi. Ma il Trissino canta tutta la guerra intiera fatta 
per la liberazione d' Italia ; sì che v' è non solo ciò che si fa in- 
torno a Roma, ma ciò che si fa per tutta Italia, con P espu- 
gnazione di molte città, lo non ardirei però mai di dire, che 
queste fosser molte azioni, come apertamente dicono lo Spe- 
rone e '1 Barga; parendomi che tutti quei fatti dii)endano da un 
principio, e tendano ad un fine -^ sicché si può salvare che 
I' azione sia una. Pur questa unita così larga, e composta di 
tante azioni, non è approvata da Aristotele, quand' egli dice, 
che bene fece Omero a non descriver tutta la guerra troiana. 
(Confesso nondimeno, che la mia azione è alquanto più ampia 
e più composta di quella de l' Iliade ; ma s' io mi fossi pro- 
posto altro line che 1' acquisto di Gerusalemme, non avrei po- 
tuto esser così vario ne gli episodi, com' io desiderava ; oltre 
e' avrei fatto quel medesimo che fece Omero prima, e poi l'Ale- 
manno. Ma qualunque si sia la mia favola, io volentieri la sot- 
topongo al giudicio del signor Salviato, dal quale non desidero 
«ihe si conceda alcuna cosa a la grazia ed a P amicizia ; ma 
tornandogli per altro comodo di parlar del mio poema, ne 
parli hberamente. Vorrei bene che concedesse a P amicizia ed 
a P intercessione di Vostra Signoria questo solo favore ; cioè 
ch'egli, se'l può fare senza suo discomodo, si dilatasse alquanto 
in rispondere a P opposizione del Castelvetro, dico a quella de 
r istoria, ed anco in mostrare che P ornamento è proprietà 
de' poemi toscani ; dico P ornamento e' alquanto ecceda P uso 
de' greci e de' latini : ed accioch' egli possa esser giudice de 



DISCORSO PROEMIALE. 49 

lo stile ancora, gli manderò un di que' canti, ne' quali de- 
scrivo ì falti d* arme, e mi farà segnalatissimo favore di notare 
in questi tre canti ' tutte quelle parole o quelle forme di dire 
che gli dispiaceranno. Prolesto nondimeno, che fin ora ve ne 
sono alcune de le quali io medesmo non mi compiaccio* . . 

quella debile aura di fama è passata a noi da V istoria, tale 
quale appunto io dico ; perchè, dice il conte di Prochese ne la 
sua Istoria, in questa guerra fu combattuto non solo fra gli 
uomini, ma fra le donne ; perochè molte donne cristiane pas- 
sarono in Asia, e si mescolarono ne le battaglie : e le donne 
Saracino difesero la città con virile ardimento, e oltr' a ciò con 
tutte le insidie femminili procurarono d'allettarci cristiani nel 
lóro amore, e di convertirli a la lor fede. Queste o simili pa- 
role si leggono ne V istoria francese. Ma in Paolo Emilio e in 
Roberto Monaco si le^ge, che ne gli ultimi anni de la guerra, 
ne' cristiani s' era intiepidito il zelo de la religione, e che com- 
misero molti peccati con le donne Saracino ; sì che da alcuni 
santi sacerdoti fu detto, che V avversità de' cristiani procede- 
vano da i loro amori scelerati. Eccovi Y origine de la fama, 
eccovi 1' occasione con la quale io introduco gli amori nel 
poema; non punto di cattivo esempio, poiché gì' introduco 
come istrumento del diavolo : né trovandosi ne le istorie alcun 
particolare de gli amori de' cristiani e de le loro concupiscenze 
carnali, ben poss' io particolarizzare questo universale a mia 
voglia, senza contradire a l'istoria. Tutto ciò ch'io dico anco 
de r ira del mio Achille, de la sedizion del campo, de gli in- 
canti, nasce da alcun seme de l' istoria : ma V istorie sono 
molte e molto varie, sì che colui che vuol giudicare, bisogna 
che r abbia tutte viste. Non nego però, eh' io non mi prenda 



* Dne altri evIdiMitemente aveva già il Capponi. 

* Il Salvirtti addi subito al desiderio del Tasso, cosi che questi, 
tutto lieto, scriveva il 27 luglio al Gonzaga: «Il cavalier Salviati, 
gfìiitilnomo de' più h»ttcrati di Fiorenza, c'ora fa stampare un suo 
Commento sovra la Politica, a questi giorni passati mi scrisse una 
lettera molto cortese, ne la quale, mostrando d' aver veduti alcuni 
miei canti, mi lodava assai sopra i meriti miei. Abbiamo per let- 
tere non solo cominciata, ma stabilita in guisa T amicizia, chMo 
ho conferito seco alcune mie opinion!, e mandatoli la favola del 
mio poema, largamente distesa, con gli episodi. L'ha lodata assai; 
e concorre no la mia opinione, chMn questa lingua sia necessaria 
magrgior copia d' ornamenti, che ne la latina e ne la greca: e mi 
scrive eh' egli non scemerebbe punto de l'ornamento. Né solo me 
lo scrive ; ma mi manda separatamente una scrittura, ne la quale 
con molte ragion! si sforza di provare questa sua intenzione. Io 
nondimeno son risoluto di moderarlo in alcune parti; e tanto più 
mi confermo in questa deliberazione, quanto che per lo più V ec- 
cesso de l'ornamento è ne le materie lascive, le quali per altre 
cagioni ancora bisogna moderare. t> (Lettere, I, n^ 83.) 

Tasso. * 4 



50 DISCORSO PROEMIALE. 

ardire d' introdurre alcuna cosa del lutto fìnta: ma ne la somma 
de la guerra non molto m' allontano dal vero ; altero solo alcune 
circostanze. 

FAVOLA DE LA GERUSALEMME. 

Canto L — Già volgeva il sesto anno eh' i principi cristiani 
erano passati in Asia, i quali pieni di diversi affetti e poco 
concordi, sopragiungendo un verno piovosissimo, s' erano di- 
visi ; e omai era vicino il principio de la primavera, quando 
Iddio, volgendo gli occhi a terra, rimirò i secreti de' lor cuori. 
Iddio manda T angelo a Goffredo, e Goffredo invita i principi 
a congregarsi in Tortosa. S' adunano : Goffredo li essorla a 
r impresa di Gierusalemme. È da loro eletto general capitano. 
Si fa la mostra de le genti. L'essercito marcia. Goffredo manda 
un messaggiere ad affrettare il principe di Dania, che nuova- 
mente era passato in Asia, che venga ad unirsi seco. Ha vet- 
tovaglie dal re di Tripoli, e guide da i cristiani del monte Seir. 
Giunge a Gierusalemme la fama de Pessercito cristiano che s*è 
mosso. Si dà alcuna notizia del re e de lo stato de la città. Il 
re fa i suoi apparecchi, caccia [i orist,...^ ^ il patriarca e quei 
cristiani che erano atti a portar armi, da la città. Giunge Clo- 
rinda in sua difesa. 

Canto II. — I cristiani cacciati si congiungono in Emausse 
con r essercito de' fedeli. Goffredo gli consola ; e narra al pa- 
triarca r imprese fatte da loro in Asia, ne' sei anni precedenti. 

Canto III. — Giungono ambasciatori del re d' Egitto. Offe- 
riscono r amicizia e la protezione del lor re, pur che V esercito 
cristiano non molesti lo stato del re di Gierusalemme confede- 
rato.^ Ultimamente annunzian guerra. Goffredo l'accetta. Ar- 
gante, divenuto di messaggiero nemico, entra in Gierusalemme. 
Torna Alete al suo re con la risposta. Il campo giunge a vista 
di Gierusalemme. Si descrive la divozione de' principi e de' sol- 
dati. Escono Clorinda e Argante a scaramucciare. Clorinda s' af- 
fronta con Tancredi. È riconosciuta da lui. Erminia, figliuola 
del già re d'Antiochia, riparatasi, dopo la sua liberazione, in 
Gierusalemme, mostra da una torre al re i principi cristiani, e 
lì nomina a dito. S' accenna eh' ella sia amante di Tancredi. In 
tanto i saracini sono, per valore di Rinaldo e di Tancredi, cac- 
ciati ne la città. Dudon, capitan de gli avventurieri, seguitando 
troppo ardentemente la vittoria, è ucciso da Argante. GoflFredo 
considera il sito de la città. S' accampa. Si fanno l' essequìe 
di Dudone. Si tagliano legni per le machine, senza le quali 



^ È cancellato nell' originale. 

^ Le guerre fatte sino a quel tempo, erano state fatte contro 
r imperio de' turchi, de' quali erano emuli gli egìzi. — (Nota in 
margine del Tasso,) 



ì 



DISCORSO PROEMIALE. 51 



g 



jiudica Goffredo che non si possa espugnar Gierusalemme. E 
si dice che nel paese di Gierusalemme e solo un bosco ove si 
possa avere materia per le machine. 

Caisto IV. — Consiglio de' demoni. Venuta d'Armida.* 

Canto V. — Mentre Armida procura d' invaghire i principi 
cristiani, e sollecita il soccorso, Goffredo chiama a sé gli av- 
venturieri, tenta di rimovcrli dal lor proponimento, adducendo 
ragione perchè non voglia sforzarli, ma desideri di persuaderli. 
Gh è risposto da Eustazio ; il quale, come anco tutti gli altri 
fanno, ricopre V amore sotto il pretesto de 1' onore. Si risolve 
al fine Goffredo, eh' essi eleggano, com' altre volte ancora ave- 
vano fatto, il lor capitano, il quale scelga i dieci campioni 
d'Armida a suo senno, ma non passi questo numero. Eusta- 
zio, geloso, cerca di persuader a Rinaldo, giovine bello e va- 
loroso sovra ciascun, che chieda il grado del capitanato, o 
e' offertogli r accetti. Rinaldo ricusa di chiederlo : si contenta 
'd' accettarlo. Gernando, fratello del re de' Norvegi, si fa suo 
competitore ; e stimolato dal diavolo, dice a Rinaldo parole 
ingiuriose: Rinaldo l'uccide. È accusato e difeso: ricusa d'andar 
prigione e di sottoporsi al giudizio del capitano, secondo i ter- 
mini ordinari. Minaccia. Persuaso da Guelfo suo zio, e da Tan- 
credi, si parte. Goffredo parla di nuovo a gli avventurieri, ri- 
toglie loro r autorità concessa d' eleggersi u capitano. Destina 
per loro capitano quel di loro, che primo salirà su le mura. I 
campioni d'Armida si cavano a sorte. Eustazio, e molti de' più 
forti, non essendo usciti del vaso, la seguono di notte ascosa- 
mente. 

Canto VI. — Argante procura di persuadere al re, che tenti 
la fortuna de la battaglia : il re ricusa, e dice d' aspettar presto 
soccorso da Solimano. Argante chiede licenza di venir a duello 
con alcun cavalier cristiano. Manda la disfida : è accettata. Esce 
in campagna, accompagnato da Clorinda. Tancredi esce da gli 
steccati per combatter con esso lui. Si ferma a vagheggiar 
Clorinda, dimenticandosi quasi la cagione per cui si era armato. 
Ottone, un de gli avventurieri, giovine impaziente, va centra 
Argante : è vinto. Tancredi si riscuote ; combatte ; sopra- 
giunge la notte. Sono partiti da gli araldi : si danno la fede 
di tornar il sesto dì a terminar la loro querela. Si digredisce 
ne gli amori d'Erminia, amante di Tancredi, desiderosa di 
medicarlo. Tancredi, per uno strano accidente, ferito com' egli 
è, si parte dal campo, credendo d' aver tosto a ritornare. 

Canto VII. — Si narra quel e' avvenga d' Erminia, e come 
Tancredi resti prigioniero nel castello d'Armida. Argante s' ap- 
presenta a la battaglia : rampogna i cristiani, minaccia. Erano, 
per vari accidenti, lontani dal campo Rinaldo, Tancredi, e tutti 



' Da questo canto, quasi da fonte, derivano quasi tutti gli 
episodi. — {Nota in margine del Tasso.) 



52 DISCORSO PROEMIALE. 

gli altri più forti : i presenti non ricusano la pu^na, e non 
ardiscono di chiederla. Goffredo si sdegna, si vuole armare; 
è ritenuto dal vecchio Raimondo, conte di Tolosa; il qua! 
non diffida del valore del capitano, ma giudica che quella Det- 
taglia non si convenga a la sua dignità. Raimondo riprende i 
pnncipi cristiani : loda i tempi passati. Molti chiedono la pugna; 
Raimondo fra gli altri. Si rimette V elezione a la sorte. Rai- 
mondo è tratto fuor del vaso. Fa orazione a Dio. Scende V an- 
gel custode in sua difesa. Combattono i due guerrieri. Si 
rompe la spada ad Argante. I Saracini, per istigazione dia- 
bolica, rompono il patto. S' azzuffano gli eserciti. Argante fa 
gran cose. I Saracini son posti in fuga. I diavoli muovono pioggia 
e tempesta e vento impetuosissimo contro i cristiani. Clorinda, 
presa r occasione, gli assale.* I fuggitivi si volgono. I cristiani 
luggono. Goffredo solo difende i suoi ; reprime Y impeto d'Ar- 
gante ; raccoglie le genti sparse ne gli steccati. 

Canto Vili. — Giunge al campo un cavaliere di Dania. Narra 
che M suo principe e tutti i suoi compagni sono stati tagliati a 
pezzi da Solimano. Porta la spada del principe in dono a Ri- 
naldo. Sono portate quel giorno medesimo V arme di Rinaldo 
sanguinose al campo. Si crede per certissime conietture, che 
Rinaldo sia stato ucciso da' cristiani. Aletto appare in sogno ad 
Arginano, sotto T imagine di Rinaldo ucciso. Argillano accusa 
Goffredo, move la sedizione. Aletto sparge il suo veleno. Gof- 
fredo, con ardire e con autorità, reprime la sedizione ; fa im- 
prigionare Argillano. È visto V angelo custode apparecchiato 
m sua difesa. 

Canto IX. — Aletto va a trovar Solimano, già re de' Turchi, 
che dopo la perdita del suo regno s' era ricoverato in corte 
del re d' Egitto, e con T oro d' Egitto aveva assoldato gran 
moltitudine d'Arabi. Gli appare sotto la forma d'Araspe. L' essorta 
ad assalire il campo de' fedeli. Porta l'avviso a Gierusalemme 
del disegno di Solimano. Solimano assalta di notte tempo i 
francesi. Prima fa grande strage di loro. Poi sovragiungendo 
Goffredo, che fa non minor uccision de gli arabi, s'azzuffa 
con lui. Escono da 1' altra parte Argante e Clorinda; si com- 
batte con dubbia fortuna. I demoni ispirano forza e ardire a 
i saracini. Iddio manda Michele a discacciarli. Si fa giorno. 
Arrivano in aiuto de' cristiani cinquanta cavalieri. Gli Arabi 
sono sconfìtti. I Soriani si ritirano. Solimano fugge, ma gene- 
rosamente. 

Canto X. — Si narra come Solimano sia condotto da Ismene 
mago per via secreta ne la città, e come giungendo improv- 
visamente nel consiglio, interrompa i parlamenti di pace e di 
tregua. Goffredo avendo riconosciuto i cavalieri, da' quali aveva 



Tasso.) 



* Non era prima entrata in battaglia. — (Nota in margine del 



DISCORSO PROEMIALE. 53 

ricevuto V insperato aluto, eh' erano Tancredi e i seguaci d'Ar- 
mida, intende da un di loro com' essi fossero imprigionati da 
Armida, e come liberati da Rinaldo ; e s' ha alcuna confusa 
notizia de V armi dì Rinaldo. 

Canto XI. — Essendo già fornite le machine, Goffredo 
s' apparecchia a l' assalto. Si cantano, per consiglio di Pietro 
Eremita, le letanie. Vanno i cristiani a l' assalto. Nel principio 
procedono lor le cose assai felicemente; poi, ritirandosi Gof- 
fredo ferito, si muta la fortuna de la guerra. Sono piagati quasi 
tutti i principali del campo. Argante invita Solimano, emulo 
suo, aa uscir fuori per lo rotto d' un muro. Escono e uccidono 
molti cristiani. Spezzano le machine minori. La maggior torre 
è difesa da Tancredi. I due pagani, a' preghi de' suoi, si riti- 
rano. Goffredo è medicato; torna a l'assalto; fa gran prova. 
La notte però divide la battaglia. Si rompono a la gran torre 
di legno, mentre è ricondotta in dietro, le ruote già peste ed 
indebolite per le percosse ricevute: è puntellata. Goffredo vi 
lascia gente in guardia, e comanda che sia racconcia. 

Canto XIL — Morte di Clorinda. 

Canto XIIL — Ismene il mago, vedendo i cristiani senza 
macchine, pensa d' incantare il bosco, onde essi non possano 
rifarne de l' altre. Si descrivono i suoi incanti ; dà poi avviso 
al re di quanto ha fatto. Gli predice che tosto si congiungerà 
Marte col sole in Leone ; e per questa ed altre cagioni seguirà 
stagione, oltre ogni usanza, caldfa e secca. Gli promette cer- 
tissima vittoria ; e '1 persuade a non combattere. Fuggono i 
mastri de le machine dal bosco, gl'incanti del quale altro 
non sono che illusioni. Molti cavalieri tentano la ventura ; tutti 
ritornano indietro spaventati. Tancredi supera tutte l' apparenze, 
salvo r ultima, da la quale è vinto. Goffredo vuole esporsi al 
pericolo, ma se ne rimane per consiglio de l'Eremita. Sopra- 
giunge caldo intollerabile ; si secca il rivo ; sono avvelenati i 
fonti. I cristiani languiscono. I Greci si fuggono dal campo. 
Molti latini fan consiglio di partirsi. Tutti universalmente ac- 
cusano Goffredo come ostinato, e sopra venendo il campo 
d' Egitto, si mettono per vinti. Goffredo chiede ne le sue ora- 
zioni la pioggia al Signore Iddio. Iddio riguarda con occhi 
benigni il campo, e dice: 

Or cominci novello ordin di cose, 
£ lor si volga prospero e beato. 

Piove larghissimamente; cresce il fiumicello; l'aer si rinfresca. 
Canto XIV. — Dormono i cristiani, e si ristorano de le 
fatiche e de le vigilie. Iddio manda a Goffredo sogno simile a 
quello di Scipione. Gli sono predette le sue vittorie, e la sua 
assunzione al regno. È consigliato a perdonare a Rinaldo; e 
gli è detto: 

Perchè se Talta previdenza elesse 
Te rettor de le squadre e capitano, 



54 DISCORSO PROEMIALE. 

Destinò insieme, eh* egli esser dovesse 
De' tuoi consigli essecutor sovrano: 
A te le prime parti, a lui concesse 
Son Io secondo ; tu sei capo, ei mano 
Di questo campo; e sostener sua vece 
Altri non puote, e farlo a te non lece. 

Goffredo, desto, raduna il consiglio. Guelfo, così inspirato dal 
Signore, chiede la grazia del nipote; lutti i principi pregano 
in suo favore; Goffredo concede la grazia. Guelfo vuol man 
dar messaggieri in Antiochia, ove crede ch'egli sia. Il romito,' 
che sostien la persona di Calcante,* dice che non è in An- 
tiochia ; indirizza messaggieri altrove ad un saggio suo amico.^ 
Hanno i messaggieri novella di Rinaldo ; e come Armida, per- 
seguitandolo, e avendolo preso, s'era finalmente accesa de 
l'amore di lui: sono indirizzati, e consigliati. 

Canto X\'. — Si descrive il viaggio de i messaggieri, e 
particolarmente com' essi passano vicino al luogo ove s' adu- 
nava r oste del re d' Egitto, ed intendono la cagione de la sua 
tardanza. Si descrivono le difficoltà che trovano, prima che 
entrino nel castello d'Armida. 

Canto XVI. — Si descrive il giardino d'Armida, l' abito e la 
vita di Rinaldo, la sua liberazione. Armida tenta di ritenerlo 
con gli incanti ; non può, che la sua arte è vinta da maggior 
virtù. « Lassa gli incanti, e vuol provar se vaga — E supplice 
beltà sia miglior maga. » Prega affettuosissimamente, c'almen 
le sia concesso di seguirlo. L' è data cortese ripulsa. Va in 
furia. Rinaldo si parte. Armida ritorna in sé. Si lamenta. Si 
risolve a la vendetta. Va ne l'essercito de gli egizi. 

Canto XVII. — Si descrive il regno e la possanza del re 
d' Egitto. Si fa il catalogo de le sue genti. Egli elegge il ge- 
nerale. Armida parla. Accende i principi saracini contra Ri- 
naldo. Rinaldo è incontrato ed armato dal Saggio. 

Canto XVIII. — Giunge ne 1' esercito cristiano. S' appre- 
senta a Goffredo. Si confessa. Disincanta il bosco. Si fanno le 
machine. È presa una colomba con una lettera che scriveva 
il capitano egizio al re di Gierusalemme. Goffredo mostra la 
lettera a i principi. Raimondo consiglia che si mandi una spia 
nel campo de' Saracini. Va per ispia Vafrino scudiero di Tan- 
credi. Sono fatte le machine, più tosto e con maggior artifi- 
cio, per r arrivo di Guglielmo il Ligure, artefice ramoso. Si 
dà r assalto. Rinaldo è primo a salir su le mura. Goffredo da 
r altra parte s' affronta con Solimano. Il vento improvviso il 
difende da i fuochi artificiosi, e volge il foco contro i ripari 
de' Saracini. Solimano cede. Goffredo il primo pianta lo sten- 



* Romito è sottolineato ; in margine il Tasso annotò: Beatrice. 

* A cui erano note le cose passate, presenti e future (Omero^ 
Iliade, I). 

* Saggio è sottolineato ; in margine il Tasso annotò : Virgilio. 



DISCORSO PROEMIALE. 55 

dardo su le mura. Pianta poi il suo da la sua parte Tancredi. 
Il re di Gierusalemme si ritira a la più alta parte de la città, e 
lassa r entrata libera a Raimondo. Rinaldo apre e rompe le porte. 

Canto XIX.— Tancredi s'incontra con Argante. Argante gli 
rimprovera, ecc.; si disfidano. Escono soli de la città: fanno un 
fiero duello. Argante è ucciso. Tancredi gli cade appresso tra- 
mortito. Rinaldo scorre la città, espugna il tempio di Salomone. 
Solimano fa entrare il ro ne la rocca detta la Torre di David. 
Difende la piazza. Atterra Raimondo. Sopragiungono Goffredo 
e Rinaldo. Solimano si ritira ne la rocca, consola i Saracini^ 
con le machine infestano la città, e proibiscono a i cristiani 
d' entrare nel tempio, ov' era il Sepolcro. Goffredo parla a i 
suoi, vieta V uccisione e gli stupri. S' apparecchia d' assaltare 
la torre. Vafrino entra nel campo infedele. Spia. Ode parlare 
d' una congiura. Vede Armida. È conosciuto da una donzella ; 
conosce egli lei, che era Erminia, già prigioniera di Tancredi. 
Teme, si rassicura : fug§:ono. Scopre Erminia la congiura centra 
Goffredo. Narra come sia stata balestrata da la fortuna in quella 
parte. Trovano il secondo dì Argante morto, e Tancredi tra- 
mortito. Erminia stima che V amante sia morto ; si lamenta : 
f)oi s' accorge eh' è vivo, ed il medica. Tancredi è portato ne 
a città. Vamno è introdotto nel consiglio: fa sua relazione. 
Muta Goffredo il consiglio d' assalir la rocca : si prepara a la 
giornata. Argante, per commissione di Tancredi, e onorato di 
sepoltura. Lamenti de le donne saracine. 

Canto XX ed ultimo. —Compare Toste d'Egitto. Goffredo 
va ad incontrarla, e lassa i cristiani de la Seria e Raimondo 
co' Guasconi intorno a la rocca. Ordinano i due capitani le 
schiere. Parlano a i soldati. Rinaldo è fatto capitano de gli av- 
venturieri, e posto in una squadra separata. Si combatte. Ri- 
naldo penetra nel mezzo de la battaglia, ov' era Armida ; è 
assalito da i suoi cavalieri, i quali uccide : si descrivono i vari 
affetti di lei. Vince il corno destro de' fedeli per valor di Gof- 
fredo, e di nuovo è posto in fuga il sinistro. Goffredo riordina 
le genti: s'incontrano i due corni vittoriosi. Intanto Solimano 
e ^i altri escono sovra i cristiani de la città. Solimano n' uc- 
cioe molti, abbatte Raimondo; fuggono i cristiani. Solimano 
esce da la città, e viene a la maggior battaglia. Tancredi fe- 
rito e nudo esce in soccorso de' suoi ; difende Raimondo, e il 
ricopre con lo scudo. Raimondo risorge; uccide il re. Pren- 
dono i fedeli la rocca. Intanto Solimano è ucciso da Rinaldo, da 
cui sono anco uccisi alcuni de' più forti de^ l' oste nemica. Ar- 
mida fugge. Goffredo dà morte a molti de' nemici più valorosi, 
e in particolare al capitano valorosissimo. Fuggono gli egizi. 
È espugnato il lor vallo. Goffredo riconduce 1' esercito vitto- 
rioso ne la città, e adora il Sepolcro. 

Ne' tre primi canti séguito V istoria non solo ne la somma 
del fatto, ma in tutte le circostanze ancora : nulla vario, nulla 



56 DISCORSO PROEMIALE. 

aggiungo; se non alcune poche cose di Clorinda e d'Erminia. 
Fatto questo fondamento di verità, comincio a mescolare il 
vero col falso verisimile. Ne la morte del principe di Dania, 
nel caldo, ne la sete che afflisse i fedeli, ne le letanie cantate 
da loro, ne la presa de la colomba, ne la venuta di Guglielmo 
il Ligure, ne la composizion de le machine, ne' due assalti 
dati a la città, ne la presa di essa, e ne la espugnazion del 
tempio di Salomone, o nulla o poco mi allontano da gli isto- 
rici. I fatti sono aggranditi da me, ma per altro passarono 
così : la gran giornata fra gli egizi ed i cristiani, parimente. 
Ben è vero che se^uì alquanti mesi dopo V espugnazione di 
Gerusalemme, ed alquante miglia più lontano; ma queste pic- 
cole differenze del luogo e del tempo, da qual poeta sono con- 
siderale? De r assalto notturno nulla se ne legge ne la mag- 
gior parte de gli istorici ; pur in alcuni se ne vede accennato 
non so che; ma fu leggerissima fazione. De gli amori se ne 
ha Quel solo eh' io scrissi. In quanto a gli incanti, si legge in 
Guglielmo Tirio: alcune incantatrici incantarono le machiru 
de* cnstiani; e quinci ho presa occasione d' introdurre gli in- 
cantesimi. Le altre cose sono quasi in tutto mie finzioni : i 
nomi de' saracini sono per la maggior parte fìnti, ma ne l'isto- 
rie non si leggono i veri; le quali, in quel che appartiene a 
i saracini, sono varie ed incerte, e piene di tenebre. 

Il Tasso adunque, riparatosi sotto l'ali dell'allego- 
ria, aveva rinunciato per fortuna a togliere dal Poema 
gli amori e gl'incanti; in quegli ultimi mesi del 1576 
non troviamo nell'epistolario se non pochi accenni a 
correzioni ' di forma, ed è certo che, forse per il tur- 
bamento del suo spirito, egli non si pose a scrivere la 
narrazione che doveva formare il secondo canto. Su- 
bito dopo, quasi che il destino avesse atteso il com- 
pimento dell' opera per colpire inesorabile l' Autore, 
avvengono le manifestazioni morbose e violente della 
sua mente alterata che, dopo le peregrinazioni degli 
anni 1577 e 1578, lo conducono in Sant'Anna. Il poema 
gli era stato sottratto a tempo, e rimase adunque quale 
egli l'aveva ridotto negli ultimi mesi del 1576. 

Il turbamento intellettuale e morale e le malattie 
negli anni seguenti condussero il Tasso ad acquistare 
la convinzione che il suo poema fosse davvero troppo 



DISCORSO PROEMIALE. 57 

poco epico, cioè non perfettamente conforme ai pre- 
cetti aristotelici e al modello omerico. E però, quando 
nel 1586 tornò col pensiero all'opera sua, ch'egli di- 
chiarò di non aver più letto da quando era stata stam- 
pata, effettuò dapprima le correzioni che già aveva in 
mente nel 1576 ; cercò di avvicinare il poema quanto 
più potè sAV Iliade, aumentò le allegorie, e non tolse 
già gli amorì, che mercè dell' allegoria si potevano scu- 
sare, ma bensì, con qualche mutamento, rese questa 
più evidente ; mutò tuttavia altri luoghi dove il mara- 
viglioso eccedeva. Nel complesso però aggiunse più che 
non tolse, e ciò dichiarava egli stesso nella lettera che 
scrisse nell'estate del 1586 a Lorenzo Malpiglio, la quale 
contiene in gran parte il piano di correzione ch'egli, 
disgraziatamente, eseguì dal 1587 al 1593 ; e però tale 
lettera chiude la storia del testo della Liberata ed inizia 
quello della Conquistata. 

lersera io scrissi a Vostra Signoria quasi al buio ; * ma que- 
sta mattina il nuovo giorno m'ha illustrati gli occhi e la mente; 
onde risponderò a queir ultima parte de la sua lettera che più 
l'importa: e dico, cne non mi ricordo d'averle detto alcuna 
cosa de gli errori del mio poema ; perciochè non ho letto se 
non picciola parte d' alcuni canti, da poi eh' egli è stampato ; 
né penso di rileggerlo tutto, sin eh' io non abbia finita la mìa 
tragedia;* la quale io credeva che dovesse esser rappresen- 




poi 

come si dice, attenderò a la revisione, a la correzione, ed a 
l'accrescimento de la mia Gerusalemme; la quale avea deli- 
berato che fosse di ventiquattro canti: ma da poi ho pensato 
d'aggiunger a ciascun d'essi, o a la maggior parte, molte 
stanze, acciochè il libro sia risguardevole per la convenevol 
grandezza, non solo per la bella stampale per la carta reale. 
E quantunque pensassi ancora di troncar molte cose che mi 
parevano soperchie, ed altre mutarne ; nondimeno la diminu- 
zione sarà molto minor de l'accrescimento. Fra le cose che 



^ Quella lettera non sì conosce. 
* TI Torrismondo. 



58 DISCORSO PROEMIALE. 

debbono esser mutate, è l'episodio di Sofronia,* eh' è nel se- 
condo canto, come già mi consigliarono il signor Flaminio 
vostro * e '1 signor Barga, uomini dottissimi : e M viaggio che 
fanno que' duo cavalieri ne la nave de la Fortuna ; e molle 
cose, le quali io dico del Tartaro e di quel mago naturale: 
perciochè V allegoria è anzi gentile, che no ; ed io ne vo ri- 
cercando alcuna più accommodata a la nostra religione : e per 
r istessa cagione nel nome de' demoni io potrei lasciare quegli 
de' gentili, quantunque fossero usati dal vostro Dante ; ed 
usarne in quella vece alcuni di quelli eh' io lessi in un pic- 
ciol libretto, ma pieno di molta dottrina, il quale è intitolato: 
« Nuovo discorso de l' arme e lacci de' demoni, ridotto in forma 
» d' arte ; dal reverendo don Giulio Candiotti di Sinigallia, ar- 
» chidiacono de la santa Gasa di Loreto. » E nel sogno di Gof- 
fredo parimente leverò tutto quello che ritiene l'odor de la 
fentilità: e giungerò molte cose del libro de la città d'Iddio 
i sant'Agostino, e molte de l'Apocalipsi di san Giovanni ; e '1 
trovato de la lancia di Cristo ; e le pitture d' un padiglione, 
nel quale doveva essere istoriato tutto quello eh' era succe- 
duto inanzi al sesto anno de la guerra ; e '1 ragionamento de 
r arcivescovo di Gerusalemme scacciato, co '1 duca Gottifredo 
con gli altri principi: dal quale si raccoglierà particolar- 
mente, qual fosse in que' tempi lo stato de l'Asia, come de- 
scrivono Guglielmo arcivescovo di Tiro, e Paolo Emilio ne le 
sue Istorie; e forse prima giungerò una minuta descrizione 
de la Palestina ; e toccherò tutte le vecchie istorie e i miracoli 
scritti nel vecchio e nel novo Testamento, e ne' libri di Giu- 
seppe Ebreo; e da poi, molte profezie appartenenti a' re di 
Cipri e di Gerusalemme, ed a l' imperio de' maccomettani : e 
mi sarebbe stato gratissimo molto di poter accrescere l'im- 
prese fatte in quello assedio; laonde io desiderava un libro 
francese che tratta maravigliosamente di questa materia, come 
già mi disse il signor Benedetto Manzuolo:' ma egli non mi 
disse il titolo, io non me '1 ricordo.* Desidero questo, o altro 
simigliante, per favor de gli amici, i quali mi dovrebbono far 
vedere quel eh' io non ho potuto anche vedere per tanti im- 
pedimenti attraversatimi da la fortuna. Ma per questo effetto 
desiderava ancora quella opera che scrive san Gregorio papa 
de le gierarchie de gli angeli,* la quale io non ho letto ancora; 



* Difatti nella Conquistata fu omesso: come le altre cose ac- 
cennate in appresso. 

^ Dice vostro, perchè tanto Flaminio de' Nobili, uno dei revi- 
sori del poema, quanto il Malpigli, eran di Lucca. 

^ Fu segretario del cardinale Luigi da Este, e compagno dei 
Tasso nel viaggio di Francia. Mori vescovo di Reggio nel 1585. 

* Questo medesimo scrisse poi da Mantova a Gherardo Bor- 
gogni. (Lettere, II, n. 813.) 

^ San Gregorio I, papa, della gerarchia degli angeli trattò in 
un'omelia, che è la XXXIY del libro II nel tomo primo delle sue 



DISCORSO PROEMIALE. 59 

e Filone Ebreo ; ed un comeiito sovra TApocalipsi ; ed un altro 
sovra l'Epistole di san Paulo, per armar un misterioso cava- 
liero d' arme di luce, o più tosto un dei molti misteriosi ; per- 
ciochè io penso di far tutta la favola più reverenda e più 
venerabile con T allegoria. Ma io scrivo a Vostra Signoria que- 
ste cose con molta fede ; onde la pregio che non voglia che 
siano divolgate;* perchè sarebbe quasi un rimovere il velo da 
la scena, ed un far cadere le cortme molto prima eh' esca il 
prologo: il che soleva far il duca Guido Baldo di felice me- 
moria, acciochè la maraviglia de T improviso spettacolo non 
impedisse l'attenzione che si deve a' recitatori. Ma Vostra Si- 
gnorìa tacendo quel eh' io le scrivo, più tosto accrescerà l'espet- 
tazione. Laonde ricopriamo questo poema con questo velo di 
fede sino al suo tempo; percioch'io penso di cominciare a 
comporre quando i guerrieri cominciano a guerreggiare ; ^ spe- 
rando ne la felicità de la stagliene, che m' inviterà co '1 dolce 
canto di ben mille uscignuoli, e co '1 mormorar di mille rivi 
e di mille fonti ; e mi rallegrerà con la vista de gli arbori ri- 
vestiti di nuove fronde Di Ferrara, [luglio 1586.] 

A molte vicende andò altresì soggetto il titWo del 
poema. Già l'Ingegneri nella lettera Ai lettori premessa 
alle sue stampe I1.2 diceva che il titolo non era stato 
ancora fermato dal Tasso. Certo questi non aveva mai 
pensato a intitolarlo Goffredo, come aveva stampato il 
Malespini ; V Ingegneri asseverava di aver veduto una 
lettera del poeta ad Eugenio Visdomini, accademico 
di Parma, nella quale mostravasi propenso di intito- 
larlo Gerusalemme Bacquistata. Tuttavia V Ingegneri 
osservando che non di a racquistare », ma spesso di 



opere, giusta la edizione Manrina, alla col. 1604 e seg. Un'opera 
intitolata De codesti hierarchia corre sotto il nome di san Dionisio 
i'Areopagita. {Nota del Mazzucchelli,) 

* L'amico lo servi proprio da amico; giacché, come osserva 
il Mazzucchelli, questa lettera fu stampata nel 1586, cioè l' anno 
stesso in cui venne scritta. 

' Da ciò comprendesi, che l'Autore volea cominciare a por 
mano alla riforma del suo gran poema nella primavera susse- 
guente, cioè del 1587, adoperando qui l'Autore la frase scritturale, 
con cui la primavera vìen dinotata, giusta il comune parere degli 
interpreti di quei luoghi. II Reg. XI, v. 1 : Factii,m est autem, ver- 
tente anno, eo tempore, quo solent reges ad bella procedere. E Pa- 
ralip. lib. I, cap. XX, v. 1 : Factum est autem, post anni curriculum, 
eo tempore, quo solent reges ad bella procedere. (Nota del Maz- 
zucchelli.) 



60 DISCORSO PROEMIALE. 

({ liberare » Gerusalemme si parlava nel poema, pre- 
scelse quel titolo di Liberata, anche per ricordo del 
glorioso tentativo del Trissino.* Tale questione del ti- 
tolo fu poi largamente dibattuta ; tosto il Tasso mede- 
simo mostrò di non esserne soddisfatto, prima polemiz- 
zando per lettere col senese Orazio Lombardelli,' poi 
scrivendo il 15 ottobre 1582 a questo modo: 

Io mi sono maravigliato che '1 mio poema sia stato stam- 
pato coi titolo di GermaUìmM Liberata; perciocché stando io 
m dubbio qua! titolo dovessi eleggere, o questo o quello di 
Gerusalemme racqidstata o conquistata, inclinava più tosto ad 
alcuno degli ultimi due; ed ora mi risolvo nel conquistata.^ 

Comunque, si divulgò il titolo dato dall' Ingegneri, e 
rimase al poema nella forma in cui piacque; il Tasso 
poi quando mutò questo mutò anche il titolo. Soltanto, 
i manoscritti e le prime stampe recano Gerusalemme 
Liberata senza articolo, come grammatica richiede; 
non è che nelle stampe moderne che è invalso il brutto 
uso di premettere ai titoli dei poemi l' articolo. Inoltre 
necessario storicamente è l'aggiunto di poema eroico, 
come recano le tre B e altre delle prime stampe, a si- 
gnificare r intendimento letterario dell' autore. 

III. Le prime stampe." — Troppe copie dei canti 
del poema aveva il Tasso mandate in giro perchè con 
le abitudini librarie del suo tempo non ci fosse il pe- 
ricolo di vederne uscire all' improvviso qualche stampa. 
Infatti gicà nel 1576 ci fu un allarme: e soltanto l'azione 



* Cfr. la mia Vita cit., voi. II, parte II, n« CXLIII. 

* Lettere^ II, n' 211 e 216, e nella mia Vita cit., voi. II, parte II, 
ni CLVIII e CLXV ; cfr. anche n^ CLIX e CDXCVII. 

8 Lettere, II, n» 220. 

* Per tutto ciò che dico intorno a queste prime edizioni veg- 
gansi le prove e i documenti nella mia Vita di T. Tasso cit., voi. I, 
pp. 328 40, molta parte delle quali pagine è qui innanzi riferita 
nella Bibliografia delle stampe. 



DISGOBSO PROEMIALE. 61 

pronta ed energica del Duca di Ferrara potè salvare 
il suo poeta dallo sconcio di un'impressione monca e 
scorretta. Ma appena le porte di Sant'Anna si rinchiu- 
sero dietro al povero Torquato e si sparse la voce della 
sua demenza, in una Scelta di rime stampata a Genova 
nel 1579 si vide apparire il Canto quarto del Goffredo 
tratto da una copia anteriore alle modificazioni appor- 
tatevi durante la revisione. E di lì a pochi mesi un 
avventuriere ben noto, Orazio Malaspina, che aveva per 
sue buone ragioni mutato il nome in quello di Celio, 
vedendo il favore che il poema del Tasso godeva presso 
coloro che avevano potuto leggerne qualche parte, riusci 
a radunare una copia di parecchi dei canti che il Tasso 
dapprima aveva mandato in giro per averne parere 
dagli amici, e questi, così come li ebbe, diede alle 
stampe in Venezia, per i tipi del Cavalcai upo, nel 1580. 
Dalla Bibliografia dei manoscritti, posta qui innanzi, si 
può vedere come l'originale di cui si servì il Malaspina 
fosse il codice Barberiniano qui indicato Br.i, o almeno 
una copia simile affatto a questo? e cioè proprio una 
delle prime, in cui mancavano ancora gli ultimi quat- 
tro canti, e qualcuno dei precedenti ; tutti poi i canti 
stampati erano quale incompiuto, quale manchevole di 
qualche stanza e nella lezione primitiva. 

Ma già un amico del Tasso, Angelo Ingegneri, 
trovandosi a Ferrara nell'inverno 1579-80, era riuscito 
ad avere un manoscritto dell'intero poema, sebbene 
neppur questo avesse ricevute le ultime correzioni fatte 
dall'autore. L'aveva copiato in sei notti, col proposito, 
quando che fosse, di darlo alla luce : ma veduta la in- 
degnità commessa dal Malaspina, si fermò in Casal- 
maggiore, dove era di passaggio sul principio del 1581, 
e si aflfrettò a stampare il suo testo, una copia del 
quale affidò alle cure di Muzio Manfredi perchè lo 



62 DISCORSO PROEMIALE. 

imprimesse anche in Parma. Si ebbero così le ^due 
prime edizioni del poema intero, delle quali chiamo li 
quella di Parma, perchè fu pronta qualche tempo in- 
nanzi dell'altra, e I2 quella di Casalmaggiore. Il Ma- 
laspina, essendo già spacciata la sua prima stampa, 
stimò bene di riprodurre il testo più compiuto dell' In- 
gegneri, ciò che fece di nuovo a Venezia, pei tipi del 
Percaccino ; e infatti dal testo critico appare che li, U 
e questa seconda del Malaspina, che chiamo Ma, sono 
sempre d'accordo, tranne a quando a quando, in lievi 
varietà dipendenti dall'opera personale dei correttori.^ 

Come ho detto, le stampe dell' Ingegneri avevano 
tuttavia lacune di versi e di qualche stanza che dagli 
studiosi, quasi generalmente, erano supplite a mano 
di su altre copie avute per private relazioni ; infatti 
restano molti esemplari postillati in tal modo. Il Gua- 
rini, anzi, fece di più: già in un esemplare della prima 
edizione ebbe la pazienza di supplire i moltissimi luoghi 
scorretti mancanti, servendosi di un manoscritto con- 
dotto all'ultima perfezione dall'autore, perchè queste 
sue aggiunte e correzioni, in questa edizione indicate 
con Mp., sono sempre conformi al testo definitivo. 

Il manoscritto del Tasso con le ultime correzioni era 
dunque a Ferrara, e forse era uno solo così corretto: 
ciò parrebbe potersi congetturare da quello che il Tasso, 
quando attendeva all' ultima correzione dello stile e dei 
versi, scriveva a Scipione Gonzaga il 28 giugno 1 576 : 

Non mando a Vostra Signoria questi concieri, perch'es- 
send' io occupatissimo, non potrei trascriverli senza molto mio 
incommodo : vedrò nondimeno di trovare alcuno che mi tra- 
scriva il sesto canto, e manderollo: se ben in alcun luogo 
d'esso la spiegatura non anco è stabilita affatto.' 

^ Copia del testo Ii.^ è anche V edizione di Lione, Ronssin, 1581, 
deUa quale pertanto non ho tenuto conto. 
* Lettere, I, n. 80. 



\ 



DISCORSO PROEMIALE. 63 

È vero che la corrispondenza a proposito del poema 
durò ancora qualche mese dipoi, ma si deve pensare 
che il Tasso aveva ancora da compiere la prima corre- 
zione degli ultimi canti; è quindi più che probabile 
che gli ultimi ritocchi rimanessero soltanto sul mano- 
scritto eh' egli adoperava, perchè V unico più prossimo 
al testo definitivo che noi conosciamo, cioè Es.g, con- 
serva ancora qualche variante e qualche incertezza. 

V era a Ferrara un giovane letterato e cortigiano, 
Febo Bonnà, che appunto aveva posto l'occhio sulla 
Gerusalemme^ disegnando di farne un' edizione corretta 
e ricca di illustrazioni : se non che, vedute, dopo quella 
di Venezia, le stampe di Parma e di Casalmaggiore, 
cercò di persuadere il Tasso, del quale era amico, che, 
essendo omai avvenuto il male, era miglior partito 
porvi riparo come meglio si poteva, così per l'onore 
come per l'utile. Torquato dapprima non volle sentirne 
parlare, ed essendogli stati richiesti dal Bonnà gli ar- 
gomenti ai canti, negò di darli per due ragioni: per- 
chè se li avesse fatti, avrebbe mostrato di riconoscere 
la stampa ; e, quando poi egli avesse voluto stampare 
il Poema, non credeva questo così spoglio di ogni pre- 
gio, che non fosse degno di tale ornamento per opera 
di qualche bello ingegno.* Ma in séguito il Tasso mutò 
di parere, forse anche perchè gli fu fatto capire che 
ciò sarebbe stato gradito al Duca, dal quale egli allora 
invocava la liberazione dall'ospedale. Il Bonnà potè 
così chiedere i privilegi in nome dell'Autore, appog- 
giato per quelli di Firenze dal Tasso medesimo ; e per 
gli altri fornito di commendatizie dal cardinale Luigi 
d'Este, e da Alderano Cybo, marchese di Carrara, che 
era a Ferrara sposo di Marfisa d' Este : i quali attesta- 



^ Lettere t II, n. 141. 



64 DISCORSO PROEMIALE. 

vano che il Bonnà aveva pFoprio il manoscritto ultimo 
deir Autore. 

Il vero testo adunque del Poema, dopo la revisione, 
ci è rappresentato dalla stampa che uscì dalla tipo- 
grafia Baldini, per cura del Bonnà, e da questi dedi- 
cata con lettera in data 24 giugno 1581, in nome del 
Tasso, si noti, al Duca di Ferrara. 

E il Bonnà nella prefazione giustificava e vantava 
la propria edizione Bi, come la migliore, invitando a 
confrontarla con quelle fino allora venute in luce, non 
solo per i canti sesto e dodicesimo, corretti, pare, per 
ultimi dal Tasso,* ma altresì perchè dovunque erano ag- 
giunte mutate molte stanze, e, di più, v' era V alle- 
goria, composta dall'Autore già nel 1576, come si vide. 
Che questa edizione Bonnà fosse stimata dal pubblico 
come autentica, prova il fatto che egli potè ristamparla 
entro il mese presso la tipografia De' Rossi; edizione 
qui indicata con B2, ma non sempre migliore e più cor- 
retta della prima. Dalla collazione accuratissima, è chia- 
ramente risultato che pregi e difetti si compensano in 
queste due stampe ; le quali io, naturalmente, ho posto 
a base del testo, tenendone distinte le varianti, e non 
discostandomene se non quando evidentemente la le- 
zione era scorretta od erronea in entrambe. 

Benché il Malaspina ancora l'anno seguente 1582 
riproducesse il testo Bonnà a Venezia, la quale edi- 
zione Mg non è tuttavia sempre fedele ; e, poco dopo, 
questa stampa Mg fosse riprodotta due volte a Napoli, 
C ed R, ed a Palermo,^ non perciò diminuì il pregio 



* Infatti, nella lettera al Gonzaga testé citata, il Tasso faceTa 
ancora delle riserve snlla « spiegatura » del sesto ; le correzioni 
al dodicesimo si trovano nei fogli volanti di Montpellier e di Ferrara, 
de' quali faccio cenno nella bibliografia, indicandoli con Ht. e Fr.i. 

^ Per il testo critico furono collazionate C, edìz. in-12, che 
quella in-4 è una contraffazione, ed R, in-4 e in-12 essendo la 



DISCORSO PROEMIALE. 65 

delle stampe B1.2, che poterono essere riprodotte ancora 
nel 1582 e nel 1585, con la dichiarazione dei tipografi 
che esse erano tratte dal proprio originale délV Autore 
che si trova appresso di noi e non senza nuova revisione 
e correzion deWistesso Poeta. Ma se era certamente vera 
la prima affermazione, non così la seconda, perchè, a 
parte la ristampa del 1582, che io non potei vedere, 
la quarta del 1585, qui detta Bg, segue più da vicino Bi, 
ma è senza confronto più scorretta. 

Assicurato dalla critica il vero testo del poema, sa- 
rebbe stata opera vana continuare P esame minuto delle 
successive ristampe di IVI3, come sarebbero quelle del 
Salicato di Venezia, nel 1584 e nel 1585; ma dello 
stesso anno 1581 v'era ancora un'altra edizione che 
godette finora di una certa fama, ed è la seconda stampa 
fatta in Parma dal Viotto, questa volta in quarto, e qui 
segnata V. 

Il Serassi, nientedimeno, l'aveva detta « la più com- 
piuta e pregevole » ; altrettanto ripetè più di recente il 
Colombo ; e ciò perchè V editore nella prefazione dichia- 
rava che, avendola affidata alle cure di « persona dotta 
molto e giudiciosa », la quale è quasi certamente Pom- 
ponio Torelli, questi valendosi delle stampe fino allora 
apparse, « in alcuni luoghi ha lasciato le nuove stanze, 
» come men vaghe e men belle, e si è servito delle 

D vecchie in altri con le seconde ha posto ancor 

» le prime, dove però ha così portato il soggetto e la 
» materia, essendo e quelle e queste molto ben degne 



composizione la medesima e solo diverso il formato, perchè nes- 
Bono ne aveva mai tenuto conto ; ma quella di Palermo già il 
Serassi aveva detto essere riproduzione del testo Bonnà, 0, come 
a me più precisamente risultò a un esame delle varianti, di M,. 
S'intende che ognuna di queste ha poi errori propri. — Dalla Bi- 
Uiogrctfia delle stampe, qui avanti, si apprende. clìe quella del Fran- 
ceschi, 1583, non è che la stessa H3, mutato il primo foglio. 

Tasso.* 5 



66 DISCOBSO PROEMIALE. 

» d' esser vedute ; prendendosi anche ardire, se 

» ben di rado (con buona grazia però dell' Autore) 

» di trasportare e di mutare qualche nome ; ap- 

» plicando ancora in qualche luogo, dove Tatto con 
» silenzio si passava, per ispiegare quella azione più 
» aperta e chiaramente e meglio legar V istoria assieme, 
» alcuni versi dall'Autore datici, oltre gli altri im- 
» pressi. )) L'opera del Torelli appare da ciò molto 
arbitraria: e di più non v' è indizio alcuno dell' ac- 
consentimento del Tasso alle mutazioni di lui, ed è 
falso che vi sian introdotti nuovi versi, i quali non sono 
altro che varianti dei primi manoscritti. Di modo che, 
ben lungi dal tributare a questa edizione le lodi del Se- 
rassi e del Colombo, essa va considerata come un testo 
ibrido del poema, e non può avere alcuna autorità. 

Per una lunga tradizione si imponeva ancora la 
mantovana del 1 584, chiamata O, che fino a poco tempo 
addietro era la volgata. 

La tradizione nacque da ciò, che il Gonzaga era 
stato il principal revisore della Gerusalemme, e più 
volte il Tasso nelle sue lettere dichiarava di accettarne 
le correzioni, anzi di preferire alle proprie molte le- 
zioni proposte dall'amico ; in secondo luogo, da un passo 
di una dedicatoria di Eugenio Gagnani premessa alla 
fittizia Raccolta di alcune rime di scrittori mantopani, 
Mantova, Osanna, 1612, ove si commendava il cardinale 
Scipione altresì « per la correzione fatta dal medesimo 
» alla Gerusalemme Liberata avanti comparisse in luce, 
» così pregatone dal nominato Tasso, che tuttora si 

» trova in mano dello stampatore » Ma questo 

manoscritto del Gonzaga, oggi smarrito, non era senza 
lacune, come si può vedere dalla descrizione che ne fece 
il Serassi, qui innanzi riferita nella Bibliografia dei 
manoscritti; inoltre ho mostrato sopra che il Tasso 



' 



DISCORSO PROEMIALE. 67 

non comunicò le ultime correzioni al Gonzaga: e però 
non poteva dirsi, come fu detto, che quello era secondo 
l'ultima volontà dell'Autore. Oltre alle due ragioni 
suesposte si trovò degna di stima l' edizione mantovana 
perchè o ivi la Gerusalemme compariva più chiara e più 
» morbida nello stile e con meno stranezze pur nella 
» lingua. » 

Così, preludendo alla sua edizione, Severino Fer- 
rari; al quale questo fatto, lungi dall'essere causa di 
preferenza, fu invece ragione per rifiutare il testo Gon- 
zaga, ben apponendosi che il Cardinale « quando dovè 
» porsi a procurare la stampa del poema, fra le varianti 
1) lezioni, ed erano molte, inclinasse a scegliere le più 
» confacenti al suo gusto, e nel caso che nessuna gli 
» garbasse, dovesse farsi poco scrupolo di surrogare 
» per conto suo. » Inoltre il Ferrari acconciamente 
prese per pietra di paragone la Conquistata, alla stampa 
della quale nel 1593 sovraintese il Tasso in persona, 
fermandovi definitivamente la lezione : e trovò che, nei 
luoghi comuni, la Conquistata legge come le stampe B 
e non come la O. In tal modo con la critica del testo 
l'amico Ferrari rivendicava la maggiore autenticità di 
quelle, e i documenti da me trovati dovevano dargli 
ragione e testimonianza. 

Molta fama ha goduto e gode tuttavia la bella edi- 
zione di Genova del 1590, detta G, procurata da due 
amici del poeta, Giulio Guastavini e Bernardo Castello. 
Ma se questi potè un tempo ottenere dal Tasso l' ap- 
provazione per i disegni che dovevano illustrarla, né egli 
né il Guastavini prestaron fede a Torquato quando li 
pregò di sovrastare alla stampa finché avesse condotto 
a termine la correzione del poema, per il che occorreva 
altresì modificare i disegni. Voleva dunque il Tasso 
dar loro la Conquistata, e però vide poi con dispiacere 



68 DISCORSO PROEMIALE. 

quella bella ristampa di un testo ch'egli allora ri- 
pudiava. 

Forse l'amicizia degli editori per l'Autore e la bel- 
lezza esteriore procurarono pregio a questa edizione, 
che ho creduto pertanto di collazionare : avendo così la 
prova che essa riproduce il testo O, ma con frequenti 
scorrezioni ; sì come non molto variano da essa la ri- 
stampa fattane nel 1604, la quale ebbe mutato il fronte- 
spizio nel 1612, e quella del 1617, pregevoli entrambi 
soltanto per le nuove incisioni del Castello. 

Parecchie di queste prime edizioni hanno inoltre 
una tavola di errori più o meno compiuta, della quale, 
collazionando, s' è tenuto conto. 

IV. Tentativi di un testo critico, — La Liberata, posta 
in luce da molti e con notevoli varietà di lezione, fece 
nascere fino dai primi tempi la necessità di raccogliere 
queste varianti, tanto più essendo noto che l' autore non 
aveva fatta 1' ultima revisione. Una prima raccolta di 
varianti accodò già il Malaspina alla sua terza edizione, 
Venezia 1582 (Mg), premettendovi queste parole: « Poi- 
ché diverse copie del maraviglioso poema del signor Tor- 
quato Tasso sono andate vagando, fra le quali vi sono 
molte ottave intere, e parimenti di molti versi e parole 
cambiate, aggiunte e levate ; né avendo egli potuto 
(come si suol dire) porvi V ultima mano, mercè del- 
l' infortunio in che si trova, e parendo ad alcuni che 
più gli piaccia 1' una copia che l' altra, onde per com- 
piacere a tanta varietà di cervelli, si sono poste tutte 
le mutazioni che in esse copie si contenevano, accioc- 
ché ognuno s'appaghi del suo gusto, e scelga quello 
che più gli piacerà.... » Questa scelta, ben lungi dal- 
l'essere metodica e compiuta, fu tuttavia ripetuta in 
altre edizioni ; nella mantovana del 1584 si videro ag- 



DISCORSO PROEMIALE. 69 

giunte in fine lìiUe le stanne intere che dàW autore 
sono state rifiutate in questo libro, le quali il Gonzaga 
tolse evidentemente dai manoscritti della prima reda- 
zione del poema eh' egli possedeva ; anche queste ot- 
tave apparvero in altre edizioni. Poi l'una tavola e 
r altra furono fuse insieme e riprodotte nella genovese 
del 1590, e quindi nelle due collezioni di tutte le opere 
del Tasso, del secolo passato. Ma già il padre Tommaso 
Alfani nella edizione del poema di Napoli, Mosca, 1719, 
aveva aggiunta un' altra serie di Scontri de' luoghi imi- 
tati daW autore nella Gerusalemme Liberata e varie te- 
moni di essa, la quale pure fu riprodotta di séguito alla 
più antica, nella raccolta delle Opere di Venezia, 1735; 
in cui è da vedere qualche osservazione sul testo e nella 
prefazione del Seghezzi, e nel sesto dei Ragionamenti 
poetici che vi aggiunse il Barufifaldi, e nelle lettere del 
Lanzoni e del Facciolati, ora riprodotte nella mia Vita 
dd Tasso. ^ 

Il primo tuttavia che si ponesse, con intento deli- 
berato, a dare un testo della Liberata fu il benemerito 
abate Pierantonio Serassi ; il quale, dopo avere pubbli- 
cata la sua Vita del Tasso nel 1785, preparò per il 
Bodoni un' edizione dell'^mm^a che apparve nel 1789, 
nella quale alla splendida veste non fu pari la corret- 
tezza del testo, e una della Liberata, che venne alla 
luce, postuma, nel 1794, tirata in tre formati diversi. 
Il Serassi aveva scritto al Bodoni che quell'edizione 
sarebbe stata l' unica secondo la mente dell' autore, e 
la fama inoltre dei lunghi studi da lui compiuti sul 
Tasso le procurò tosto grande autorità. 

Al testo bodoniano si attenne pertanto anche il Ghe- 
vardini per l'edizione dei Classici del 1808, ripetuta 



* Voi. II, Appendice, n» XIV e XV. 



70 DISCORSO PROEMIALE. 

nel 1823 : ma vi migliorò la punteggiatura, e vi ar- 
recò qualche correzione desunta da I2, da O e dalle 
varie lezioni adottate raccolte nella edizione del 
poema nelle Opere, Firenze, 1724, citata dalla Crusca. 
Ma nel medesimo anno 1823 volendo il Molini pro- 
curare una nuova edizione del poema, si rivolse per con- 
siglio air abate Michele Colombo, che in data 22 lu- 
glio 1823 gli rispondeva la lettera seguente : * 

Pregiatissimo e caro. — Rispondo se non a tutta la lettera 
della S. Y. (il che nello stato di languore e di debolezza, nel 
quale io mi trovo, mi sarebbe di troppa fatica), almeno a 
quella parte che mi sembra la più impoi*tante. Ella dice che 
non sa bene se nella ristampa che è per fare della Gerusa- 
lemme Liberata del Tasso torni meglio attenersi scrupolosa- 
mente al testo della edizione bodoniana,' e indicare con op- 
portune note quali delle lezioni seguite nella detta edizione 
sieno da approvarsi, e quali no; o pure adottar a dirittura 
nel testo quella lezione che si giudica la migliore. Io non sono 
da tanto, che possa darle consiglio sopra di ciò : le dico bensì, 
che di queste due cose, se stesse a me, non farei né V una, né 
V altra. Se io avessi a ristampar quel poema, mi proporrei di 
attenermi alla edizione di Mantova del 1584, fuor solamente 
in que' luoghi ne' quali chiaramente apparisce che nell'im- 
pressione è seguito un qualche sbaglio ; nel qual caso col ri- 
scontro d' altre riputate edizioni il correggerei. Ora le addurrò 
le ragioni dalle quali io sarei mosso a far ciò. 

Io parto da questo principio, che in istampandosi un libro 
niente di meglio si possa fare, che studiarsi quanto è pos- 
sibile di darlo al pubblico qual esso uscì dalle mani dell'au- 
tor suo : cosa facile a dirsi, ma difficilissima da mettersi in 
esecuzione, quando si tratti di vecchio autore; e perciò d'in- 
finita lode, qualora ci venga fatto. Ora, di tutte le edizioni 



^ Il Molini la inseri nella propria prefazione alla Geruaalemmtf 
Firenze, 1824, e poi fa raccolta, con lievi mutamenti, negli Opu- 
scoli deir abate M. COLOMBO, edizione riveduta e ampliata dal- 
V autore, voi. V, Parma, Paganino, 1837, p. 1. 

^ Tre ne fece il Bodoni nell'anno stesso: ma io le considero 
come una sola, perchè non ha in esse altra diversità che quella 
del carattere e della forma del libro. — (Nota del Colombo.) 



DISCORSO PROEMIALE. 71 

che noi abbiamo della Gerusalemme Liberata del Tasso niuna 
io ne conosco alla quale, secondo che pare a me, si possa pre- 
star tanta fede, quanta a quella di Mantova teste mentovata. 
E cosa notissima eh' essa fu procurata da Scipione Gonzaga, 
secondo l'ultimo manoscritto del Tasso. ^ Era il Gonzaga, 
come ella ben sa, uno de' più insigni letterati del tempo suo; 
ed essendo, oltre a ciò, uno de' più intimi amici dell' autore, 
dovea metterci certamente ogni sua cura, ogni suo studio, 
acciocché l'edizione riuscisse tale, che il Tasso n'avesse a 
rimaner pienissimamente' soddisfatto. Se a cosi fatta edizione 
potesse alcun' altra disputar questo vanto, sarebbe o quella 
in-4 del Viotto, o pure la bodoniana. Quanto alla prima, 
v' assistè un letterato de' più valenti di quella età, e fu ri- 
corretta da lui col riscontro de' luoghi mutati dall'autore, 
eh' erano stati a lui trasmessi da diversi letterati amici suoi 
mentre se ne facea l' impressione. Ma altra cosa è il correg- 
gere a tener de' riscontri mandati da più luoghi e da più 
persone, ed altra il farlo secondo il manoscritto medesimo 
dell' autore. E certo due cose sono disfavorevoli a questa edi- 
zione: consiste la prima nell'essere tuttavia priva di alcune 
delle stanze le quali andò poi l' autore aggiungendo al poema ; 
e la seconda nel contenerne alcune di quelle che furono da 
lui rifiutate. Cosi, a modo d' esempio, il Canto sesto in questa 
edizione è di cento nove stanze senza più, laddove in quella 
dell' Osanna e nelle posteriori havvene cento quattordici ; e 
per contrario la stanza che nel medesimo Canto comincia 
con questo verso: 

Prima il gni&fdo vèr lei drizza Tancredi 

e quella medesimamente che nel dodicesimo principia col 
verso seguente: 

Clorinda il guerrìer prese, indi legoUo, 

non si trovano più nella stampa del 1584, né in quelle che 
si fecero appresso. Basta ciò a farci decidere a qual delle due 
si debba la preferenza. Veniamo ora a quella del Bodoni. Qui 
è necessaria una disamina un po' più sottile e più lunga. 

* Quel chiarissimo letterato non solamente aveva già copiato 
dal manoscritto originale tutto il poema di propria mano, ma in 
oltre ne possedeva V originale medesimo. — Cosi il Colombo ; ed è 
vero, ma il manoscritto era tutt' altro che quello definitivo. 



72 DISCORSO PROEMIALE. 

Certissima cosa è che il nome del Serassi, al quale dob- 
biamo qnella edizione ; le lunghe ed assidue ricerche da lui 
fatte intorno a tutto ciò che riguarda il Tasso ; il fervore col 
quale egU intraprese un lavoro di tanta importanza, di quanta 
era di dare al pubblico un^ edizione del poema del Tasso la 
pili perfetta che se ne fosse mai fatta; e la sua somma pe- 
rizia in così fatto genere di studii ; tutte queste cose al primo 
aspetto danno una preponderanza grandissima alla bodoniana 
edizione sopra qualunque altra di questo poema. Ad ogni 
modo io sono ben lontano dal crederla qual T annunciava quel 
gran letterato al Bodoni allorachè ^li scriveva che la sua edi- 
zione della Gerusalemme « potrà riputarsi Y unica e sola che 
si abbia secondo la mente dell' autore. » * Questo le dico non 
già perchè io poco apprezzi le letterarie fatiche d' un uomo 
sì valente, ma perchè sembrami che questo suo lavoro, forse 
par la somma dilBBcoltà dell' impresa, non sia riuscito del tutto 
conforme a' suoi desiderio Chi sa che io non fossi stato di 
differente avviso se avessi potuto leggere quelle note ch'egli 
avea preparato acciocché si ponessero nel fine di ciascun 
Canto, nelle quali esso rendea ragione delle mutazioni che ci 
avea fatte, ed indicava i testi di cui s' era servito a tal uopo ? 
Ma il Bodoni non ce le mise. S' era prefisso quel rinomato 
tipografo di richiamare la stampa all'antica semplicità, e (se- 
guendo l'esempio dei primi impressori del quattrocento, d'Aido 
il vecchio, e d' altri celebri stampatori) dar delle opere eh' ei 
pubblicava il solo solissimo testo, senz' altri corredi che quello 
d'una scrupolosa esattezza, e d'una impressione elegante e 
venusta quanto mai si può immaginare : laonde, per non es- 
sersi date alla luce quelle importantissime note,* è forza ch'io 



* Lettera inedita del Serassi esistente presso la signora Mar- 
gherita Bodoni ai tempi del Colombo. 

"^ Io feci le più diligenti indagini per aver qualche traccia di 
queste note : ma inutili furono le mie ricerche. Il signor Giuseppe 
de Lama, intimo amico del Bodoni, e scrittore della sua vita, il 
quale ebbe nelle mani tutte le carte che dopo la morte di quel- 
r illustre tipografo rimasero presso la moglie, mi assicurò che le 
dette note non v' erano. E né pure esse si trovano presso gli eredi 
del Serassi. Non conservano essi di mano di lui, per ciò che con- 
cerne la Gerusalemme Liberata, se non alcune brevi postille scritte 
nel margine del poema in una edizione veneta in-12 del secolo 
passato, la quale io potei vedere ed esaminare a mio agio, mercè 
la cortesìa di que' signori. Vi riscontrai le stesse stessissime le- 
zioni adottate neir edizione bodoniana, e niente altro. Nò si può 
presupporre eh' egli bensì avesse il pensiero di farle, ma che noi 



DISCORSO PROEMIALE. 73 

mi rimanga a mio malgrado ne^ primi dubbi intorno al me- 
rito di quell'edizione celebratissima. Ora le dirò donde essi 
siano in me nati. 

A quali mezzi (diceva io tra me) s^ è appigliato il Serassi 
per venire a capo di questa sua malagevole impresa ? Lo dice 
egli stesso : a que' due i quali erano i più opportuni al di- 
segno suo ; Yale a dire alP aiuto de' manoscritti che sussistono 
ancora, ed al riscontro delle stampe le più emendate. In 
quanto a' manoscritti, erano essi originali ? Di questi il mi- 
glior che esista è fuor d' ogni dubbio, siccome V ultimo del- 
l' autore, quello di cui s' è giovato il Gonzaga nell' impressione 
di Mantova ; e questo non poteva ad altro servire al Serassi, 
che a correggere i falli che si fossero fatti nella stampa del- 
l' Osanna, e fossero sfuggiti all'oculatezza dell'editore. Men 
giovevole ancora e più pericoloso sarebbe stato qualunque 
altro di essi ; stantechè, essendo l' ultimo quello che possedeva 
il Gonzaga, quest' altro doveva essere per conseguenza di data 
anteriore, e però ne' luoghi in cui non si conformava con 
quello, dovea contener lezioni rifiutate dall' autore ; e con in- 
trodur queste nel testo si sarebbe fatta uua cosa contraria 
alla intenzione di lui. Se poi questi manoscritti non erano ori- 
ginali, ma copie, quali erano esse ? Forse quella dell' Inge- 
gneri, da lui cominciata, e compiuta in sei notti ? E egli mai 
da presumersi che possa essere trascritto accuratamente un 
poema di quella fatta in uno spazio di tempo sì corto ? Forse 
alcun' altra meno accurata ancora, probabilmente di mano di 
qualche arrogante, del novero di coloro i quali si credono di 
aver renduto all'Autore un servigio rilevantissimo quando gli 
hanno corrotto il testo in mutando arbitrariamente quello che 
lor non va punto a grado, con sostituirvi a fantasia ciò che 
Sembra ai poveri loro intelletti che stiavi meglio ? 



mandaste poi ad effetto ; imperocché apparisce da lettera scritta 
da Ini al Bodoni, eh' egli le avesse già fatte, almeno a sedici canti. 
£cco ciò che gli partecipa in essa : « Io debbo dirle che io mi 
sono posto a questo lavoro, e che mi trovo d' averlo quasi ridotto 
a compimento, avendone già corretti sedici canti con infinito mi- 
glioramento del poema In alcune picciolo note, che pongo in 

fine di ciascun canto, rendo ragione delle mutazioni che vi ho 
fatte, e dei testi di cui mi sono servito.» — Nuli' altro si è mai sa- 
puto di queste note del Serassi dopo ciò che ne scrisse il Colombo. 
li' amico G. Ravelli, di Bergamo, possiede un ms. dì ce. 16 in fol., 
autografo del Serassi, nel quale sono notate disordinatamennte 
varie lezioni del poema ; alcune poche appaiono tolte da uno dei 
inss. Barberìniani, altre non recano alcuna indicazione d' origine. 



74 DISCORSO PROEMIALE. 

Ora dico io: così fatte copie o erano conformi all'origi- 
nale adoperato nella stampa di Mantova, o pure discrepayan 
da esso. Nel primo caso sarebbono state del tutto inutili, fuor- 
ché nei luoghi in cui, come ho detto, si fosse dovuto retti- 
ficar qualche sbaglio accaduto nella stampa; e nel secondo 
recato avrebbero anzi danno che utilità : e danno tanto mag- 
giore, quanto più se ne discostavano.' Quanto poi alle stampe, 
vero è ch^egli dice di aver fatto uso di quelle ch'erano le 
più emendate : ad ogni modo quali manoscritti furono adope- 
rati nel farle ? erano forse questi migliori di quello che ado- 
perato fu nella stampa delF Osanna? Da chi furono procu- 
rate le dette edizioni ? forse da uomini più intelligenti e più 
.dotti di quel che si fosse un Scipion Gonzaga? da persone 
alle quali stesse a cuor più che a lui di serbarci il genuino 
testo con fedeltà? Ma presuppongasi pure che fossero delle 
più accurate che si sieno mai fatte ; io non pertanto non veggo 
di qual uso potessero esser queste al Serassi, fuorché nel caso, 
io ripeto, in cui fosse d' uopo di emendar que' soli difetti 
ch^ erano da imputarsi a chi aveva avuta mano nella manto- 
vana edizione. 

Conviene distinguere due sorte di difetti i quali si tro- 
vano, siccome nelle altre edizioni, così ancora in questa; gli 
uni da imputarsi all' impressore ed a chi assistette alla stampa. 



* Il Colombo chiariva meglio il suo concetto in una lettera a 
proposito di una variante del Furioso, ove diceva : « In secondo 
luogo qualche volta non addiviene che l'uomo o modifichi o muti 
del tutto qualche suo pensamento ? Egli è verisimile che in una 
ristampa, fatta con sua saputa, sì eseguisca di suo ordine il can- 
giamento da lui voluto, e eh' egli dipoi nessuna cura si prenda 
più di ciò che avea fatto prima nel ms. Che avverrà egli allora? 
Avverrà che la detta edizione sia più conforme alla mente del- 
l' Autore, che il suo ms. medesimo, e perciò da doverglisi prefe- 
rire. Sembra che sempre a ciò non ponesse mente il Serassi, il 
quale imbattendosi in mss. de' più vecchi della Oeruacdemme lA- 
berata del Tasso, ne cavava talora lezioni che erano state dal- 
l'Autore rifiutate, alcune delle quali egli poscia introdusse di nuovo 
nel testo, come apparisce dal confronto della edizione di Mantova 
eseguita secondo l'ultimo ms. dell'Autore, e quella dì Parma fatta 
per le cure del detto Serassi. Non vi crediate per questo che io 
pretenda dì menomar il credito in cui debbon essere tenuti i co- 
dici ; da questi principalmente sono da cavarsi le vere lezioni degli 
autori : dico bensì che a non prendervi di grossi granchi è da pro- 
cedere con molta circospezione. » (Appendice al quinto volume degU 
opuscoli delV ab. M. COLOMBO. Parma, per Giuseppe Rossetti, 1^7, 
pp. 107-9.) — La stessa osservazione ripetè pure nel prologo del- 
l' altra lettera al Molinì del 17 settembre 1824, di cui ora dirò. 



DISCORSO PROEMIALE. 75 

e gli altri da attribairsi all'autore medesimo: che certo se 
ne troyano anche nel roaraviglioso poema di quelP ingegno 
divino, non avendo il Tasso nelle vicende lagrimevoli della 
travagliata sua vita potuto dare al suo lavoro quel grado di 
perfezione al qual V avrebbe portato se avesse avuto e mag- 
gior agio e V animo piìi tranquillo. DelP avere il Serassi nella 
stampa bodoniana emendati i primi è da sapergliene grado ; 
ma s' egli, com' io sospetto (e non senza gran fondamento), 
oltrepassò questi termini, e volse le cure sue a togliere o in 
tutto o in parte anche i secondi, non so quanta approvazione 
egli possa essersi in ciò meritata. In questo caso era il suo 
lavoro soggetto a due inconvenienti : a quello di sostituire nel 
testo lezioni già riprovate dal Tasso alle lezioni da esso vo- 
lute, ed a quello d' introdurvi lezioni che non erano delP au- 
tore. Le prime, lungi dal migliorare il testo, V avrebbero de- 
teriorato; e le seconde l'avrebbero adulterato: ed io temo 
(e non poco) che di tutti due questi scapiti si trovino forti 
indizii nella bodoniana edizione. E, per ciò che riguarda il 
primo, me ne fa nascere non picciolo sospetto, per recarne un 
esempio, il veder nella stampa del Cavalcai upo e in quella di 
Casalmaggiore, le quali sono le due prime, il sesto verso della 
stanza 96 del Canto secondo scritto a questo modo : 

I pinti augelli neir oblio giocondo, 

ed in quella del Viotto e dell'Osanna a quest'altro: 

I pinti augelli nell'oblio profondo; 

e dì nuovo al primo modo dell'edizione bodoniana. Ora a me 
par che risulti da ciò ad evidenza che il Tasso da principio 
avesse scritto óbblio giocondo ad imitazione d' Orazio il qual 
disse jucunda ohlivio vitce; ma che dipoi, sembrandogli forse 
(siccome quegli che, oltre all'esser poeta, era eziandio filo- 
sofo) sembrandogli, dico, che tra l' idea d' oblio e l' idea di 
giocondità non fosse un certo naturale collegamento, a quel- 
l' epiteto giocondo sostituì l'altro, forse con minor vaghezza 
poetica, ma certo con maggior proprietà, ond' è che nell' edi- 
zioni del Viotto e dell' Osanna, le quali sono posteriori alle 
due sopraccennate, in luogo del primo di questi due epiteti, 
si vede surrogato il secondo. Quindi è che trovandosi nella 
stampa del Bodoni tolta via ÌA voce profondo e ricollocata la 
parola giocondo, forza è concludere che il Serassi, più badando 



I 



76 DISCORSO PROEMIALE. 

alla maggior vaghezza della prima lezione, che alla maggior 
proprietà della seconda, ne sopprimesse quella ch^ era volata 
dall^ autore, per riporvi V altra ch^ era stata da lui rigettata. 
A far ciò si sarà indotto il Serassi tanto più facilmente, che 
in questo conformavasi al giudizio del Baruffaldi, al quale più 
che il secondo di questi aggiunti piaceva il primo. Altri esempi, 
oltre a questo, potrei addurne ancora, s^ io non temessi di 
rendere la mia lettera soverchiamente prolissa. In quanto poi 
al secondo degli accennati due scapiti, hasta pigliarsi la pena 
di riscontrare il testo dell' edizione del Bodoni con quello della 
stampa delP Osanna, per vedere quanto siano fondati i miei 
dubhi. Io ho già mostrato, e credo con buone ragioni, in qoal 
£onto, quanto alla fedeltà del testo, debba esser tenuta la man- 
tovana edizione. Laonde se assai differenti dalle lezioni che 
furono in essa seguite, sono in molti e molti luoghi le lezioni 
che nella bodoniana s' incontrano, che altro arguir possiamo 
da ciò, se non questo, eh' esse riguardar si debbano come gran- 
demente sospette ? Né mi si dica che non poche volte il let- 
tore appagasi più di queste, perchè si tolgono per esse alcuni 
difetti di quel poema, che si trovano nelle altre stampe ; per- 
ciocché io risponderò che, per quanto potessero apparire e 
belle e buone, se non fossero effettivamente del Tasso, sareb- 
bero sempre abusivamente introdotte nel testo, e per conse- 
guente da biasimarsi, siccome quelle che il renderebbero men 
puro e genuino. 

Ora a me sembra che per le cose già dette si debba con- 
chiudere non esser né pure la bodoniana edizione di quella 
bontà che possa toglier la palma, per conto della purezza del 
testo, alla stampa di Mantova ; ed ecco perchè, mio pregia- 
bile amico, io mi atterrei piuttosto a questa che a quella, 
senza scostarmene punto, se non in que' soli soHssimi luoghi, 
come io dicea da principio, i quali manifestamente io scor- 
gessi che fossero viziati. Tale è quello senza dubbio che in- 
contrasi nella stanza sessantesima quarta del Canto dician- 
novesimo, il quale giudiziosamente fu corretto da lei nella sua 
edizione del 1818 con la scorta della stampa di Casalmaggiore, 
di quella in-12 del Viotto, e di due altre dell' anno stesso, le 
quali ne serbano la vera lezione.* Non lascerei per altro di 

* Tntto il merito dell' edizione pregevole dell'Osanna consiste 
nella bontà della lezione. Rispetto alla correzione ci ha molto 
che dire : ed io congetturo che il Gonzaga, il quale la procurò. 



DISCORSO PROEMIALE. 77 

apporvi in fine di ciascun tomo le varie lezioni chMo giudi- 
cassi dì qualche importanza, e vi aggiungerei di cortissime 
note intorno al caso che fosse da farsene, lo non sono del 
parere di alcuni i quali riguardano come cosa superflua questa 
fatica : certo a me le varianti sono state assai sovente d'aiuto 
a penetrare più addentro nelle vedute degli autori, e ad os- 
servare nelle opere loro certe finezze le quali senza di questo 
mezzo sarebbero indubitatamente sfuggite alla mia attenzione. 
Per ultimo premetterei al poema una breve prefazione, nella 
quale fossero esposte al lettore le cagioni ond'io fossi stato 
mosso ad attenermi, anziché a verun* altra, alla mantovana 
edizione. 

Ella per altro non faccia alcun caso di queste mie ciancie; 
e in un affare sì rilevante ascolti piuttosto i consigli di quelli 
che sono nel caso di poterglieli dare e più utili e più sicuri. 
Alle altre particolarità della lettera sua risponderò con più agio. 

Frattanto io me le professo 

buon servitore e cordiale amico 

. ^ ,. , , Michele Colombo. 

Parma, a' 22 di luglio 1823. 

H Colombo assunse poi egli medesimo la direzione 
di questa edizione del Molini e si attenne in massima 
al testo di 0, non senza accettare qualche volta lezioni 
di altre stampe, e in conseguenza aggiunse il raffronto 
delle varianti di S, di V e di 0.* Ma intanto, in quei 
mesi stessi, l'abate Celestino Cavedoni intraprese nel 
tomo quarto delle Memorie di Religione di Morale e 
di Letteratura, di Modena, la stampa delle varie le- 
zioni del poema ofiferta dai tre codici estensi ; * delle 



probabilmente occupato in più gravi affari, non ci assistesse egli^ 
ma ne affidasse il manoscritto e ne desse T incombenza a qualcun 
altro, il quale certo non la esegui con tutta quella cura che avrebbe 
=1 dovuto. — (Nota del Colombo,) 

* Kella Palatina di Parma è una cartella segn. n*» 1606 con- 
tenente le schede autografe del Colombo per questa edizione. 

* Anche le schede del Cavedoni sono conservate in una car- 
tella della R. Biblioteca Estense. — Avverto che il Cavedoni non 
fu sempre esatto nel dare queste varianti e ne tralasciò moltis- 
sime ; ma in una collazione di tanta mole ciò non può menomare 
U suo mento. 



78 DISCORSO PROEMIALE. 

quali varianti il Colombo fu a tempo di giovarsi per 
i primi tredici canti traendone argomento a varie os- 
servazioni ; su quelle degli ultimi sette canti, apparse 
nel tomo sesto delle Memorie nel 1824, fece altre 
osservazioni in una lunga lettera al Molini, in data 
17 settembre, che, con numerazione a sé, fu inserita 
nel secondo volume di quella edizione. 

La questione sul testo bodoniano rimase ancora 
irresoluta fino alla nuova stampa del poema che Carlo 
Villa fece eseguire a Lodi, dall' Orcesi, nel 1825-26. 
Il testo fu quello dato dal Colombo nel 1824, benché 
qualche volta si seguisse la punteggiatura del Gherar- 
dini : ma con tutto ciò non riuscì corretto. A questa 
edizione diedero poi il loro aiuto il Colombo e il Ca- 
vedoni, che nel terzo volume raccolsero le varianti del 
tre codici estensi e delle tre stampe S, V ed 0, e vi ri- 
peterono, rifuse ed ampliate, le rispettive osservazioni: 
ciò che forma il pregio vero di tale edizione. Simile 
affatto a questa fu l'altra di Mantova, per il Caranenti, 
apparsa nel 1828, nella quale il Colombo aggiunse sol- 
tanto un' osservazione di più. 

Nella stampa di Lodi il Colombo e il Cavedoni 
fornirono le prove dei dubbi già mossi da entrambi 
sul testo del Serassi, raccogliendo da esso un maz- 
zetto di lezioni che non si trovano altrove, al quale 
il Cavedoni preponeva queste parole: « Fra le due 
nuove edizioni critiche della Gerusalemme, quella cioè 
del eh. dottor Gherardini, e l'altra del Colombo per 
le stampe del Molini, si è creduto meglio di attenersi 
a questa ultima. E pel confronto de' mss. si può mo- 
strare che ciò si fece con ragione, segnatamente ri- 
guardo al testo. Il testo 0, ossia del card. Gonzaga 
che procurò quella edizione, fu creduto l'ottimo per 
molti anni ; ma a' nostri tempi parve che molti gli 



DISCORSO PBOEfiflALE. 79 

preferissero quel del Serassi stampato dal Bodoni. Ma 
le novità sono sempre mai pericolose. Il Colombo nel 
fare i confronti del pregio di questi due testi, formò 
ragionevol sospetto, che il Serassi introducesse nelle 
stampe bodoniane alcune lezioni che non erano del 
Poeta: e ne notava presso a quaranta che non potè 
ritrovare in veruna altra stampa antica o moderna.^ 
Pure dubitò che alcune di queste lezioni non siano 
arbitrii del Serassi, ma eh' ei le potesse trovare ne' suoi 
manoscritti. Noi abbiamo diligentemente riscontrati i 
tre mss. di Modena, e fatto riscontrare quel di Fer- 
rara : e in ninno de' quattro si è rinvenuta alcuna di 
quelle lezioni dubbie; tranne due sole si trovano in Es.a*, 
quella cioè del e. VI, st. 25, v. 6 : Per sì alto giudi- 
eio U fier gareone; e l'altra al e. IX, st. 35, v. 2 : 
A un punto ; ma la prima va eccettuata dalle altre 
che non si trovano in altre stampe ; perchè, se non si 
legge nel testo, si legge tra le Varie Lezioni in fine 
del Poema; e di là forse le prese il Serassi, e l'intro- 
dusse nel testo. Ma se delle altre solo una si trova 
in quattro diversi manoscritti, mi pare molto difficile 
che il Serassi potesse confrontando qualche mano- 
scritto ritrovarne tante. Egli non le trovò certamente 
ne' mss. Au. e Travini eh' ei non potè vedere ; non in 
Fp., come siamo certi pel nuovo riscontro fatto da 
noi; non nel Gonzaga, che deve essere conforme alla 
stampa ; e probabilmente neppure ne' due Barberini 
che egli non esaminò con tutto agio. E qui porremo 
il novero di queste lezioni dubbie del Serassi, notando 
con l'asterisco quelle che potrebbero credersi errore 
di stampa, anche perchè se piacesse ai possessori di 
qualche manoscritto della Gerusalemme farne il riscon- 
1 

* Dalla presente edizione ne appaiono ben di più. 



80 DISCORSO PROEMIALE. 

tro, il sospetto proposto dal eh. Colombo e da noi af- 
forzato, si confermi vieppiù, oppur si dilegui. » 

* e. II, st. 7, V. 6, con folle culto ; * e. II, st. 49, v. 5, o pur; e. II, 
st. 57, V. 8, intorno hanno ; e. Ili, 8t. 31, v. 1, ed egli; e. HI, st. 53, 
V. 4, e la stagione ; e. IV, st. 26, v. 5, 8* esso non puoi ; e. IV, st. 53, 
V. 4, al suo soccorso ; e. IV, st. 54, v. 5, Ma letsaa !; e. IV, st. 61, v. 2, 
Che già prescritto s* ha il Tiranno ; e. IV, st. 62, v. 5, Che tu puoi 
solo ; * e. IV, st. 63, v. 3, la vita, e a te ; e. IV, st. 68, v. 2, VoUt 
non fosser qui ; e. IV, st. 74, v. 5, Spargeasi il pianto fuor ; e. V, 
st. 67, V. 8, Né fora poi sì agevole ; e. V, st. 91, v. 2, anche più rio; 
e. VI, st. 5, V. 7, Non sarà già ; e. VII, st. 83, v. 4, in mezzo al colle ; 
* e. VII, st. 88, V. 3, a lato dritto ; e. Vili, st. 16, v. 8, giunge; e. Vili, 
st. 57, V. 3, alme, e oblio ; e. IX, st. 13, v. 7, Marcia Vaste; e. IX, 
st. 35, V. 2, A un tempo ; e. IX, st. 38, v. 2, Il barbaro omicida H 
brando ; e. IX, st. 44, v. 2, alla città ; * e. IX, st. 62, v. 4, Che spor- 
gea lume ; e. X, st. 9, v. 1, Tosto il Soldano ; * e. XI, st. 6, v. 7, o 
suoni alti feroci ; e. XII, st. 14, v. 4, Che siete più ; e. XIU, st. 44, 
v. 4, Che simulacro ; * e. XV, st. 38, v. 7, Quanto ; e. XV, st 62, v. 6, 
Mosse che parve suon di paradiso; e. XVI, st. 16, v. 7, la terra e 
r aria ; e. XVI, st. 29, v. 5, tra gli atti morbidi ; e. XVI, st. 50, v. 6, 
Che te voglia ferir ; e. XVI, st. 65, v. 8, V aspra vendetta ; e. XVII, 
st. 5, V. 5, incontra a V inanito; e. XVII, st. 87, v. 8, men chiari 
gesti ; e. XVIII, st. 38, v. 8, oh folle ; Q. XVIll, st. 84, v. 3, ron^; 
e. XVIII, st. 99, V. 5, E se in nove difese ; * e. XIX, st. 59, v. 7, A 
dimando, e risposte. 

Nella Biblioteca Italiana del novembre 1826 ap- 
parve una lunga recensione, firmata A., molto severa 
verso la stampa di Lodi; ma in essa si vede chiara 
r intenzione di difendere V edizione del Gherardini con- 
dotta sulla bodoniana, e forse 1' articolo è di questo 
medesimo letterato ; una difesa della lodigiana apparve 
poi nel n. 2 del 1827 della Gazzetta della Provincia 
di Lodi, che non ko potuto vedere. 

La palma rimase per allora al testo di O, lieve- 
mente modificato dal Colombo ; e appunto alla edizione 
di Lodi si attenne il Rosini ristampando il poema nei 
voi. 24-26 delle Opere, Pisa, Capurro, 183B : sebbene 
qualche volta preferisse anch' egli la lezione bodoniana; 



DISCOBSO PEOEMIALE. 81 

di più, il Resini non riprodusse neppure le varianti dei 
codici estensi, ma soltanto quelle delle tre stampe 8, 
V ed ; né altrimenti fece G. G. Orelli per la sua edi- 
zione di Zurigo del 1838, che chiamò critica; suo vanto 
è di avere abbondato di raffronti con la Conquistata. 
Il lavorio intenso sul testo della Liberata che era 
durato dal 1820 al 1880, nel maggior fiore del roman- 
ticismo al quale il Tasso fu caro, cessò negli anni se- 
guenti, e non fu ripreso che nel 1859-60 dal professor 
S.R. Minich. Dell'opera del quale disgraziatamente non 
ci rimane che un magro rendiconto negli atti dell'Acca- 
demia di Padova.* 11 Minich aveva cominciato col por- 
gere notizia delle prime edizioni, notando V autorità del 
testo ; discuteva quindi il testo S, e le modificazioni 
arrecatevi dal Gherardini ; rilevava l' importanza delle 
varie lezioni offerte dal Cavedoni, e, se approvava il 
Colombo che era ritornato alla volgata 0, ammetteva 
che il testo 8 aveva almeno servito a fissare il principio 
dell' eclettismo, necessario purché temperato, poiché 
l' ottima lezione della Gerusalemme, nello stato in cui fu 
lasciata dal sommo e sventurato suo autore, parevagli 
non si potesse conseguire da una sola delle più ripu- 
tate edizioni prime, ma convenisse in parecchi luoghi 
attingerla a più d' una di esse, non senza giovarsi dei 
migliori manoscritti tuttora esistenti. 11 Colombo me- 
desimo aveva mostrato col fatto di accettare tale prin- 
cipio, correggendo anch' egli in alcuni luoghi 0. In sé- 
guito il Minich osservava che per la Gerttsàlemme non 
vi poteva essere questione di varianti di composizione, 
perchè era stata condotta sull'ultimo manoscritto 
I del Gonzaga, che era tenuto al corrente di tutti i mu- 



* Rivista Periodica dei Lavori della I. R. Accademia di Scienze, 
attere ed Arti di Padova, voi. Vili (1859-60), Padova, Tip.Randi, 
^860, pp.265-.S20; tornate dei giorni 22 aprile e 20 maggio 1860. 

Tasso.* 6 



l 



82 DISCORSO PROEMIALE. 

tamenti arrecati dal Tasso ; ma riconosceva che questi, 
più d'una volta, dopo avere accettato taluna correzione 
dei revisori era ritornato alla propria lezione, e però 
bisognava tener conto altresì delle stampe M e li.j « per 
r intrinseco pregio della primigenia espressione. » D 
Minich non ammetteva valore alcuno alle edizioni B, 
perchè guaste evidentemente in più d' un luogo ; giu- 
stamente ripudiava V come ibrida ; e da ultimo con- 
chiudeva riconoscendo anch' egli come la migliore. 

Dopo queste osservazioni generali, il Minich doveva 
presentare 1' esame critico delle varianti di composi- 
zione delle prime edizioni fino ad 0, ed un paragone 
dei testi fino alla G, allegando di ogni cosa le ragioni, 
e discutendo altresì le emendazioni proposte dal Ghe- 
rardini, dal Colombo e dal Cavedoni. Ma di tutto ciò 
nulla venne mai alla luce. 

Nessun altro tentativo metodico si fece più ; lo Scar- 
tazzini soltanto procurò una buona edizione del poema 
nella Biblioteca d' Autori Italiani del Brockhaus, * alle- 
gando le varie lezioni di V, 0, 8, e valendosi dei lavori 
del Colombo e del Cavedoni nonché di quelli dell' Orelli ; 
altri testi eh' egli adoperò non hanno valore scientifico : 
e però la sua non si può dire in tutto una edizione cri- 
tica, quale egli dichiarò nella prefazione di aver vo- 
luto fare. 

Come da questo rapido esame appare chiaramente, 
il difetto di tutte le'passate edizioni fu, in primo luogo, 
nella mancanza di un lavoro metodico compiuto su tutti 
i manoscritti e su tutte le prime stampe ; in secondo 
luogo, il preconcetto, per deficenza di notizie storiche e 
biografiche, sul valore di alcune di esse, e la falsa cre- 
denza che rappresentasse la volontà ultima dell'autore. 



^ Seconda edizione interamente rifatta, Leipzig, 1882. 



DISCORSO PROEMIALE. 83 

Ho già detto più addietro come e perchè Severino 
Ferrari, con la sua edizione di Firenze, per il San- 
soni, 1890, rinnovasse la lezione, dando la preminenza 
alle stampe B, e come io, nella Vita del Tasso, fossi così 
fortunato di poter provare coi documenti che il Bonnà, 
curatore di quelle, ebbe veramente V ultimo manoscritto, 
nel quale il Tasso negli ultimi mesi introdusse di certo 
correzioni che non furono comunicate al Gonzaga, ri- 
tornò spesso a lezioni primitive o mantenne lezioni e 
forme che, non piacendo al Gonzaga, furono poi da 
questo arbitrariamente mutate. 

V. Della presente edizione. — E necessario ora dire 
qualche cosa del metodo tenuto nella presente edizione. 
Sulla base del testo B, riprodotto dal Ferrari, furono 
accuratamente collazionati da me e da vari egregi coo- 
peratori i manoscritti e le stampe indicati nella Ta- 
vola delle aftirevia^eom premessa al testo, e illustrati 
nelle bibliografie che seguono qui innanzi. E perchè 
ognuno abbia il merito dovuto, e anche la responsabi- 
lità, ecco partitamente l' opera di ciascuno : 

MANOSCRITTI. 

Ah. coHazione deUa signora Ellen Salmon, Londra. 
Aa. » del prof. Angelo Solerti. 

Vo. » id. id. id. 

3*4 Am. » id. id. id. 

Jm. » del sig. William Kenworthy-Browne, Londra. 

h. » del sig. Enea Zamorani, studente del IV anno di Let- 

tere nella R. Università di Bologna. 
^4 » del prof. Angelo Solerti. 

8b.j » del prof. Giuseppe Vandelli, del R. Liceo di Modena. 

^.i » del sig. Giorgio Rossi, studente del IV anno di Let- 

tere nella R. Università di Bologna. 
Ks-s » del prof. Benedetto Golfi, del R. Ginnasio di Mo- 

dena. 
®1. » del prof. Alfredo Saviotti, del R. Liceo di Fano. 

'^ » del prof. Angelo Solerti. 



ù- 



84 DISCORSO PROEMIALE. 

Mr. collazione del prof. Angelo Tomaselli, del R. Liceo Marco Fo- 

scarini di Venezia. 
Al. » del sig. E. C. Pollak, Londra. 

STAMPE. 

B| collazione del sig. Adolfo Bolognesi, alunno del III corso del 

R. Liceo di Bologna. 

B^ » del sig. Filippo Franchini, alunno del III corso del 

R. Liceo di Bologna. 

Bj » del sig. Giulio Razzoli, studente del IV anno di 

Lettere nella R. Università di Bologna. 

Z » del prof. Angelo Solerti. 

M, » del dott. Eugenio Fornarese, del R. Archivio di 

Stato, Torino. 

Il » del sig. Eugenio Rossi, studente del III anno di Let- 

tere nella R. Università di Bologna. 

li » del sig. Eurico Carrara, studente del IV anno di 

Lettere nella R. Università di Bologna. 

M^ > del sig. Giovanni Cristofoletti, studente di Lettere 

nella R. Università di Padova. 

V » del dott. Giuseppe Prato, Torino. 

C > del sig. Enea Zamorani cit. 

R » del sig. Mario Martinozzi, studente del IV anno di 

Lettere nella R. Università di Bologna. 

M., j> del sig. Giovanni Gentile, studente di Lettere nella 

R. Scuola Normale di Pisa. 

» dei sig. Domenico Morellìni e Pietro Niccoli, stu- 

denti di Lettere nella R. Università di Pavia. 

O » del sig. Adolfo Bolognesi cit. 

8 » del sig. Giulio Baroncini, alunno del III corso del 

li. Liceo di Bologna. 

Raccolte quindi le singole collazioni, bisognava ri- 
fondere tutte le varie lezioni ricavate in un testo unico : 
a tale uopo convennero regolarmente presso di me, con 
singolare abnegazione, i signori Giorgio Rossi, Enrico 
Carrara, Giulio Razzoli, Mario Martinozzi e Eugenio 
Rossi, studenti di Lettere della R. Università di Bolo- 
gna. Consci che la perfezione in questo genere di lavori 
difficilmente si raggiunge, e specialmente poi trattan- 
dosi di un poema sì lungo in testi molteplici, per cautela 
maggiore, mediante successive letture si riconfrontarono 



DISCORSO PROEMIALE. 85 

di nuovo da noi tutte le stampe, servendoci delle colla- 
zioni dagli altri già eseguite come di controllo : e po- 
temmo verificare ad esuberanza che questa nuova fatica 
non era stata inutile. 

Massimo riguardo io ebbi alle tre stampe B, che erano 
la base del testo, e perciò ho stimato utile segnarne 
a parte, per prime, le differenze : in tal modo è facile 
verificare altresì le poche volte che, per guasto evi- 
dente per errori, me ne sono discostato, perchè in 
questi casi si scorge sùbito in principio d'ogni stanza 
la lezione delle tre B. 

Per confermare l'evoluzione subita dal testo, tor- 
navano opportune le lettere ppetiche del Tasso, ed in- 
fatti la maggior parte dei mutamenti trova* conferma 
e ragione nei passi di dette lettere allegati in nota,^ 



^ Alcune poche avvertenze del Tasso mi sono sfuggite o non 
ho trovato a tempo ove allogarle : le raccolgo qui : 

Al e. VII, st. 26 va aggiunto alla variante del v. 3 questa nota : 
* E quando nulla alla mia donna avvegna non è ben detto, cornicila 
avvertisce : se le verrà fatto di conciarlo, il riceverò in sommo 
grado. » (LeUere, I, n» 30; 20 maggio 1575). 

Lettere, I, n» 25 ; 15 aprile 1575 : < Il verso ove è la parola 
ichianta ho mutato perchè non so se lo schiantar sia proprio dei 
ferri, a cui si converria troncare.» 

Lfettere, I, n*» 47 ; 1<» ottobre 1575 : < Che non si possa dir mal 
grado mio, o mio mal grado, è certissimo ; e così sempre appresso 
totti i buoni. Lodo similmente che non si collida il che interroga- 
tivo, e per T esempio addotto da Vostra Signoria, e per Taltrd : 
< Che altro, e* un sospir breve, è la morte ?» e per la ragione, la 
gnale a mio giudizio è questa ; che posandosi tutta la forza de la 
ioterrogazione su la parola che, qneUa si deve intendere e pro- 
nunziare intiera, e non colliderne alcuna parte. > 

Lettere, I, n» 31 ; 24 maggio 1575 : « Mese. So ben io che la 
nostra accademia padovana ne la revisione de le rime, instigando 
1'A.tanagio, V escluse da le Bime Eteree, e forse non da tutte. 
£ veramente non si trova ne* cólti antichi: e sMo il potessi fare 
senza molto disconcio, volentieri il terrei via. Come l'oro saria, 
forma leggiadrissima e vergiliana; Come Voro faria, plebea — E'n 
^tutttro o *n sei percosse. V'avete voluto vendicare con l'acerbità de 
le parole^oich' io non rimossi il verso che vi spiaceva, a' vostri 
infortì. Veramente è volgare e basso, e bisogna mutarlo : saprà 
però chi non lo sa, che la numerazione de' colpi non è cosi pro- 
pria di Bovo, che non sia anco d' Omero. » 



86 DISCORSO PROEMIALE. 

nelle annotazioni dei primi manoscritti ; e certo si può 
dire che diflScilmente si incontra nella nostra lettera- 
tura un altro testo il quale riesca così compiutamente 
illustrato nella sua formazione. 

Ho pensato da ujtimo che non sarebbe stato inutile 
arricchire il poema delle allegorie particolari, quando 
il Tasso medesimo aveva scritta quella generale, ap- 
parsa la prima volta in Bj. 

Le allegorie del Birago apparvero la prima volta 
come d' incerto autore in V : che fossero del Birago 
promise di provare A. F. Seghezzi, ma non lo fece/ 
tuttavia corrono sotto il nome di quello. Anche le altre 
del Casoni furono dapprima stampate in M3 e in 
come d'autore incerto; col nome del Casoni si viderc 
nell'edizione del poema di Venezia, Ciotti, 1605, in-12* 

Nelle antiche edizioni gli argomenti avevano assa 
maggior valore che oggi non abbiano; nella Vita h< 
narrato come il Bonnà sperasse di averli dal Tasso me 
desimo e per quali ragioni questi non credesse di farli 
pertanto Bi ne rimase senza.* Ma già nella prima edi 
zione intera del poema, cioè li, e quindi in I2, eran* 
apparsi quelli di Orazio Ariosti, accolti poi anche in B 
e in moltissime altre stampe successive. Gli argoment 
di Giovan Vincenzo Imperiale apparvero nell' edizion- 
di Genova, Pavoni, 1604 ; quelli di Guido Casoni nel 
V altra di Serravalle di Venezia, Claseri, 1604 ; dj 
ultimo quelli di Bartolomeo Barbato nelP edizione d 
Padova, Tozzi, 1628. 

Per l'edizione di Genova, 1604, Bernardo Castelli 
aveva pregato l' amico Gabriello Chiabrera di fare egl 
gli argomenti ; ma il Chiabrera, non contento di com< 



* Cfr. Opere di T. Tasso, Venezia, Monti e C, 1735-42, voi. 1 
p. IX e p. XVII. 

* Vita cit., voi. I, p. 333-4. 



DISCORSO PROEMIALE. 87 

riuscivano, cedette il carico all'Imperiale.* Tuttavia 
liiabrera aveva già composti quelli dei primi dieci 
i, che videro poi la luce a pag. 254-5 Belle \ Poe- 
Shove I del sig. Gabriello Chiabrera | Baccólte \ Da 
" Crirólamo Gentile. \ Bime varie \ Chierra de Goti \ 
gmento de* \ Tetraschi al- \ la Gierusalemme libe- 
. I del Tasso. \ Con Privilegio. \ In Venetia | Presso 
lardo Giunti Gio. Batt. Ciotti | et compagni. 1608 ; 
2. 
Qui li riporto per compiere la serie : 

FRAGMBNTO DB' TBTRASTICHI 

DBL SIGNOR GABRIBLLO CHIABRBRA 

PBR LA GIBRUSALBMMB LIBBRATA DBL 

SIGNOR TORQUATO TASSO. 

I. 

Goffredo a ranni ì cavalieri accende, 
Ed ei, com* è di Dio V alto volere, 
Fassi Duce sovran; conta le schiere; 
Verso Giemsalemme il cammin prende. 

II. 

Indarno Ismeno le dnre arti impiega 
A fare invitte di Sion le mura; 
Alete di Giudea sgombrar procura 
L'armi d'Europa; il pio Goffredo il niega. 

III. 

Giugno Goffredo a la sacrata terra, 
S' accampa, e d' ogn' intorno armi dispone ; 
Indi a machine far, subito impone 
Che tratte sieno alte foreste a terra. 

IV. 

Armano i mostri inferni ire e furori 
Vòlti a lo scampo de la gente infida. 
£ a sinistra di loro agita Armida 
Con gran beltate i via più nobil cori. 



* Ofir. la mia Vita cit., voi. I, p. 670 n. 



88 DISCORSO PROEMIALE. 



V. 

Gernando ancìde e, pien d'orrìbil sdegni, 
LuDge Rinaldo dal Giordan s*afifretta; 
Armida i Daci insidiando alletta; 
Odonsi in arme dell* Egitto i regni. 

VI. 

Scelto fra tntti, il bnon Tancredi move 
Centra le sfide del superbo Argante; 
E move Erminia a ritrovar ramante, 
Ma fiero incontro la rivolge altrove. 

VII. 

Lagrima Erminia la crudel sua sorte, 
Né men Tancredi è prigionier dolente, 
Ma se l'arti d'Inferno erano lente 
Traeasi Argante da Raimondo a morte. 

VIII. 

Del Dano i pregi e di sua morte il pianto, 
E le schiere di lui vinte e disperte, 
E centra il buon Rettor Tarmi converte 
Narra la nobil Clio e nobil canto. 

IX. 

Mentre ha Febo nel mar con Teti albergo. 
Danno a Goffredo i fieri Turchi assalto : 
Trabocca il sangue e vanno i gridi in alto : 
Al fin tu, Soliman, rivolgi il tergo. 

X. 

Come Aladin privo di speme omai 
Consiglio cerchi a riparar suoi danni ; 
E come Air de la ria maga inganni 
La finta morte di Rinaldo, udrai. 

(U resto non H trova.) 

Utili sempre soiio i rimari e gli indici per ritro- 
vare prontamente i luoghi occorrenti. Un rimario dell»- 
Gerusalemme, autografo di Girolamo Baruflfaldi, mano-- 



DISCORSO PROEMIALE. 89 

scritto di e. 161, terminante con la desinenza tra, era 
nella famosa libreria Costabili di Ferrara. Ma il me- 
desimo Baruflfaldi dava all'edizione delle Opere del 
Tasso, di Venezia, 1735-42, il rimario compilato dal 
capitano Giambattista Sgarzi di Budrio, al quale pre- 
mise sei Bagionamenti poetici ; e questo fu altresì ri- 
prodotto in Padova nel 1829.* Ignorandone l'esistenza, 
il signor Giuseppe Coen ne compilò un altro nel 1878 
per la ditta Barbèra, che è quello medesimo qui ag- 
giunto, non senza nuova revisione. 

Anche l' indice dei nomi ebbe cure particolari, es- 
sendosi riconfrontati tutti i migliori finora apparsi. 



^ Mimari per numeri della Divina Commedia di Dante, del- 
l' Orìsindo Innamorato di F. Bemi secondo le moderne stampe, 
del Furioso di L. Ariosto e della Gerusalemme Liberata, per cura 
di AfngeloJ SficcaJ editore. Padova, per la Minerva, 1829, in-12o. 



1. 

MANOSCRITTI.' 



I. — Il primo abbozzo del poema, che si riproduce in prin- 
cipio del voi. II, è contenuto nel codice Vaticano Urbinate 413 
(già 918), in-8 picc, legato in pelle, di ce. 32, num. ree. Esso con- 
tiene il primo tentativo del Tasso di un poema suir argomento della 
liberazione di Gerusalemme ; e dobbiamo ritenere che questo testo, 
nel quale sì ritrova la materia dei primi tre canti della Gerusa- 
lemme Liberata, sia stato così ideato e scritto dal poeta quand' era 
giovinetto a Venezia, tra il maggio 1559 e il novembre 1560. 

Il ms., di carattere regolare molto nitido, ha questo titolo : 

Il Gierysalbmmk 
Di Torqvato 
Tasso 
All' Illvstrissimo et 
Eccellentissimo Signore 
Il Signore 
GviDVBALDO Fel- 
tri© della Rovere 

DVCA 

Di Vrbino. 

Anche questa dedica al Duca Guidubaldo ci dimostra che il 
"^asso non aveva contratto altra servitù, e ricordava con gratitu- 
'^ÌMe gli anni 1557-58 passati col padre alla Corte di Urbino. 

Nella seconda carta del ms. è ripetuto il titolo del poema ed 
^ esposto l'argomento; il canto incomincia alla terza carta, e ogni 
Pagina contiene due ottave ; vi si riscontrano tuttavia degli spazi 
^^anchi dove è scritto l'argomento che avrebbe dovuto in essi 
brattarsi. 



^ Di tatti i manoscritti qui annoverati si vedranno più fac-simili neir album 
^he lo stabilimento Danesi di Boma prepara per ricordo 4ol terzo centenario 
«alla morte di Torquato Tasso. 



94 BIBLIOGRAFIA 

Abbondano le correzioni nel testo, di mano dello stesi 
vente; per esempio, sono corrette costantemente alcune 
come giudica e varii in giudicij e varij, ghictccio in gitic 
Alcune poche correzioni di lezione sembrano essere di m: 
Tasso, e son queste : 

iSt. 49, V. 2 : fervor — corretto in : nrdor. 

Y. 4 : far Provincie tributarie — corretto in : tributarie far p 
St. 56, V. 6 : nutrir — corretto in : condur. , 

St. 89, V. 6 : Che 7 capitan tra suoi più cari tiene — corretto in : 

diottri Goffredo in pregio tiene, 
St. 98, V. 6 : e gli alti crini a i monti indora — corretto in : e i 

gli alti monti indora. 
St. 104, V. 24: lancia — corretto in : spada. 
St. 105, V. 4: e fasciata — corrotto in: si fascia. 

Il primo a dar notizia di questo cimelio fu il Fonta 
quale prometteva che sarebbe stato dato presto alla luce 
verità non apparve che nella edizione delle Opere del 1 
Firenze, Tartini e Franchi, 1724, voi. I, pp. 185-97; e fu i 
in quella dì Venezia, Monti, 1735, voi. I, pp. 319-32,* e < 
Capurro, 1821-32, voi. XXVI, pp. 295 e segg. Da ultimo, dop 
riscontro col ms., fu da me accolta nelle Opere minori % 
di T. Tasso, Bologna, Zanichelli, 1891, voi. II, Appendice 

Già il Mazzoni ^ rilevò alcune delle somiglianze di qu< 
bozzo col testo definitivo del poema ; non sarà discaro a 
diosi eh* io ponga qui una tavola compiuta di raffronto delle 
ottave: 

Abbozzo. Gerusalemme Liberat 

St. 1 Casto I, st. 1. 

St. 2-5 » st. 2-5, ma assolu 

diverse nel! 

St. 6 » st. 6. 

mancano » st. 7-34. 

[efr. più innanzi st. 88-116] > st. 85-66. 

mancano » st. 67-70. 

St. 8-9 » st. 71-72. 

St. 10 [Canto XVIII, st. lOOJ. 

St. 11-12 Canto 1, st. 73-74. 

[cfr. più sotto st. 16J » st. 75. 

mancano st. 76-77. 

St. 13-14-15 » st. 78-79-80. 

St. 16 cfr. sopra si. 75. 

mancano > st. 81-90. 

mancano Canto II, st. 1-55. 

St. 17 » st. 56. 

[cfr. più innanzi st. 39 e segg.] ... » st. 57-93. 

mancano > st. 94-95. 



1 Aminta difeso $ illustrato, Boma mdcc, p. 189. 

t Cfr. ìb. la notizia a p. xiv, e cfr. pp. 386-7, e p. 390. 

s Tra libri $ carte, Boma, Pasqualucci, 1887, p. 45-6. 



DEI BCANOSCEITTI. 95 

ìt. 18-26 Canto II, mancano, ma nel concetto 

corrispondono a st. 96-97. 

5t. 27-34: Canto III, st. 1-8. 

nancano » st. 9-53. 

^t. 35 » manca, e negli ultimi due 

versi corrisponde a st. 54. 

!5t. 36 >» st. 55. 

nanca » st. 56. 

5t. 37 » st. 57. 

nancano » st. 58 e segg. 

St. 38 mancante » manca. 

5t. 39 Canto II, st. 57 [cfr. sopra]. 

5t. 40-43 .' » mancano. 

5t. 44-47 » st. 58-61. 

3t. 48-51 » mancano. 

5t. 52-68 » st. 62-78. 

3t. 69 » manca. 

3t. 70-83 > st. 79-92. 

3t. 84 » manca. 

3t. 85 5» st. 93, in parte. 

3t. 86 » manca. 

5t. 87 Canto I, st. 35. 

3t. 88-115 [rassegna dell'esercito]. » st. 37-64 [rassegna del- 

l' esercito, ma in gran 
parte diversa]. 

3t. 116 » manca. 



1. — An.— Canto IV, IX e XII | della | Gerusalemme Liberata | di 
Torquato Tasso | che fanno seguito al primo abbozzo del 
poema | che si conserva nella Vaticana | scritto di mano del 
poeta. I Ms. cartaceo di e. 45 del sec. XVI | Roma | Tipografìa 
della Pace | Piazza della Pace 35 | 1877; in-8° picc. 

Gli esemplari di questo opuscolo fuori . commercio dovevano 
essere numerati sebbene manchi T indicazione della tiratura, per- 
chè quello ch'io posseggo ha al basso del frontespizio notato il 
n. 43. Editore ne fu l'avvocato Ignazio Angelini, appartenendo 
il ms. alla ricca biblioteca della sua famiglia. Da una lettera il- 
lustrativa che va innanzi, firmata da Giuseppe Angelini, 4 otto- 
bre 1868, ricavo queste notizie : il ms. che contiene tali canti fu 
acquistato nella pubblica vendita della libreria Falconieri ; esso 
è dì lettera bella e antica quale si usava nella seconda metà del 
secolo XVI. Ivi si leggono tre canti della Gerusalemme, cioè il IV 
(che nelle stampe tutte è il V) di stanze 73, il IX di 86 e il XII 
di 103, ne' quali due ultimi canti però veggonsi alcuni luoghi la- 
sciati vuoti ad accogliervi altre stanze dall' autore non anco forse 
composte. 

n signor Giuseppe Angelini passa poi a dimostrare che que- 
sto testo si collega veramente col ms. Vat. Urb. 413, ch'egli però 
A torto credeva di mano del poeta, poiché anche in questo canto IV 



96 BIBLIOGRAFIA 

del ms., st. 59, Rinaldo non è V eroe cristiano qnal divenne in 
séguito, ma è detto di lui ciò che poi sarà detto di Rambaldo: 

Binaldo ultimo fu, che farsi elesse 
Poi fé cangiando, di Giesù nemico. 

Inoltre, come l'abbozzo del primo canto è dedicato a Guida- 
baldo della Rovere, e da esso traspare l'intendimento di illustrare 
quella nobilissima casa anche in varie stanze, e come in luogo di 
Rinaldo nella rassegna dell'esercito vi è lodato sopratntto 

Il chiaro Ubaldo che degli Umbri è conte, 

cosi nel canto IV di questo ms. è pure Ubaldo e non Rinaldo, 
che ingiuriato da Hernando (nelle stampe poi Gemando) lo uc- 
cide in duello e si parte dal campo cristiano indottovi dalle ra- 
gioni e dalle preghiere di Tancredi, Per l'autenticità degli altri 
due canti IX e XII, il medesimo Angelini adduce queste buone 
ragioni : « E la prima è che la scrittura è seguita tam ente d' una 
mano sola, condotta sopra la stessa specie di carta, come si rav- 
visa dal marchio del fabbricante, che rappresenta un giglio, della 
forma usata dai re francesi, racchiuso entro due circoli sormontati 
da un B maiuscolo. La seconda è che sónovi tutte le stanze pri- 
mieramente da lui composte, e dappoi rifiutate, e di più varianze 
molte di sentenze, di voci, di nomi che non si trovano in nessuna 
delle antiche stampe, ne meno nella prima, si monca e diversa 
dall'altre che seguitarono, data in luce da Celio Malaspina nel 1580, 
in-4, in Venezia, per li torchi del Cavalcalupo; né eziandio nelle 
stanze rifiutate e accennate sopra; né fra le varie lezioni tolte 
da libri mss. e stampati poste in fine di parecchie, sì antiche e sì 
moderne edizioni » 

HI. — Vo. —Alcuni 'canti del Goffredo con alqnuante rime, nel 
Vaticano-Ottoboniano 4355, del sec. XVII, di ce. 90, di cui 
parecchie bianche, in-8. 

Dopo alcune rime di diversi seguono otto sonetti, cinque ma- 
drigali e una canzone del Tasso. Vengono appresso ì canti III 
e IV del Goffredo ; terzo e quarto secondo la primitiva redazione, 
che sono poi in effetto il IV e il V del poema a stampa. Infatti, 
come appare dalle varianti recate, il testo del quarto è uguale 
a quello di Am., e quello del quinto é ugnale a quello di kit, 

IV. — Ani. —Canti IVS VUP, IX^ XII, XV del Goffredo ; mss. Am- 
brosiani y. 120 sup. e R. 99 sup. ; miscellanee appartenute 
a G. V. Pinelli. 

I fascicoli contenenti i canti, benché legati in due diversi mss^ 
sono evidentemente del medesimo tempo. Poiché si incontrano io 



DEI MANOSCEITTI. 



97 



laiche fascicolo dei fogli fuori d'ordine e vi sono spesso dne copie 
1 medesimo testo è necessario dare anzitutto una tavola della 
ntenenza di ciascuno: 



Carte 



Carte 



» 



169-182. 

184-185. 

188-205. 

206-223. 

228-235. 

236. 

237. 

238-239. 



126-133. 
135-146. 
151 e 156. 

152. 
154-155. 

157-174. 
175-189. 
191-200. 
201-215. 



Q. 120 8up, 

Canto 1A\ Mancano le st. 8-17 a le st. 78-82 ; 

cfr. hf h e k. 

» y> Le sole st. 8-17 che mancano in a ; 

cfr. l e n. 

» IX. Cfr. meo. 

» XII. Cfr. g. 

» XV. Cfr. i e q. 
La prima e l'ultima stanza del poema, autografe. 
Le stanze 96-97 del canto XII; cfr. d. 
Le stanze 78-83 del canto IV che mancano in a. 



a. 99 8up. 



Canto 



» 



XV. 
IV. 



IX. 
IV. 

IX. 
VIII. 

XV. 
VIII. 



Cfr. « e }. 

Copia di a; con lo stesse lacune. 

Le sole st. 8-17 che mancano in k; 

cfr. ben. 
La sola st. 25; cfr. e e o. 
Le sole st. 8-17, inviate con lettera 

e osservazioni al Pinelli; cfr. fc e /. 
Le st. 1-97; cfr. e e w». 
Cfr. r. 
Cfr. e e t. 
Cfr. p. 



Dopo ciò ecco V illustrazione particolare dei canti, che in qne- 
mds. appaiono nella redazione primitiva, ma con osservazioni 
quindi con aggiunte che li riducono alla forma volgata. 

Canto IV. — Come in Ve, cosi anche in questo testo, il canto 
detto terzo. Lo troviamo nei fascìcoli a e k nella forma pri- 
itiva ;. le aggiunte sono nei fascicoli h,l,m e h. — Il fascicolo a 
originale, con correzioni e note autografe. Procede dalla st. 1 
la 7, alla quale segue questa nota autografa: Manca Voratione 
'X diavolo nella fine della quale è questo, e prosegue il canto; 
ancano dunque le stanze 8-15. Nel rimanente mancano le st. 24-26; 
i-38; 64; 73; 78-82. 

I fascicoli & e A riparano alle mancanze di a. II fascicolo ò 
eca le st. 8-17, e però si trovano duplicate le st. 16-17, che sono 
•Uresì in a. 

II fascicolo h reca le st. 78-83. Una nota autografa in princi- 
pio dice : Va cassata nel IV la stanza che comincia Goffredo an- 
ch' egli se* et vi si hanno da inserire le sei stanze che seguono, 
roa ci sono anche i primi tre versi della st. 84, perchè nella prima 
'edazione erano differenti. 



* Forma primitiva con coi doveva cominciare la et. 83, che in a non è cosi. 
Tasso. * 7 



98 BIBLIOGRAFIA 

Il fascìcolo k è copia di a e il fascicolo Zdi h; non y^è però 
aitra copia di h, che però vedesi avvisato in n. 

Più interessante è il fascicolo n che contiene, come ho avver- 
tito, precisamente le stanze 8-17 inviate al Pinelli da qualche 
amico, e si può credere questi fosse Scipione Gonzaga. Il foglietto, 
di formato minore degli altri, comincia con questa avvertenza: 
« Dopo la 7" stanza seguita questa, » e reca 1(^ st. 8-17 ; dopo que- 
st' ultima è segnato in margine : < fin qui è V originale, seguita poi 

Non aspettar già V alme a Dio rubelle [st. 18] 

i quattro ultimi versi di questa stanza son questi: 

Come sonanti e torbide procelle 
Vengono fuor delle natie lor grotte 
Ad oscurar il ciel e portar guerra 
A' gran regni del mare et della terra. » 

Poi la lettera segue con queste altre avvertenze allo stesso 
canto : « La chiusa della stanza Hor il mio buon custode è questa: 

Ma promessa da me non trasse mai 

Anzi ritrosa ogn'hor tacqui, o negai [st. 47]. 

La chiusa della stanza Mentre così dubbioso è questa: 

Quegli la chiesta grazia alfìn negoUe 

Ma die repulsa assai cortese e molle [st. 67]. 

Mando a V. S. la mutatione della prima stetnza et la cagione 
di essa,^ la quale insieme con altre mutationi in detto canto mi 
furono mandate da lui stesso, et è facil cosa che V, S» non Vhab- 
bia. Perciò mi avvisi se ha la stanza 

Anzi un de' primi a la cui fé' commessa [st. 64]. 

Vi aggiunse poi alcune altre stanze il principio delle quali è 

questo : 

Ma il giovinetto Eustatio in cui la face [st. 78] 

et hcec satis intorno al 4". » 

Canto VIII. — Lo troviamo nei fascicoli p ed r. In p tra la 
st. 22 e la st. 23 ve n' è una in più; e cosi tra la st. 67 e la st. 68. 
Dopo la st. 39 e' è questa nota marginale : qui va una stanza che 
narra i sepolcri degli altri morti, la quale stanza credo il Taysso 
non scrivesse mai. Dopo la st. 85 e ultima della volgata, in que- 
sto ms. ne seguono due altre. 



^ Allude ad un frammento staccato, e che ora si trova incollato bqU* 
e. 134 V.; è un pezzetto di carta ove di mano del Tasso è scritto: 

stanza prima 

Mentre fan questi i bellici instnimenti 
vers. 5 

e lor reggendo a le belle opre intenti || a cotali opre intenti 
quella parola contenti non si conveniva a questp luogo. 



DEI MANOSCRITTI. 99 

Il fascicolo r è copia calligrafica di p, e vi manca 1' avver- 
tenza alla 8t. 39. 

Canto IX. — Lo troviamo nei fascicoli e ed o; una sola stanza 
in m, senza valore. 

In e abbiamo tutto il testo del canto; alla st. 23 è una nota: 
Se questa figura si convenga non son risoluto, che, benché non 
autografa, ci riporta al Tasso in persona. Dopo la st. 71 è que- 
st' altra : Ho qui aggiunte alcune stanze che per non essere neces- 
sarie non le filando. D^ Argillano si comincia a parlare nel prin- 
cipio della stanza; e ciò perchè nel ms. è una sola stanza invece 
delle st. 72-73-74 della volgata, che sono quelle aggiunte, cui il 
Tasso allude. 

Il fascicolo o è copia esatta del precedente, anche nelle an- 
notazioni. 

Canto XII. — Lo troviamo nel fascicolo d ; due stanze in g. 
Il ms. ci offre, come altri mss., la redazione primitiva \ qui ab- 
biamo qualche correzione autografa del Tasso alle st. 57, 97, 
101, 104, come ho indicato ai propri luoghi nel testo del poema. 

Le due stanze nel fascicolo g non hanno valore. 

Canto XV. — Lo troviamo nei fascicoli e, i q q. In e è inti- 
tolato : Parte del XV canto del poema del Tasso; in i: La navi- 
gazione del mondo nuovo del poema di T. Tasso; il quale titolo cosi 
riferito nella Bihliotheca bihliothecarum del padre Montfaucon, 
fece correre il Serassi a posta a Milano, credendo ad un poema 
sconosciuto del nostro autore.* Anche questo ms. ci offre una 
prima redazione di questo canto, come An., e come Bm., nella 
quale assai più lunga era la navigazione air isola d' Armida, e si 
trovano ben undici stanze seguitate che furono poi rifiutate dal- 
l' autore. Questo ms. reca correzioni autografe del Tasso in moltis- 
sime stanze. Comincia con la st. 4, e, con altre lacune a confronto 
della volgata, termina alla st. 43. 

I fascicoli i e q sono evidentemente copie, perchè vi è tenuto 
conto delle correzioni fatte dal Tasso in e. 

Y. — Bm. — Canti I, n, III, IV, IX e XV del Goffredo ; ms. nel 
Museo Britannico, segnato Additional 29 312 ; leg. in perg. ; 
misura mm. 22oXlSo; di pp. 222, in bellissima grafia, a 
due ottave per pagina.' 

Se questo ms. ci rappresenta un momento più inoltrato dei 
mss. precedenti nella composizione del poema, per ciò che contiene 



* ma di T. Tasso,^ Firenze, Barbèra, Bianchi e C, 1858, II, p. 362. - Mi 
riferirò sempre a questa edizione. 

' Vi è premessa una lettera di Achille Gennarelli, in data 8 marzo 1873, 
senza indiiizzo, amenissima per gli errori di fatto e per le fantasie che 
«ontiene. 



100 BIBLIOGRAFIA 

anche il secondo canto, appartiene però alla redazione primitiva 
per il testo degli altri; e, ciò che è assai notevole, il canto XV, qui 
è segnato XIY ; come già si vide che in An., To. e Am. il qnarto 
era detto terzo, e il quinto era detto quarto ; da che si conclude 
che anche questa redazione del XV è anteriore air introduzione 
dell' episodio di Olindo e Sofronia che dette corpo al secondo 
canto attuale. 

VI. — Ali. — Ms. autografo della Gerusalemme Liberata, nel Mu- 
seo di Sir John Soane (13 Lincoln's-Inn Fields, Londra); 
gjrosso volume di pp. 6^3 ; mm. ^50 x 200 ; legato in tavola 
ricoperta di cuoio, con due fermagli d'ottone; sul dorso 
è stampato Origin. | Del | Tasso ; Segi dorati ; tre ottave 
per pagina. 

Già neir edizione delle Opere, di T, Tasso, Firenze, Tartini e 
Franchi, 1624, voi. I, pp. 231-41, apparvero alcune Varie lemmi 
della G. L. tratte da un codice manoscritto originale del Tcmo 
che si conserva in Ferrara presso il Reverendissimo signor cano- 
nico Girolamo Barn f aldi. Nell'altra edizione delle Opere, Vene- 
zia, Monti e C, 1735, voi. I, lo stesso Barufifaldi, nel sesto dei snoi 
Ragionamenti poetici, p. 391-2, cosi parlava di questo ms. intito- 
landolo Codice Baruffaldi : < Egli è scritto di proprio pugno di Tor- 
quato insieme con VAminta,^ nel modo che furono dall'Autore ri- 
veduti, ma non però affatto compiuti, perocché in diversi luoghi 
mancano stanze non che versi interi, rimanendovi il loco vacno e 
segnato di punti quasi quasi nella stessa maniera, eh' è la edizione 

di Casalmaggiore Fu già questo codice del medico Ippolito dalle 

Monete, e da' suoi antenati, che furono uomini di corte, fu acquistato 
da chi stava presso il duca Alfonso di Ferrara. » Tralasciando che 
non si comprende chiaro in questa provenienza, la descrizione 
del Baruffaldi fu molto sommaria, come le varie lezioni sono pint- 
tosto il risultato di una spigolatura che di un regolare confronto. 
Non di più disse nel 1785 il Serassi;^ se non che agufiungeva la 
notizia che il ms., donato dal Baruffaldi « per certo impegno ad 
un primario cavalier ferrarese, si teme che già da qualche anno 
siasi lasciato uscir d'Italia. > Il Cavedoni nel 1823 confermava: 
« per più dolore si sa esser veri i sospetti del Serassi, che 1* ori- 
ginale ora sia sotto altro cielo.* » Era infatti nella collezione di 
Lord Guilford, alla vendita della quale nel 1829 fu acquistato da 
Sir John Soane, fondatore di uno dei più famosi musei archeolo- 
gici di Londra ; e forse perchè i libri ne sono la parte minima 
il codice prezioso rimase finora inosservato. Una lettera di Gìu- 



1 G£r. la mia ediz. delle Opere minori in versi di T. Tasso, voi. HI, p. z^'- 

2 Vita cit., II, p. 359-60. 

3 Memorie di religione, di morale e di leit., t. TV, p. 157, Modena, Soliani, 1823. 



DEI MANOSCRITTI. 101 

seppe Bonomì, direttore del Museo Soane, in data 4 dicembre 1870, 
diretta a L. N. Cittadella, che si conserva nella Comunale di Fer- 
rara, mi mise sulle traccie del ms.* Mi rivolsi allora per la colla- 
zione al British Museum, e fu eseguita dalla signora Ellen Salmon. 

Questo autografo del poema, contrariamente a ciò che lasciava 
intendere il Baruffaldi, è ben lungi dal rappresentarci la redazione 
definitiva, ma contiene invece il poema quale era con certezza 
negli anni 1575-76, cioè appena compiuto e durante la revisione ; 
di modo che, come appare dalla presente edizione, i mutamenti 
apportati hanno precisamente la loro spiegazione nelle lettere del 
Tasso dirette ai revisori. 

Tranne lievissime dififerenze, rispecchiano questo ms. gli altri 
qui indicati Es.^ e Fr.; quest'ultimo però è anteriore e ha qualche 
prima lezione originale ; Es.^ reca invece i segni della revisione, 
come vedremo. Delle stampe, seguono da vicino questo mano- 
scritto le due deir Ingegneri di Parma e di Casalmaggiore 1581, 
e la seconda del Malaspina, Venezia 1582, perchè esemplata sulle 
precedenti. 

Il ms. contiene altresì molti errori grossolani di grafia come 
era solito di fare il Tasso, che volentieri confessava questa sua 
trascuratezza; scorrendo le varianti della presente edizione si 
troveranno di continuo esempi di ciò. Le lacune, avvisate già dal 
Baruffaldi in generale, sono le seguenti : Canto I, st. 2, vv. 6-8 ; 
st. 3. — Canto II, st. 27, v. 3. — Canto III, st. 7 ; st. 38, vv. 7-8 ; 
st. 57. — Canto IV, st. 17, vv. 7-8. — Canto VI, st. 27-31 ; st. 46, vv. 7-8 ; 
st. 69-70; st. 76-77; st. 82-90; st. 97-102; st. 113- 114. — Canto VII, 
st. 46 ; st. 69, vv. 7-8 ; st. 109, v. 4. — Canto Vili, st. 34, v. 8 ; st. 65, 
V. 8. — Canto IX, st. 45, vv. 1-4. — Canto X, st. 55 ; st. 77, vv. 7-8; 
st. 78. — Canto XI, st. 16 ; st. 66, v. 8 ; st. 67, vv. 7-8 ; st. 85, v. 8. — 
Canto XII, st. 13-16; st. 33, v. 8; st. 53, vv. 7-8. — Canto XIII, 
st. 38, V. 5 ; st. 13-15 ; st. 44. — Canto XIV, st. 26, v. 8 ; st. 66, v. 7 ; 
st. 71, vv. 1-2. — Canto XV, st. 13 ; st. 42, v. 7; st. 45, v. 2; st. 57-66. — 
Canto XVII, st. 64; st. 86-97.— Canto XVIII, st. 87-89.— Canto XX, 
st. 4, w. 7-8 ; st. 121-136. 

Dopo r ultima stanza del poema è scritto dal Tasso: Finis. 
Laus Dbo. Op. Ma. 

VII. — Fr. — Codice nella Biblioteca Comunale di Ferrara, 
segn. B. 18. 10; cari, in foglio; sec. XVI. 

Anche di questo codice il primo a dare notizia fu il Baruffaldi, 
nel sesto de' suoi Ragionamenti già citati, seguito poi dal Serassi. 



1 II ms. è fuggevolmente menzionato a p. 79 del volumetto GttHial De- 
scripUon of Sir John Soane'a Museum, with brief noiices of some of the more 
interesting uforks of art, Sixth edltion, London, Wyman and Sons, 1893, in-8. 



102 BIBLIOGRAFIA 

Il codice era allora posseduto dal dottor Ginseppe Lanzoni, medico 
e lettore nell' Università di Ferrara. E formato di tredici fascicoli^ 
contenenti tre ottave per pagina; questi fascicoli servirono eviden- 
temente al giro d'nna mano neir altra, e ciò si conosce per la pie- 
gatura in croce che tuttavia vi apparisce, e per essere sudicio e 
logoro F ultimo foglio di ciascuno, massime di quello contenente 
il canto XVI. 

Il primo fascicolo contiene i canti I e II; il secondo i canti III,IV 
e V ; il terzo i canti VI, VII e VIII ; il quarto i canti IX e X ; 
il quinto il canto XI; il sesto il canto XII; il settimo e ottavo 
fascicolo, coi canti XIV e XV, sono di carta diversa e di mano 
assai più recente : è certo che furono aggiunti posteriormente per 
compiere il codice ; i fascicoli nono a tredicesimo contengono cia- 
scuno un canto dal XVI al XX. Il codice ha un' antica numera- 
zione sul recto che contìnua a tutto il canto XIII, che termina 
con la e. 203. I canti XIV e XV, di mano diversa, non sono nu- 
merati ; col canto XVI ricomincia una numerazione da e. 1 a e. 7, e 
poi è interrotta. 

La prima pagina del ms. ha soltanto un'ottava al basso; la 
parte superiore è bianca, forse per dar luogo al titolo e alla de- 
dica. Nell'ultima pagina del ms. dopo terminato il poema sì legge 
Laus Deo. 

Questo codice, come risulta chiaro dal testo critico del poema, 
è presso a poco contemporaneo di Au. e di Es.g, se non che con- 
serva di più qualche lezione primitiva che è scomparsa negli altri 
due mss., e ciò massimamente nei canti XII, XVII e XVIII. A ri- 
guardo dei quali gli effetti della revisione si ritrovano in quattro 
fogli autografi, rilegati in una cartella a parte. 

Il primo di questi quattro fogli contiene le correzioni più so- 
stanziali apportate dal Tasso al canto XII ; il secondo e il terzo 
quelle al canto XVII ; il quarto quelle al canto XVIII ; quest' ul- 
timo foglio sulla quarta pagina reca l'indirizzo Al signor Q4o, Fi- 
lippo Magnanini.^ È evidente che questi è colui che scrisse il 
codice, non solo perchè la grafia è uguale a quella d'altre sue 
composizioni esistenti nella stessa Biblioteca di Ferrara, ma altresì 
perchè le correzioni dal Tasso mandate coi detti fogli, si trovano 
riferite, di mano del Magnanini istesso, benché in carattere alquanto 
più piccolo, in margine del codice. 

Queste pagine, come quelle che contengono il primo abbozzo 
delle nuove stanze, sono piene di pentimenti e di cancellature 
che non era possibile o opportuno rendere con la stampa, ne 
avrebbero giovato alla struttura generale del testo. Furono foto- 



* Discreto rimatore, segretario del conto Cornelio Bentivoglio, capitano 
generale del duca Alfonso II. Al Magnanini è dedicata T Aggiunta alle Rime, 
e Prose del signor T. Tasso, Venezia, Aldo, 1585; e si trova una lettera del 
Tasso a lui diretta. 



DEI MANOSCRITTI. 



103 



grafate in occasione del terzo centenario tassiano, e se ne vedrà 
il fac-simile con (j^li altri molti che T editore Danesi dì Eoma rac- 
coglie a ricordo e documento in uno splendido album. Anche in 
servigio di qnello, darò qui la trascrizione esatta di qualche stanza. 

Il primo foglio autografo, riguardante il canto XII, reca la 
stanza 6 ; i vv. 7-8 della st. 12, e le st. 13, 14, 15, 16 ; la st. 25 ; e le 
st. 102-l(à, le quali tutte mancano nel testo del codice di prima 
redazione. Notevole il primo bozzo della st. 103 : ^ 

Ben voleva io quando primier m' accòrsi 
Che ftior si rìmaneu la donna forte, 
Benché tardi seguirla, e ratto [consorsi] corsi 
Per esser seco a una medesma sorte. 
Ma '1 re che solo al mio volere opporsi 

[Potè., mi tenne] Potè.. ri.t're^rtrfucSusl] P»>^ = 
E me, pregante e contendente in vano. 
Vinse r imperio suo eh' è qui soprano. 



I vv. 5-6 sono poi ridotti all'ultima lezione in basso della pagina. 
Inoltre il Tasso aggiunse di suo pugno nel testo del codice la 
st. 32 di questo canto. 



Il secondo e il terzo foglio autografi contengono le st. 57-64 
del canto XYII, nella redazione definitiva sostituita alle quindici 
stanze primitive qui recate in nota alla st. 56 del testo. Reca quindi 
le st. 83 (manca la st. 84)-92 sostituite anch'esse alle cinque della 
redazione primitiva, qui recate in nota alla st. 82 del testo. 

Ecco, per esempio, la stesura delle st. 62, 63 e 64 : 



st. 62 : 



st. 63 : 



1. 
2. 

3. 
4. 



iti 



6. 

7.- 
8. 



T'alzò natura in verso al ciel la fronte 

e ti die spirti generosi et alti 

»/v>«v.» :^ «,, ^i-i 6 con illustri ^ ^^^x^ 

perche in su miri r^ ^i :^„«i e conte 

*^ [0 gloriose] 

-__- te stesso al sommo pregio .^-n.. 

®P^® [facendo te medesmo] ®®*^" 

[Non haver però voglie in guisa pronte] 

[che tu trascorra a cittadini assalti] 

e ti die l'ire ancor veloci e pronte 

non perchè l'usi g^ eUtadini] *««*"^ 
[Non] Ne perche sian de desideri ingordi 
elle ministre et a ragion discordi. 



I a 

Ì[Ma perchè tua virtù vinca con esse] 
Ma perchè cresca 11 tuo valor per esse 
[Ma perchè fatto il tuo valor per esse] 

2. ( ? ?^/^ ^^y f^«°*''* i "^°^-. esterni! 
( [più fiero vinca gli avversari J 

8. e ne sian ribellando anco ripresse 

4. le cupidigie tuoi [nemici] interni. 



negli avversari 



' Indico sempre tra parentesi quadre le parole cancellate nell' originale ; 
dove è illeggibile metto dei puntini. 



104 



BIBLIOGRAFIA 



St.64: 



udendo il cavalier 
l'alto consiglio 

Fea de detti 
oonserva 



1. Ma perch'il tuo valor armato d'esse 

2. pih fiero f««*^8* f" avversari ^^ 
^ [sia centra i nemici] 

q - sian con maggior forza indi _s„_-aa-» 
^* ® [ne sian ribellando anco] "Presse 

4. le cupidigie fJ^S'^v^Jllri] '°*«™- 

5. Dunque nell'uso per cui fur concesse 

6. L'impieghi " «J88*%d"S« , , ^ ]^ «^^«^^ 

*^ * [il buon Goffredo] e lo 

■'• «* * Frua^vogUa] ^^' *«P^*« ^^^ "■^®°*^ 

8. le faccia [hor] et hor l'affretti et hor Tallenti. 

1. Gos\ parlava e tutto attento e cheto 

2. A saggi detti il giovine gagliardo 

3. [no fea nel] nel cor ne fea conserva e mansueto 

4. volgeva a terra e vergognoso il guardo 
_^5 'e lieto 

1. Cosi parlava e r*^**^ attento e cheto 

2. [il giovinetto a quel saggio consiglio] 



a le parole sue 
d'alto consiglio 



volgeva a terra 

e vergognoso 

il ciglio 



3. [Ne fea nel cor conserva] e mansueto 

4. si stava e sparso d'un color vermiglio. 

g ( e [con arte sogg.] gli soggiunge alza la fronte ^ ^^^^ 

' { et [opportun a tempo soggiunge hor alza il ciglio] ^ 

7. e [ne^Jjy*** scudo affissa gli occhi ornai 

8. eh' ivi de' tuoi maggior l' opre vedrai. 



Seguono qnindì le st. 83 e 85 (mancando la st. 84) presso a poco 
come il testo, e quindi le st. 86, 87, 88 ; tormentatissime sono in- 
vece le st. 89-92 : 



St. 89 



Quel eh' a lui rivelò g"^^® .^ divina 

e ch'egli a me scoperse io [tei] à te predico 

mal 

Non fu greca o barbara o latina 

progenie in questo j buon ^ ^^^.^^ 

[stirpe nel novo] [gran] *^ 

Bieca di tanti Heroi, quanti destina 

A tè ^Jii^SSli] il -^^^ ^-*- 

[appo cui] e flan vili appo lor ^^u^nd^i?]^ ''^™* 

Athene e Sparta e la 'ffamosal •^®™* 
, , uguaglieran ,. «^„ 4„*«™^ o«o,.+« eh' aguaglieran qual 
°^ [oscuran] ^^ ^"°* '°*^™^ ^^^"^ piti chiaro si noma 

Di Roma di Cartogine e di Sparta ^' ^P»^** Roml?*^'"' 



1 È lacero il basso del foglio ; poi riprende nella pagina seguente. 



DEI MANOSCRITTI. 



105 



St.90: 



1. Ma pur fira gli altri successor più chiari 

3. [quand* in misera etade e 'n tempi avari] 

4. privo più 



€. Vy St. 16 y 

-8, ma questi 
son valutati A 



1. Ma pur fra gli altri successor più chiari 

2. quando rivolti fian già cento e lustri 

3. quando il mondo già veglio, e i tempi avari 

4. privi quasi saran d'huomini rj.|^j.j| 



1. [Ma fra gli altri, ei, mi disse un più ne scieglio] 



[1. [Ma fra gU alt 
a ( [che nascer si] 
^' [ che 



] 



1. 

2. 
3. 

6. 

7 
8. 



■{ 



•w- cJ*® «j «.; ;«»-« Alfonso io „«^„i,«^ 

^» fra gli (sic), «^» °" ^^«»« [un fuor ne] «^««lio 

Tn^tm^i •vi.fmA {.« ■»;»4^N r«i,«n ni* in titolo secondo 
[primo] primo ni virtù, [che] j^^^^ j^^^^^ ^ ^^^^^^^ 

che nascer dee quando corretto e veglio 

povero d'huomim [«lustri] il mondo 

[privo più fla d'huomini] ^ ^ **»"*/ 

[megl] 

Questi fla tal che non sarà chi meglio 

la spada usi o lo scettro, o meglio il pondo 

sostenga 
o dell'arme o del Diadema 
gloria del sangue tuo somma e suprema. 



St. 91 : 



1. Darà fanciullo nell'imagin fere 



[ 



1. 
2. 
3. 

4. 

5. 
6. 

7. 
8. 



» _ • 

fanciullo ancora, essercitando in fere 1 -r,. „„^«„„^ jI^SL 
imagini di guerra il suo valore J ^ ?Xr "uSHme 

fla terror delle selve, e de le fere °^ ^^^°^ sublime 

X negli arringhi havrà le lode primi (sic) 
[havrà negU aiTinghi il primo honore:] 
[Ma giovin poi tra mille armate schiere] 
[spargerà l'altrui sangue e *1 suo sudore] 
e sovente avverrà, che '1 crin si cigna 
Or di lauro, or di quercia, or di gramigna. 



St.92: 



to non ammesso.^ 



[poscia in matura] 
[Senna et Istro vedrallo] 
[poscia i pò in pa] 
(Kegerà p] 

[Non fian l'ultime e i pregi] 
[Ma pò] 

Non 
[Ma] 

[Ma non saran le lodi sue seconde 1 

Ne i pregi fian di sua virtute estremi J 
[Di più matura età,] 

r Di r«i? etàl* °®° ^*° seconde le lode J 
le lodi 
Ne la matura 

[De la matura età non fian seconde H 
[le pacifiche lodi e i pregi scemi] I 
le virtù mansuete, o i pregi scemi J 



* Nota marginale, a sinistra, di mano del Magnanini. 



106 BIBLIOGRAFIA 

St. 91: 1. Darà fanciallo, in varie imagìn fere 

2. Di guerra, Ldlzio ^^ v*lor sublime 

3. fia terror delle selve e de le fere 

4. e oegU arringhi l^^.^^]?^^ 

K I [poscia riporterà] 
( [poi col ferro] poscia riportarà da pugne vere 

6. palme vittoriose, e spoglie opime 

7. e sovente avverrà che 1 crin si cigna 

8. Hor di lauro hor di quercia hor di gramigna. 

St. 92: ri. De la matura non fian seconde 1 

L2. Le lodi o i pregi J 

1. De la matura età non fian men degni 

2. i pregi e l'opre fhumilil ^^^^^ mansuete 

3. j roll^ri 1® sue città, fra l' armi, e i regni 

4. De* potenti vicin, libere, e liete. 

5. Nudrir e fecondar Tarti e gli ingegni 

6. Sparger semi di pace e di quiete. 

\ Flibri] t*^°^ «^"«** ^*°°® P®°« « P^®°^1 
''• I partir e mirar lunge , . 

' [librar] con giusta man *® P®"® ® P^®°" 
8. e mirar lunge e preveder gli estremi.^ 

Il quarto foglio contiene in due facciate le st. 87, 88, 89 del 
canto XVIII che mancavano nel testo primitivo del codice ; e in 
margine di questo, tra la st. 86 e la st. 90 che seguiva immedia- 
tamente, si vede un richiamo che indica appunto doversi introdurre 
a quel luogo le tre nuove stanze. La quarta pagina reca, come 
ho detto, soltanto V indirizzo Al signor Gio. Filippo Magnanini, 

Ecco il testo delle tre stanze che appaiono laboriosissime 
nella loro redazione: 

st. 87 = n. Ma . •! «^^ lamen che le sulfuree facil «« ^^^^tTZ 



I 1. Ma a'I ^^^.^ Ismen che le sulfuree faci | 
I empio I 

I o $ e neri fumi incontra „^ ««„«^-o^ 1 

L • \ [Vede dal vento incontra] ^® converse j 

C [volle tentar se Y p se pò] 

^'1 [Vuo^Kitentar] «« P"^" *^^" ^'^ ^^^^^^^ 

. ( [Sforzar natura e fermar Tauro] avverse 
' { la natura sforzare e i venti 

5. [e fra due maghe sue] 

3. Vuol ritentar se pub con Tarti audaci 
. ( [Sforzar natura e i fiati d'Austro] a 
* ( f a la natura sforzare e i venti avversi {sic) 
5. e sale in cima al muro e sue seguaci 



e i neri fumi vede 
in se conversi 



^ I due ultimi versi in basso della pagina sono scritti sopra alcune pa- 
role di una lettera che era stata cominciata sulla stessa pagina in senso 
inverso : « Molto Maff.*fo sig.or taio oss.*»^ _ V, S. con sì dolce maniera medica 
i di/etti ..,.» Non si trova una lettera che abbia questo principio nel primo 
volume deir epistolario. 



DEI MANOSCRITTI. 



107 



6. Dao sue ministro incantrici (sic) fcrsi 

7. e torvo e nero e squallido o barduto (sic) 

8. fra due gran furio par caronte o pluto 



t.88: 



1. già '1 mormorar s' udla de le parole 

2. di cui tome cocito e flegetonte 

3. e *1 eie 



{segue poi di nuovo la st. 87 eguale alla lezione delle stampe, e riprende:) 

1. già il mormorar s'udia de le parole 

2. di cui teme Oocito e Flegetonte 

3. già si vedea Y aria turbare, e U sole. 

(poi i versi 4-6 inintelligibili per la corrosione della carta a pie di pagina, 
e segue mll* altra:) 

„ ( [che tutti] li tre cose (sic) 

(e tra lor colse e sanguinose e peste 

«r , , .^l.J.-lo( svelse dal busto 

8. [sparse lor membra e ne spicco le teste] 8. J ^ ^^^^ ^^ j^ ^^^^^ 



t.89 



tra lor colse si, 
ch'una percossa, 



8. lassò lor membra, e svelse inde le tosto 



8. 



sparse di 
S tre'l 

Il [tutte co*l] sangue l'ossa 
^ tutti insieme il 



1. 
2. 



ai 



gravi 



'•( 



4. 
5. 

6. A 

7. 
8. 



Qual di sotto r ,-■ sovran p^m-ji macigni 

[escon lo tristo] 

soglion talvolta uscir le trito biade 

cotelé in minissi . minutissimi e sanguigni 

[cotale in tali pezzi laceri e sanguigni] 

[ogni lor capo si dispergo] e cade 

fuggir gemendo [gli animi maligni] i tre spirti maligni 

1^ ^^4.^ d'avemo atre «^„x^„j« 
le note ^^, .^^^^^^ ^^^^^^ contrade 

[Che questo fine hebber Parti empie infernali] 
[Imparin la pietà quinci i Mortali] 



1. [e] f? ™^'*"*^ ^^?^ P^^^,^ . ., [e sanguigni] 
L^j [.jj quo pezzi minutissimi] l" «"» e o j 

2. ogni lor capo si disperge e cade 

^' I Fs? che di! ''®**® f* ^ S^^ * pesanti aspri macigni 

4. soglion [poco]''-' ^^®® più trite uscir le biade 

5. fuggir gemendo i tre spirti maligni 

6. A le note d'avemo empie contrade 



1. in pezzi minutissimi e sanguigni. 

2. [cosi ogni capo] , [sparge e cade] si disporser così l'inique 

3. che di sotto [appesanti] *^P" macigni 

4. [soglion poco più] soglion poco le biande (sic) più peste 

*• I [Ali lassar ftìS ««""O"*» ' *" »P""« """S"' 

«• •• [fure^T'ui'i] « "«' ™88'» ««!«»'« 

7. e se 'n fuggir tra 1* ombre empie infei*nali 

8. Apprendete pietà quinci o mortali. 



108 BIBLIOGRAFIA 

Vili. — Es., — Ms. della R. Biblioteca Estense, segn. Vili. G. 12; 
di carte 315 n. n. ; senza frontispizio; la prima carta è ri- 
parata; in fol.; sec. XVI; di buona grafia a tre ottave per 
pagina. I fogli contenenti i canti VI- Vili di misura alquanto 
più piccola del rimanente. 

IX. — Es.2 — Ms. della R. Biblioteca Estense, segn. I. H. 32; 
in fol. ; sec. XYl ; di ce. 239, di cui V ultime tre bianche. 
A e. 236 in fine : Laus Deo. MagTianinus Magnaninus scri- 
hebat. Di buona grafìa, a quattro ottave per pagina. 

X. — Es.3 — Ms. della R. Biblioteca Estense, segn. Vn. H. 28; 
in-4 ; sec. XVI ; non numerato ; a due colonne di tre ot- 
tave ciascuna per pagina. 

Precedono e seguono alcune carte bianche. Prima del testo 
del poema vi sono quattordici ottave in lode del Tasso, alle quali 
segue un sonetto di mons. Paolo Regio, pure in lode del Tasso. 
Tutte le carte del codice fino al canto Vili, furono nel margine 
estemo barbaramente tagliate ad arco con la forbice, di modo 
che nelle prime carte manca quasi intera la seconda colonna, e 
quindi gradatamente vengono a mancare soltanto alcune parole. 

XI. —Ms. della R. Biblioteca Estense, segn. IX. C. 11; in-4; 
sec. XVII. 

Copia calligrafica assai tarda; gli argomenti ai canti sono in- 
quadrati entro fregi : ogni pagina è pure inquadrata ; le iniziali 
dei canti sono colorate. Il codice termina a e. 143 con la st. 22 
del canto V. Non ne fu tenuto conto nelle varianti, non presen- 
tando alcuna cosa notevole. 

Trascurando quest' ultimo ms., riferirò qui le accurate osserva- 
zioni che mons. Celestino Cavedoni fece sui tre primi manoscritti 
Estensi, nelle Mem. di JRel., di Mor. e di Leti., riprodotte poi, dopo 
nuovi riscontri, nel primo voi. dell' edizione del poema di Lodi, 1825.' 

OSSEKVAZIONI DI C. CaVEDONI SUI TRE MANOSCRITTI ESTENSI 

DELLA Gerusalemme. 

Il primo ms. estense [Es. J, è scritto in foglio e di una scrittura uni- 
forme e larga sì, che tre sole stanze empiono una facciata. Ha certi er- 
rori che mostrano che l'amanuense non era persona dotta, come a dire 
mio Goffredo in vece di pio Goffredo: e perciò v' è meno a temere di cam- 
biamenti arbitrari!. Avvi per entro qualche lacuna, e mancava qualche 
stanza aggiunta al Poema posteriormente, come nelle stampe procurate dal- 
l' Ingegneri : e vi s' incontrano molte delle stanze poi rifiutate. Noi chiame- 



* Alcune poche correzioni che il nuovo confronto per questa edizione 
lia procurato introduco senz'altro nel testo, perchè non alterano ponto lo 
studio diligente del Cavedoni. 



DEI MANOSCRITTI. 109 

remo segni critici certe linee che sMneontrano in questo, e più negli altri due 
manoscritti che sono per descrivere: e sono una linea verticale in mar- 
gine; una due lineette oblique pure in margine; un tratto di penna sotto 
certe voci per entro al testo. In margine si trovano alcuni versi quali 
furono rifatti dal Poeta o dai revisori, per es., al canto XI, st. 88, v. 1. 
Nel testo si legge: Ecco intanto gran mole è giù rivolta, e questo verso 
è segnato con le due lineette oblique ; poi in margine vi si legge sosti- 
tuito: Gran mole intanto è di là «u rivolta, — Canto XII, st. 28, v. 5, Per lei 
prega et impetra nel testo; Tu per lei prega «», nel margine. — Canto XVII, 
st. 21, V. 7, San voce feminil, breve statura, nel testo; Han questi feminil 
voce e statura, nel margino. 

Il secondo manoscritto [Es.^] si conservava presso i signori Besini di 
Modena: e fu scritto da un Magnanino Magnanini. Un Magnanino Magna- 
ninì circa il 1640 scrisse molte lettere che si conservano presso il signor 
tenente Girolamo Negrini, il quale poteva essere un discendente di quello 
che trascrisse questo codice, ed era da Panano, notare e figlio di Pel- 
legrino, capitano delle guardie di S. A. S. il Duca di Modena. Anche questo 
manoscritto abbonda di segni critici; vi sono poi molte lacune e mancano 
stanze e versi come in Es.} ; se non che vi furono scritti dipoi da una 
seconda mano, ma non tutti. Molti pur sono i concieri scritti in margine 
parte di prima e parte di seconda mano. 

Il terzo manoscritto [Es.3] era posseduto dai signori fratelli Cesare e 
GìoYannì Galvani, nobili modenesi, ambidue giovani di bellissime lettere, 
e proviene dalla libreria del conte Greco della Mirandola insieme con una 
stampa del poema postillata da Ottavio Magnanini, e pare sia quella stessa 
di cui diede notizia il dottore Giuseppe Lanzoni in una lettera scritta al 
Baruffaldì l' anno 1712.* Questo manoscritto è scritto a due colonne con- 
tenenti ciascuna tre stanze; sicché ogni facciata ne ha sei. Yi s'incontrano 
de' segni critici come in Es.^, ma più sovente e, di più, alcuni altri, come 
una crocetta in margine e un segno simile ad un n greco obliquo. Avvi 
qualche lacuna, e mancano alcune stanze, ma non tante come in Es.i : e 
delle stanze rifiutate poche vi si trovano. Il pregio singolare di questo ma- 
noscritto è di avere, massimamente negli ultimi canti, molte postille ed 
osservazioni che sono del Tasso, che proponeva in esse ai revisori le sue 
difficoltà per averne consiglio. Ma questo prezioso codice fu molto dan- 
neggiato dall'acqua dall'umidità, per modo che segnatamente ne' primi Xli 
canti sì sono perdute alcune stanze intere, e molti versi e parole. 

Ora giova notare le stanze ed i versi che mancano in questi tre ma- 
noscritti ; poiché, senza dire di altri vantaggi, da ciò chiaro si vedrà ch« 
Es.3 ^ posteriore di tempo agli altri.^ 

Canto I, st. 2, v. 6, 7, 8, mancano nell'Es.i; nell'Es., sono scritti da 
una seconda mano; rE^.3 qui é guasto. — St. 3, manca in tutti e tre. 
La ragione di questa omissione si legge nella lettera ove il Tasso cosi 
scrive al Gonzaga: «Gli altri quattro versi seguenti (cioè gli ultimi quattro 
della prima stanza) credo che siano compresi nella dannazione della stanza 
Sai che là corre il mondo: però non ne chiedo consiglio.... Al Magno parve 
phe omnimodo si dovessero tórre le stanze: Qual rabbia, o figlio di Gesìi: 



* Vedila nella mia Vita di T. Tasw, Torino, Loescher, 1895, voi. II, Ap- 
pendice, n. XV. 

2 Quelle lacune o vuoti che sMneontrano nei manoscritti vi furono lasciati 
per consiglio del poeta, come si pare dalle seguenti sue parole al Gonzaga : 
« V. S. non faccia trascrivere le prime stanze del quinto, lasciando luogo 
alle mutazioni e alle aggiunzioni .... Potria anco lassare alcun voto nel 
quarto in quella parte ove sarà il ragionamento di Eustazio in consiglio. > 
(Lettere di T. Tasso, Firenze, Le Mounier, 1855-57, voi. I, n. 27). 



no BIBLIOGRAFIA 

ma che sì dovesse lasciar non solo: Tu, magnanimo Alfonso^ ma anche 
la precedente : Snì che là corre il mondo. » {Lettere, I, n. 49.) 

Canto II, st. 27, v. 3, manca nell'Es.i e nell' Es.2 è sottosegnato. Veg- 
gansi le Osservazioni a questa ottava. 

Canto III, st. 38, v. 7-8, mancano nell'Es.i; ueirEs.3 sono racchìasi 
fra due grandi parentesi marginali ; nell' Es.2 ^^^^ scritti di seconda mano. 

Canto IV, st. 15, v. 7-8, mancano neirEs.j e nell' Es.2; 1' Es.3 qui è 
guasto. 

Canto V, st. 45, v. 2, manca nell' Es.^; nell' Es.g si legge diverso dallo 
stampato, cioè Che superbia, d' humiliar procura: e credo che dapprima 
si ommettesse perchè la voce superbire, usata pure altrove dal Tasso, fa 
censurata. 

Canto VI, st. 34, mancano gli ultimi cinque versi nell' Es.3. — St. 46, 
V. 7-8, mancano nell' Es.j e nell' Es., 

Canto VII, st. 59, mancano gli ultimi quattro versi nell' Es.3 ~ 
St. 69, V. 7-8, mancano nell' Es.j e nell' Es.j ; ma nell' Es.3 sono segnati 
con due grandi parentesi in margine. — St. 109, v. 4, si legge Onde, e 
manca il resto del verso in tutti e tre i manoscritti. 

Canto Vili, st. 65, v. 8, si legge San, manca il resto del verso in 
tutti e tre i manoscritti. 

Canto IX, st. 45, nell' Es., e nell' Es.3 mancano i primi quattro versi; 
mancavano pure nell' Es., ma vi furono aggiunti di seconda mano. * 

Canto X, st. 77, mancano gli ultimi due versi nell' Es.^ e manca pure 
la seguente stanza ultima negli stampati. Neil' Es.3 mancano i detti due 
versi, e vi si legge notato così : Qui mancaìio molte stanze, Neil' E8.2 a 
queste mancanze fu supplito di seconda mano. 

Canto XI, st. 67, v. 7-8, mancano nell'Es.i e nell' Es.3,* ™* ^^ questo 
vi è notato così: Manca 2 o 3 atanze ; nell' Es.g vi furono aggiunti di se- 
conda mano ; e vi si legge notato dì prima mano : Per due o tre stame. 

Canto XII, st. 53, v. 7-8; mancano nell' Es., e nell' Es.g,* e nell' E8.3 
sono racchiusi fra due parentesi in margine. — St. 57. Questa ottava in 
tutti e tre i manoscritti è quale si legge nelle rifiutate; e fra questa e 
la 58 delle stampe vi è lo spazio in bianco per due altre stanze. 

Canto XIV, st. 41, v. 8, nell' Es., nell' Es.g è in bianco lo spazio 
per la voce Rigenerarmi : ma nell' Es.g manca il verso intero. — St. 26, 
V. 8, manca nell' Es.3 ® ^®^^' ^^-1 ~" ^t- ^^> ^* "^i manca nell' Es., e nel- 
r Es.2, ^^ Q^^^' ^^^-3 ^^ le??e segnato in margine con due lineette oblique. 
— St. 71, V. 1-2 mancano nell'Es.j nell'Es.,, ma si leggono nell'Ès.., 
segnati con una lineetta verticale in margine. 

Canto XV, st. 12, tra questa e la st. 14 delle stampe, nell'Es.^ e nel- 
r Es.2 ^^ ® lo spazio in bianco per due altre stanze ; * ma nell' Eis.3 per 
una sola. — St. 42, v. 7, manca nell'Es., e nell' Es.j,'* ma nell' Es.3 ^^ ^^SfS^ 
segnata con due lineette oblique in margine. — St. 45, v. 2, manca nel- 
r Es.j e neir Es.,, ma sì legge nell' Es.3 segnato con una lineetta obliqua 
nel margine. 

Canto XVI, st. 56, nell' Es., e nell' Es.2* si legge prima come tra le 
rifiutate, e poi è ripetuta come nei testi stampati : e vi rimane in bianco 
uno spazio capace di ben 19 altre stanze. Neil' Es.3 ^^ leggono questa e le 
seguenti stanze come nelle stampe ; ma a questa e notato : Queste stame 
sino alla fin del Canto vanno riformate. E da ciò SÌ vede la ragione della 
lacuna che trovasi negli altri due manoscritti. 



1 Nel ms. Gonzaga, al dir del Serassi, mancavano i quattro ultimi versi 
di questa ottava ; ma forse egli, sopra mente, scrisse ultimi invece di primi. 

2 Como pure nel ms. Gonzaga, osservò il Serassi. 

8 Nel ms. Gonzaga, al dir del Serassi, mancano i vv. 2 e 7. 



DEI MANOSCRITTI. IH 

Canto XYII, st. 92. Dopo questa stanza neir Es.^ vi è lo spazio in 
bianco per un' altra stanza e per altri sei versi ; poi si leggono due versi 
delle rifiutate : Ma qui diBceae, ecc., e poi V altra stanza rifiutata : E qui 
«* ajyièse, ecc, e con essa finisce il canto. NelF Bs.^ si leggono le due stanze 
rifiutate : Co«» n' andaro, ecc., E qui «' affinHCy ecc. L' Es.3 qui confronta 
con le stampe. Quindi s' intende ciò che scrive il Tasso medesimo : « Ri- 
moverò i miracoli del decimosettimo. ^ (Lettere, I, n. 63.) 

Canto XX, st. 4, v. 7-8, mancano in tutti e tre i manoscritti.* — 
St. 121, mancano in tutti e tre i manoscritti questa e le stanze seguenti 
sulla riconciliazione di Armida con Rinaldo fino alla 136 inclusivamente ; 
né V* è spazio in bianco, come altrove, per aggiugnervele. 

Similmente nel canto YIII senza che vi sia spazio in bianco, manca 
in tutti e tre i manoscritti la stanza 100 dell* edizione del Moliui, che 
incomincia: E perche acquittit ecc., e questa manca pure nell'edizione di 
Ferrara del 1581, in quella del Castello, e in altre molte. 

Giova pure annoverare le stanze che si chiamano rifiutate daU^ Autore, 
che pure si leggono nei nostri manoscritti, ma 1' Es.3 °^ ^^ meno degli 
altri. 

Canto Yl, st. 23, nell' Es.^ e nell' Es.^ si leggono le 4 stanze rifiutate; 
ma r Es.3 qui ha come le stampe comunemente. — St. 70, come le rifiu- 
tate Es.^ Es.^, ma E8.3 ha come il testo delle stampe. — St. 73, Es.^ e 
Es.2 come le tre prime rifiutate, ma senza le altre due. Es.3 come sopra. 
— St. 79, Es.| e E8.g come le rifiutate ; ma 1' Es.3 ^^ come sopra. — 
St. 95, Es.i e Es.2 come le due rifiutate ; Es.3 come sopra. — St. 104, Es.i 
e £s.2 come i versi rifiutati ; Es.3 come sopra. — St. 106. Es.^ e Es.9 come 
le tre rifiutate; Es.3 come sopra. — 111. Es.^ e Es.; come le due rifiutate; 
Es.3 come sopra. 

Canto YÌI, st. 30. A questo luogo non trovo in alcuno dei nostri ma- 
noscritti le stanze rifiutate. 

Canto YIII, st. 43 e 45. Qui parimenti non trovo in alcuno de' nostri 
manoscritti le stanze che nell' edizione citata si dicono tratte dal mano- 
scrìtto dell'Autore. 

Canto XII, st. 12, v. 8: Non ricusar Vallo compagno i due. Così hanno 
r Es.| e l'Es.3 e quindi vi mancano le seguenti quattro stanze; ma l'Es.^ 
ha come il testo comune delle stampe. — St. 57, come nelle rifiutate Es.j, 
Es.2 e Eb., 

Canto XY. Le stanze sull'America, e sul combattimento del mostro, 
che sono tra le rifiutate, non si leggono in veruno dei nostri manoscritti. 

Canto XYI, st. 41. Questa, che si suol porre tra le rifiutate, si legge 
in tutti e tre i nostri manoscritti. 

Canto XYII, st. 37. In tutti e tre i manoscritti manca la stanza rifiu- 
tata, che incomincia: Che sarà poi, ecc. Nell'Es.^ e nell'Es.j il canto finisce 
colle due stanze rifiutate della metamorfosi dell'Aquila: ma rEs.3 con- 
fronta col testo comune delle stampe. 

Ora diremo di alcuni dei segni critici che si riscontrano nei mano- 
scritti nostri; che il dire di tutti quanti sarebbe cosa troppo lunga. 

E per cominciare dalla linea verticale segnata in margine, questa si 
trova : 

Canto II, st. 53, v. 5, 8, nell' Es.^ ; 1' Es.3 ^ guasto. Il Tasso nella 
lettera scrìtta a Silvio Antoniano, ragionando delle parti che pensava di 
rimovere dal Poema, dice : « E pongo fra queste l' episodio di Sofronia, 
o almeno quel suo fine, che più Le dispiace. » {Lettere, I, n. 60.) Da questo 



* E cosi nel ms. Gonzaga, disse il Serassi. 



112 BIBLIOGRAFIA 

luogo mi pare si possa arguire che il segno della linea verticale nei ma- 
noscritti sia di Silvio Antoniano o del Tasso medesimo^ non per altro 
di mano d'essi, ma ricopiato dagli amanuensi. 

Canto VII, st. 59 e i due primi versi della st. 60 in tutti e tre i 
manoscritti. 

Canto XII, st. 10, gli ultimi quattro versi nel solo Es.2. Pare che an- 
che questo segno sia dell' Antoniano, forse perchè l'offendeva quella lieta 
confidenza del vecchio re ne' bugiardi suoi Numi. 

Canto XIII, st. 45-46, in tutti e tre i manoscritti. Questo segno qui 
fu posto certamente per consìglio del Tasso medesimo, il quale cosi scri- 
veva al suo Gonzaga: « Nel medesimo terzodecimo canto non mi piace 
quella stanza; Cobi quel contra morte avdace core Nulla forma turbò (V ulto 
spavento. Perchè vorrei che Tancredi fosse superato in qualche cosa per- 
tinente alla fortezza: però vo pensando, che, dappoi ch'egli avrà dato 
il colpo dell'arbore, veggia immagini orribilissime, e vengano terremoti o 
turbini che gli scuotano la spada dalle mani. Voglio in somma che veggia 
il sangue e senta i gemiti dell' arbore, ma voglio che la causa princips- 
lissima, ch'egli perda la spada, sìa forza e orrore dell' incanto. » {Lettere, 
I, n. 37.) 

Canto XIV, st. 71, v. 1-2, nell' Es.g solo; negli altri due manoscritti 
mancano questi due versi. 

Canto XIX, st. 43, in tutti e tre i manoscritti di rincontro ai soli 
ultimi quattro versi. — St. 82, v. 2, 5, nell' Es.^ e Es.g. — St. 99, 108, 113, 
in tutti e tre i manoscritti. La ragione di questo sogno di rincontro alle 
st. 112-113 sì ha dalla seguente nota marginale del manoscritto EÌ8.3, che 
pare del Tasso come le altre di quel manoscritto, e dice così: «È troppo 
affettato e poco conveniente, e Vafrino avea il turbante. » Vuol dire con 
queste ultime parole che se non bastava ad Erminia il suo velo breve e 
sottile, ad asciugare e rilegare le spesse piaghe di Tancredi, invece di 
adoprarvi le proprie chiome potea usare del turbante di Vafrino. 

L' altro segno critico principale è la croce in margine di rincontro a 
certe stanze, e questo sono le seguenti : 

Canto II, st. 33, 37, nell' Es., solo. 

Canto Vili, st. 3 e 77, nell'Ès.2 

Canto XII, st. 75, 79, 82, 96, 98, nell'Es.^ e nell' Es.g 

Canto XIX, st. 105-109, nell'Es.o e nell'Es.3 

Queste ottave segnate colla croce in margine non piacevano forse al 
Tasso medesimo ad alcuno dei revisori come troppo ornate e piene di 
concetti più presto adatti alla poesia lirica che non all' epica. 

Il terzo segno critico principale è una lineetta da cui sono sottose- 
guate una più parole per entro il testo: e si trova ne' luoghi seguenti: 

Canto II, st. 76, v. 2, avince, Es.2_3 (^'^^^ Ottonelli). — St. 82, v. 6, 
Togliendo ìor (cioè le mura), Es.^. 

Canto III, st. 20, v. 4, *dolce vendetta, Es.^g. 

Canto IV, st. 34, v. 2, *beltà divina, Es.2_3. — St. 72, v. 8, *destin fa- 
tale, Es., 

Canto V, st. 7, v. 2, lance, Es.j.^ (nell' Es.j v' era la lineetta che poi 
fu cancellata). — St. 10, v. 6, Sìra, Es.i.2_3. — St. 26, v. 2, *Pur come l tuo 
destin, Es.3 (nell' Es.^ v' era la lineetta, che poi fu cancellata). 

Canto VII, st. 120 (al. 121), v. 1, e di lor caccia, Es.g_3. 

Canto XI, st. 4, v. 7, bipartito. Es.i_5_3 — ^** ^^» ^* ^> Maneuefece, Es.^^ 

Canto XII, st. 44, v. 4, coppia, Es.2. 

Canto XIII, st. 77, v. 1, piova (per pioggia) j Es.g (e in mainine « Segni 
(li ms. Flam. a me piace come sta »). 



DEI MANOSCRITTI. 113 

Canto XV, st. 6, v. 4, Tranquilla, Es.3. — St. 19, v. 6, a fronte, E8.3. 

— St. 33, V. 7, Lor »' offrì di lontano, Es.3. — St. 58, v. 4, Due (^onzeì- 
ìette, E8.3. 

Canto XVI, st. 8, v. 2, con dubbio corso, Es.3. — St. 23, v. 2, dal va- 
gheggiarnif Eìs.3. — St. 6, V. 1, egro giacente , Es.3. — St. 66, v. 2, Odio V esser 
Reina, E8.3. 

Canto XVII, st 2, v. 1, Del Re d'Egitto, E8.3. — St. 5, v. 8, Va de la 
sabbia, Es.3 — St. 14, V. 6, fu Imono, Es.;,. — St. 17, V. 2, e lidi tiene, Es.3 — 
St. 21, T. 1, Diretro^ Es.#_3. — St. 49, V. 3, scocchi ; Es.3 in margine : « Non 
so se scocchi si usi attivamente ». — St. 65, v. 6, colà dipingo, E8.1.3. 

Canto XVIII, st. 41, v. 5, a questa volta, Es.3. — St. 52, v. 7, al portator 
volante, Es.3. — St. 63, v. 5, E d'in sul colle, Es.j.j. — St. 78, v. 8, diretro, 
^•i-i-3* — st. 80, V. 5, quel da' canapi tirato, Es.3 (^^ margine « quel si 
riferisce a capo: non so se parrà oscuro lontano »). — St. 90, v. 5, in- 
trepido r* accorre, Es.3. 

Canto XIX, st. li, v. 3, Vibra Argante, Es.3. ~ St. 56, v. 7, Signoreg- 
giar co' sassi, Es.3. — St. 96, v. 4, .atni d' amore, Es.3. — St. 105, v. 4, ve- 
duta, Es.2_3. — St. 115, V. 5, 6, e per ajìpello. Di battaglia chiamollo, Es.3. — 
St. 118, V. 5, "l'uomo immortale, Es.j.j. 

Canto XX, st. 3, v. 6, la gioventù feroce, Es.3. ~ St. 22, v. 5, ha rite- 
nuto, Es.3 — St. 34, V. 1, Artasersr, Es.3. — St. 42, V. 6 ontti e dispetto. Es.8. 

— st. 43, V. 5, sua virtù, Es.3. ~~ St. 51, v. 3, spesso ; v. 6, odi, Es.3. ~ 
St. 60, V. 8, valca, E8.3. ~ St. 62, v. 8, Ma le placava, Es.3. — St. 65, v. 7, 
Scocca V arco, Es^. ~ St. 78, v. 8, del Soldan tra quelli, Es.3. — St. 83, 
v. 6, su la vetta, Es.^.j — St. 87, v. 7, quel fiero, onde, Es.3. — St. 93, v. 3, 
ma breve fulmine, Es.3. — St. 96, V. 6, d'huom che languisca, Es.3. — 
St. 100, T. 7, E si cela, Es.3. — St. 105, V. 6, il piò stanco, Es.3. — St. 109, 
V. 2, accolto il nerbo, Es.3. ~ St. 115, v. 1, Spinse il suo centra lui, Es.3. 

— St. 117, V. 3, Teme di scrvitute, Es.3. -- St. 119, v. 7, in modo il carca, Es.3. 

Dalla nota marginale dell' Es., (e. XIII) si vede che alcuni di questi 
segni sono di Flaminio de' Nobili": ma non tutti, poiché dalle due note 
dell' E6.3 è chiaro che alcuni pure vi furono posti dal Tasso medesimo. 
Abbiamo poi distinti con un asterisco que' luoghi che non pare fossero 
segnati per riguardo alla lingua, come la più parte, ma come contenenti 
alcune parole o versi, i quali potrebbono offendere gli orecchi de' più reli- 
(jiosi, ì quali scriveva il Poeta a Silvio Antoniauo di voler mutare [Let- 
tere, I, n. 60), e pare fossero segnati per consiglio dell' Antoniano mede- 
simo. Era questi è notabile quello segnato nel canto XIX, st. 118, v. 5, 
ove Cristo è chiamato V uomo immortole: ed èrnia locuzione ardita, come 
forse l'altra Homo Dominiciix,m greco Kupiaxog avGpcoTCOg, che fu usata 
dal grande Atanagio, e da altri Padri greci; ma che non piacque al Na- 
zianzeno, né a sant'Agostino, che la rifiutava nelle sue Ritrattazioni. 

Annotazioni dei Manoscritti Es.g e Es.3 

Tre sole annotazioni s' incontrano nel manoscritto Es.^, ma di molto 
rilievo. La prima è nel canto III, tra le stanze 56-58 e dice: Manca 
doppo la nuova stanza. Questa avvertenza è del Tasso, o dei revisori 
ma per consiglio del Poeta, che così scriveva al Gonzaga: « A quella stanza 
che è nel primo * e comincia: Ifa da quel lato, donde il giorno appare, ecc., 
bisogna fare un segno, perchè mi son lasciato guidare da Guglielmo Tirio, 
il quale credo che prendesse in ciò alcuno errore, come le tavole mi di- 
mostrano. » {Lettere, I, n. 28.) Questa stanza quale ora si legge nella 
Liberata e nella Conquistata, variata solo in qualche vocabolo, confronta 



* Sic, por terzo. 

Tasso. * 8 



114 BIBLIOGRAFIA 

con ]a descrizione che dà Guglielmo Tirio (I, yiii, c. i): onde pare che il 
Tasso riconoscesse poscia esatta la descrizlon di Guglielmo. 

La seconda è nel canto XIII, st. 77, t. 1, ove la voce piova è sottose- 
gnata; e vi si legge di rincontro nel margine: Segni di ms, Flam,; a me 
piace come sta: e di questa abbiamo già parlato altrove. Della terza al 
e. XI, st. 67, diremo qui appresso. 

Molte più e non meno importanti son quelle del manoscritto Es.^ e 
le porremo qui per ordine, con qualche osservazione ; avvertendo che ne 
sembrano tutte del Tasso medesimo, che proponeva i suoi dubbi ai revi- 
sori del Poema. 

Canto X, st. 77. Mancano i due ultimi versi; e si legge notato: Qui 
mancano molte stanze. Eppure anche nelle stampe non segue dopo questa 
altro che la st. 78, con la quale finisce il canto X. 

Canto XI, st. 67. Mancano gli ultimi due versi ; e poi si legge no- 
tato : Qui manca due o tre stanze. Similmente nelP Eìs.j mancavano i 
due ultimi versi, aggiunti poscia da seconda mano : e in margine v' è 
scritto di prima mano: Per due o tre stanze. La ragione di questa nota 
si legge nella lettera al Gonzaga : < Y. S. mi scrisse che il Barga lodava 
neir undecimo che io descrivessi cosi particolarmente le prove di molti. 
Intesi il motto; e certo non si lodava quella parte che tacitamente non 
se ne riprendessero alcune altre.... In risposta dirò che molto bene ho 
conosciuta la maniera di Omero, avendola usata assai spesso, sebbene più 
parcamente che non è stata usata da alcuni altri moderni suoi imitatori. > 
{Lettere, I, u. 48.) Si legga tutta la lettera, e si vedrà che il Poeta si difende 
dalla censura che prevedeva si potesse fare alla brevità da Ini segruita a 
questo luogo, e che gli fu fatta dal Galileo: ma dalla nota pare che si pie- 
gasse al parere del Barga, e pensasse di descrivere in due o tre altre stanze 
le prove di Tancredi più particolarmente: pure ciò non fece che nella Con- 
quistata (canto XIV, st. 87 e seg.). Cfr. le note al e. XX, st. 49 e 67. 

Canto XII, dopo la st. 44 del manoscritto v' è notato : Si potrà/orse 
por qui una stanza, — Tra. la st. 47 la 48 si legge notato così: Qui va 
aggiunto una stanza. Nella st. 47 Argante e Clorinda si veggono ritirati 
a sommo il montCf 6 nella 48 dicesi che Saltano i due svi limitare della 
porta della città : onde si pare che nella stanza da giugnersi tra queste 
due il Poeta voleva descrivere la ritirata anco più difficile dei due guer- 
rieri mentre scendevano dal monte alla città. 

Canto XIII. Al principio di questo canto si legge: In queato canto sono 
mólte replicate (sic), al qual di/etto non ha per ora tempo di rimediare. 
Questo dubbio riguarda forse principalmente l'incanto della selva, ove 
sono replicate le stesse cose, ora narrate dal Poeta, ora in bocca di que'cbe 
tentano 4i superare V incanto medesimo. 

Canto XY, st. 57. In margine si legge : Queste stanze sino aUa fin del 
(Minto vanno riformate. Le stanze notate qui come da riformarsi sono forse 
delle più lascive che si leggano nel poema: e dalla annotazione si vede, 
che se il Tasso le scrisse per error giovanile, o per seguire 1' usanza dello 
scrivere licenzioso del suo secolo, presto si fu accorto che questa parte 
disconveniva non meno alla dignità del poema, che alla decenza del co- 
stume: e lo stesso si dica di altri luoghi men castigati. E che ciò sia 
vero, lo mostra il seguente tratto di lettera ove, parlando dell* ornamento 
dello stile, scrive cosi : « Io son risoluto di moderarle in alcune parti, e 
tanto più mi confermo in questa deliberazione, quanto che per lo pì^ 
/' eccesso delV ornamento i nelle materie lascivCf le quali per altre ragioni 
ancora bisogna moderare. {Lettere, I, n. 83.) Girolamo Ruscelli, ove pari» 
delle mutazioni e miglioramenti che l'Ariosto avea fatti per mettere Del- 
l' ultima impressione del Furioso, dice di aver veduto un esemplare a 



i 



DEI MANOSCRITTI. 115 

stampa per tutto notato e postillato di mano doir Autore, in cui egli avea 
cassate e tolte via in tutto due stanze troppo disoneste del canto XXV, 
e a certe altre stanze del XLIII avea tirate linee por lungo, e fatto alcune 
stelle grandi nel margine. 
Canto XVII, 

St. 11, V. 4; Ch'è del celeste Nilo opera e dono. 

In margine: Celeste Nilo di Homero, e d'Euripide; Egitto opera e dono 
del Nilo, d^Hom., d'Herod., Stratone et Aul. ne rendon le ragioni. 

St. 35, T. 1-2 : Segue il suo stuolo, ed Oradin con quello 

Gh'Idraote assoldò ne la Seria. 

In margine: Di questa gente d* Idraote bisognerebbe forse far più particolar 
menzione, 

St. 46: Chi sia Rinaldo è noto, ecc. 

In mai^ne: In questa stanza io non mi compiaccio punto : bisognerebbe 
forse dir queste cose più pienamente, o dir altro : n' aspetto risposta. 

St. 49, y. 3-4 : Tolga il elei, dice poi, che le quadrella 

Nel barbaro ladrone unqua tu scocchi. 

La Yoce scocchi è sottosegnata, e di rincontro vi si legge : Non so se 
sencchi si usi attivamente. Del verbo scoccare si ponno vedere nella Crusca 
gli esempj anco in significato attivo. Anche altrove Scocca Varco è sotto- 
segnato nel manoscritto Es.3 (XX, 65). 

St. 83 : Ma Carlo, il quale a lui del regio erede. 

In margine : Forse si desiderarebbe che più pienamente fosse fatta a Ri- 
naldo V ambasciata, et anco la relation del campo: n'aspetto consiglio. Tutti 
questi dubbi del Tasso confrontano con ciò che scriv'egli al Gonzaga: < Ora 
m' affatico intorno al XVII canto, ove ho da fare molte faticose e noiose 
mutazioni : e dubito più di questo solo che di tutto il rimanente, perchè 
ornai mi pare di aver superati gli altri luoghi più difficili. » {Lettere, I, n. 80.) 
Canto XVUI. 

r 

St. 9 : Cosi gli disse : e quel prima in sé stesso 

Pianse i superbi sdegni e i folli amori. 

In margine : Il condurre a fine le grandi imprese con aiuto e consiglio degli 
Dei, o de* lor ministri, non scema la gloria, ma V accresce. Eust, difendendo 
Homero, Fiutar, idem. Questa sentenza è veramente degna di un grande 
Poeta e di un Filosofo Cristiano : e concorda con ciò che scrive altrove 
il buon Torquato [DelVarte poet., lib. I): «Altra grandezza, altra dignità, 
altra maestà .reca seco la nostra Religione cosi ne' concilj celesti ed in- 
fernali, come ne' pronostici e nelle cerimonie, che quella dei Gentili non 
porterebbe : ed ultimamente chi vuol formare 1* idea di un perfetto Ca- 
valiere, come parve che fosse intenzione di alcuni moderni scrittori, non 
so per qual cagione gli nieghi questa lode di pietà e di religione, ed 
empio e idolatra ce lo figuri». E certo quanto maggior dignità ha l'in- 
tervento dell' aiuto divino nella Gerusalemme, che non nella Iliade, ove 
degli Dei si narrano insieme cose preclare e sublimi, indegne e nefande? 

St 10, T. 8: Ma sprezza i finti aspetti e i finti preghi. 

In margine: Tanto più accetto il cons, (consiglio) della mutazion della stanza 
del XVI. Credo che la stanza del XVI qui accennata sia quella, che in 



116 BIBLIOGRAFIA 

alcane edizioni si legge tra le rifiutate, o comincia: Dissegli Ubaldo al- 
iar, ecc., contiene un poco prudente consiglio, di vìncere cioè le «iV^e 
vedendo ed ascoltando : il qual consiglio è contrario a questo del Santo 
Eremita. 

St. 42, y. 2 : Al gran naviglio saracin de' mari. 

In margine : Non bo bc la voce di Xavilio, che tanto vale appo % due Vil- 
lani quanto armata, sia per parere trojìpo recondita: pure ^ /requentÌB$ima 
»»e* rimatori e fìrosatori di qne* tempii e parmi di ricordare che sta nel Uh. de 
Boc, (forse, nel Labirinto del Boccaccio). Questa voce nell'edizione Man- 
tovana è ritornata a forma latina, cioè navi<jio, ed acquista così molta 
nobiltà. Nel manoscritto Es.3 nel testo leggesi navifflio, e l& g è stata 
cancellata: ma ciò mostra che forse nell'esemplare trascritto dal copia- 
tore leggevasi naoigio. 

St. 43, v. 4 : e spezzar le sode alto pareti. 

In margine : Se ben mi ricordo parete appo i Toecani è fem. (femminile). 
St. 73 : Qui veygio che si può fare la stessa opposizione che fu fatta 
nel terzo : pur giudico che sia bene che Rinaldo inviti gli altri avventurieri 
alV assalto ; come colui che ne è già fatto Capitano deve procurare che an- 
cV essi facciano alcuna cosa segnalata; oltre che anco gli Hcroi non sempre 
ricusaìio la compagnia, et in particolar Rodom. (Rodomonte) etc, 

St. 80, V. 3-5 : E sovra lui col capo aspro ferrato 

Per traverso sospesa h grossa trave: 
E indietro qutl da canapi tirato. 

In margine : Quel si riferisce a capo : non so se parrà oscuro o lontano. 
Canto XIX, 

St. 0: Qui si fermano entrambi: e pur sospeso 

Volgeasi Argante a la cittade afflitta. 

In margine : Descrissi questa sospensione di Argante, havendo riguardo ad 
nn non so che; poi ho mutato parere, ne la giudico a proposito: sarà fone 
bene in sua vece far che Tancredi scusi il suo mancamento e ne tocchi al- 
cuna cosa ; SI cnmf anco sarà neW XI il mostrar che Tancredi desideri e » 
procuri di accozzarsi con Argante. Pare che a ragione i revisori non per- 
mettessero al Tasso questa mutazione, anche solo per non perdere quella 
magnanima risposta di Argante, che segue, e che dal Galileo medesimo 
vion detta mirabile, nobile e generosissima. 

St. 36 : In disparto giacea (qual che si fosse 

L'uso a cui si serbava) eccelsa trave, ecc. 

f 
In margino: Si guardi a Turno che, bencìi indebolito e sbigottito, lancia U 
sasso che sei uomini etc. et a V Hercole, che svelle il sasso e scuopre la spt- 
lonca di Caco. 

St. 112 : Vedo che '1 mal da la stanchezza nasce, 

E dagli umori in troppa copia sparti. 
Ma non ha fuor eh' un velo, onde gli fasce 
Lo suo ferito, in si solingho partì. 

V 

In margine: E troppo affettato e poco conveniente, e Vafrino avea il tuf 
bant''. Vuol diro che Erminia potea usare del turbante di Vafrino a fa- 
sciare lo ferite del suo Tancredi. Quindi anche nell'Es.^ le st. Ili e US 
sono segnato con una lunga lìnea d'alto in basso nel margine.* 



DEI MANOSCRITTI. 117 

ANTO XX, 

, y. 3-4 : Ma spinti ìnsiomo a crudel morte foro 

Gentonio, Guasco, Guido e '1 buon Bosmondo. 

GUrgine : Sopra questi nomi, perchì un non muoja due volte, hiio'jnnrà 
v\ihhi(t poi un poco di maggior avvertenza. Se questi nomi stavano 
quando il Tasso scrisse questa nota, non y' era d' uopo altra avver- 
. È yero che un altro (Juido è ferito da Argante (VII, 107, 108) : 
[ Poeta ne ricorda due dello stesso nome (I, 56; VII, 66); entrambi 
li ayventurieri. 

t. 49. Qui sarà bene aggiungere una o due atante nominando nìcuni 
da Ti9, (Tisaferno). Vedi Lctteret I, n. 48, e la nota al canto XI, st. 67 : 
appresso st. 67. Forse il Poeta poscia avvisò, clie fosser bastanti le 
meravigliose di Tisaferno, che egli descrive in appresso (st. 112). 

, y. 5 : Ma di tal suo pensier poi si rlpente, ecc. 

argine : Se il pensiero ei fa in istante, e 7 moto dello strale in tempo, 
tbono poter far molti pensieri mentre uno strale giunge al segno; pur 
ato luogo è stato opposto. 

, y. 7-8 : E ben vedea de* suoi campioni estinti 
Altri giacerne, altri abbattuti e vinti. 

irgine : E qui vorrei dire In morte particolare d' alcuni di costoro. Vedi 
otazione al canto XI, st. 67, e qui sopra st. 49. 

y. 5-6 : Vede un destrior, che con pendente briglia, 
Senza rettor, trasconio è fuor di greggia. 

irginc : Fra questo luogo e H principio del X can. (canto) è troppa 
ianza. Ecco i primi versi dell' accennato luogo : 

C!o8Ì dicendo ancor, vicino scorse 

Un destrier, che a lui volse errante il passo. 

e : Lo stupor, di spavento e d* orror misto, ecc. 

argine: Si muteranno i sei primi versi in ogni modo, e nuche i secondi 
-essero scandalosi. Poteva dubitare il Poeta che gli ultimi due versi 
}ero scandalosi a chi intendesse il fato per le voci eterna legge, Rì- 
ai primi pare che ad altri non piacesse il repentino timore e turba- 
» del Soldano. Ma il Poeta difende questo particolare in una lettera 
ice : « La morte del Soldano neir ultimo (canto) non piacerà a chi 
ce quella di Turno: pur credo che Virgilio facesse con molte ragioni 
;he fece, e credo di saperne alcuna. » {Lettere, I, n. 48.) 
:. 144 ed ultima. Mi pare che questo fine sin troppo alla muta, cioè 
cose contenute in questa stanza itiano spiegate con modo anzi Historico 
oetieo ; e che saria bene che vi seguisse alcuna Orazioncella di Goffredo 
, et fosse meglio che dicesse : deposto a pena ti sanguinoso manto parla 
Uri Capitani il sommo Duce ; e seguire poscia, cV egli esorta i prin- 
:d andare unitamente a visitare il tempio e 7 luogo dov* è il sepolcro: 
'soncludesse : E qui V arme sospende, etc, che certo questi due ultimi 
mi piacciono assai, V, S, mi ajuti del «ito parere, 
', S. è il titolo che il Tasso dà al cardinal Gonzaga nelle lettere 
ihe ; onde pare che si questa come le altre annotazioni fossero scritte 
i stesso in margine dell' autografo che venia mandando al Cardinale 
limo. 



118 BIBLIOGRAFIA 

XII. — 01. —Ms. nella Biblioteca Oliveriana di Pesaro, segn. n. 819. 

È composto di tre fascicoli: il secondo e il terzo dei quali 
contengono, in due esemplari, la Copia di un discorso sopra la 
Gerusalemme liberata di T. Tasso, scritta di carattere di Pier 
Matteo Giordani, iuniore, pesarese; discorso evidentemente reci- 
tato in qualche Accademia. Il primo fascicolo, sec. XVI, di ce. 184 
non num., contiene alcuni canti della Gerusalemme, e cioè: C. I. — 
II, st. lH-84. — III, st. 7-36. — II, st. 7-13 e 85-90; e framezzo un 
foglietto con le st. 13-16 del e. XII. — XVI, st. 1-72. — XX. 

Il testo di questo ms. risale anch* esso alla redazione primi- 
tiva, ma vi sono altresì traccie delle correzioni apportate dal 
Tasso; cfr. specialmente nel testo critico, e. XII, st. 12. 

XIII. — Mp. 

Il Gazzera, pubblicando il Trattato della Dignità ed altri 
scritti inediti di Torquato Tasso (Torino, stamperia Reale, 1838), 
ricavati da un codice autografo della Biblioteca di Montpellier, 
tralasciò queste correzioni, pure autografe, al canto XII del 
poema.* Nù, a dir vero, io mi saprei spiegare la ragione di 
questa negligenza, perchè i due fogli che li contengono occupano 
proprio il mezzo del codice, e il Gazzera pubblicò tutto quello 
che precede e tutto quel che segue, come appare dalla tavola qui 
unita.^ Di più, nella prefazione egli rimproverò altrui di non avere 
esaminato abbastanza il contenuto dell'autografo. « Quanto ai pochi 
frammenti — cosi dice a pag. 88 — è a dire, che da chi scrisse quella 
intestazione al codice'* non fossero stati, con quella diligente ocu- 
latezza che si conviene, esaminati, che si sarebbe accorto di leggieri 
facendolo, come in essi era compresa V intiera favola di tutto il 
poema della Gerusalemme. » Ma a sua volta il Gazzera confondeva 
la favola, che è una cosa, coi frammenti. 



* Le pubblicai la prima volta nel Propugnatore, N". S., voi. I, fase. I, pp. 121-126, 
Bologna 1888, quindi nelle Opere minori in versi, voi. II, Appendice IL 

^ Biblioteca della scuola di medicina di Montpellier, Cod. 375, già appartenuto 
alla Bibliottca Albani. (Cfr. Mazzatinti, / manoscritti italiani delle Bihlioteckt 
di Francia, voi. HI, p. 78, n. 24): 

f. 1-2. Lettera autogr. di T. Tasso ad Orazio Capponi, edita dal Gazzeba, 
pp. 180 e segg. e nelle Lettere di T. Tasso, Firenze, Le Mounier, 1855, 
voL I, n. 85; 

f. 3-7. Lettera autogr. del nied. (Gazzbba, pp. 159 e Lettere, voi. I, n. 82); 

f. 9-14. Favola della Geras. lib. : Com. Canto l.o : Oià uolgeua il sesto annc^ 
(Gazzeba, pp. 166 e segg., e Lettere, voi. I, pp. 204-12); 

f. 15-16. Correzioni autografo alla Qerus., qui pubblicate; 

f. 17-20. Dubbi e risposte intorno ad alcune cost e parole concernenti alla Ottu- 
salemme Liberata (Gazzeba, pp. 184 e segg.; e nella mia Appendice 
alle Opere in prosa di T, Tasso, Firenze, Le Mounier, 1892, pp. 159-69. 

■' Nel Catalogue general des mss.des Bibliothiquespubliqnes dea Départenunts» 
Paris, 1855, voi. I, p. 394 : « Cod. 257. Alcune lettere originali, con pochi firaiB' 
menti appartenenti alla Oeruft, lib. di T. Tasso. » 



I 

i 



DEI MANOSCRITTI. 119 

Ecco, per magg^iore comodità, il testo continnato di coteste 
correzioni,* che si riscontrano in parte altresì in uno dei fogli auto- 
grafi aggiunti al ms. Fr., de' quali ho parlato qui addietro : 

[St. 12] Starna : Sì parla il Re canato e sì restringe si cancellino i due tìtrsi 

della chiusa et in lor vece si pongano questi : 

Ah rispose Clorinda andremo a questa 
Impresa tutti, e se tu yien chi resta? 

8* aggiungano le seguenti stame: 

[St. 13] CoÉà f^gge^eUa] ® *^®° "*"**^ ^^^^^ 

Già s'apprestava a ricusarlo Argante, 
Ma il re il prevenne, e ragionò primiero 
A Soliman con placido sembiante. 
Ben sempre tu, magnanimo guerriero 

^* *^ rdimostri] * *® ''*®^®® sembiante : 
Cui nulla faccia di periglio unquauco 
Sgomentò, ne mai fusti in guerra stanco. 

[St. 14] E so che fuori andando, opre faresti 

Degne di te, ma sconvenevol parmi 
Che tutti usciate e dentro alcun non resti 

Di voi che séte i più ^j^mosi^*^"' '^ *"°^ 

Ne men consentirei ch'^^^^^^ff questi,* 

Che degno è il sangue lor che si risparmi. 
Se men util l'impresa, o mi paresse 
Che fornita per altri esser potesse. 

[St. 15] Ha, polche la gran torre in sua difesa 

D' ogn' intomo le guardie ha cosi folte. 
Che da poche mie genti esser offesa 
Non puote, e inopportuno è uscir con molte ; 
La coppia che s' offerse a l' alta impresa 
E *n 3 simil rischio si trovò più volte, 
Vada felice j>ur, eh' ella è ben tale 
Che sola più che mille insieme vale. 

[St. 16] Tu come al regio honor più si conviene 

Con gli altri, prego, su le porte attendi, 
E quando poi, che n'ho sicura spene, 

?™°nno ««•' « -^O"" hS^io" 8>' incendi,» 
Se stuol nemico seguitando viene 
Lui risospingi, e lor salva e difendi. 
Cosi r un Re diceva, e 1' altro cheto 
Rimaneva al suo dir, ma non già lieto. 

[St. 17] Soggiunse allhora Ismeno, attender piaccia 

A voi eh' uscir dovete, hora più tarda 
. 6 



' Anche di queste quattro pagine si vedrà il fac-simile nell'Album die 
si pubblicherà a ricordo del terzo centenario ; intanto mi hanno servito per 
il riscontro. 

* andaaser è sottolineato. ^ E'n \) sottolineato. 

^ ^ In margine, accanto al verso, si legge: t7 meglio, alludendo alla scelta della 
lezione; ritornino e havran sono sottolineati. 

^ C'è lo spazio in bianco per un verso, ma mancano veramente il terzo 
e il quarto. 



[ 



120 BIBLIOGRAFIA 

Forse allhora avverrà, ohe parte giaccia 
Di quello stuol, che la circonda e guarda 
Aspetta il fatto ^ 

[St. 21] Stoma: Resse già TEthiopria] 3 et 4 ver. : 
Il qual del figlio di Maria la leggo 

Osserva e ff servarla .j , 

V osserva anco ^ ^ 

LSt. 22] Stnvgu : N' arde il marito : 

ver.S: e va in guisa avanzando 

ver.ò: Che da ogn'huom la nasconde e *n chiuso loco 

cosi simpre fur da me scritti questi due versi. 

[St. 29] Stanza : Io piangendo ti tolsi, se le parole auolta e tolta /narranti' 

improprie, dicasi : 

.... tra fiori e fìronde ascosa 
[Ti celai da ciascun] 
Con arte si gentil che né di questa 
Diedi sospetto altrui né d' altra cosa. 
ver, 6: .... di pianto horrida ombrosa. 

[St. 33] Starna: Ma sondo io colà: 

E tra gli antichi amici in caro loco 
Viver, temprando il verno al proprio foco. 

[St. 36] Starna : Lieto ti prendo : 

Imperioso parla: io ti comando 

Che faccia com' a te la madre impose 

Dar battosmo a T infante 

[St. 42] Starna: Poscia il consola..... 

Parto e con quel guerrier si ricongiunge 
Che si vuol seco 

[St. 44] Stanza: Essi van cheti innanti: 

Ma più non si nasconde, e non è tarda 
Al corso allor la generosa coppia. 

[St. 46] Stanza: Vedi globi 

Fere il gran lume con terror le viste 
De* Franchi e tutti son pronti ad armarsi. 

[St. 47] Stanza: Due squadre, vir.5: 

Pur ristretto a Clorinda 



[St. 48] Stanza: Aperta è la gran porta, tersi iiUimi: 
1S.a. r urta, e scaccia Solimano e chiusa 
È poi la porta, e sol Clorinda esclusa. 

St. sfffuente [49] Sola esclusa ne vien : 
Ch'altri serri le porte 

[St. 50] Stanza: Ma poi che intepidì 

ver 2: Nel sangue del nemico 

[St. 53] Stanza: Guerra e morte, versi ultimi: 

E vansi a ritrovar non altrimenti 
Che due tori gelosi e d'ira ardenti. 

Cassisi la stanza Clorinda il guerrier prese, e si ponga in sua vere: 

[St. 57] Tre volte il Cavalier la donna stringe 

Con le robuste braccia, et altrettante 
Da quo' nodi tenaci ella si scinge, 
Nodi di fior nemico, e non d'amante. 



^ Nella volgata la stanza finisco diversamente. 



DEI MANOSCRITTI. 121 

Tornano ' al ferro e V uno o V altro il tinge 
Con molte piaghe et stanco ut anhelante 
E questi, e quella alfin pur si ritira 
E dal suo * lungo faticar respira. 

St. 56] L* un V altro guarda..... 

;St. 61] Risponde la fe[roco], ver. 2: 
Quel e' ho in costume 

;St. 87] Stanza : A gli atti, ter. 2 : ' 

Di cavalier di Christo 

;St. 95] Simza: Quivi da faci: 

Di riverenza pieno • 

Bt. 96] Stanza: Giunto alla tomba: 

Pallido freddo muto o quasi privo 
Pi movimento 

[St. 99] Stanta : Et amando morrb : 

Faccian 1' anime amiche in ciel soggiorno 
Sia l'un spirito e 1* altro in un sepolto. 

WA. — Br., — Ms. della Biblioteca Barberiniana, segn. \LV, 
146 (ant. numeraz. 3il48). 

I pochi mesi nei quali si dovette preparare questa edizioue 
impedirono di trarre profitto di questo manoscritto e del seguente, 
stante le poche ore per un solo giorno della settimana in cui la 
Biblioteca Barberiniana è accessibile. Ma da ultimo, durante la 
mostra tassiana a Sant'Onofrio, ebbi agio di esaminare questo 
codice e dirò qui ciò che offre di notevole. 

II ms. è cartaceo del secolo XYI, formato di vari fascicoli, 
alcuni dei quali conservano, come Fr., 1 segni di una piegatura in 
croce e sono macchiati d'acqua, indizio che furon mandati in forma 
di lettera ; in tutto sono fogli 181, numerati di recente. 

E rilegato in pergamena con greche d'oro e in mezzo lo stemma 
de' Barberini sotto il cappello cardinalizio e le api d'oro della 
iiobil casata agli angoli del fregio rettangolare. H codice è diviso 
in quaderni non tutti d'egual misura né d'egual numero di fogli. 
Sul f . 1 è scritto con grafia del secolo decimosettimo: 

Qui di sua man* per eternar* Eroi 
Scrisse il Tasso, eternando i pregi suoi. 

Sul f. 2 è il nome dell'antico possessore: < G. Carlo di Tommaso 
Strozzi 1631 » ; e più sotto, della stessa scrittura : 

Oerusalem liberata del Sig/ Torquato Tasso 

corretta di sua man* propia 

con più luoghi mutati e diversi 

dallo stampato. 



' Parola sottolineata. 

- In margine è corretto : E dopo. 



122 BIBLIOGRAFIA 

Dal f. 2" al IS»" corre il primo canto ; il 13" è bianco ; sul 14*" 
Canto secondo, e il resto del foglio è bianco. Dal f. lò^ al 27*" corre 
il secondo canto ; il 27» è bianco ; sul 28'' Canto terzo, e il resto del 
foglio è bianco. Dal f. 29'" al SS»" corre il terzo canto; questo quin- 
terno offre tracce evidenti di piegatura in croce. Il f. 38' è bianco ; 
sul 39^ Canto iiij", e il resto del foglio è bianco. Dal f. éO*" al 51*^ 
corre il quarto canto; sul 51'', ma capovolto alla base, è scritto 
il verso Mentre il soccorso a lei promesso attende, et. Sul f. 52^ 
sono tre versi cancellati ; il resto del foglio è bianco. Sul f. SS*^ 
Canto quinto ; il resto del foglio è bianco. Dal f. 64'' al 62^ corre 
il quinto canto ; il resto del foglio e il f. 65 è tutto bianco. Dal 
f. 66»" al 77" corre il sesto canto ; dal f. 78*- al 92' il settimo. Il 
f. 93 e il 94 son bianchi ; sul f. 95*" è scritto Canto settimo; * il 
resto del foglio è bianco. Dal f. 96"* al 107*" corre l'ottavo canto; 
il f. 96" è bianco. Sul f. lOS*" è Canto viiij%' il resto del foglio è 
bianco. Dal f. 109'' al 121*" è il nono canto ; il resto di quel foglio 
e i due fo^fli seguenti son bianchi. Sul f. 124'' Canto X; il resto 
è bianco. Dal f. 125'' al f. 134'" corre il decimo canto; il resto del 
foglio è bianco. Sul f. 135*' è il sommario dell* undecimo canto ; 
il 135^ è bianco. Sul f. 136'' è un altro sommario, d* altra mano, 
dello stesso canto, più una variante delle prime due e deir ultima 
stanza dell'opera; il resto del foglio è bianco. Sul f. 137*" sono 
notati alcuni versi di mano del Tasso ; sul f. 137** sono alcune ci- 
fre capovolte, in basso. Sul f. 138»' è Camio xij e nuli* altro; sol 
f. 139'' ancora Canto xij e nuli' altro ; sul f. 140*" ancora Canto xij 
e nuli' altro. Dal f. 140" al 153'- è il canto duodecimo ; il 153" e 
il 154 son bianchi. Sul f. 155*" è il sommario del canto decimo- 
terzo ; il 155" e il 156 son bianchi. Sul f. 157*" è Ccmto a?itv*. 
Dal f. 158'' al 164'' corre parte del canto decimoquarto; più il som- 
mario del rimanente. Il f. 164" e il 165 son bianchi. Dal f. 166^ 
al 170" corre il canto decimoquinto. Sul f. 171*' è Canto xvj» Dal 
f. 172*" al 179" corre il canto decimosesto fino al verso 

Ei guarda il lido, il lido ecco si cela. 

Il resto del codice è bianco ; salvo che sul verso della e. 181 e 
ultima è, di mano del Tasso, l'ottava Alete è Vun, ecc. (11,58). 

Troppo recisamente il Serassi (11,357-8) asseriva: « Le poche 
correzioni non sono assolutamente di mano del Tasso, bensì pare 
che qualche canto sia di carattere dell'autore.» Invece a me re- 
sultò che più d' una delle correzioni sono autografe del poeta, 
mentre nessun canto intero è di sua mano, bensì alcune stanze 
aggiunte qua e là. Più nel vero era il Serassi quando affermar» 
che questo codice « contiene tutti quei canti della Oertisalernvui 
che furono stampati dal Cavalcalupo nel 1580 [M^] con lo stesso 



* Evidentomonte questo foglio è stato messo fuori dì posto, quando il co- 



dice fu rilegato. 



DEI MANOSCRITTI. 123 

ordine e colla medesima interruzione; sicché sembra quasi che 
quella stampa sia stata fatta sopra una copia di questo manoscritto ; 
se non che ne' primi canti v'è qualche varietà di lezione, che nella 
stampa fu migliorata coli' aiuto di qnalch' altra copia corretta 
dall* autore. » E, in fatto, verissimo che questo manoscritto è di 
quelli della prima redazione, e anche anteriore ad Fr. ; ed es- 
sendo, come Fr., come Am., formato di fascicoli, il Malespini ha 
certamente, se non quelli o questi, adoperato altre copie simili 
dal Tasso mandate in giro agli amici. 

Dalla sommaria collazione da me eseguita, oltre che mi risultò 
evidente che la contenenza e la lezione del codice è in generale 
quella di Hj, ebbi anche alcune altre lezioni o avvertenze di cui 
qui faccio tesoro. 

Il primo canto comincia a questo modo nel testo : 

L'armi piatose o 1 cavalieri io canto 

che de 1. Croce si segnar di Cristo, "SSift^'^Vcristo" 
quant' essi fer sotto Goffredo, e quanto 

seco soffrir col glorioso acquisto ; ^^ la'aTudTa l' acquisto 

pure il seco! desviato al santo 

esempio io muova, del suo error avvisto, 

e, se non altri, oda l' ovil di Fiero 

qual io mi sia per la mia lingua spero. 

Nel margine a sinistra è poi rifatta l'ottava come nella reda- 
zione volgata. Ma, come anche in Am., un foglio, il 136, a mezzo 
il codice, reca da solo le due prime e l'ultima stanza del poema. 
Nella mezza pagina inferiore di questa carta ISG** sono due stanze, 
del solito carattere del codice, segnate da una linea, con sopra 
scritto, forse dal Tasso stesso. Uno principio, e in margine, pure 
autogr.. Altro principio de V opera : 

L*alta pietà, l'eccelso invitto ardire 
Degli egregi guerrier che '1 nome altero 
Di Dio seguendo, a le barbariche ire 
Poser il freno, e racquistàr l'impero 
Del gran sepolcro, ove l' eterno sire 
Giacque, per ritornar da l'angue fero, 
Cantar vorrei, se col mio basso ingegno 
Potrb inalzarmi a si sublime segno. 

Tu, sacra Dea, che ne' superni chiostri 
Fusti esaltata per divin consiglio, 
Mentre sprezando qui le perle e gli ostri 
Stavi con l'alma intenta al caro tìglio. 
Tu spira al canto mio, tu fa clr i' mostri 
Il suo valor ; né si turbi il tuo ciglio 
Se intesso fregi al ver, s'adorno in parte 
i D'altri diletti che de' tuoi le cai-te. 

Di fianco a queste e' è 1* altra, la sL uU, del opera : 

Così vince Goffredo, et a lui tanto 
Avanza ancor de la diurna luce 
Ch'a la città già liberata, al santo 
Ostel di Cristo i vincitor conduce. 



124 BIBLIOGRAFIA 

Deposto a pena il sanguinoso manto, 

Ne va con gli altri al tempio il sommo duce. 

Ivi sospende T armi, ivi devoto 

Adora la gran tomba e scioglie il voto. 

I canti II e III nulla offrono di notevole; il e. lY ha la st. 64 
e le st. 78-83 aggiunte in margine;^ il V comincia come in M,, e 
per le st. 53 e segg. segue pui*e la redazione di M|; cosi il VI e 
I VII. Nel canto VIII alla st. 39 ò anche qui la nota, come in Am. 
o M,: <c Qnì va una stanza che narra i sepolcri degli altri morti.» 
Più notevole il X, e questo testo ci dà la redazione primitiva 
della fine di esso canto, che non avevo trovato compiuta negli al- 
tri. Infatti dopo la st. 77 seguono le due stanze Fatale è qui Mi- 
naldo, ecc., e Sol tace il pio Gofredo,^ ma segnate da una linea 
in margine e con questa nota : e Cassa perchè non piace al autore 
e v<nnno mutate queste 2 » ; poi fu cassata la linea di fronte alla 
seconda stanza. Dopo queste due il canto finiva (e. 134) con le 
quattro ottave seguenti: 

p]8so h diletto al ciel; por lui s'attende 
Ch' un lungo ordin d* eroi T Europa onori, 
A quai non pur si serba ove il Po fende, 
Perpetuo imperio e non caduchi onori: 
Ma il premio, ch* a virtù nuda si rende. 
Gli sì debbano qui palme ed allori, 
Tal che regnar l' avventurosa prole 
Vedrà, sotto si miri o sovra 11 sole. 

E chiuderò il mio dir con una breve 
Gonclus'ion, che so che a te fia cara; 
Del tuo sangue al suo misto uscirne deve 
Alta stirpe dì scettri e d*anni chiara. 
Qui tacque, e sparve come fumo leve 
Al vento, o nebbia al sole arìda e rara. 
E portò il sonno e gli lasciò nel petto 
Lieto stupore e stupido diletto. 

Sorge, e non vuol Goffredo indugio porre 
A ciò ch* espresso il elei par, che comandi ; 
Ma nel suo padiglion fece raccòrrò 
De Toste i duci e i cavalìor più grandi; 
E ciascun seco in un parer concorre 
Che '1 forte errante a richiamar si mandi, 
Ond' eletto è da lui eh' a quel ne vada 
Carlo, che recò già 1* estrania spada. 

E seco Ubaldo, il qua! veduti e cerchi 
Vari costumi avea, vari paesi, 
Peregrinando da' più freddi corchi 
Del nostro mondo a gli Etiopi accesi ; 
E come uom che virtute e gloria merchi 
Le favelle, le leggi e i riti appresi. 
Partissi questi, et egli ogni sua cura 
Quel di rivolse ad espugnar le mura.^ 



^ S'intendo che il valore di queste osservazioni b dato dal riscontro col 
testo critico del poema. 

2 Cfr. il testo, voi. II, p. 392. 

-^ Ecco confermato che il decimo finiva con questo verso, come si aveva 
dalla Lettera 11 giugno 1575 da me citata a p. 392 del voi. II, ma senza ri- 
scontro, allora, del testo. 



DEI MANOSCRITTI. 125 

Qaeste stanze, dopo ritardato il richiamo di Kinaldo, passarono 
nel canto XIV, e in qnesta edizione si leggono rispettivamente la 
prima in nota alla st. 14; la seconda è la st. 19 del testo; la terza 
è in nota alla st. 20; la quarta è la st 28 del testo. 

Nel manoscritto manca il canto XI e y' è (e. 135) questo ar- 
gomento : < Nel medesimo canto narra come si dette ordine di 
» dar lo assalto et Pietro Eremita fa cantare le letanie et poi va 

> allo assalto lo Exercito et accostano alle mura le torre di legno 

> et nel primo assalto è ferito Goffredo e torna medicato allo assalto 

> e nel principio andò felicemente a gli cristiani poi si rivoltò et 

> vedendo di essere ributtati gagliardamente si ritirano et sono 

> abrneiate loro certe torri et la più grande la ritirano et nel riti- 
» rarla si rompe certe ruote et resta un poco lontana dalle mura 

> dove Goffredo mette, essendo sopraggiunta la notte, alcune squa- 

> dre a guardia di essa e manda mastri per racconciarla. Et Argante 

> et Solimano nella ritirata de' cristiani escono fuori et fanno gran 
» prove, poi si ritirano dentro e finisce il canto. » Nella pagina se- 
guente l'argomento è poi riscritto tale quale è in M,. 

La e. ISe»" ho già detto che contiene due stanze di diverso 
principio e l'ultima del poema; la e. 137'' contiene autografa la 
stanza Ma che fia poi quando del dolce riso [cfr. e. XVIII, st. 30 
in nota]: quindi i tre versi [cfr. e. XVII, st. 20]: 

là dove vive l' immortai fenice, 

che nella ricca fabbrica eh' aduna 

al exequie immortali ha tomba e cuna; 

e da ultimo i due versi [cfr. e. XVII, st. 38] : 

Va, vedi e vinci, e non lassar de' vinti 
reliquie e prigion mena i non estinti. 

Anche il canto XII è in questo ma. secondo la prima redazione, 
ma in margine sono le consuete correzioni per cui si riduce alla 
forma definitiva. Alla st.'57 Clorinda il guerrier prese e rilegollo 
è in margine la nota : « levata da lo autore. » Le st. 73-74 sono 
aggiunte in margine con sopra la nota : « qui vanno le due stanze 
appresso » ; e cosi pure sono aggiunte in margine le st. 102-103 
con l'altra nota: « qui entran due stanze che sono appresso.» 

Il canto XIII manca e vi è solo l'argomento, identico a quello 
che è in Mj. 

Il fascicolo che contiene il canto XIV conserva più degli al- 
tri le pieghe in croce, ed è rovinatissimo dall' acqua : ha molte 
correzioni autografe. Tra la st. 13 e la st. 15 il Tasso annotò: 
« Manca una stanza. » Il canto termina con la st. 50, cui seguono 
questi due versi e la nota : 

« Or dirovvi di quel che poscia avvenne 
> Vera istoria da voi non anco intosa. 

» Segue sino alla fine del canto come Rinaldo trovò Armida e al- 



126 BIBLIOGRAFIA 

» enne accoglienze fatte tra loro e come essa cominciò a accendersi 
» de r amore suo.* 

» [Nel XIV canto] Segue come lo riducessi [Rinaldo] ai snoi 
» voleri et dove lo condusse et dove bora costei si ritrovava, che 
» era in un' isola alle indie [ma lo] e dà loro una donna con una 

> barca che li conduca in quella parte e un libro che insegna loro 
» qual hanno da fare e uno scudo come specchio,- ma [lo] non lo 

> mette qui perchè ancora non si compiace delle stanze della fine 
» [del presente] di questo canto. » 

Il canto XY comincia con la st. 4 e segue secondo la prima 
redazione terminando con la st. 43. 

Il canto XYI segue pure la prima redazione e termina esso 
pure con la st. G2. 

Sull'ultima carta del codice è la stanza (II, 58) autografa 
Alete è Vun che da principio indegno con la nota pure autografa: 
« stanza che è nel 2°, * ma poi () tutto cancellato con due righe 
in croce. 

Come dunque appare evidente da questa descrizione, e miftì 
confermato da assaggi di varie lezioni fondamentali fatti qua e là, 
anche questo manoscritto va annoverato tra quelli che conservano 
la redazione più antica del poema. 

XV. — Br.j — Ms. della Biblioteca Barberiniana, segn. XLIV, 5*7 

(ant. numeraz. 1578). 

« Gierusalemme Liberata del Sig.' T. Tasso al Serenissimo 
» Sig.^ D. Alfonso II Duca V di Ferrara. È stata questa fidelissima 
» copia corretta d' ordine dell' istesso autore, e da infiniti errori 
» purgata, come appare per il medesimo libro. Napoli 1580. » Così 
si legge alla e. 4''; il titolo ha lettere alternate rosse e nere ed è 
disposto a mo' di frontespizio, e l'indicazione — Napoli | 1580 — è in 
basso della pagina. Il ms., in-8, ha tre stanze per pagina con rini- 
ziale del primo verso rossa ; le stanze sono numerate in mezzo e 
scritte in grafìa imitante la stampa ; è di ce. 137 numerate recen- 
temente, ma in basso correva già la segnatura dei fogli fino ad Rr4. 
Fu rilegato nel 182G in pergamena; il ms. appartenne ad un Ales- 
sandro Gallo, dottore di leggi, il cui sigillo si vede impresso in 
più d' un luogo. 

Questo ms. era evidentemente preparato per la stampa e con- 
teneva il poema nella redazione primitiva ; dipoi vi ftirono intro- 
dotte tutte le aggiunte e correzioni fatte dall'autore. Così tre carte 



* E così puro, con queste medesime parole dopo la st. 50, termina il eanio 
in Mi. Ma nel ms. seguono le altre recate. 

^ Questo parole, come apparo chiaro dal ms., ftirono aggiunte dopo fra doe 
righe, quando si seppe che cosa intendeva di fare il Tasso. La nota dapprin 
continuava con le parole ma lo, che furono cancellate per V aggiimta e poi 
riscritte in fine di essa. 



1 



DEI MANOSCRITTI. 127 

innanzi al frontispizio contengono le »t. 23-32 e le st. 68-86 del 
canto VII; e snl verso del frontispizio continua la st. 86, e con 
altre due carte dà il fine del canto con la st. 114. Poi altre due 
carte contengono le st. 121-137 del canto XX. Cosi pure in fine 
del codice, ce. 328'-337, sono altre Stanze che mancano per V opera. 
Inoltre tutte le pagine portano correzioni e aggiunte, o fra le ri- 
ghe o in margine, di stanze, di versi e di parole. 

A e. 179^ termina il canto XI; sulla e. 179» erano dei versi che 
poi furono cancellati; sulla e. 18(K è un sonetto, attribuito al Tasso : 
Donna, dissi talor che gli occhi vostri ; e a e. 180* è un discreto 
disegno rappresentante un guerriero che reca scritto' a mezzo il 
busto: el gran soldan Soliman ; a e. ISl** comincia il canto XII. 

XVI. — Ms. nella Biblioteca Capitolare di Toledo. 

Fu segnalato da mons. I. Carini, Oli Archivi e le Bibliote- 
che di Spagna, ecc. Palermo, 1888, parte I, fase. 3^, p. 491, ma 
non ne ho altra notizia. 

MANOSCRITTI NON RINVENUTI. 

Scipione Gonzaga nei Commentari della sua vita * lasciò ri- 
cordo di un codice della Gerusalemme scritto di sua mano, e il 
Serassi - cosi lo descrisse : 

< Questo bellissimo codice, parimente in foglio, di mano del 
celebre cardinale Scipion Gonzaga, è scritto con molta pulitezza 
a tre ottave per pagina, e contiene tutta intera la Gerusalemme^ 
eccettuata qualche stanza, ed alcuni versi nel primo canto, ove 
alla seconda ottava Musa tu mancano ì tre ultimi versi, e tutta 
la terza stanza Sai che là corre il mondo. Ci sono molte varie 
lezioni scritte a* propri luoghi, le quali, riscontrate da me con 
qualche diligenza, ho trovato essere le medesime che si veggono 
stampate in fondo della i*arissima edizione del Goffredo fatta in 
Venezia presso Grazioso Percaccino V anno 1582, in-4, che è la 
terza che ne proccurò Celio Malaspìna. Il poema ha questo titolo : 
Q^msalem, ricuperata per Gottofredo Buglioni, ridotta in ottava 
rima per il signor Torquato Tasso. In fronte vi sono alcune Stanze 
di monsignor Frizzoli al signor Torquato Tasso in lode sua e del- 
r opera, e sono quelle medesime che si veggono premesse per la 
prima volta al Goffredo della stampa di Altobello Salicato, in Vi- 
negia 1584, in-12, e susseguentemente in diverse altre edizioni. 
Nel canto IX, alla stanza 45, mancano i quattro ultimi versi e alla 
stanza 67 del canto XI mancano i due ultimi, siccome i due ultimi 



^ Commentariorum rerum auarum libii tres. Accessit liber qtiartus irapa- 
ÀitirofAEVcov auctore Josbpho Mabotto quos Aloisius Valentius Gonzaga Card, pri- 
mum edidit et Ccùetano Frati scripsit. Bom», Salomonium, MDCCXCI, pp. 318-9. 

s Vita Git., II, 358-9. 



128 BIBLIOGRAFIA 

mancano parimente alla stanza 53 del canto XII. Nel canto XY 
vi manca la stanza tredicesima Sol dal regno d' Egitto / e v' è 
lasciato lo spazio in bianco per dne ottave, sebben siegna snbito 
la quattordicèsima Mentre ciò dice. Nello stesso canto, stanza 45, 
manca il secondo verso Inaino al monte^ e il settimo verso S'inalza 
quinci alla stanza 42. Il detto canto XV termina colla stanza 56 
Ma tutta insieme ; e prima vi era la seguente, assai inferiore al- 
l' altra troppo nobilmente migliorata: 

Tutta quell'acqua poscia insieme ac«olta 
Mormorando sen va tra vaghe sponde, 
* E chi mira invaghisce, e chi T ascolta, 
Gol dolce suono e con le lucid* onde ; 
E sovra ambe le rive è così folta 
L' ombra che scende in lor da verdi fronde, 
E cosi alta V erba ivi s* estolle, 
Che seggio esser non pub più fresco o molle. 

E finalmente nel canto XX, stanza 4, mancano il settimo e l'ottavo 
verso. Tutte queste cose ho io potuto notare a grande agio, stante 
la singolare benignità con cui si degna di riguardarmi il rispettv 
bilissimo possessore di questo prezioso manoscritto, eh' è Sua Emi- 
nenza il signor cardinale Valenti Gonzaga, legato di Eomagna, 
nella cui nobilissima casa pervenne giìi questo codice per giusto 
retaggio, secondochè lasciò scrìtto il Barufi'aldi, che pur lo vide, 
ed avvertì che il prìncìpal nerbo si era nell'ortografia, e in qual- 
che parola altramente e con maggior finezza di lingua scritta, che 
negli stampati. » 

Dove sia andato a finire questo codice oggi non si sa; il com- 
pianto mons. I. Carini aveva qualche speranza di rintracciarlo 
tra i codici Valenti-Gonzaga passati alla Vaticana, ma inatili tor- 
narono le sue ricerche; nessuna traccia ho potuto trovarne. Co- 
munque, non credo che la perdita sia oltremodo grave, perchè non 
rappresentava un testo definitivo assolutamente; e, non essendo 
autografo del poeta, l'ortografia o qualche particolare lezione pre- 
fi^-ita dal card. Gonzaga non potevano avere per noi molta impor- 
tanza. 

* 
* * 

Il Baruffai di nel sesto dei Bagionamenti poetici già citato, 
ricordava altresì un altro codicetto che al suo tempo si conser- 
vava presso il dottor Domenico Antonio Travini, medico e lettore 
pubblico in Ferrara. « Egli è una copia de' canti che andavano 
attorno sul principio che andava nascendo il poema, e che gli no- 
mini desiderosi di goderne la lettura, carpivano que' canti che mai 
si potevano avere. Infatti, nò quivi si contengono tutti, numeran- 
done solamente undici, uè sono scritti per ordine; ma si comincia 
dal quarto, indi segue il nono, poscia il duodecimo ; indi il primo, 
e si fattamente, e sono questi ; I, II, III, IV, V, VI, Vili, IX, XII, 
XIV, XV. Vi sono curiose mutazioni, e in vari luoghi mancano 



DEI MANOSCRITTI. 129 

versi e stanze intere, non che parole. > Già al tempo del Serassi * 
di qaesto codice non si aveva più notizie, né se n'ha oggi; avrei 
creduto di poterlo identificare con Bm., ma questo contiene cinque 
canti di meno, che però senza grande difiìcoltà possono essere an- 
dati smarriti, sì come troviamo isolati tre canti in An., e due in Vo. 

Un manoscritto del solo canto XY, e non intero, possedeva al 
tempo del Serassi* T abate G. B. Schio^palalba, di Venezia; era 
anche quella una copia di prima redazione. Oggi ne è ignota la 
sorte, né si può identificare con Am., noto pure al Serassi. 

* 

Cesare Guasti ristampando la Vita del Tasso del Serassi ag- 
giunse ^ la notizia di un codicetto del secolo XVI contenente alcuni 
canti della Gerusalemme, veduto da lui medesimo, prima del 1858^ 
presso l'avvocato Filippo Senesi di Perugia, e pareva anch'esso 
formato di canti staccati, anteriori alla revisione. Anche di questo 
è smarrita ogni traccia attualmente. 

STAMPE CON CORREZIONI. 

I. — Mr. — Il Goffredo | di M. TorqVato | Tasso | Nvovamenlc* 
dato in Ivce | Con privilegi. | [impresa] | Appresso Dome- 
nico Caualcalupo. | A instantia di Marc' Antonio Malaspina. 
MDLXXX; in-4; con correzioni ed aggiunte di mano di Bat- 
tista Guarini; cod. Marciano Ital. ci. IX, n. 119. 

• 

É questo un esemplare della prima edizione del poema che il 
Guarini ha corretto e ridotto alla redazione ultima ; cominciando 
dal titolo, che in margine è riscritto cosi: Gierusalemme Libe- 
rata I Poema Heroico \ del sig. Torquato \ Tasso. Le correzioni di 
parole o di versi sono fatte in margine e in molte carte sono fit- 
tissime ; le sostituzioni d' intere stanze e le aggiunte, che spesso 
sono di lunghe serie di stanze, sono scritte dallo stesso Guarini 
su tanti ritagli di carta o su strisce, che erano assicurati con 
cera rossa accanto ài luogo in cui dovevano essere inserite. Ma 
nell* aprile 1894 essendo fatto nuovamente rilegare il volume, que- 
sto fa interfoliato e le aggiunte guariniane furono assicurate con 
gomma sulle carte bianche di rincontro alla corrispondente pagina 
stampata. 

Intorno a questo cimelio v. V. Rossi, Battista Guarini, To- 
rino, Loeschér, 1886, pp. 62-70; e la mia Vita di T Tasso citata, 
voi. I, p. 333 e voi. II, Appendice, n. XIV. 



1 Vita cit, U, p. 361-2. « Vita cit., II, p. 362; 3 Voi. U, p. 363. 

Tabsoi * 9 



130 BIBLIOGRAFIA DEI MANOSCRITTI. 



n. — Al. — La I Gierusalemme | Liberata | Overo il Goffredo 
del I Sig. Torqvalo Tasso. | ecc. \ in Parma. Nella Stamperia 
di Erasmo Viotto, j Con licenza de' superiori. M.D.LXXXI ; 
in-4; con la raccolta delle varie lezioni di mano di Aldo 
Manuzio jun. 

Questo prezioso esemplare faceva parte della libreria già de- 
gli Aldi, che si conservava nella biblioteca della casa Colonna di 
Roma. Quando tale raccolta andò dispersa, il cimelio tassiano 
passò in Inghilterra e fti acquistato per 30 ghinee (circa lire 788) 
dal celebre Simone Buttler, vescovo di Lichfield e Coventry. 
Alla vendita della raccolta di questo vescovo, il 10 giugno 1840, 
fu pagato sette lire sterline da Guglielmo Libri, che lo notò nel 
suo Catalogne de la Bibliothèque de M. X***, ecc. Paris, 1847, al 
n. 750. Comparve poi nel catalogo della vendita Libri deir ago- 
sto 1859, col n. 2583; e finalmente il 26 settembre 1860 fu acqui- 
stato dal British Mtiseum, dove ora si trova. Sulle guardie del 
libro, che manca del frontespizio, i successivi possessori hanno 
lasciato tracce del pregio in cui tenevano questo- esemplare, che 
a torto fu sempre creduto preparato dall'Aldo per una nuova edi- 
zione ch'egli si proponesse di fare. Il modo di adoperare questo 
cimelio mi ha anzi posto da principio in non lieve imbarazzo, 
poiché, oltre alla lezione della stampa, già di per sé isolata come 
testo, l'Aldo non ha che raccolto tutte le varie lezioni che in 
manoscritti o nelle stampe anteriori potè trovare. E però ad un 
medesimo luogo sono talvolta più lezioni; e molti luoghi della 
stampa, che sono della redazione definitiva, l'Aldo ha cancellato, 
e vi ha messo accanto la redazione primitiva. Questo cimelio adun- 
que non poteva avere valore di testo, ed io l'ho allegato solamente 
per dimostrare che una qualunque varia lezione era già nota in 
quel tempo.^ 

IIL — Gerusalemme Liberala. Poema eroico del Sìg» Torquato 
Tasso, ecc. Ferrara, per Francesco de' Rossi, 1581, in-4; 
con correzioni al testo di Belisario Buigarini. 

Comparve questo esemplare al n. 6186 della seconda parte del 
catalogo di vendita della Biblioteca Manzoniana, Città di Castello, 
Lapi, 1893. Io non potei vederlo ; seppi che il libro fu venduto a 
un signor Graham di Londra. 



^ La collazione del e. IV mi giunse troppo tardi, e non j^otei tenerne conto 
nel testo; ma essa, come sempre, non reca che le varianti di altri testi. 



II. 

STAMPE. 



1579. Canto (Il quarto) della Gervsalemme Liberata del S. 
Torqvato Tasso. 

Si trova stampato in fino della sfeconda parte o tomo, della Raccolta 
intitolata: « Scelta Di Rime, | Di Diversi Eccol- | lenti Poeti, | di nuovo 
raccolte, | e date in luce. | Parto seconda. » | [Impresa del tipografo) \ In 
Genova. MDLXXIX. — In-12. 

Questo volumetto il cui frontispizio nel verso è bianco, contiene nello 
pagine num. 3-5 la dedicatoria del tipografo editore Cristoforo Zabata 
« Al Molto Mag. et generoso Signor Giovanni Durazzo » in data « Di Ge- 
nova il primo ottobre 1579 »; nelle pp. 6-7 la profazione A' Lettori; nella 
p. 8 un sonetto del Zabata al medesimo Durazzo; nello pp. 9-352 le rime 
di diversi, tra le quali, nelle pp. 276-301 vent' un componimenti del Tasso; 
nelle pp. 353-360 non num. la Tavola degli Autori contenuti nelV opera; 
nello pp. 361-391 il quarto Canto della GernHalemme ; nella p. 391 dopo 
r ultima stanza del Canto e' ò II Fine o sotto un fregio, ed in basso : 
Con licenza de^ Superiori; la p. 392 è bianca; le pp. 393-394 non num. con- 
tengono la tavola de Gli errori occorsi, ecc., e per ultimo una carta bianca. 

La stampa è fatta con carattere corsivo ed è ornata di piccoli fregi e 
di lettere iniziali xilografiche. Il Canto della Gerusalemme eh* è impresso 
con tre ottave non num. per ogni facciata, fu certamente aggiunto dopo 
finita la stampa del libro; questa circostanza risulta ad evidenza in prima, 
per essere stampato dopo la tavola od indice degli autori; poi per essere 
composto di un foglio di stampa intiero e di un mezzo foglio, cioè di quat- 
tro carte, le quali non sono unite ad altre due che le seguono, quella che 
contiene l'errata e alla sua corrispondente, cioè la carta bianca eh' ò 
l'ultima del libro. 

Li' erudito padovano Ab. Giuseppe Gennari scrivendo al Se- 
rassi il 5 febbraio del 1779, facevagli osservare V interesse che ha 
la prefazione od avviso A' Lettori scritto e posto dal Zabata in 
principio del libro : « Non so se vi sia caduto sotto gli occhi la 
Scelta di Rime ecc., Parte seconda, Genova, 1579, in-12. Il rac- 
coglitore Cristoforo Zabata oltre alcune rime del Tasso, v'ha stam- 
pato in fine un Canto della Gerusalemme, cioè il Concilio de' Dia- 
voli, nel quale ho osservato alcune varianti. Ma degne mi sembrano 



132 BIBLIOGRAFIA 

di riflessione le seguenti parole dell' editore: « Avendo il signor Tor- 
quato Tasso (gratiosi lettori)^ tra le molte sue leggiadre poesie, 
trattato in ottava rima l' acquisto di Gerusalemme ecc. et aven- 
dola con molta sua contentezza ridotta a perfetto fine, è poscia 
stato (per quanto si dice), per sinistro accidente, e con suo gran 
dolore, di cosi onorata fatica privato. Ond' io, affine che egli non 
possa essere difraudato della sua gloria, ho voluto (e questo con 
gratia sua) porre nel fine della presente operetta, un Canto della 
suddetta historia (venutomi per buona sorte alle mani), acciocché 
possino coloro che hanno desiderio di vederla, appagarsi per ora 
di questo picciol saggio, co '1 quale benissimo potranno far giu- 
dizio dell'eccellenza dell'Autore,» ecc. 

Nella ristampa della Parte II fatta dal Zabata nel 1582 e nel- 
r altra ancora in Genova dal Bartoli nel 1593, non ci sono più né 
le rime nò il quarto Canto del Tasso. 

Si trova un esemplare nella Raccolta Tassiana della Civica 
Biblioteca di Bergamo, e nella Biblioteca Nazionale Centrale di 
Firenze. 

1580. Il I Goffredo | DiM*Torqvato | Tasso. | Nvovamente dato 
in Ivcc I ('Oli privilegi. | (Impresa del tipografo) \ In Vinegia. 
Appresso Domenico Caualcalupo. | A Inslantia di Marc' An- 
tonio Malaspina . MLXXX. — In-i. 

Precedono il Poema duo carte : la e. 1 eh' ò il fronte il cui verso è 
bianco ; la e. 2 con la dedicatoria di Celio Malaspina « Al Clariss ™» 
Sig.«r Giovanni Donato Senator Veneto » in data « Di Vinegia, alli 7 d'ago- 
sto MDLXXX. » Seguono quindi Sessantadue carte numerate a retto, le 
quali contengono li canti primo a decimo inclusivo, intieri ; il solo Ar- 
gomento in prosa dell' undecimo ; il dodicesimo intiero ; V Argomento in 
prosa del decimoterzo ; intiero il decimoquarto ; manchevoli il decimo- 
quinto e decimosesto che sono gli ultimi contenuti. Anche quelli dati per 
intieri non lo sono sempre, perchè s' incontrano lacune di alquanti versi 
ed anche di stanze intiere. 

Nel verso della e. 62, eh' è 1' ultima del libro, e' è l' errata con questa 
avvertenza : « Non si mettono qui (benignissimi Lettori) tutti gli errori, 
perchè non avendo potuto 1' Autore correggere egli stesso la stampa, vi 
ne sono incorsi infiniti, solamente son posti quelli, che possono alterare 
il senso, gli altri al vostro giudizio rimessi sono. » 

Oltre gli errori indicati nell' errata, sono numerose e grosse 'le scor- 
rezioni tipografiche. Sulla prima linea di tutto le carte che contengono 
i due canti, decimo e decimoquinto, e' ò impresso Canto nono ; su quells 
del canto decimosesto, ora e' ò sestodecimo, or decimosesto ed anche deci- 
moquinto. 

La numerazione delle carte è pure straordinariamente scorretta. La 
e. 8a è numerata 7; la 11-69 ; la 14-41 ; la 19-16 ; la 20-rO; la 44-36; 
la 53-64 ; la 54-62 ; la 55 ancora 62 ; la 56-64 ; la 58-57 ; la 60-59 e 
la 62-rr. 

Il testo e stampato con carattere aldino poco bello, detto in allora 
italico, ora corsivo ; in ogni facciata vi sono dieci ottave non numerate, 
divise in due colonne. La prima linea del fronte è chiusa entro un fregio 
xilografico in forma di cartellinOi ed a retto della seconda carta vi sono 



J 



DELLE STAMPE. 133 

due fregi e una grande lettera iniziale intagliata sul legno. Anche lo pio- 
cole iniziali in principio doi canti sono xilografiche, meno quella del se- 
sto che è fusa. 

Affinchè il lettore possa avere un' idea esatta di questa rara ed 
interessante edizione, crediamo necessario di riportare una parte 
della dedicatoria del suo editore, Celio Malaspina, al seuator ve- 
neziano Giovanni Donato, ed eccola; « Sino in Fiorenza, mentrMo 
ero Jil servigio del Serenissimo Gran Duca di Toscana, Francesco 
de' Medici, mi capitorno a sorte alle mani alcuni Canti del mara- 
viglioso Poema di M. Torquato Tasso, li quali non altrimente, che si 
snoie cosa preciosissima, da me sono stati sempre custoditi. Uor' io, 
da alcuni Signori et Patroni miei (a' quali tanto devo, quanto più 
non posso) richiesto, anzi quasi per forza astretto, a volerli man- 
dar alle stampe, dopo infinite scuse, et gagliardissima resistenza 
da me più volte fatta, per non esser massime l' opera mia, et in- 
tiera ; ho voluto, non potendo più in alcun modo scusarmi, né re- 
sistere alle contìnue dimande, per non dir commandamenti loro, 
compiacerli ; al che sono poi anco così condisceso, perchè benis- 
simo so, quanto sia il desiderio de' Virtuosi di veder questo già 
tanto tempo ascoso parto, uscito in luce : imperciochè a' molti 
prieghi d'alcuni amici miei, et in Milano, et in altre città d'Italia 
già fui forzato accomodar d'essi Canti alcuni lllustriss. Signori, che 
bramavano di vederli. Ma perchè forse non mancheranno de' ma- 
ligni (il proprio de' quali è tirare il tutto alla volontà et all' uti- 
lità loro), che biasimar voranno quest'onesto desiderio mio di servir 
sempre a chi infinito obligo tengo, e terrò finché vivo ; et di far 
cosa gratissima a tanto numero de' virtuosi, i quali e tutti insieme 
et ciascuno per se stesso, son certo, che, mirando la candidezza 
dell' animo mio, in ogni luogo e tempo, et appresso ogn' uno mi 
difenderanno da i velenosi morsi loro.... », ecc. 

Ad onta di tutta questa rettorica, l' azione punto onesta com- 
messa da Celio Malaspina,^ con la stampa di questa prima edizione 
della Gerusalemme (nella serie delle edizioni del Poema, non va 
contata la precedente pubblicazione genovese del solo canto quarto) 
fatta in modo sciagurato, come ben disse il Serassi, perchè scor- 
retta e manchevole quasi di una terza parte, è tanto più biasinie- 
vole inquantochè mandolla alle stampe senza il consentimento, 
anzi all' insaputa dell' Autore, il quale vedendo la sua opera così 
mal trattata, ne provò grandissimo rammarico, ed in una sua let- 



^ Il Malaspina fu sctittore di novelle, o di lui abbiamo notizio nella pre- 
fazione di Girolamo Zanetti, posta nel quarto "volume del Novelliere Italiano, 
impresso in Venezia dal Pasquali 1' anno 1754 ; e odiernamente da Giuseppe 
Rua neW Archivio per lo studio delle tradizioni ^o/Jo/^/ri, voi. IX, pagg. 491-508, 
e nel giornale storico della httiratura itdiana, voi. XVI, pagg. 432-34 ; dal Bongi 
negli Annali di Gabriel Giolito de' Ferrari, voi. I, pagg. 422-25, e più di tutti 
da Guglielmo Enrico Saltini nell' -4rc/<it;*o storico italiano, voi. XIII (1894), 
pagg. 35-80, 



134 BIBLIOGBAFIA 

ter<a del 1» ottobre, Beritta a Scipione Gonzaga, si dolse della li- 
bertà che s'avea presa il Malaspina. «Ftdt (scrive Torquato), questi 
giorni 2)ctssati alcuni canti del mio poema stampati in Vinegia, 
usciti dalle mani del serenissimo di Fiorenza: del che mi dolsi 
con quella serenissima Repìihlica, e con Vostra Signoria Illustris- 
sima quanto doveva; e tanto j^ià mi doglio parimenti di que* prin- 
cipi quanto è il torto che mi p>are eh* essi m* ahhian fatto} » 

. 11 Miiiich scrivendo di questa stampa dice che « è troppo ne- 
gletta a cagione delle gravi e numerose sne mende tipografiche, 
ma notevole ed importante l' intrinsico pregio della primigenia 
espressione, e per alcune luminose varianti non avvertite. » 

Un esemplare corretto dal cav. G. 15. Guarini e con l'aggiunta 
fatta di sua mano dei sei canti che vi mancano, si trova oggi nella 
Marciana in Venezia, per le cui correzioni e compimento si servì 
il Guarini di un buon testo a penna. Cfr. Bihliografia dei mas., tra 
lo stampe corrette Mr. 

Esemplari di questa stampa si trovano nelle seguenti Biblio- 
teche : Civica di Bergamo ; Comunale di Mantova (questo imper- 
fetto) ; Braidense di Milano ; Estense di Modena ; Nazionale di 
Parigi ; Oliviana di Pesaro (questa senza frontispizio) ; Angelica 
di Koma ; Nazionale di Torino, e nella raccolta tassiana del pro- 
fessore A. Solerti. 

• 
1581. Gorvsaloninìc | Liberata | Del Sig. Torqvato | Tasso. | Al 
Serciìiss. Sig. 1). Alfonso li | Duca V. di Ferrara &c. \ Tratta 
da fedeliss. copia, tt vliiinaineiìt(i emendata | di mano del- 
l' istesso Autore. | One non pur si veggono i sei Canti, che 
mancano | ai GolVredo stampato in Vinelia ; ma con | nota- 
bile diirerenza d'Argomento in molti luo- | chi, e di stile, 
si li^ggono anco quei Quattordici | senza comparatione più 
corretti. | Aggiunti à ciascun Canto gli Arg;omenti | d' in- 
certo Autore. | Con priuilegi della Christianiss. & della Ca- 
tholica Maestà ; & di tutti i Duchi d' Italia. | (stemma) \ In 
Parma | Nella Stamperia d' Erasmo Viotti | MDLXXXI. | 
— ln-l;>. 

Carta 1* fronte cou impressa a verso la seguente licenza per la stampa: 
« Il R. P. F. Vicenzo | da Rauenna Vica. | generale del Sauto | Vfficio di 
Parma | e '1 R. P. F. Vie. da | Caluisano suo pre- | cessore, hanno ve- | duto, 
lotto, k con- I cesso licenza. » Ce. 2-5 dedicatoria di Angelo Ingegneri 
« Al Sereniss. Sig. 11 Sig. Dvca Carlo Emanvol di Savoia <fec. » in dat:i 
« Da Parma il dì primo di febbraio 1581 »; e. 6 r. lettera dell'Ingegneri 

1 II Saltini (op. loc. cit.) afferma elio i Canti dalle mani del Granduca 
€ passarono in quello di Isabella Orsini, sua sorella, principessa assai colta e 
di finissimo gusto nelle lettere e nella poesia e furon dati alla Bianca Cap- 
pello, la quale pigliava non poco piacere leggendo i versi stupendi del Tasso 
e si lasciava volentieri commuoverò al racconto delle sue sventure. Bazzicando 
il Malaspina in casa di queste signoro, aveva potuto averli da loro a beli' agio 
e anche procacciarsene di segreto la copia. » Cfr. Solerti, Vita di T^^Tasso cit, 
voi. I, pagg. 329-30. 



DELLE STAMPE. 135 

< Air Illustrìss. Signora ot Padrona mia La Signora Isabella Pallavìcina 
Lupi Marchesana di Soragua etc. » in data < Di Parma il dì primo di 
marzo 1581 > ; c.6v. sonetto doli* Ingegneri Al Libro. Seguono pp.num. 1-495 
col Poema; p.4% bianca. Poi seguono ce. 8 non num., in cui nelle ce. 1-5 r. 
c'ò la prefazione dell'Ingegneri A gV Intendenti Lettori; ce. 5 T.-6r. Tavola 
degli errori più importanti; c. 6 T. il Registro e Sotto v' è ripotuta la sot- 
toscrizione : < In Parma nella stamperia d' Erasmo Viotti MDLXXXI. Con 
licenza de' Superiori » ; e. 7 r. l' impresa del Viotti, con sotto impressa la 
ottava 62 del canto XX; e. 7 v. bianca ; poi l'ultima eh' è r8, tutta bianca. 
La stampa del poema è fatta in bel corsivo, con quattro ottave non 
num. per ogni facciata. Si trovano esemplari in carta cerulea forte. 

Procurò qnesta edizione, e la segnente, di cui vedremo, An- 
gelo Ingegneri, colui che aveva raccolto il TaHso fuggitivo a To- 
rino nel 1578. Questi « trovandosi sulla fine del 1579 e nel carne- 
vale del 1580, a Ferrara, per trattare del matrimonio del suo 
signore, Alderano Gybo marchese di Carrara, con donna Marfisa, 
rimasta vedova di don Alfonsino d'Este, aveva avuto la ventura, 
com' egli dice, dì poter vedere un manoscritto del poema, del quale 
egli ebbe cura di trarre copia, ciò che esegui in sei notti sole. 
Pensava di poi, con l'aiuto di Domenico Veniero, dì impetrare 
dal Duca non solo licenza di stamparlo, ma di procurare, se fosse 
possibile, che il Tasso medesimo lo rivedesse quando il suo stato 
glielo avesse consentito; e arricchire da ultimo l'edizione di ar- 
gomenti, di figure, di allegorie e dì tavole. Ma, veduta appena la 
stampa del Malespinì, mosso a pietà del disgraziato poema, si 
fermò in Casalmaggiore, dov' era di passaggio, e cercò di stampare 
il suo testo corretto, più sollecitamente che fosse possibile. Nel 
frattempo egli procurò, per mezzo del Duca di Parma, di ottenere 
il consenso di Alfonso II alla pubblicazione; avutolo. Isabella 
Pallavicini-Lupi Marchesa di Soragna, gentildonna assai cólta e 
spesso cantata dai poeti del tempo sotto il nome di Calisa, mosse 
Muzio Manfredi, noto letterato e poeta, a persuadere all'Inge- 
gneri di stampare il poema anche in Parma; ciò che fu fatto, as- 
sumendone la cura lo stesso Manfredi. E 1' edizione di Parma, di 
mille e trecento copie, fu pronta nel febbraio, qualche giorno in- 
nanzi di quella di Casalmaggiore, di cui non si conosce la tira- 
tura, benché abbiano la stessa dedicatoria e la data medesima. » 
(Solerti, Vita di T. Tasso cit., voi. I, pp. 330-31). 

Possiedono esemplari la Biblioteca Civica di Bergamo ; la Co- 
munale di Bologna; la Braidense dì Milano; le Nazionali dì Firenze 
e di Torino; e la raccolta Solerti. 

Un minuto esame del merito della presente edizione lo fece 
il Pezzana con una sua dotta lettera all' Ab. M. Colombo,* che qui 



* Due opuscoli dell' Ab. Michele Colombo ora per la prima volta stam- 
pati, in Parma, per Giuseppe Paganino, 1834, in-8. — In fine nelle pp. 49-60 
Y* e la lettera di Angelo PeEzana al Colombo. 



136 BIBLIOGRAFIA 

riproduciamo, nella qnale vien provando, che questa stampa ha 
di pochi mesi preceduto la casalense e che ne ha vantaggiata la 
lezione : 

< É un proverbio antico, forse quanto il mondo, che < i begli 
ingegni s' incontrano ». Ciò nullameno ecco la volta in cui questa 
sentenza fallisce, poiché un bellissimo intelletto qual è il tuo, èssi 
incontrato con un poverissimo qual è il mio. Mentre io ti stava 
leggendo il secondo giorno di Pasqua d* agnello una mia ciancia 
intorno le tre edizioni della Gerusalemme fatte dal Parmigiano 
Viotto nel 1581; tu andavi rifrnstando nelle cellette della memoria 
dove avessi riposta una tua noterella fatta più anni passati, pres- 
soché del medesimo argomento. 

» E se non la ritrovasti di tratto, breve certo fu il tuo cercare, 
poiché il di vegnente me ne fosti cortese per via di lettera. Allora 
colla tua confermai la mia opinione, che se la stampa di Casal- 
maggiore fu conceputa forse alcun breve tempo avanti quella di 
Parma in-12, certo fu partorita, come tu dici con figurato voca- 
bolo, dopo questa. Ed eziandio tu concordasti meco nel porre con- 
siderazione, che era comparsa la Parmigiana in tempo in eui igno- 
ravasi T Autore degli Argomenti di ciascun Canto, mentre esso si 
disvela nel frontespizio di quella di Casalmaggiore. Ma avendo io 
fatte alcune altre osscrvazioncelle tanto sopra queste due, quanto 
sopra la terza dello stesso anno, e notata qualche inesattezza del 
Serassi intorno al medesimo proposito, non ti pigli noia sMo le 
sommetto al finissimo giudìzio di te, che sì ben meritasti del mag- 
gior poeta epico d' Italia tanto col darne la Gertisalemme più ac- 
curatamente impressa ed annotata, quanto col farti campion suo 
neir opericciuola che stai ora per divolgare centra alcune delle 
accuse date dal Galilei al gran Poema. 

» Avanti che a noi due, era venuto sospetto al Serassi che 
r ediz. Parmigiana in-12 dovesse per avventura essersi terminata 
prima di quella di Casalmaggiore. 

» Del che ti faccia fede la sua nota (2) a f. 51 del t.® 2o della 
sua Vita del Tasso, 1790, ove egli osservò che appunto nella prima 
Parmigiana non si legge il nome di Orazio Ariosti autore degli 
argomenti. Ma se avesse usato un po' della sua solita accuratezza 
neir esaminare la giunta o Poscritta annessa da Angelo Ingegneri, 
editore d' ambedue, non men che dell' altra Parmigiana uscita più 
mesi dopo queste, in fine dell'avvertimento a ^Z'in^e/i(2en^i lettori 
che sta in fronte a quella di Casalmaggiore, ed avesse confron- 
tato esso avvertimento con quello che è a piedi dell' edizion di 
Parma in-12°, avrebbe scorto che, quantunque in ambedue l'av- 
vertimento sia il medesimo, nella picciola però manca il FoscriUo, 
E leggendo questo Poscritto sarebbesi accorto come ciò, che in 
lui non era che un sospetto, diveniva certezza per le parole con 
le quali esso incomincia: Il nome delV Autore de gli Argomenti 



DELLE STAMPE. 137 

arrivatomi a tempo di questo, e noii del libro di Parma, vi ser- 
virà, benigni Lettori, nelV uno come s* ei fusse anco neW altro. Ora 
è inutile il dire che il libro di Parma non può essere che V edìz. 
in-12, poiché appunto sul suo frontespizio leggesì: Aggiunti a 
ciascun Canto gli Argomenti d* incerto Autore, laddove tanto nel 
titolo di quella di Casalraaggiorc, quanto nel titolo della seconda 
di Parma 1581 in*4, sono indicati gli Argomenti del Sig. Orazio 
Ariosti, che non diversìflcano dai primi. 

» Inoltre, ove il Serassi avesse posto mente alla data della 
lettera dell* Ingegneri, che sta dopo la dedicatoria, e che è indi- 
ritto alla Marchesana Isabella Lupi-Pallavicina (data, che è del 
primo di marzo 1581), si sarebbe convinto che ne questa stampa 
né quella di Gasalmaggiore potevano essere uscite alla luce il dì 
primo di Febbrajo dello stesso anno, benché egli lo asserisca 
senza dubitazione nella medesima faccia. 

» Ivi disse altresì, che la stampa in-12 riuscì una delle più 
vaghe e leggiadre che si sieno mai vedute in cotal forma; e nel 
Catalogo delle edizioni della Oerusalemme aggiunse a questi ben 
acconci encomii, eh* è in tutto simile alV altra di Casalmaggiore, 
e che è delle più emendate che si abbiano. Conceduto, che la Par- 
migiana in-12 sia una delle più vaghe e leggiadre, non intendo 
poi come ei la trovasse al tutto simile a quella di Casalmaggiore. 
Questa è impressa in-4 di forma alquanto goffa, a due colonne 
racchiuse in righe, ed in caratteri corsivi più grandi; ha un nu- 
volo di abbreviature, ed ha dedicatoria, l'avviso ai Lettori, e gli 
argomenti in carattere tondo. L'altra è tutta in corsivo, variato 
air uopo, tranne la licenza per la stampa che é in tondo larghis- 
simo, e che non si trova in nessun modo nella prima ; raramente 
ha abbreviature, ed è in-12 elegante in una sola colonna. La prima 
dopo la dedicatoria ha T accennato avviso dell' Ingegneri ai let- 
tori colla Poscritta di che dissi, il sonetto al libro, e quello di 
Muzio Manfredi. Nella seconda alla licenza ed alla dedicatoria 
succedono la lettera del di !<> marzo ad Isabella Pallavicìna, ed 
il solo sonetto al libro. L'avviso dell'Ingegneri sta in fine del 
Poema senza il Poscritto. Ma si dirà che il Serassi colle parole 
in tutto simile a quella di Casalmaggiore non mirò che a consi- 
derarla nel testo. Al che rispondo, che avendo egli detto ciò nel 
Catalogo delle edizioni ove si suole, ed ei pur suole, descriverle 
anche nella loro materiale distribuzione, fa credere, che piuttosto 
a questa che ad altro accenni. Ed aggiungo poi, che, quando pur 
si voglia sguardare al solo testo, quantunque sia ragionevole il cre- 
dere, che dalla stessa copia cavata da quella che avea corretta 
l'Autore sieno tratte le due che servirono per la stampa di Casal- 
maggiore e per quella di Parma, sembrami che quest'ultima sia 
alquanto avvantaggiata di lezione sopra l'altra, almeno nella mas- 
sima parte di que' passi che mi è accaduto di collazionare, come 



s 



138 BIBLIOGRAFIA 

in generale parmi tale per rispetto alla correzione, quantunque 
non ardirei chiamarla col Scrassi una delle più emendate. Di que- 
sto suo doppio sopravanzarla do qui un breve saggio. Nel quale 
troverai altresì com'essa più d'una fiata sia conforme all'altra 
Parmigiana dello stesso anuO| ed alla Fiorentina del 1824, a cai 
tu desti così nobili cure. 

Edizione di Oasalzoaereriore. Edizione di Parma in-12. 

C.II, st.pon. E i pinti augelli ne l'o- E i pinti augelli no T oblio profondo. 

blio giocondo. 

CHI, st.antp. Con buona scorta (/e' Hol- Con buona scorta di soldati invia. 

dati invia. 

C.V, st.l. La dubbia impresa, ov'el- La dubbia impresa, ov'ella esser de' 

la esser die guida. guida. 

» » st.2. Ch'ossi un di /or scolgano Ch'essi un di loro scolgano a sua vo- 
a sua voglia. glia. 

evi, st.25. AViriV/rtn di Norgalle uscì di Norgalje usci secondo. 

secondo. {Qui è in btanco ti nome.) 

» > st.2G. Ecco (dìcoa) Cristiani il J Ecco lo vostre spoglio, e il vostro san- 

S vostro sangue. < gue. 

ÌEcco le spoglie de la cop- ((Diceva) o gento dell'Europa ardita. 
[ pia ardita. 

» » st.86. vide un fiume tra ftron- O vede un fiume tra ft'ondose rive. 

doso rive. {Lesione che (forse da preferirsi essendo 

posto ttittn il resto della st. al presente.) 

C.VII,8t.22. E '1 cener freddo de lo E '1 cenor freddo de lo membra sue. 

fiamme sue. 

» » st.35. Misero vieni ove nwan- Misero, vieni ove rimanga ucciso? 
«7//»' ucciso? • 

» Né r in-12 vantaggia solo quella di Casalmaggiore, ma in 
qualche luogo ancora la Parmigiana in-4 dolio stesso Viotto, sic- 
come è dimostrato da' saggi che seguono : 

Edizione di Parma in-4. Edizione di Parma in-12. 

CU, st.l. Io quanto a me ne vengo Io (quant'a me) no vengo, e del pm- 

e del perigilio. gito. 

C. IV, st.l. / gnnr. I Nemico de Tu- Il gran Nemico de l'umano genti. 

mane genti. 

» » st.3. Quando a.9/>WyiVj<t in sen Quando i vapori in sen gravida serra. 

gravida serra. 

C.V, st.l. Ma di furto menanne al- Ma di furto menarne altri confida. 

tri confida. 

»» st.pen. Dunque il Signor, che Dunque il Signor, che n' indirizza e 

v' indirizza e move. move. 

CVII,st.70. Cupidamente ella cOHCt- st. 75. Cupidamente ella conctp«, e fi- 

pe e figlia. glia. 

> » st.84. recessi il Conto innanzi st. 83. i'Vf «s» il Conte innanzi, e, quel 

e quel che chiedi. che chiedi. 

> » st.88. Ma vu«$^/ pur di novo a st. 87. Ma 9 '««^/t pur di novo a destra il 

destra il lassa. lassa. 

C.XIX,st.tì4. Ma conr/ifoi^i l'avrai d'ai- Ma con giunta l'avrai Palla mercede. 

ta mercede. [^Lezione bellissima dal Mulini restituita 

molto giudiziosamente alla Gè* 
rusalemme nella ristampa eh' ti 
ne fece nel 1818.) 

» Se anni sono avesse il nostro chiarissimo amico Sig. Barto- 
lomeo Gamba posto il pensiere in fare questo confronto, egli non 



DELLE STAMPE. 139 

avrebbe forse asserito cosi di assoluto a f. 1% della sua ultima 
sdizìone della >S'ert6 dei testi di lingua che la stampa Parmigiana 
in-12 quantunque giudicata siasi dal Serassi tina delie più plau- 
iibili, è nulla di meno mera copia delV antecedente (di Casalmag- 
fjiore) da cui soltanto discorda una qualche rara volta. Io opino 
she i miglioramenti che si trovano nell'ediz. di Parma in-12 si 
lebbano alle cure diligenti di Muzio Manfredi. 

» Poste le quali cose, panni di poter conchiudere : 1° che la 
presente edizione in-12 eseguita in Parma per la maggior parte, 
senza dubbiezza, nella seconda metà del 1580, ed uscita colla data 
del 1581, abbiasi non solo a tenere come una delle pili vaghe, ma 
eziandio come una più corretta di quella di Casalraaggiore, e come 
la prima uscita alla luce che contenga tutti i venti canti del mag- 
gior Poema Epico Italiano (non dico delle più emendate, siccome 
piacque di asserire al Serassi) ; 2^" che tanto dal Serassi, quanto 
dal Gamba voleasi collocata seconda, non terza, delle edizioni 
iella Gerusalemme ; 3° che non può essere uscita alla luce che 
dopo il 1° di marzo del 1581, ed avanti quella di Casalmaggiore, 
benché questa abbia la data del l^' febbraio nella dedicatoria e 
aeW Avviso; e però, che forte s' ingannò il Serassi asserendo che 
uscirono ambedue il di 1° febbraio. 

» Quantunque se ne stampassero 1300 esemplari, ora non si 
trova spesso in commercio. Alcuni pochi furono tirati in carta 
turchina; uno dei quali posseduto dal Serassi. 

» L'esemplare della Biblioteca Palatina di Parma ha ripetuta 
infine sotto l' impresa del Viotto la stanza del Canto XX, che sta 
nel testo a f. 478, e che incomincia Declina il carro, il Cavaliero, 
e passa. Non ho io trovata questa particolarità in alcuno degli altri 
pochi esemplari da me veduti.* Sembra che lo stampatore volendo 
stringere nella forma la propria impresa, e non trovando cosa più 
pronta al suo scopo, si servisse nella fretta della porzione della 
forma di quella faccia non ancora scomposta che conteneva la 
predetta stanza, dimenticando di coprirla in torchio. Di fatto la 
composizione è precisamente la stessa in ambo i luoghi. Accortosi 
poscia della sconvenienza, 1' avrà fatta coprire. » 

Ricorderemo da ultimo che l' Ab. Michele Colombo fece un' in- 
teressante studio sopra la quindicesima stanza del canto sesto 
stampata in questa e in poche altre edizioni, come la compose da 
principio il Tasso, e del come, rifacendola, nocesse (secondo il 
Colombo) al Poema un tal cangiamento.^ 



* È COSI anche nell' esemplare della raccolta Tassiana del prof. A. Solerti, 
e nel tre esemplari della Civica di liorgamo. 

* Kngionaminto d di' Abati Michele Colombo sopra una starna della Gerusa-' 
lemme Liberata, Parma, per Giuseppe Paganino, 1829, iu-10, pp. 40. 



140 BIBLIOGRAFIA 

1581. Gervsalemme | Liberala | Del Sig. Torqvato Tasso | Al 
Soreniss. Sig. Don Alfonso JJ. | Dvca V. di Ferrara &c. | Tratta 
da fedeliss. copia, et vitimainente | emendata di mano del- 
l' istesso Auttore. | Oue non pur si veggono i sei Canti, che 
mancano al Golfedo stampato in Vine | tia ; ma con nota- 
bile difTerenza d' argomento in molti luochi, e di stile ; si 
leggono I anco q^nei Quattordici senza comparalione più cor- 
retti. I Aggiunti a ciascun Canto gli Argomenti del Sig. Oralio 
Ariosti. I (]on Priuilegi della Catholica & della Chrislianis- 
sima I Maestà; & di tutti i Duchi d'Jtalia. | (Impresa del Upo- 
grafo) \ In Casal maggiore. CK) i^ LXXXJ. j Appresso Anto- 
nio Canacci, & Erasmo Viotti. — ln-4. 

Precedono il testo carte 12 non niim., la cui prima, eh* è il fronte, 
è bianca al verno; le ce. 2-4 r. hanno la dedicatoria di Angelo Ingegneri 
« Al Sereniss. Signor II Sig. Dvca Carlo Emanvel di Savoia etc. > in data 
« Da Parma il di primo di febbraio MDLXXXI » la carta 4 v. è bianca; 
le ce. 5-7 r. contengono la prefazione A gl'Intendenti Lettori Angelo Inge- 
gneri in data suddetta; e. 7 v. bianca; e. 8 r. sonetto dell' Ingegneri Al 
Libro e nel verso altro di Muzio Manfredi. Seguono pp. num. 1-254 con i 
venti Canti del Poema; poi una e. non num. con impresso a r. il Registro 
e più sotto la impresa del Canacci, o iu basso c'è ripetuta la sottoscri- 
zione tipografica, ma col solo nome del detto tipografo, volendo con ciò 
dichiarare, di essere stato lui lo stampatore del libro, ed il Viotto sol- 
tanto socio editore; e nel v. la Tavola degli errori importanti» cui segue 
una nota di scusa. 

La stampa del testo è fatta con carattere corsivo, ed ogni facciata 
contiene dieci stanze non num. divise in due colonne; le facciate sono 
inquadrate con filetti fusi, doppi in alto e in basso. Le lettere iniziali 
sono ornate ed intagliate sul legno, e gli Argomenti e la chiusa dei Canti 
sono incorniciate da fregi fusi. 

Questa edizione fu procurata direttamente dall'Ingegneri, e 
valga per essa tuttociò che si è detto illustrando la precedente. 
Ne sono esemplari nella Comunale di Bergamo; in molte altre 
biblioteche, e nella raccolta Solerti. 

1581. Gervsalemme j Liberata del | Sig. Torquato Tasso | Al 
Sereniss. Sig. Don Alfonso II. j Duca V. di Ferrara, &c. | Ag- 
giunti à ciascun C3to sono gli Àrgom6ti | del Sig. Oratio 
Ariosti. I {Impresa delVEditm^e) \ In Lione, | Appresso Ales- 
sandro Marsilij | 31.I).LXXXL — In Jlne : In Lione, | Nella 
Stamperia | di Petro Rovssin. | 1581. — In-24. 

e. 1 fronte, sul cui verso è impressa la dichiarazione che « In que- 
st' opra si contiene | il passaggio fatto da Chri- | stiani sotto la s'corta di 
Gof- I frodo Buglione, all'acquisto | di Terra santa: la cui historia si ha 
a pieno appresso Gu- | glielmo Arcivescovo di Ti- | ro, nel libro intitolato 
Della guerra sacra. » Segue quindi le cc. 2-5 con la dedicatoria dell'In- 
gegneri al Duca Carlo Emanuele di Savoia, datata da Parma il l» feb- 
brajo 1581; cc. 6-11 la prefazione dell'Ingegneri Agl'Intendenti Lettori; 
e. 12 r. sonetto del medesimo Al libro e a verso l'altro di Muzio Manfredi, 
indi nelle cc. num, 13-333 il Poema. Proseguono altre tre cc. non num. 



DELLE STAMPE. 141 

in cai a retto della prima sta impresso, entro una cornice a fregi fusi, la 
sottoscrizione: < In Lione, | Nella stamperia di l'ietro Rovssin | 1581 » e 
nel ver»o bianca: sulla seconda a retto un rosone a fregi fusi e a vergo 
bianca; o la terza completamente bianca. 

La stampa del testo ò fatta con bel carattere corsivo, con tre stanze 
non numerate per ogni facciata. 

Questa elegante e rarissima edizìoncina è copia di quella di 
Casalmaggìore contenendo la dedicatoria deir Ingegneri, la sua 
prefazione, il suo sonetto Al Libro, e quello del Manfredi in lode 
del Tasso. La data certa della sua pubblicazione non risulta da 
nessuna memoria, ma certamente è uscita prima della ferrarese 
procurata dal Bonnìi. 

Un esemplare completo non deve mancare delle tre ultimo 
carte. Quello di cui si servì il Serassi le ha tutt* e tre, ma è man- 
cante del frontispizio, motivo per cui, avendo lui taciuta questa 
circostanza e notato il solo nome del tipografo lioussin, che sta 
sulla prima di dette tre carte, fece nascere al Guidi il dubbio, 
leggendo egli nel Brunet l'indicazione di una edizione lionesc 
Appresso Alessandro Marsili, che fossero due le stampe fatte in 
Lione nello stesso anno, una del Roussin e T altra del Marsili, 
per cui si affrettò a registrarla ne' suoi Annali^ creando in tal 
modo un* edizione che non ha mai esistito. 

Questa bella stampina è assai rara e manca alle principali Bi- 
blioteche. La raccolta Tassiana della Civica di Bergamo ne ha 
due esemplari ; quello di cui si servì il Serassi per la sua bibliO' 
grafia, senza frontispizio ma colle tre ultime carte, ed un altro 
da lui trovato più tardi, avente il frontispizio ma privo delle due 
ultime di dette tre carte. Anche all'esemplare descritto dal Brunet 
e già appartenuto a Guglielmo Libri, mancavano le medesime 
due carte. 

1581. Giervsalemmc | Liberala, j Poema heroico dol Sìg. | Tor- 
qvato Tasso | Al Seroniss. Signore, il Signor Donno | Al- 
fonso li. d' p:sle I DVca di Ferrara, &c. | Traila dal vero 
Originale, Con aèginnla | di quanlo manca nell'allre Edil- 
liom, I & con l'AHegoria dello slesso Autore. | Con priuilegio 
di S. Santità, delle Maeslà ('hrislianissima, | (feCalliolica, della 
Soreniss. Signoria di Venelia, | del Sereniss. Sig. Dvca di 
Ferrara, | & d* altri Principi. | (Impresa del tipografo.) | In 
Ferrara \^%\,^ In Jl7ie del Poema: In Ferrara, Per Vittorio 
Baldini, io81. — In-4; 

C. 1 fronte, il cui titolo è impresso entro una grande tavola xilogra- 
fica in forma di cornice, a ornati e figure, e con Tarma ducale dogli Estensi, 
e nel vergo bianca. C. 2 dedicatoria di Febo Bona e Al Serenissimo, Et 
Soprano Mio Signore, Et Padron Colendiss. Il 8. Donno Alfonso II. D' Esto 
Dvca di Ferrara &c. > ; e. 3 r. prefazione di Febo Bonnà ni Lettori ; ce. 3 
?i-4 V. privilegi per la stampa concessi da papa Gregorio XIII ; dalla So- 



142 BIBLIOGRAFIA 

renissima di Venezia; dal Duca di Ferrara e dal Governatore del Ducato 
di Milano. Seguono pp. num. 1-208 col testo del Poema; e in basso della 
p. 208 è la sottoscrizione tipografica: « In Ferrara, Per Vincenzo Bal- 
dini, 1581.» Proseguono otto carte non num., la cui prima è bianca (ma 
che manca in qualche esemplare da noi veduto), indi nelle ce. 2-6 r. l'Alle- 
goria; e. 6 V. l'Impresa del tipografo con sotto ripotuta la data: « In Fer- 
rara con licenza de i Superiori M.D.LXXXI. » ; e. 7 r. la tavola degli Errori 
più importanti occorsi nello stampare e in basso un fregio xilografico ; e. 7 v. 
bianca; e. 8 bianca. Anche quest'ultima e. manca in qualche esemplare, 
ma vi dev'essere perchè necessaria a compire il foglio di stampa che ha 
la segnatura I)I>. 

Il pregio in cui vanno tenute questa e la successiva edizione 
di Ferrara, ò risultato di studi afl'atto recenti. Queste edizioni 
ferraresi furono procurate da Febo I^onnìi, giovane cavaliere, che 
seppe indurre il Tasso, già rinchiuso in Sant'Anna, ad autoriz- 
zarlo a ristampare il poema secondo le ultime correzioni appor- 
tatevi, considerando che omai la pubblicazione era avvenuta, e 
r autore non aveva che da guadagnare stampandolo egli stesso in 
forma migliore. Inoltre, e questo è notevolissimo, la nuova edi- 
zione andava intitolata per la prima volta ad Alfonso II, duca di 
Ferrara, a colui dunque per il quale veramente il Tasso aveva 
composta l'opera sua. Si sperò per un momento altresì cbe il Tasso 
si inducesse a scrivere egli medesimo gli argomenti ai canti; da 
ultimo però il poeta non ne fece nulla, e 1' edizione ne rimase 
priva; così soltanto nella seconda furono accolti di nuovo quelli 
di Orazio Ari osti. Troppo in lungo ci porterebbe dimostrare qui 
tutti i maneggi del Bonnà per questa edizione; se ne vegga per- 
tanto la storia e i documenti relativi nel Solerti, Vita di T. Tasso 
cit., voi. I, pp. 333-335; ove nel voi. II, parte II, n. CLIV e CLV 
sono pure riprodotte la dedicatoria e", la prefazione. 

Il Serassi dopo di avere esattamente esposto che l'Allegoria 
del Poema, già composta dal Tasso fin dal 1576, fu pubblicata la 
prima volta in questa edizione, erra poi nel catalogo cronologico 
delle stampe della Gerusalemme, asserendo cbe già innanzi era 
stata data dal Malaspina, nella seguente edizione veneta del Per- 
cacino, motivo per cui la elenca prima della presente, senza ba- 
dare neppure che la dedicatoria del Bonnà ha la data del 24 giu- 
gno e quella del Malaspina del 28, quindi posteriore a questa di 
quattro giorni. Di più esprime ivi il sospetto che il Bonnà possa 
aver copiata l'Allegoria dalla edizione veneta, il che è inattendi- 
bile per più ragioni; primo perchè il Bonnà ha posto sul fronti- 
spizio l'indicazione che il libro contiene l'Allegoria; la qnal cosa 
non ha fatto il Malaspina nel suo, e che non avrebbe mancato di 
fare se l'avesse avuta per primo: poi perchè la stampa di detta 
Allegoria, in questa edizione^ è bella, nitida e fatta con ogni cura; 
nel mentre che in quella di Venezia, è bruttai ed ineguale Pini- 
pressione, per cui lascia intravedere la fretta con cui fa stam- 



DELLE STAMPE. 143 

paia. Inoltre, una prova dì più che la stampa dell' Allegoria fu 
fatta dal Malaspina dopo finito il libro, è quella, che tutti i fogli 
di cui è composto sono quaderni, cioè di otto carte; e quello con- 
tenente l'Allegoria è duerno, cioè di quattro carte; per cui è un 
mezzo foglio, stampato più tardi, ed inserto nel libro fra due qua- 
derni ; la qual cosa, in una stampa regolarmente fatta, non sa- 
rebbe accaduta. Per tutte le ragioni esposte diamo quindi la pre- 
cedenza a questa edizione del Baldini su quella del Percacino. 

Del merito di questa edizione e della stima in cui fu subito 
tenuta, particolarmente perchè la si sapeva tratta dall'ultimo ma- 
noscritto dell' autore, con l' aggiunta di molte stanze e varianti, 
massimamente nel canto sesto e dodicesimo, ne è prova lo spac- 
cio rapidissimo che si ebbe, giacché il Bonnà ne fece fare una 
ristampa dentro soli ventìsei giorni dacché era uscita la presente. 
È pure in questa edizione che venne fatto al titolo l' aggiunta 
di Poema eroico, che le stampe anteriori di Venezia, di Casalmag- 
gìore e di Parma non hanno ; aggiunta tanto riprovata da Tomaso 
Costa in una tra le sue lettere, stampate in Napoli nel 1004, in-8". 

Sono esemplari nella Comunale di Bergamo, in molte altre 
biblioteche, e nella raccolta Solerti. 

1581. Il GofTrodo | Del S. Torqvalo | Tasso. J Novameiito cor- 
retto, et ristampato. | (^oii ^11 Argomenti, & Allegorie a 
ciascun Canto d' incerti A ultori. | Agji^iuntoui due copiosis- 
sime Tauole ; V vna delle quali contiene tutti i principij 
deirOttaue | per ordine d'Alfabeto: L'altra li nomi proprij, 
& materie principali, | che nelP opera si legjgono. | Con 
privilegio. I (Impresa del tipografo) \ In Venetia, Appresso 
Gratioso Perchacino M.D.LXXXl. — ln-4. 

Al fronte, il cui v. è bianco, segue la e. 2 non num. con la seconda 
dedicatoria di Celio Malaspina a Gio. Donato, in data «^di Venetia alli 
28 Zagno, MDLXXXI »; e. 3 Ai Lettori; ce. 4-8 r. Tavola dei nomi pro- 
pri ecc. e V Errata; c. 8 V. sonetto dell' Ingegneri Al Libro; ce. 9-12 r. 
Allegoria del Poema composta dal Tasso; indi ce. num. 9-112 r. il Poema, e 
112 V. bianca. Proseguono ce. 12 non num. con la Tavola di tutti i prin- 
eipii deW ottave ; sulla e. 12 r. dopo finita la Tavola, e' ò il Registro ; e a 
verèo è bianca. 

Il testo è stampato con carattere corsivo, ed ogni facciata contiene 
dieci stanze num. da lato e divise in due colonne. In principio di ogni 
Canto e' è una lettera iniziale intagliata sul legno a figure e ornati e gli 
Argomenti sono inquadrati con fregi fusi. 

Sebbene nel titolo di questa stampa siavi detto che contiene 
gli 'Argomenti et Allegorie a ciascun Canto d^ incerti autori j ciò 
non ostante, gli Argomenti son quei medesimi che trovansi nelle 
edizioni di Casalmaggiorc e di Parma, stati dichiarati di Orazio 
Arìosti ; e le Allegorie particolari poste a ciascun Canto, qui dette 
d'incerto autore e riprodotte anonime in molte stampe, sono di 
Guido Casoni, come venne dichiarato in una edizione successiva. 



144 BIBLIOGRAFIA 

Intorno alla priorità attribuita al Mal aspina di essere stato il 
primo a pubblicare qui l'Allegoria del Tasso, crediamo di avere 
dimostrato a sufficienza il contrario nelle note alla precedente 
edizione, per cui non aggiungiamo parole in proposito. 

Il Malaspìna appena potè procurarsi un testo compiuto del 
poema con le edizioni di Parma e di Casalmaggiore pensò subito 
di ristamparlo a Venezia, dove il terreno era libero, perchè nes- 
suno aveva ancora avuto il privilegio dalla Repubblica. Cosi egli 
fece in brevissimo tempo, se il 28 giugno era pronta la nuova edi- 
zione. La quale per il testo riproduce interamente, salvo lievis- 
sime differenze di lezione, appunto le due stampe dell' Ingegneri. 
Fu però questa seconda del Malaspina la più ricca che fino allora 
si fosse veduta ; poiché oltre al trovarvisi « gli argomenti deirArio- 
sti e la allegoria, vi sono, di più, particolari allegorie a ciascun 
canto di autore ignoto, e due tavole, V una de' nomi propri e l'altra 
de' capoversi di tutte le stanza, assai utili. Inoltre, in una prefa- 
zione Ai Lettori, si discorre anche qui del titolo del poema; la 
qual prefazione non è altro, con lieve mutazione nelle prime linee, 
che il Discorso in materia dei titoli del poema, il quale, col nome 
del suo autore, Filippo Pìgafetta, apparve nella nuova edizione 
che il Malespini fece nel seguente anno 1582. » (Solerti, Vita 
di T, Tasso cit., voi. I, p. 336). 

Di questa edizione si trovano due esemplari nella Biblioteca 
Civica di Bergamo, e due nella Nazionale Centrale di Firenze (uno 
appartenente al fondo Nencini); la posseggono inoltre : la Comunale 
di Ferrara, la Comunale di Verona, la Marciana di Venezia, la Nazio- 
nale di Torino e la Nazionale di Parigi, nonché la raccolta Solerti. 

1581. Giervsalemme | Liberala, | Poema Heroico del Signor 
Torquato | Tasso. | Al Sereniss. Signore, il Signor Donno ] 
Alfonso II. d' Este J Dvca di Ferrara, &c. | Tratta dal vero 
Originale,' con aggiunta di quanto manca | nelP altre Edit- 
tioni, con 1' Allegoria dello stesso Autore | Et con gli Ar- 
gomenti a ciascun Canto del S. Horatio | Ariosti. | Con Pri- 
vilegio di Sua Santità ; delle Maestà Christianissima : | Et 
Catolica : della Serenissima Signoria di Vinetia : | Del Se- 
renissimo Sig. Dvca di Ferrara : | & d' altri Principi. | In 
Ferrara io^V.-^ In Jine: In Ferrara | Appresso gli Heredi 
di Francesco de' Rossi. | 1581i — ln-4. 

Carta 1» fronte col titolo chiuso entro la grande tavola xilografica a 
Cornice coii fi^egi e figure, già usata neir edizione Baldini ; e. 2 la dedica- 
toria di Febo Bonnà al Duca Alfonso d' Este, ma con la data < Di Ferrara 
il dì 20 dì luglio 1581 > ; e. 3r. prefazione del Bonnà A^ Lettori; ce. 3 v.-4 1. 
privilegi per lo smercio della stampa concessi da vari governi e principi. 
Seguono pp. num. 1-259 col testo del Poema; p. 260 bianca; pp. 261-266 
Allegoria; p. 266 in basso la sottoscrizione tipografica: « In Ferrara ap- 
presso gli Heredi di Francesco de' Rossi 1581 >; p. 267 non nnm. l'Er- 
rata; p. 268 non num. l'impresa del Rossi col motto: Swi Ovique Die*. 



DELLE STAMPE. 145 

Il testo è impresso con carattere corsivo a otto stauzc non num. per 
'accìata, divise in due colonne. In principio di ogni Canto ci son fresai e 
ettere iniziali xilografìcho e gli Argomenti sono inquadrati con fregi fusi. 

Questa seconda edizione del Bonnà, dal lato tipografico è più 
(Cadente di quella stampata presso il Baldini : ha leggiere diffe- 
•enze in più luoghi, che talora migliorano, talora anche peggio- 
•ano il testo. 

Contiene la dedicjitoria medesima che è nella prima, ma la data 
n questa è dei 20 di luglio, laddove in quella è del 24 di giugno. 
3a r istessissima lettera ai lettori, e vi son di più gli Argomenti 
lì Orazio Ariosti che mancavano nella precedente. 

Vi sono esemplari nella Comunale di Bergamo; in molte altre 
Biblioteche, e nella raccolta Solerti. 

1581. La I GiorvsalomrrK^ j Liberata, | Overo il GolTrodo del | 
Sig. Torqvalo Tasso. | Al Sereniss. Sig. D. Alfonso 11. Duca V. 
di Ferrara &c. \ Di niiono rioorn^tto, ot secondo le proprie 
copie delP istesso Autore ridotto | a compimento tale, che 
non vi si può altro più desiderane | Con gli Argomenti del 
Sig. Oralio Ariosti gentil' huomo Ferrarese. | Aggivntovi 
d' incerto Avtore. j L' Allegorie à ciascun (>anto, per lo più 
tolte dall' istesso Sig. Tasso, | Annotationi, Dicliiarationi, si 
d' alcuni passi del Poema | come dell' Historie toccale nel 
Libro. I Vna raccolta d'alcune vaghe maniere vsate dal Poeta 
nel descriuen^ le parli del Dì. | Con la Tauola di tutti gU 
Epiteli. I Con Privilegii. | {Impresa del tipografo) \ In Parma. 
Nella Stamperia d' Krasmo Viotto. | Con licenza de' Supe- 
riori. M.D.LXXXL— In 4. 

C. 1 fronte, bianco a verso; e. 2 dodicatoria di Erasmo Viotto « Al 
»creniss. Alessandro Farnese Principe di Panna ot di Piacenza, (ienerale 
;i Sua Maestà Catholica nelle fe'uerro della Fiandra -> in data « Di Parma 
1 dì VII ottobre M.D.LXXXL » C. .'M r. prefazione del Viotto Ai Let- 
ori; C. 4 V. sonetto Del C'ivalicr Selva; pp. nuni. 1-210 col Poema; 
)p. 241-243 « Vaghe e leggiadro maniero o veramente degne d'essere imi- 
ate, usate dal Poeta nel descrivere lo parti del giorno » ; p. 244 bianca. 
>eguono venti carte non num., in cui nelle ce. 1-20 r. ci sono gli Epiteti 
lei Poema; in alto « verno della e. 20 il licijintro di tutta V opera; nel mezzo, 
Mmpresa del tipografo e in basso un'avvertenza che i piìi importanti er- 
'ori sono corsi velie Annotazioni et Dichiarationi ecc. 

La stampa del testo è fatta con carattere corsivo; ogni facciata con- 
:ieno dieci stanze non num., diviso in due colonne e inquadrate con fili 
fusi. Gli Argomenti pd i finali dei Canti sono contornati da fregi fusi: 
lettere iniziali e fregi xilografici decorano il libro. 

Del valore di questa edizione, a torto esagerato dal Serassi 

e anche dal Colombo, così discorre il Solerti: « nell'ottobre 

del medesimo anno 1581, il Viotto, di Parma, diede fuori un'altra 
ristampa del poema, non troppo bella tipograficamente, con i so- 
liti argomenti dell' Ariosti, con le allegorie ai canti, diverse da 

Tasso. * 10 



146 BIBLIOGRAFIA 

quelle dell'edizione Malaspiniana,^ con annotazioni a ciascun canto 
e in fine una scelta di imagini usato nel poema per descrivere le 
varie parti del giorno, nonché una curiosa e lunga tavola dei vari 
epiteti usati dal Tasso, disposti sotto a ciascun nome proprio. 
Dalla lettera Ai Lettori che il Viotto premise, si sa che ebbe cura 
di questa stampa « una persona dotta molto e giudiziosa >, che il 
Serassi suppose essere stato il letterato cavalier Pomponio To- 
relli, amico del Tasso; ma, lungi dall' attribuirgli le lodi che ne 
fece il Scrassi, l' opera di costui, per quello che ne dice lo stesso 
stampatore, ci appare molto arbitraria ; poiché, dice il Viotto, il 
curatore accolse e rifiutò varianti secondo che gli parve, e non 
solo fece un testo a suo modo, scegliendo per un medesimo luogo 
quelle ottave che più gli piacquero, ma, ciò che è curiosissimo, 
in qualche passo raccolse assieme le varie ottave usate allo stesso 
proposito nei testi differenti. Delle annotazioni ai canti, come beno 
s'appose l'Affò, devesi ritenere autore lo storico Bonaventura 
Angeli, che, bandito dalla patria Ferrara, vivevasi allora a Parma. 
Il Viotto ci fa chiari di quanto fosse stata studiata la Gerusa- 
lemme nell'anno che appena era trascorso, poiché dice che da 
ogni parte gli pervenivano offerte di commenti e di illustrazioni, 
eh' egli, per non ingrossare di troppo il volume, dovette rifiutare.- > 
(Vita di T. Tasso cit., voi. I, pp. 838-37). 

Che sia stato il Bonaventura Angeli l'autore delle annotazioni 
ai Canti poste in questa stampa fu primo il P. Ireneo Affò che 
n' ebbe sospetto, e che lo comimicò subito al Serassi con la se- 
guente lettera (tuttora inedita), datata da Parma, 5 luglio 1782: 

« Amico carissimo. — Non è poi vero che tutti dopo V arrivo 
mio abbiano avuto lettere da me: sento anch'io un poco di quella 
pigrizia di cui s'incolpa l'autor della vita del Tasso. Ma lasciamo 
un poco da una parte i lamenti. Io voleva scrivervi subito, ed 
avea cominciato a dirvi il parer mio su quelle Annotazioni con- 
giunte alla Gerusalemme stampata dal nostro Viotto nel 1581, ma 
una difficoltà mi arrestò; perchè parendomi esse fattura di Bona- 
ventura Angeli ferrarese, che esigliato dalla Patria venne qui, e 
scrisse poi la storia di Parma, non ritrovai modo di assicurarmi 
che realmente fosse in Parma nel detto anno. Tuttavia questa è 
ancora la mia opinione e vi prometto di scrivervene un'altra 
volta » Difatti con altra sua lettera dell' 8 novembre, pubbli- 
cata dal Solerti, Vita cit, voi. II, Appendice n. II, ampiamente 
confermava la prima supposizione. 

La dedicatoria di questa edizione non ha alcun valore sto* 



1 II Seghezzi (Opere di T. Tasso, Venezia, Monti e C, 1735, voi. I, p. ix e 
p. xvii), prometteva di provare che fossero opera giovanile di Franeesco Bi- 
rago, ma non lo fece, sebbene le riproducesse nel testo con il nome di lai. 

s Forse tra queste era il riscontro de* luoghi imitati dal Tasso, Catto dal 
cesenate Giuseppe Iseo fin dal luglio di quell' anno ; ma tal lavoro non vi^ 
poi la luce che nel 1646 ; cfr. Solebti, Viti cit., voi. II, parte II, n. CLvn. 



DELLE STAMPE. 147 

rìco : più notevole è la prefazione Ai Lettori, che il Solerti ripro- 
duce nella Vita cit., voi. II, parte II, n. CLIX. 

Di questa edizione possiede un esemplare la Biblioteca Civica 
di Bergamo, la Comnnale di Mantova (imperfetto), la Palatina di 
Firenze, T Angelica di Koma; l'on. conte comm. dott. Carlo Lo- 
chis di Bergamo, e la raccolta Solerti. 

Nel Catalogne de la Bibliothèque de M. L'*'*'* (Gaetano Libri), 
Paris, 1847, al n. 750, si citò un'esemplare di questa stampa con 
postille di Aldo Manuzio, e interfogliato con una cinquantina di 
stanze inedite! Ma le così dette stanze inedite non erano altro 
che le rifiutate, pubblicate poi per la prima volta dal Malaspina, 
nella terza edizione da lui procurata, che è quella che segue la 
presente. Detto esemplare del Libri fu pagato da Ini 800 franchi 
ili Payne e Foss di Londra nel 1845; e all'asta del 1847 fu riven- 
duto per 300. Ora si trova nel British Museum ; cfr. qui nella Bi- 
hliografia dei mss.f fra le stampe corrette. Al. 

1582. Il GolTrodo | Del S. TorqVato | Tasso, j Novainonto cor- 
retto, et ristampato. | Con gli Argomenti, & Allegorie à 
ciascun Canto d'incerto Autore. | Aggiuntoui molte Stanze 
tonate, con le varie lettioni ; Si insieme vna copiosissima | 
Tauola de' nomi propij, & materie principali. | Con Privi le- 
{jio. I {Impresa del tipografo) | Jn Viuietia, Appresso Gra- 
tioso Perchacino. M.D.LXXIl. — ln-4. 

Dopo il fronte, il cui verso h Manco, seguono ce. 2-3 r., con la terza 
(letlicatona del Malaspina a Giovanni Donato in data di « Venotia alli 
13 d'aprile 1582 » ; ce. 3 v.-4 r. « Discorso del Sig. Filippo Pigafeta, man- 
dato al sig. Celio Malespina in materia de i duo titoli di questo Poema » ; 
ce. 4 V.-8 Tavola copiosissima (ti tutti i nomi proprii ecc.; cc. 9-11 Al- 
legoria del Poema; e. 12 Argomento e Jillegorie del primo Canto. Seguono 
cc. num. a retto 1-114, coi venti Canti del Poema; e. 114 v. bianca. Pro- 
seguono altre 13 carte, numerato 115-127, che cont;engono un avviso 
Ai Lettori con una raccolta di lezioni diverse e molte ottavo state accolte 
e rifiutate nelle vario edizioni, e poi in fine una e. bianca. 

La stampa del testo ò fatta in corsivo e non ha alcun merito; gli 
Argomenti son inquadrati con fregi fusi e pochi sono i Canti che abbiano 
in principio lettere iniziali o fregi xilografici. Le facciate contengono 
dieci stanze numerate in mezzo e divise in due colonne. 

€ Questa è la terza delle edizioni procurate da Celio Male- 
spina; sicché non si può negare ch'egli non sia molto benemerito 
di questo nobilissimo poema. V è la stessa dedicatoria che nella 
stampa del 1581, ma in data de' 13 aprile del 1582. Siegue un Di- 
scorso di Filippo Pigafetta intorno ai due titoli di questo Poema,* 
ov' è notabile ciò che questo buon letterato adduce saviamente in 



* Il qual discorso, come si ò avvertito, non è che l' anonima prefazione 
A* lettori posta dal Malaspina nella precedente edizione del Percacino, ripro- 
dotta qui, con lieve mutazione nelle prime linee e un pò* ampliata, col nome 
del suo autore. 



148 BIBLIOGRAFIA 

isciisa e difesa del poeta per que' piccioli nei che forse erano ri- 
masi nella sua opera, dicendo: « Ma ben deve essere pregato cia- 
scun gentile spirto, che leggerà questo Poema, a scolpare in ogni 
maniera nobilmente l' autore, se alcun picciol difetto vi scorgesse, 
ovvero non riuscisse così di sua piena soddisfazione, stimando egli 
non r aver potuto rivedere compiutamente, ne porgli V ultima 
mano, insin a tanto che la rea fortuna cangi quell'infelice stato 
in cui questo ammirabile poeta è caduto, e lo renda al mondo: 
di che, quando intervenga, dovranno i mortali tener obbligo etemo 
alla molta liberalità e magnificenza del serenissimo signor duca 
di Ferrara, il quale seguendo l' orme de' suoi predecessori, veri 
mecenati delle Muse, la sua salute con ogni carità e diligenza di 
continuo va procurando. » (Serassi). 

Il Malaspina ommise in questa edizione la Tavola dei capo- 
versi delle stanze data nella sua precedente, ponendovi invece 
un' altra di varie lezioni e di molte ottave intiere, che per la prima 
volta furono pubblicate qui, premessovi il seguente avviso Ai Let- 
tori: «Poiché diverse copie del maraviglioso Poema del signor Tor- 
quato Tasso sono andate vagando, fra le quali vi sono molte ot- 
tave intiere, e parimenti di molti versi e parole cambiate, aggiunte 
e levate; nò avendo egli potuto (come si suol dire) porvi l'ultima 
mano, mercè dell' infortunio in che si trova, e parendo ad alcuni 
che più gli piaccia l'una copia che l'altra; onde per compiacere 
a tanta varietà di cervelli, si sono poste tutte le mutazioni che 
in esse copie si contenevano, acciocché ognuno s' appaghi del suo 
gusto, e scelga quella che più gli piacerà; e mentre vivete fe- 
lici ! » Questa tavola fu poi replicata in molte altre lezioni. 

L'Abate Michele Colombo asserisce che non pago ancora il Ma- 
laspina di ciò che aveva fatto nella stampa precedente, procurò 
la presente, nella quale egli pose ogni industria affinchè questa 
riuscisse (come effettivamente segui) ancor più che V altra emen- 
data e perfetta. In fatto però il Malaspina non fece che riprodurre 
i testi ferraresi del Bonnà. 

Il Serassi fa notare che il Malaspina usò sempre il titolo di 
Goffredo^ e non mai quello di Gesusalemme liberata^ adottato sin 
qui dagli altri due editori, e non rifiutato da quello di Parma. 

Di questa edizione si trovano due esemplari nella Biblioteca 
Civica di Bergamo; uno nella Marciana di Venezia, uno nell'Uni- 
versitaria di Napoli, uno nella Casanatense di Roma, e uno nella 
raccolta Solerti. 

1582. Giervsalemmc | Liberata, | Poema lleroico | Del S. Tor- 
qvato I Tasso. | Tratta dal vero originale | Dimanodeiristesso 
Avtore. | Con noni Argomenti lì ciascun Canto del Sig. Hora- 
tio Ariosti, I & con le Allegorie d' incerto Autore. | A^givn- 
lavi di novo T Allegoria del J\>ema, | & vna copiosissima 
Tauola delle materie principali. | Novamente corrQtto, et 






DELLE STAMPE. 149 

ristampalo. | Con Privilegio. | {Stcnumi di Palenno). \ Con 
licenza del Signor Celio Malespina. CI'), li). LWXIl. — Jn-i. 

G. 1. froute ch*ò bianco al verso; e. 2 dedicatoria del Malaspina a 
Giovauiii Donato in data « Di Venotia, alli 18 magjjio, ClO.IO.liXXXII » ; 
e, 3 r. profazione A* I Lettori (sic) vn amico del Poeta; cc. 3 V.-6 r. Al- 
legoria; e. 6 V. bianca; cc. 7-10 r. Tavola dei nomi propri; e. 10 V. il 
sonetto deir Ingegneri Al Libro. Sopruono pp. num. 1-220 col Poema; 
p, 221 non num. Allegoria del vigesimo canto; p. 222 bianca. 

11 testo è impresso in carattere corsivo e ogni facciata contiene dieci 
stanze num. a lato e divise in due colonne. Gii Argomenti che son posti 
in capo ai Ganti, sono incorniciati con fregi fusi, o le Allegorie stanno 
in fino ai medesimi. Poche iniziali xilografiche ornano le pagine prolimi- 
nari e quelle in princìpio dei canti son composto con fregi fusi. 

La filigrana della carta contiene due marche di fabbrica, una ò un 
P.-G. legati con linea, l'altra è un B. 

Il primo che fece conoscere questa rarissìiua edizione fu 
r Ab. Serassi, il quale la ebbe in dono dal letterato bergamasco 
conte Marco Tomini Foresti. Il Serassi cosi la descrive : 

€ Benché in questa edizione non si trovi, ne in principio nò iu 
fine, indicato il luogo della stampa, si comprende tuttavia ch'ella 
fu fatta in Palermo, veggendovisi impresso nel frontespizio lo 
stemma di quella reale città, che ha all' intorno queste parole : 
Senatvs popvlvsq, Panormitancs, Vrbs felix, et regni capvt. La de- 
dica è la solita del Malaspina al clarissimo signor Giovanni Do- 
nato, in data di Venezia, alli 18 maggio 1582; ma il testo della 
Gerusalemme è quello della seconda edizione di Ferrara procu- 
rata dal Bonnà, e v' è eziandio la di lui lettera a' lettori, non però 
sotto il suo nome, ma sotto quello d' un amico del Poeta. » 

Ma r esservi lo stemma di Palermo, secondo che osserva il Se- 
rassi, non toglie che la stampa possa essere stata eseguita in Ve- 
nezia. 

Esemplari di questa rarissima stampa se ne conoscono tre, 
quello della Biblioteca Civica di Bergamo ; un altro nella Nazio- 
nale di Parigi ; ed uno nella raccolta Solerti. 

1582. Giervsalenime | Liberata^ | Polonia Ileroico del | Signor 
Torquato Tasso. | Al SercMiiss. S. il S. D. Alfonso il. | D' Èste 
Dvca di Ferrara, etc. | Tratta dal vero Orij^inale, con ajjginnla 
di I quanto manca nell'altre Editioni, con | l'Allegoria dello 
stesso Auttore ; Et (^on | gli Argomenti a ciascun Canto d(^l 
Signor I Horatio Ariosli. | Aggiuntonil'Annotationi d'incerto 
Auttore. | Et alcune Stanze in lode del Poeta. | Con privi- 
legii. I (Stemma Ducale). \ In Ferrara, Appresso Domenico 
Mamma- | relli, et Giulio Cesare Cagnacini, 1582. — In-lil. 

C. 1» fronte il cui verso è bianco; cc. 2-4 r. non num. dedicatoria 
di F^bo Bonnà « Al Serenissimo Et Soprano Mio Sig. & Padron Colendis- 
simo, lì S. D. Alfonso II. Duca di Ferrara, &c. > in data « Di Ferrara il 
dì 20 di luglio 1581. » Cc. 3 v.-4 v. A* Lettori Febo Bonnà; e. 5 r. Lo 



150 BIBLIOGRAFIA 

Stampator A^ Letton, ; ce. 5 v.-lO r. Privilegi per la stampa come nel- 
r edizione Baldini; ce. 10 v.-12 r. Stanze dd Sig. Lorenzo FrizoU in lode 
del Poeta; e. 12 v. bianca. Seguono pp. num. 1-576 con il Poema, poi se- 
guono sei earto non num. con V Allegoria del Poema che finisce a verso dalla 
e. 6, ove ò anche impresso il Registro o più basso la sottoscrizione dei 
tipografi come sta sul tìtolo. 

La stampa ò fatta in carattere corsivo, con quattro stanze non num. 
por ogni facciata. 

È questa una ristampa in piccolo formato della seconda edi- 
zione del Bonnà, con la stessa dedicatoria al duca Alfonso. I Canti 
sono preceduti dagli Argomenti e nel fine hanno le Annotazioni, 
che sono quelle di Bonaventura Angeli abbreviate. Lo stampatore 
vi ha posto il seguente avviso A* Lettori, che interessa riportare: 

« Essendosi già veduto con quanto applauso, sia stato dal mondo 
accettato il nobilissimo Poema del signor Torquato Tasso, come 
compositione in suo genere perfettissima, & perciò con quanto di- 
sgusto egli si vegga uscir cosi lacero & manco dall'altrui stampe; 
tutto che dalle nostre editioni tratte dal proprio originale dell'Au- 
tore, che si trova appresso di noi, ogn'uno, senza tema d'errore 
habbia potuto essemplarsi, abbiamo voluto, per beneficio di quelli, 
che da noi non l'anno potuto avere, ristamparlo la terza volta, 
& in cosi picciola forma, per maggior vostra comodità, non senza 
nuova revisione, & correttioni dell' istesso Poeta; con l' Annota tionì 
d'incerto Autore, & con aggiunta d'alcune stanze in lode del signor 
Tasso. Leggetelo dunque attentamente, che conoscerete quanta 
differenza sia da questa all'altre passate edittioni. » 

Vedi quanto è detto a proposito di questo avviso nelP illustra- 
zione alla stampa Cagnacini del 1585. 

Esemplari di questa stampa si trovano nella Biblioteca Co- 
munale di Ferrara, nella Nazionale di Parigi e nella Comunale 
di Verona. 




__^ _ _^ , . a ristampata, 

ot da infiniti crpori, che | si veggono nel!' altre impressioni, 
cor- I retta per Tomaso Costo. | Aggiuntoui alcune annota- 
tioni di M. I Giulio Cesare Capaccio. | (Stemma del ù'pch 
grafo) \ In Napoli. | Appresso Giov. Battista Cappelli. 1582. 
— In-i2. 

C. 1 fronte suddetto, che nel verso è bianco; ce. 2-3 v. dedicatoria 
di Febo Bonnà ad Alfonso II d' Este, in data 24 giugno 1582 ; e. 4 av- 
vertenza del correttore Tomaso Costo Ai Lettori. Seguono ce. num. a 
retto 1-326 contenenti il Poema; e. 326 v. l'Errata; ce. num, 327-333 v. 
Allegoria del Poema. Seguono ce. 12 non num. la cui prima è biauca; 
ce. 2-9 r., lettera di Giulio Cesare Capaccio «All'Ili. Sig. Mio e Padron 
Osser, Il Signor Piot^ Ohmchieuich do Yueglia » con la data « Di Napoli 



DELLE STAMPE. 151 

il dì X dicembre 1581 > ; e. 9 v. bianca ; e. 10 r. V inprimatur, V impresa 
Aldina (rAncora-^a4«a) e la sottoscrizione ripetuta: < In Napoli appresso 
Gio. Battista Cappelli M.D.LXXXII »; e. 10 t. bianca ; ce. 11 e 12 bianche. 
La stampa del Poema è fatta con carattere corsivo: le facciate son 
contornate da nn filo e contengono tre stanzo del Poema. 

€ Il Baruffaldi, nel sesto de' snoi Ragionamenti sopra il Tasso, ^ 
noverando quelle poche edizioni della Gerusalemme, delle quali 
gli era riuscito d' aver notizia, che non oltrepassano il numero di 
trenta, rammenta questa del Cappelli fatta in Napoli nel 1582, ma 
dice essere in-4. A me non è peranco venuto fatto di vederla di 
questa forma, né di trovarla accennata in verun catalogo: tut- 
tavia ne potrebbon essere state fatte due nell'anno medesimo, 
runa in-4, e l'altra in-12. Ora parlando di questa in-12, da me 
posseduta, dico essere copia della prima edizione di Ferrara fatta 
dal Bonnà, essendoci la di lui dedicatoria al duca Alfonso in data 
de' 24 giugno 1581. Peraltro questa di Napoli è molto pili corretta 
per la molta diligenza usatavi dal celebre Tommaso Costo, il quale 
in un avviso a' lettori, che vi premette, afferma, che nell' esem- 
plare datogli da correggere, ci avea trovato tanti e tanti errori, 
che se gli fosse stato lecito, avrebbe volentieri lasciato di afifati- 
carcisi. Perchè, dice, oltre a quegli errori, che dalle stampe son 
segnati nel fine, vi se ne veggono per entro tanti, e la maggior 
parte importantissimi, che ogni persona intendente potrà leggendo 
facilmente accorgersi quanto questa nostra impressione sia di gran 
lunga più corretta dell' altre, e quanto col miglioramento del pun- 
tare vi si renda più chiaro il senso. Oltre il pregio della corre- 
zione, si rende commendabile questa stampa anche per le Anno- 
tazioni del Capaccio poste in fine del Poema, le quali non si 
leggono altrove, e neppure nella veneta edizione di tutte le opere 
del nostro Poeta. Peraltro queste annotazioni non consistono che 
in una lunga lettera scritta dal Capaccio al signor Pietro Ohm- 
chievich de Yveglia, nella quale dopo d'aver descritta minutamente 
la città di Gerusalemme, ragiona della spedizione fatta da' Cristiani 
per conquistarla, e passa di poi a parlare del Poema del Tasso, 
svelandone i pregi con molta dottrina e giudizio. » (Sbrassi). 

Questa edizione del Cappelli, come osserva a ragione il pror 
fessor Solerti in una nota della sua Vita del Tasso (voi. I, pag. 338), 
è quasi sconosciuta tanto è rara. Il Capaccio, soggiunge, dopo di 
avere nella lettera all'Ohmchievich, « fatto un breve sommario 
della storia di Gerusalemme che, inoltre, descrive minutamente; 
accenna a dispute, già incominciate fra i letterati, per i confronti 
fra l'Ariosto e il Tasso, del quale giustifica l'uso di alcune voci, 
e raffronta alcune imitazioni, chiamandolo virgiliano. Notevole, 
tra esse, questa, perchè dimostra che ancora non s' era formata 



* Nelle Optre di T. Tasso, Venezia, Monti e C, 1735, voi. I. 



152 BIBLIOGRAFIA 

la leggenda : La favola di Sofronia e di Olindo, non è dubbio 
eh' è V istessa con quella di Niso e di Eurialo, e pone a confronto 
il Vengo a scoprirti, vengo darti preso della Gerusalemme nella 
st. 19 del Canto secondo, con il Me, me adsum, qui feci, deìV Eneide^ 
IX, 427. » 

Anche nelle Lettere di Tommaso Costo (Napoli, appresso Co- 
stantino Vitale, 1604), si trovano delle interessanti osservazioni 
intorno alla Gerusalemme e al Tasso. In una lettera al signor la- 
copo Mauro (lib. II, pag. 98), replica a un dubbio mossogli dal 
medesimo nella libreria del Cappello, ove insieme si trovavano, 
sopra quei versi del Goffredo, Canto V, st. 46 : 

Di transitorio cuor riupotti vaui, 

Che qual onda di mar so 'n viene e parte, 

Potranno in te più che la fedo e '1 zelo ; 

che cosi si leggono nella stampa della Gerusalemme di Venezia e 
di Casalmaggiore, laddove nella Gerusalemme stampata in Ferrara 
si legge: 

Di trunsitorj onor rispetti vani. 

Il suo parere era dunque che stesse molto meglio transitorio 
che transitori, e lo prova con molte ragioni, ma lascia la princi- 
pale, eh' è questa, che si trattava d*un punto d'onore di Rinaldo, 
e non degli onori mondani, onde si dovea dire nel numero del 
meno, e infatti così si trova nelle migliori edizioni, come nelle 
due di Parma del 1581, ed in quella di Genova del 1590, e nella 
fiorentina del 1724. 

La data di detta lettera è questa: Da casa in Napoli oggi 
Lunedì 1582. 

In altra lettera (lib. Ili, pag. 325) ringrazia Cammillo Pelle- 
grini del libro dov' è la sua Replica alV Accademia della Crusca, 
e gli dice il suo parere intorno al Dialogo delV Epica Poesia : In 
quanto al Dialogo, siccome è bella, ingegnosa, e dotta composizione, 
se così fosse stato indirizzato a mostrar piuttosto le bellezze di 
que* due Poemi, con lode de* loro autori secondo i lor meriti, che 
a voler bilanciare la perfezione, e la maggiorcmza fra V uno e 
V altro, chi non sa che più grato ed accetto sarebbe stato al mondo, 
e non avrebbe appresso di molti acquistato a F. S. poco buona 
volontà, per non dir odio ? 

Continuando (pag. .326) loda il Tas80 che : « in un secolo tanto 
infelice, in cui pareva la facoltà poetica esser quasi venuta in 
vilipendio d' ognuno, egli con quel suo maraviglioso Poema risonò 
a guisa di risonantissivia tromba per tutta V Italia in sì fatto 
modo, che destò gli ingegni addormentati, e rincorò quelli, che 
impauriti pareano, onde la misera poesia, che negletta e vergo- 
gnosa occulta se ne stava, con la scorta di questo suo valoroso 
campione, comparì di nuovo ornata e bella nel cospetto delle genti. 



DELLE STAMPE. 153 

E tanto basti qui del Tasso, perette V. S. conosca qual sia il mio 
gusto e di lui, e delle cose sue. Delle molte bellezze della sua Ge- 
rusalemme, e di alcuni pochi difetti d* essa lascerò tutto 7 peso a 
lei, et ayli AccadeTnid sudetti di crivellargli nelle loro argute 
e dotte dispute, » In seguito, biasima 1* aggiunta fatta di poema 
eroico al titolo della Gerusalemme, ec. 

Da un' altra diretta a Giambatista Attendolo (lib. I, pag. 103), 
si ricava che lo stampatore Giambattista Cappello era compare 
deirAttendolo. 

Esemplari di questa edizione del Cappelli si trovano nella 
Biblioteca Civica di Bergamo e nella Vittorio Emanuele di Roma. 

1582. Giorvsalemme | Liberata, | Poema HeroicodolSip;. | Tor- 
qvato Tasso. | (In Jlne del Poema) : In Napoli, Per Gio. Bat- 
tista Cappelli 158^. -^ III-4. 

L' esemplare che abbiamo sott' occhio è mancante del fronte e dello 
carte preliminari. Sulla pag. num. 1 (con segnatura A)^ principia il Poema 
con in capo 1* intestazione : Giemsaìemme | Liberata, | Poema //eroico Del 
Sig. ! Torquato Tasso, e finisce alla pag. 208 (segn. li/i.)^ ove in basso c'ò 
la sottoscrizione: « In Napoli, Per Gio. Battista Cappelli, 1582. » Seguono 
poi sei carte non num., la cui prima ò bianca (ma manca nel nostro esem- 
plare) ; ce. 2-6 r. l'Allegoria; e. 6v. bianca. 

La stampa è fatta con carattere corsivo, piccolo quello del Poema, 
un po' più grande quello dell'Allegoria. In principio di quasi tutti i Canti 
ci sono fregi ed iniziali xilografiche, ed in qualche Canto ci son fregi 
anche in fine. Ogni facciata contiene dieci stanze non num., divise in due 
colonne. 

Il Serass! non vide mai questa edizione, soltanto n' ebbe in- 
dizio'dal Baruffaldi, il quale la nota nel sesto de' suoi Ragiona- 
menti, come testé s'è veduto, ove poi tace di quell'altra in-12 fatta 
dallo stesso Cappelli e che abbiamo addietro descritta. 

Dopo il Serassi nessun bibliografo notò questa edizione, né in 
niun catalogo l'abbiam vista, motivo forse questo del perchè rimase 
sconosciuta a tutti i moderni bibliografi tasseschi, quali 1' abate 
Colombo, il Sicca, il Guasti, il Guidi, il Ferrazzi, ecc. 

Di questa stampa, la quale a giusta ragione possiamo dire 
rarissima, non abbiamo potuto dare la iutiera descrizione, perchè, 
l'unico esemplare a noi noto, il quale appartiene alla Raccolta 
Tassiana della Biblioteca Civica di Bergamo, è mancante del fron- 
tispizio e delle carte preliminari, le quali al certo avranno con- 
tenuto la dedicatoria e la prefazione del Bonnà; inquantochè 
questa stampa è quella medesima del Baldini, con la sottoscrizione 
dello stampatore napoletano. 

Al primo esame fatto di questa edizione, vedendo caratteri e 
fregi che non e' erano nuovi, ci nacquero dei sospetti sulla sua 
originalità, per cui messici ad esaminarla con attenzione e minu- 
tamente, ci siamo accorti che non era altro che la medesima, la 



154 BIBLIOGRAFIA 

identica edizione baldiniana, già da noi descritta e nella quale 
erano state inserte tre carte falsificate dal tipografo Cappelli, allo 
scopo di darla per sna. Quando il Cappelli abbia fatta questa 
mistificazione, se prima cioè, o dopo la stampa della sua propria 
edizione in-12, non è possibile il saperlo con sicurezza; soltanto 
possiamo dire la maniera, il modo, da lui adoperato, per trasfor- 
mare alterare che dir si voglia, la stampa ferrarese ; ed ecco 
il come. 

In prima, per toglier via la sottoscrizione del Baldini, posta 
in basso della pag. 208, levò un mezzo foglio del quaderno B B, 
cioè le pag. 201-202 e le corrispondenti 207-208 (vale a dire la 
prima e la quarta carta del quaderno, le quali sono naturalmente 
unite); ciò fatto, ristampò il mezzo foglio, mettendo nel posto 
della sottoscrizione del Baldini la sua : quindi coli' altro mezzo 
foglio, ricostituì il quaderno e lo rimise nel libro. Onde compire 
r inganno, era necessario di togliere anche la impresa del Baldini, 
la quale è stampata sulla terz' ultima carta del volume. Per far 
questo ripetette egli l' uguale operazione fatta nel quaderno sud- 
detto, colla dìff'erenza, che invece della prima e quarta carta, levò 
la seconda e la terza, cioè il mezzo foglio interno del quaderno 
segnato DD, quella parte dove e' è impresso la marea o impresa 
del Baldini, la data di luogo o dì anno della stampa e la errata 
corrige. Levato detto mezzo foglio, prese egli l' altro, e sulla 
parte bianca del medesimo, eh' è quella appunto che forma la 
carta quarta del quaderno e ultima del volume, vi stampò, a retto, 
le otto ultime linee dell'Allegoria, e cosi diede finito il libro con 
una certa perfezione, da riuscire difficile a scoprire l'inganno, 
senza il confronto di un esemplare integro della edizione bal- 
diniana. 

Il carattere che adoperò il Cappelli per fare la detta mistifi- 
cazione somiglia molto a quello del Baldini, meno che è alquanto 
più piccino e più dritto nelle aste. 

1582. Giervsalcinmc | Liberata | Poema heroico del S. Torr 
qualo Tasso. | Al Sereniss, Sig. il Sig. D. Alfonso L | D' Este 
Dvca di Ferrara. | Di novo ristampata, et corretta | secondo 
il vero originale, con l'Allegoria | dell' istesso Autore. | Con 
gli Argomenti a ciascvn Canto | del S. Horatio Ariosti. j Ag- 
givnlovi vn svmmario dell' Hisloria | di Giervsalemme per 
intelligenza dell' opera, & la Tauola j done si notano tutte 
le materie delle cose | pin importanti. | (Impresa del Up^ 
grafo) \ In Napoli | Appresso Horatio Saluiani, Cesare Cesari, 
& Fratelli. | MDXXXll. — ln-4. 

Precedono il testo e. 4 non num. C. 1 fronte suddetto nel cui verso 
ci sono i quattro sonetti già dati nella precedente edizione in-12 : i due 
del Tasso o i duo anonimi in risposta con le stesse rime. C. 2 dedicatoria 
del Salviani al « Signore Aniballo («te) Moles Cousigliero a latero ecc. > 



DELLE STAMPE. 155 

in data « Di Napoli a di 12 di Decemb. 1581 » ; ce. 3-4 Hlstorta di Gie- 
rvscilemtne aommariamente scrìtta per inteìliyenza della presente opera. Fatica 
del S^. Dauid Romei, Seguono pp. num. 1-174 che comprendono il Poema; 
indi ce. 11 non num., le cui prime due contengono V Allegoria e le altre 
ce. 3-11 r., la Tavola di tvtte le voci difficili, nomi j^ropri, hiatorte, et favole 
della presente opera. Fatica del K. P. David Romei, ed in basso e' ò l'/m- 
primatur — Qtiatrimanus Vicarius Generalis Neapolitanus — Paidus Regius 
vidit. Idem fol. So, Al verso di quest'ultima carta è in alto la tavola delle 
• Correttioni degli errori d* alcuna importanza ; più sotto il Registro, od in 
basso ripetuta la sottoscrizione che sta sul titolo. 

La stampa è rozzamente fatta con carattere tondo molto usato; ogni 
facciata contiene dodici stanze num. in mezzo e divise in due colonne. In 
principio di ogni Canto c'è l'Argomento dell'^riosti inquadrato con fregi 
fusi, una grande lettera iniziale a ornati intagliati sul legno, e nel fine 
altri fregi, nel maggior numero mascheroni xilografici. 

Questa edizione completamente sconosciuta a tutti i bibliografi, 
fu la prima volta accennata da noi nel Bollettino dei doni ed 
acquisti della Civica Biblioteca di Bergamo dell'anno 1889, quando 
appunto l'abbiamo comperata in Milano dal libraio antiquario Pie- 
tro Vergani, onde arricchire la Raccolta Tassiana della medesima 
biblioteca. 

Se il Serassi, parlando della precedente in-12, fatta dalla istessa 
società Salviani e fratelli Cesari, la disse rarissima e affatto sco- 
nosciuta sino a lui, né mai mentovata da alcuno; che dir dobbiamo 
noi della presente, rimasta ignota a lui, e fino ad oggi, a tutti 1 
bibliografi e tassisti che lo seguirono? Lasciamo al dotto lettore 
di giudicare il grado di rarità di questa stampa, la quale, come la 
ferrarese del Baldini, alterata dal Cappelli, manca in tutte le prin- 
cipali Biblioteche nazionali ed estere da noi domandate. 

La stampa delle due edizioni fu fatta con la medesima compo- 
sizione, senza nulla scomporre o variare; perfino gli errori sono 
gli stessi in ambe le edizioni, e con la stessa tavola dell'Errata; 
tutto si è conservato. Quale delle due stampe sia stata la prima 
eseguita, se questa in-4, oppure la precedente in-12, non pos- 
siamo dire con certezza; però le nostre conghietture ci fanno 
credere che sia stata la presente, perehè le grandi iniziali ado- 
perate qui, furono usate anche in quella in-12, per cui, causa la 
loro grandezza, stuonano assai colle proporzioni simmetriche del 
piccolo libro, e quindi, se quella in-12, fosse stata la prima a stam- 
parsi, certamente si sarebbero valsi di altre molto piccole. 

1582. Giervsalemme | Liberata. | Poema Heroico del | Signor 
Torqvato Tasso. | Al Sereniss. Slg. il Signof | D. Alfonso II. 
d' Este Dvca di Ferrara. | Di nuouo ristampata, & corretta 
secondo | il vero originale con 1' allegoria dell'- | istesso 
Autore. | Con gli Argomenti a f ciascun Canto del S. llora- 
tio Ariosli. I Aggiunloui un summario | dell'istoria di Gie- 
rusalcmme per intelligenza dell' | opera, & la tavola, doue si 



156 BIBLIOGRAFIA 

notano tiitti^ le | inatorie dello coso più importanti. | (Stemma 
o marca del tipografo) | In Napoli, | Appresso lloratio Sai- 
niani, Cesare Cesari, | & Fratelli. M.D.LXXXIL — ln-12. 

Dopo il fronte, nelle ce. 2-4 avvi la dedicatoria di « Oratio Silvani 
Al Molto Illustre Sig. Mio Osservand. 11 Sig. Aniballe (sic) Moles Cousi- 
glioro a Latore, & Regóte di Cancellarla, per il Regno di Napoli, appresso 
l'Invittissima Catolica Maestà. > in data e Di Napoli a dì 12 di Decem- 
bro 1581. » Ce. 5-10 Historia Di Giervsalemme sommaria mente «crttta, Per 
intelligenza della presente Opera di D, H. Oc. 11-12 quattro sonetti, due di 
Torquato e altri due anonimi in risposta con le stesso rime. Seguono 
pp. num. 1 a -197 col testo; 498 bianca. Seguono 33 carte non num., di cui 
ce. 1-6 r. Allegoria del Poema; e. 6 v. bianca; ce. 7-31 v. Tavola di tutte 
le voci difficili, nomi propri, historie «t* favole della presente opera, fatica 
del li. P. David Romei. C. 32 r. aggiunte alla detta Tavola e a verso Cor- 
rettione De Gli Errori; e. 33 r. VJmprimatur; e. 33 V. il Registro, un fregio 
rappresentante la testa di un mascherone, e in basso la sottoscrizione 
che sta nel fronte. 

Va notato che il Registro è errato, perchè nota il foglio H come in- 
tiero nel mentre eh' è mezzo foglio. 

La stampa del Poema ò fatta con carattere tondo, con quattro stanze 
num. in mezzo, por ogni facciata. I Canti principiano con una grande ini- 
zialo xilografica e finiscono quasi tutti con un fregio. 

I)i questa edizione ci dà il Serassi la segiieute descrizione e 
la storia dell' esemplare da lui posseduto. « Cosi la storia dì Ge- 
rusalemme come la Tavola di tutte le voci difficili, nomi propri, 
istorie e favole del Poema, è fatica molto bella e giudiziosa del 
padre Davide liomei; e, ciò che sembra strano, non ripetuta dappoi 
in verun' altra stampa. Questa rarissima edizione, afifatto scono- 
sciuta, né mai, ch'io sappia, mentovata da alcuno, èmmi stata 
ultimamente non solo suggerita, ma eziandio mandata in dono dal 
signor Domenico de' Medici, bergamasco, dimorante in Venezia, 
uomo degno veramente non pur di stima ma di meraviglia, giaC' 
che di semplice bottegaio ch'egli è, a forza di genio e di talento 
ha saputo formarsi un gabinetto che richiama meritamente la cu- 
riosità de' forestieri più colti ; contenente, oltre una bellissima rac- 
colta delle più vaghe e rare edizioni de' nostri scrittori italiani, 
una serie di ritratti e di medaglie d'uomini illustri, diversi camei, 
miniature, avorii ed altre manifatture di pregio e di lavoro esqoi- 
sito, ed una scelta de' più bei rami antichi e moderni che alcun 
privato abbia posseduta giammai. A questi pregi s'aggiunge ch'egli 
ha sortito dalla natura una vena poetica assai feconda, sicché con 
molta facilità e naturalezza compone dei versi tanto nella lingua 
comune d'Italia, xìome nel dialetto veneziano; cosa che va sempre 
più comprovando la felicità del clima della nostra nobilissima 
patria. » 

Nello scopo di far maggiormente conoscere l'amore che avea 
questo negoziante bergamasco, per tutto ciò eh' è cosa bella, e 
distinta; e dare un saggio del suo merito poetico, riprodurremo 



DELLE STAMPE. 157 

m sonetto da lai composto e fatto stampare in lode di Antonio 
farineti, detto il Chiozzoto, alunno di Piazzetta^ per il ritratto 
li Torquato, esposto Tanno 1760, neir apertura del suo negozio per 
nsegna di bottega.^ Eccolo: 

Qoar angelica man, qual sovraumano 
Saper toglie a natura il proprio vanto, 
Per cui parmi veder Chi, a Maro accanto, 
L* armi cantò pietose, e *1 Capitano ? 

Ah ! hen ravviso, Antonio, è tua la mano 
Industre, è tuo il saper sublime, e quanto 
Di bel narra la Fama in ogni canto 
E ciò, ch'altri emular pur tenta in vano; 

Chò mal presume da baldanza indutto 
Ingegno uman per adombrar in parte 
L' almo Cantor, benché noir arte istrutto ; 

Poiché a ritrar chi di prodigi ha sparte 
Più Provincie non sol ma il mondo tutto. 
Solo un prodigio vi volea dell'arte. 

1583. Il Goffredo j Del S. Torqvato | Tasso, | Novamentc cor- 
retto, et ristampato. | Con gli Argomenti, <fe Allegorie h 
ciascun Canto d'incerto Aultore. | Aggiuntoui molle Stanze 
Iellate, con le varie lettioni ; &, insieme una copiosissima | 
Tauolade'nomi proprij, & materie principali. | Con Tag^giunta 
de' cinque (^anti del Sig. Camillo Camilli. | Con Privilegio.! 
(Impresa del tipografo) \ In Venelia. presso Francesco de' Fran- 
ceschi Senese 1583. — In-4. 

Precedono il testo e. 12 non num. : e. 1 fronte e nel verso bianco : 
;c. 2-3 r. dedicatoria del Malaspina al senatore Giovanni Donato in data 
i Di Venetia alli 13 d'aprilo 1582»; ce. 3 v.-4 r. Discorso di Filippo 
Pigafetta in materia dei due titoli del Poema; ce. 4 v.-8 v. Tavola dei 
tomi propri ecc.; cc. 9-11 V. Allegoria; e. 12 Argomenti e Allegorie del 
^rimo Canto. Seguono carte num. cretto 1-114 r. (numerata per errore 108, 
:ome la 106 eh' è num. 104), contenenti il testo; e. 114 v. bianca. Indi 
proseguono altre 14 carte di cui soltanto son numerate la Ilo, 117 e 118, 
l'altre no: le prime 13 contengono le stanze rifiutate ecc., e l'ultima è 
bianca. 

Con propria fronte e con numerazione e segnatura propria segue 1' ag- 
nonta dei cinque Canti del Camilli, dati qui per la prima volta, il cui 
titolo è il seguente: 

I CINQVE I CANTI | DI CAMILLO CAMILLI | AGGIVNTI AL | GOF- 
PREDO DEL I SIG. TORQVATO | TASSO. | CON PRIVILEGIO. | {Impresa 
id tijyo^afo) \ In Venetia appresso Francesco de' Franceschi | Senese. 
XDLXXXIII. — In-4 ; di cc. 4 non num. e cc. 29 num. a retto ed una 
bianca in fine. Le cc. 2-4 r. contengono la dedicatoria del Camilli al 
e Sig. Matteo Senarega, » in data < Di Venetia il di 22 d' agosto 1583, » 
ì più sotto r errata ; nella e. 4 v. un sonetto di Francesco Melchior! opi- 
tergino al Tasso ; indi le 29 carte col testo dei Canti. Come nel Poema, 
>gni facciata contiene dicci stanze numerate in mezzo e divise in due co- 
lonne. La stampa è in carattere corsivo, con fregi ed iniziali xilografiche. 



1 Da inedite Memorie in continuazione a Gli scrittori di Bergamo del P. Bab- 
;aba YABBnn. 



158 BIBLIOGRAFIA 

Il Sorassi, a illustrare questa stampa scrive eh' e « Copia della 
terza edizione di Celio Malaspinn, 'col Discorso del Pigafetta e 
della Tavola delle varie lezioni poste in fine del Poema.* Sola- 
mente ha di più la giunta dei Cinque Canti di Camillo Camilli, 
il quale, perchè non mancasse né anche al Tasso, come a Virgilio 
e ad Omero, un saccente che si pigliasse la briga di compire il 
Poema della Gerusalemme credendolo imperfetto, ardi egli di ag- 
giungere al Goffredo altri Canti, e di farli stampare lui vivente, 
a Venezia per Francesco de' Franceschi, in-4, separatamente e 
uniti a questa bella edizione. Ognuno si sarebbe corrncciato nel 
vedersi far tanta ingiurìa da un pedante prosontuoso: ma Torquato, 
avvezzo a sopportar onte maggiori, se la passò con incredibile 
inditì'erenza; anzi al conte Alfonso Turco, cavaliere ferrarese, che 
gli avea fatto avere questa giunta, rispose in una maniera molto 
placida, mostrando di non tenersi oftVso, se non un cotal poco di 
Francesco Melchiori autor del sonetto premesso ai cinque Canti, 
ove assomiglia il di lui canto a quello della Sirena:^ perciocché 
(dice), il vedermi assomigliare alla Sirena è puntttra tanto più 
grave, quanto è men conveniente: e se tutte le cose debbono esser 
misurate dalla intenzione, la mia non fu cattiva, né dissimile da 
quella di que^ medici che ungevano di mèle la bocca del vaso, nel 
quale si dava la medicina. » 

Primo il Serassi, come abbiamo più sopra veduto, poi il Gnìdi 
ed il Ferrazzi, i quali non fanno che ripeterlo, dissero questa stampa 
una copia della terza edizione procurata dal Malaspina. Il bravo 
e buon Serassi, troppo occupato nell'esame del testo, non si ac- 
corse egli, che qui non si trattava di una semplice copia o ristampa 
del testo dell' edizione del Percacino del 1582, ma bensì di esem- 
plari della medesima stampa, ai quali, era stato posto un nuovo 
frontispìzio e 1' aggiunta in fine dei Canti del Camilli. 

Non spenderemo altre parole a provare la verità di quanto 
asseriamo, poiché le due stampe, sono tanto una cosa sola, che 
perfino gli errori di numerazione son ripetuti in ambedne. Che 
dire dei fregi, fra' quali ve ne son tre, che hanno la marca o im- 
presa del Percacini intagliatavi entro ! 

L' essere poi stati, li Canti del Camilli, stampati con gli stessi 
caratteri adoperati pel Poema, e con le stesse iniziali xilografiche, 
ci fa escludere il sospetto, che la falsificazione sia opera del solo 
Franceschi, ma invece ci rende accorti, che la finzione di una 
diversa e nuova edizione e stata combinata ed eseguita fra i due 
editori. 



* Questa Tavola redatta dal Malaspina ò mancante di più di una mota 
dolio ottavo rifiutato o dolio vario lozioni. 
2 II sonetto comincia: 

Torquato, Tn e' hai di sirena il canto, 
D'aquila il volo e '1 nome bì felice.... 



DKLLE STAMPE. 159 

« 

Due esemplari di questa stampa sono posseduti dalla Civica 
Biblioteca di Bergamo, altri si trovano nella Nazionale e nella 
Palatina di Firenze ; nelF Universitaria di Pisa ; nella Marciana 
di Venezia; neir Angelica di Roma, e nella raccolta Solerti. 

1584. Gien^salemmc | Liberata | Poema Heroico | Del Sig. Tor- 
quato Tasso. I Al Serenissimo Signore il Sig. Donno Al 
fonso il. I D'Kste Dnca V. di Ferrara, àc.'\ lUdotla alla sua 
vera lettione secondo il proprio Originale dello stesso Au | 
tore, & di nuouo ristampata, Con gfi Argomenti à ciascun | 
(]anto del Sig. Horatio Ariosti, & | Allegorie del Poema. | Con 
la aggiunta di molte Stanze, che dall' Autore sono state 
ritiutate, & | mutate à suoi luoghi. | (Impresa del tipografo) \ 
In Mantova. | Per Francesco Osanna. M.D.LXWllll. — In- 4. 

Precedono il Poema 10 carte preliminari non num. C. 1 fronte, ch'ò 
hianco al verso; e. 2 dedicatoria del tipografo Osanna « All' Illustrissimo 
Et Eccellentissimo Signor Don Ferrante Gonzaga Principe di Molfetta o 
Sig. di Guastalla Padron mio colendissimo » ; ce. 3-6 r. canzone di J). Gre- 
gorio Comanini al detto principe; e. G v. bianca; ce. 7-8 Allegoria del 
Poema; e. 9 r. Lo gtampntore A' Lettori : e. 0-10 V. tre sonetti fatti dal- 
l'Ingegneri, dal Manfredi e dal cav. Selva. Seguono quindi pp. 1-2 con 
l'Argomento e l'Allegoria del primo Canto; indi pp. num. 3-226 il Poema; 
pp. 226-236 le stanze rifiutate. In basso della p. 236 la sottoscrizione 
tipografica ripetuta. 

La stamjja è fatta con carattere corsivo, con dieci stanze non num. 
per ogni facciata. L'Argomento e lo Allegorie precedono i Canti, in prin- 
cipio de' quali c'è una inizialo a fregi xilografici. 

Per la storia di questa edizione riporteremo qui il giudizio 
lasciatoci dal Serassi e quello ultimamente dato dal chiarissimo 
signor professore Severino Ferrari, il quale la incolpa di non ri- 
spondere sempre agli intendimenti ed al gusto del Poeta, causa 
le correzioni troppo arbitrarie, fattevi dal cardinale Scii)ione Gon- 
zaga. Da parte nostra continueremo a considerarla, bibliografica- 
mente, fra le stampe storiche distinte, se non più fra le migliori. 
Ciò detto ecco i pareri dei due distinti critici. 

< Questa, per mio avviso (dice il Serassi), ò la migliore edizione 
che si abbia della Oer usai emme, e la più conforme alla mente 
del Poeta; essendo stata ricorretta secondo l'ultinio originale, per 
mano di chi avea spiato ad uno ad uno tutti i pensieri dell' au- 
tore, siccome fu Scipione Gonzaga, amico confidentissimo del Tasso. 
Eugenio Cagnani, nella lettera cronologica posta innanzi alle Mime 
de* poeti mantovani da lui raccolte,^ e fatta stampare a Mantova 
V anno 1612, in-4, dice che la correzione fatta dal Gonzaga alla 
Gerusalemme del Tasso si conservava tuttavia insìno a queir ora in 
roano dell'Osanna. L' edizione è dedicata dallo stampatore a Don 



^ £ una finzione che le rime sieno di vari scrittori, perchè son tutte del 
medesimo Cagnani. 



160 BIBLIOGRAFIA 

Ferrante Gonzaga, principe di Molfetta e signore di Guastalla, in 
lode del quale sìegue una bella canzone di Don Eugenio Coma- 
nini canonico regolare ; indi l'Allegoria, e poi tre sonetti, uno del- 
l'Ingegneri, un altro di Muzio Manfredi, e il terzo del cavalier Selva. 
In fino del Poema vi sono tidte le stanze infere che dalV autore 
sono state rifiutate in questo libro. L' Osanna ricusò saviamente di 
aggiungervi i cinque Canti del Camilli, ma in due esemplari eh' io 
tengo, vi si veggono uniti d'altra stampa. Per maggior vanto di 
questa edizione aggiungerò, che volendosi dare agli ambasciatori 
del re del Giappone, venuti in Europa e a Roma per prestare a 
nome del loro sovrano obbedienza al Sommo Pontefice, alcuni 
de' più famosi libri italiani, degnissimi d'essere letti in quell'altra 
parte del mondo, allorché l' anno 1585 passarono per Mantova, fu 
tra gli altri scelto da presentar loro il Poema della Gerusalemme, 
poco prima stampato in quella città, unitamente al Cortegiano del 
Castiglione, secondochò aff'erma Antonio Beff'a Negrini, a carte 425 
de' suoi Elogi istorici d* alcuni 2^ersonaggi della famiglia Casti- 
gliona. » 

« Le ristampe fjitte dopo il 1584 (scrìve il professor Ferrari),* 
seguirono, qual più qual meno fedelmente, la lezione che in detto 
anno usci pei tipi dell'Osanna in Mantova; e ad essa ancor più 
da vicino si attennero le stampe del nostro secolo, giovandosi 
della notizia che quella fosse uscita per le cure di Scipione Gon- 
zaga. Io invece ho voluto riprodurre la lezione che due volte, con 
qualche varietà, dette iu Ferrara nel 1581 il ferrarese Febo Bonnà 
amico del Poeta. E ciò perchè i motivi che consigliarono quella 
dell'Osanna come la migliore, — i quali furono la già citata auto- 
rità del Gonzaga e il fatto che ivi la Gerusalemme compariva più 
chiara e più morbida nello stile e con meno stranezze pur nella 
lingua, — a me non parevano sufficienti. Si trattava per me di 
dare il poema nella forma che meglio rispondesse agli intendimenti 
e al gusto del Poeta, non come meglio a noi o ad altri piacesse; 
e r autorità del Gonzaga poi mi era sospetta. Perchè se egli fu 
certamente quello tra i correttori che più si permetteva di rifare 
o di accomodare la Gerusalemme, come il Poeta medesimo ne 
accerta là dove riconosce che i concieri di lui erano alle volte 
migliori de' suoi; appar chiaro che quando dovè porsi a procurarne 
la stampa, egli fra le molte lezioni — ed eran molte — inclinasse 
a scegliere le più confacenti al suo gusto, e nel caso che nessuna 
gli garbasse, dovesse farsi poco scrupolo di surrogare per conto 
suo. » E più innanzi osserva : « Chi voglia por mente che alla 
prima impressione della Conquistata del 1593 sovrintese il Tasso 
in persona, e che in questa fermò definitivamente la lezione; e, 
paragonandone i luoghi in comune colla Liberata, vorrà osservare 



^ Nella Prefaziono alla GernsaUmme Liberata con commonto del prof. Se- 
verino Ferrari. In Firenze, G. C. Sansoni, editore, 1890. 



DELLE STAMPE. 161 

che le più volte la Conquistata legg[e d'accordo colle Htampe che 
della Liberata offri il Bonnà, e non con la stampa dell'Osanna; 
inferirà eredo senza dubbio che quelle e non questa riproduces- 
sero il Poema nella sua forma genuina e suir autografo. » 

Oltre questa edizione in-é, la cui esecuzione tipografica è 
molto inferiore a parecchie delle precedenti, sia per la bontà della 
carta, come per la eleganza dei caratteri, nitidezza e correzione 
di stampa; ne notò il Serassi un'altra in-12, che però non vide 
mai, come nessun altro dopo di lui. Sta però il fatto, che era nelle 
intenzioni del Gonzaga, dì fare una ristampa con molte aggiunte, 
come sappiamo dalla seguente lettera inedita scritta dall'Osanna 
al principe Ferrante Gonzaga, che Giuseppe Eavelli, di Bergamo, 
conserva nella sua raccolta di autografi di distinti tipografi : 

« Tll.™<» et Ecc.™<» Sig." — Avendo io ristampato la Gerusalemme 
liberata ricoretta in infiniti luoghi et fatole scudo del nome di 
V. Ecc.* ; hor gliele mando in testimonio della servitù mia verso 
di lei, promettendole, non dover correre molto di tempo, che di 
nuovo la ristamperò con molte fatiche aggionteui, le quali spero, 
che non poco saranno per aggradirle. Et qui le bacio la valo- 
rosa mano. 

» Di Mant.» alli XXV. Luglio M. D. LXXXIV. — Devotiss.*» 
Serv.'® Francesco Osanna. » 

Ci sono esemplari di quest'edizione nelle Biblioteche seguenti: 
Civica di Bergamo, Comunale di Verona, Comunale di Mantova^ 
Nazionale e Palatina di Firenze, Marciana di Venezia, Nazionale 
di Mantova, Estense di Modena, Vittorio Emanuele e Barberina 
di Homa, Universitaria di Pavia; e nella raccolta Solerti. 



1584. Il Goffredo, | Ovcro | Gicrvsalomme | Liberai^, | Poema 
Heroico | del | Big. Torqvato Tasso. | Tratto dal vero Origi- 
nale, con aggiunta | di quanto mancaua nell' altre Editilo- 1 
ni, con r Allegoria dell' islesso Auttore. | Et con gli Argo- 
menti a ciascun Canto | del Sig. Iloratio Ariosti. | Aggiun- 
toui r Annotationi d' incerto Auttore. | Et alcune Stanze in 
lode del Poeta. | Con Privilegio. | {Impresa del tipografo). \ 
In Vinegia, | Presso Altobello Salicalo, 1584. | Alla libraria 
della Fortezza. — ln-i2. 

C. 1 fronte; ce. 2-4 non num. dedicatoria di Camillo Camilli « Al- 
l' Illustriss. Signore Et Mio Signor Colendissimo il Signor Don Lelio Or- 
sino » in data « Di Venetia il di 28 di novembre 1584. » Ce. 5-10 Alle- 
goria del Poema; ce. 11-12 Stanze del Sig. Ijorenzo Prizoli in lode del 
Poeta. Seguono pp. num. 1-576 col Poema e le Annotazioni di Bonaven- 
tura Angeli; indi ce. 12 non num. le cui prime 11 contengono la Tavola 
dei nomi propri, e V ultima è bianca. Segue l' aggiunta dei Canti del Ca- 
milli col seguente titolo: 

CINQVE I CANTI | DI CAMILLO | CAMILLI, | AGGIVNTI | AL GOF- 
FREDO DEL I SIG. TORQVATO | TASSO. I Di nuovo da lui revisti, | & cor- 

Tasso. * 11 



162 BIBLIOGRAFIA 

retti. ! Con Privilegio. | {Tmprena del Salicato) \ — IN VINEGIA, | PressoAl- 
tobello Salicato, 1584. | Alla Libreria della Fortezza. — In -12 dì pp. 143 num. 
La stampa del Poema e quella dei Cinque Canti è fatta in carattere 
corsivo piccolo ed elegante con quattro stanze num. in mezzo per ogni 
facciata. 

« Leggiadra e nitida edizione procurata da Camillo Camilli, che 
la indirizzò al signor don Lelio Orsino, come a grande ammira- 
tore ed amico del Tasso. Le stanze in lode del Poeta sono di Lo> 
renzo Frizoli, letterato di molto grido, particolarmente ne' versi 
latini ; e le annotazioni sono quelle di Bonaventura Angeli, ma 
alquanto accorciate. Seguono i cinque Canti dello stesso Camilli 
di nuovo da lui revisti e corretti, come sì esprime nel frontispi* 
zio. » (Sbrassi). 

Ve ne sono esemplari nella Civica di Bergamo e nella Mar- 
ciana in Venezia. 

1585. 11 Goflrodo, | Ovcro | ricrvsalemmc | Liberata, | Poema 
Ileroico I Del S. Torqvato Tasso. 1 Nel (juale sono state ag- 
giunte molle Stanze leuale, | con le varie lettioni; & posliui 
gli Argomenti, & \ Allegorie a ciascun Canto d'incerto Aut- 
tore. I Con V aggiunta de Cinque Canti del S. Camillo Ca- 
milli ; & ì loro I Argomenti, del S. Francesco Melchior! 
Opitergino. | Con una copiosissima Tauola de' nomi proprij, 
& materie principali. | Di nuouo con somma diligenza cor- 
retto, & ristampato. | Con Privilegio. | {Impresa del Upo- 
grafo) \ In Vinegia, Presso Aitobeilo Salicato. 1585. | Alla 
Libraria della Fortezza, — In-4. 

Precedono il tosto dicci carte non nnni. C. 1 fronte, e bianco al x)tT%o; 
ce. 2-3 r. dedica del Malcspina a Gio. Donato in data 13 aprile 1582; 
ce. 3 V.-4 discorso del Pigafetta ; ce. 5-7 v. Allegoria del Poema ; ce. 7 
v.-lO Tavola dei nomi propri. Seguono ce. num. a reiio 1-114 r. col Poema; 
ce. 115-128 con lo stanze rifiutato; e. 128 bianca. Seguono i Givque CafUi 
del Camilli editi dal medesimo Salicato con la data del 1585, sul cui ti- 
tolo v' è detto « Di nuovo da lui revìati <€• corretti, con Aggiunta de gli 
Argomenti n dancnn Canto del S. Francesco Melchiori Opitergino, Con Pri- 
vilegio. Si compone di ce. 32 nom. a retto. Lo facciate del Poema come 
quelle do' Cinque Canti contengono dieci stanze divise in due colonne e 
num. in mezzo. La stampa Ò fatta in carattere corsivo poco elegante, con 
qualche fregio fuso e lettere iniziali xilografiche. 

« Con tutta la ciurmeria che usa il Salicato nel frontispizio 
del libro, questa non è che una ristampa dell' edizione procurata 
dal Malespina nel 1582. Nò v' è altro di più, che la giunta de' cinque 
Canti del Camilli, i quali quivi compariscono per la prima volta 
ornati di argomenti di Francesco Melchiori da Oderzo: onde, senza 
alcun dubbio, è assai più pregevole V edizione fatta P anno avanti 
dallo stesso Salicato, in-12. » (Sbrassi). 

Posseggono esemplari di questa edizione la Biblioteca Civica 
di Bergamo, la Nazionale (Fondo Nencini) e la Marncelliana di 
Firenze; la Nazionale di Parigi, e la raccolta Solerti. 



I 



DELLE STAMPE. 163 

1686. Giervsalemme | Liberata, | Poema Ileroico Del | Signor 
Torquato Tasso. | Al Sereniss. S. il S. D. Alfonso U. | D'Este 
Dvca di Ferrara, &c. | Di nuovo ristampata, e corretta, con 
PAllego- I ria dello stesso Auttore. Et con gli Argo- j menti 
à ciascun Canto del Signor | Horatio Ariosti. | Aggiuntoui 
l'Annotationi d' incerto Auttore. | Et alcune Stanze in lode 
del Poeta. | Con Privilegii. | {Stemma dvmU estense) \ In 
Ferrara, M. D. LXXXV. — In-12. 

Precedono ce. 12 n. n. ; ci fronte, il cui verso è bianco ; ce. 2 r.-3 r. 
dedicatoria di Febo Bonnà al duca Alfonso II, in data 20 di luglio 1581 ; 
ce. 3 V.-4 V. prefazione ai Lettori di Febo Bonnà ; e. 5 r. Lo atampator 
a^ lettori; cc. 5 v.-lO r. privilegi di vari principi e stati; ce. 10 v.-12 r. 
Stanze del Sìg. Lorenzo Frizoli in lode del Poeta ; C. 12 v. bianca. Seguono 
pp. nnm. 1-576 col testo del poema, cui sono aggiunte ce. 6 n. n. con V al- 
legoria ; suUa e. 6 v. il Registro e la nota tipografica : « In Ferrara, | ap- 
presso Giulio Cesare Cagnacìni, | & Fratelli, M. D. LXXXV. » 

Seguono : I Cinque | Canti | Di Camillo Camìlli | aggivnti al | Goffredo 
del Sig. Torqvato Tasso. | Di nuouo ristampati, con diligenza | riueduti, 
e corretti. | [Stemma dtusale estenae) | In Ferrara, | appresso Simon Vasa- 
lini. I M. D.LXXXV. — Tn-12. Il verso del fronte ò bianco; pp. 3-10 de- 
dica del Camilli al Senaroga, in data di Venezia, 23 agosto 1583; p. 11 
sonetto del Melehiorri al Tasso; p. 12 bianca; pp. 13-181 il testo dei Canti; 
p. 182 : < In Ferrara, | appresso Giulio Cesare Cagnaecinì, | & Fratelli. » 

La stampa è fatta in carattere corsivo, con quattro stanze non num. 
per ogni facciata. 

Anche questa come l'altra del 1582, è una ristampa in pìccola 
forma della seconda edizione del Bonnà, di cui riproduce la de- 
dicatoria, ma la lezione è in più Inof^bi diversa, e più spesso si 
accosta alla prima. I Ganti sono preceduti dagli Argomenti e nel 
fine hanno le Annotazioni, che sono quelle di Bonaventura Angeli 
accorciate. Notevole è l'avviso dello stampatore ai lettori, il quale 
è il medesimo dell' edizione del 1582, se non che là dove in quella 
leggeva « abbiamo voluto.... ristamparlo per la terza volta.... », in 
questa è mutato « per la quinta volta », ciò che lascerebbe supporre 
r esistenza di una edizione ferrarese del 1583 o 1584, finora asso- 
lutamente ignota. 

I Cinque Canti del Camilli sono riprodotti di sulla seconda 
edizione veneziana, fatta dal Salicato, e anch' essi furono impressi, 
come si legge in fine, nella stamperia Cagnacini, ma sul fronte ap- 
pare come editore Simon Yasalini, mentre al poema del Tasso sul 
fronte non è indicato alcun editore. A chi ricordi le molteplici 
stampe delle Mime e Prose del Tasso fatte in Ferrara dal 1583 
al 1585, non parrà strano il supposto che si possano trovare esem- 
plari dei Cinque Canti ove appaia editore Giulio Yasalini ; si tratta 
di una società in cui erano editori Giulio e Simon Vasalini, e stam- 
patori Giulio Cesare Cagnacini e fratelli: e pare usassero di ti- 
fare delle opere un certo numero di esemplari col nome proprio 
^i ciascuno, mutandolo nei frontispizi durante la tiratura. 



164 BIBLIOGRAFIA DELLE STAMPE. 

1590. La Giervsalemme | Liberata | Di Torqvato Tasso | Con le 
Figure di Bernardo Castello ; | E le Annota tieni di Scipio | 
Gentili, e di Giulio Gvastavini. | In Genova. M. D. LXXXX. — 
In-4. 

11 titolo e incìso in mozzo al frontispizio, che rappresenta un arco 
di trionfo nel sommo del quale due putti sostengono un medaglione col 
ritratto del Tasso ; sotto il titolo è la veduta di Genova ; il verso è bianco. 
Pagine {J-4 dedicatoria di Bernardo Castello a Francesco De Ferrari, in 
data «di Genova a' 25 d'aprile 1590 > ; p. 5 sonetto di Angelo Grillo; 
p. 6 risposta del Tasso al precedente ; p. 7 sonetto di Ansaldo Cebà ; p. 8 
sonetto di G. A. Ceva ; p. 9 madrigali di Giulio Gnastavìni e di Leonardo 
Spinola ; p. 10 sonetti in genovese di Paolo Foglietta a T. Tasso e a B. Ca- 
stello ; p. 11 epigramma latino di G. B. Pinelli ; p. 12 incisione del primo 
canto. Segue il poema pp. num. 1-244; pp. 245-255 le stanze rifiutate; 
p. 256 bianca. Con nuova numerazione, pp. 1-72, seguono lo Annotazioni 
di Scipio Gentili e un' avvertenza del medesimo nelP ultima pagina. Ri- 
comincia una nuova numerazione, pp. 1-40, i Luoghi onservati da Giiriio 
Guastavini. Seguono ce. 4 n.n. ; ce. 1-2 v. 1' allegoria del poema ; ce. 2 v.- 
4 V. tavola dei nomi propri, e nel basso deir ultima pagina : e In Genova, 
Con licentia de' Superiori. | Appresso Girolamo Bartoli, 1590. » 

Il testo del poema è a due colonne di cinque ottave ciascuna nume- 
rate nel mezzo ; gli argomenti ai canti sono inquadrati da un fregio xi- 
lografico, e xilografate ne sono le iniziali e il fregio finale. Ad ogni canto 
è premessa una illustrazione su disegni di Bernardo Castello, ma le inci- 
sioni dei canti I, II, III, IV, V, IX, XI, XIII, XIV, XV, XVIII furono ese- 
guite da Giacomo Franco ; e quelle dei canti VI, VII, VIII, X, XII, XYI, 
XVII, XIX e XX da Agostino Caracci : e si distinguono queste ultime 
per la morbidezza dei contorni e per essere riuscite in genere più chiare 
nella tiratura. Alcuni esemplari hanno duplicata la tavola del e. V e man- 
cano di quella del e. IV. Si trovano in commercio, rilegate anticamente, 
tirature speciali delle sole tavolo in carta sottile, mentre quelle fatte per 
il volume sono impresse in carta forte. 

Era questa edizione tenuta in grandissimo pregio fino agli 
ultimi tempi, quando si è riconosciuto che la bellezza delle illu- 
Htrazioni era il solo titolo per cui dovesse essere considerata, che 
per il testo non fa che riprodurre la mantovana del 1584, con non 
lievi errori di stampa. Intorno alle relazioni di Bernardo Castello 
col Tasso, al quale andò a sottoporre i disegni, che il Poeta ap- 
provò, mentre più tardi voleva che si attendesse a stampare la Con- 
quistata per la quale i disegni dovevano essere in parte mutati, 
si vegga Solerti, Vita di T. Tasso cit., voi. I, p. 479 e 670-71. 

Il Castello illustrò ancora le due edizioni fatte a Genova 
nel 1604 (cui fu mutato il frontispizio nel 1615, in-12) e nel 1617, 
ìn-4, che riuscì la più bella; e come mutò in ciascuna i soggetti 
o il modo di rappresentarli, cosi mutò i ritratti del Tasso sul fronti- 
spizio. Queste due ristampe riuscirono anche più corrette nel testo, 
ma hanno da quella del 1590 pochissime varianti. 



m. 
MUSICA. 



Eredi. — L' Armida Del Tasso | Posta In Musica | A Cinque 
Voci I Col suo Basso per sonare | Da Francesco Eredi | Mae^ 
stro di Capella Di Ravenna, | Et Dedicata | Air Illustrissimo 
Signore Capitano | Ciro Pantaleone. | Opera Terza. | Noua- 
mente composta, et data in luce. | Con Licenza De' Svpe- 
riori. Et Privilegio. | [impresa] In Venotia, | Appresso Ales- 
sandro Vincenti. M.DGXXIX; in-4. 

Sono musicate le stanze 56-67 del canto XVI, cioè il lamento 
d'Armida. 

Girano.— Arie | A Piv Voci | Di J Pietro Antonio | Girano | [m- 
presa] s. n. tip. [134o-o0]; in-fol. 

Sì trovano musicate, divìso in otto partì, a quattro voci, lo 
stanze 34 e 15 del cauto XVI. 

India. — Le Mvsiche | Del Cavalier | Sigismondo D'India | A Vna 
Et Dve Voci I Da Cantarsi Nel Chitarrone (Uavicembalo, | Arpa 
Doppia Et altri Stromenti | Da Corpo. | Con alcune Arie, 
Con J'Alfabetto Per la Chitara alla Spag:noIa. j Nouamente 
Composta Et Data in Lvce | Con Privilegio. | Libro Qvarto. | 
[impresa]. In Venetia, | Appresso Alessandro Vincenti 
MDCXXI; infoi. 

Sono musicate le stanze 66-68 del canto XII. 

IMassaino. — Il Terzo Libro | De Madrigali a Cinque Voci | Di 
Tibvrtio Massaino, | Nouamente Composto, et dato luce. | \im- 
jp'^^tt] In Venetia Appresso Angelo Gardano. | M.D.LXXXVIl; 
in-4 obi. 

Sono musicate le stanze 65-66 del canto XII. 

IMazzocchi. — Partitvra | De' Madrigali A Cinque Voci | E d' al- 
tri varii Concerti | Di Domenico Mazzoccni. | [stemma] In 



I 



166 BIBLIOGRAFIA. 

Roma, I Appresso Francesco Zanetti. MDGXXXVin. | Con Li- 
cenza De' Svperiori ; in-4 obi. 

È musicata la stanza 61 del canto XYI. 

Mazzocchi. — Musiche Sacre e Morali | A Vna Dve, E Tre 
Voci I Di Domenico Mazzocchi. | {stemma] In Roma | Nella 
Stamperia di Lodovico Grignani MDCXL. | Con Licenza de' Su- 
periori, in-fol. 

Sono musicato la stanza 8 del canto III e la stanza 63 del 
canto XVIL 

Moneta. — Sei ottave del canto XIX della Gerusalemme Libe- 
rata di Torquato Tasso, a soprano solo con violini, poste 
in musica clai Sig. Giuseppe Moneta maestro onorario della 
Ri Corte d'Etruria. 

Ms. in fol. obi., e in partitura, di carte 25, nella Bibl. del Liceo 
musicale di Bologna. 

Monteverde. — Madrigali | Gverrieri Et Amorosi | Con alcuni 
opuscoli in genere rappresentatiuo, che saranno | per breui 
Episodlj fra i canti senza gesto. | Libro Ottavo | Di Claudio 
Monteverde | Maestro di (^apella della Serenissima Republica 
di Venetia. | Dedicati | Alla Sacra Cesarea Maestà | Dell' Im- 
perator | Ferdinando III | Con Privilegio. | [impresa] In Ve- 
netia, I Appresso Alessandro Vincenti. MDCXXXVIU; in-4. 

Nella prefazione : « .... ritrovai la descrittiono che fa il dìvin 'tasso 
» del combattimento di Tancredi con Clorinda, per trayerso le due 
» passioni contrarie da mettere in canto, guerra cioè preghiera, et 
» morte, et l'anno 1624 fatto poscia udire à migliori de la Nob. Città 
» di Venezia, in una nob« Stanza del Illustr. et Ecc. Sìg. Girolamo 
» Mozzonigo .... fu con molto applauso ascoltato, et lodato .... >. 
Si trova appunto musicato a otto voci, rappresentativo con quattro 
viole, il Combattimento di Tancredi e Clorinda, e cioè lo stanze 52-68 
del canto XII. 

Pace. — Brevi | Concetti D'Amore | Il Primo Libro | De Madri- 
gali à Cinque Voci, | Di Guaspari Torelli dalla Città di Borgo 
a S. Sepolcro | Co '1 nome de gl'Auttori delle parole | Noua- 
mente composti, et dati in luce | limpresa] In Venetia, Ap- 
presso Giacomo Vincenti. 1598; in-4. 

È musicata la stanza 56 del canto XIII, e la musica non è del 
Torelli, ma di Luigi Pace, come è detto. 

PpìuIl— Di Giovanni | Privli, | Il Primo Libro | De Madrigali | A 
Cinqve Voci. | Novamente Posto in Lvce. | [sUmma\ In 
Venetia, Appresso Angelo Gardano. 1604; in-4. 

Sono musicate le stanze 2-3 del canto I. 

Verso. — Di Antonio II Verso | Siciliano | Il Decimoqvinto Li- 
bro I de' Madrigali à Cinque Voci. | Novamente Dato in Lvce. | 



MUSICA. 167 

Opera trentesimo sesta. | Dedicato | A Francesco Marengo | 
limprem] In Palermo. | Appresso Giouan Battista Maringo. 
4619; in-4. 

Sono musicate le stanze 66-69 del canto XII. 

Nicolò Zingarelli scrisse un'opera Armida; non so se sian 
parte di questa, come si può credere, le ottave 64-68 del canto XII 
della Gerusalemme, da lui musicate, che Andrea Martini, detto 
il Senesino, cantò il 30 marzo 1812 nella solenne inaugurazione 
degli studi deir Accademia della Crusca, per decreto di Bona- 
parte novellamente instaurati. 

Il codice Vaticano-Ottoboniano 2360, del secolo XVII, è uno 
zibaldone di composizioni musicali; tra l'altro a carte 42-47 con- 
tiene alcune ottave della Gerusalemme, versi staccati, sentenze, ec, 
forse stimati adatti alla musicazione. 

Nell'opera di Pietro Gaspare Moro-Lin, Venezia ovvero 
Quadro Storico della sua origine, dei suoi progressi e di tutte te 
sue costumanze, ec, Venezia, G. Gattei, 1837, t. II, pp. 20-21, è una 
tavola con la notazione musicale deiraria sulla quale i gondolieri 
veneziani cantavano la Gerusalemme. 



IV. 

TRAMUTAZIONI. 



1. Spiritualizzazione. 

Il poema del Tasso non isfuggl a quella tendenza che si ebbe 
nei secoli XVI e XVII di rivolgere a intendimenti sacri le opere 
massime della nostra letteratura. Il padre benedettino Severino 
Boccia d'Ascoli di Puglia pubblicò, sotto il nome di Valdasio Sin- 
cero, Il Tasso piangente, cioè i primi tre canti del Tasso trasfor- 
mati in Pianti; col testo a fronte. Napoli, Michele Monaco, 1682, 
in-8; che, per essere comune nelle biblioteche, non n^erita di 
ayere qui maggiori illustrajsioni. 

2, Il primo Canto della GQrusalemme 
ridotto in versi esametri. 

(Dal volume Versi \ e Prose | Di \ Berna bdo | Filippino | e d'altri. | 
In Roma I Per Angelo Bernabò dal Verme, 1659, pp. 161-176.) 

10 canto l'Arme e '1 Guerriere, il quale di Cristo 
Libera fece la tomba, assai col senno operando, 

Et co '1 braccio e 'n grande acquisto assai tolerando. 
L' inferno in van s' oppose e *n van presero l' arme 
Dell'Asia e Libia empie genti. Il Cielo favore 
Diedeli e gli erranti suoi nell'insegne ridusse. 
Musa, la qual d'allor fral non circondi la frontq 
In Parnaso, ma 'n Cielo infra schiero beate 
Hai d* immortali stelle ingemmata corona ; 
^^ Spira al mio petto celesti ardori e rileva 

11 mio canto, e s' intesto al ver fregi, e adorno 
Il dir d'altro diletto, perdonami, Diva. 

Sai, eh' '1 mondo, ove il lusinghier monte riversa 
Sue dolcezze, ricorre, e eh' in mollezze di versi 
A' più schivi ha prò '1 vero, allettandoli, d^to. 
Si diamo asperso il vaso di suave liquore 
Ne gli orli all' egro fanciullo a bere l' amaro, 
Et dall'inganno il medesmo la yita riceye. 



TBABfUTAZIONI. 169 

Magnanimo Alfonso, il qaale a fortuna ritogli, 
Et guidi al bramato porto me peregrino 
Errante e fra gli scogli e fra Tonde agitato 
Et quasimente absorto ; or tu questa opra ricevi, 
Che come in voto a te sacro, in fronte serena* 
Forse un di fla, eh' osi di te descrivere questo. 
Et s' avverrà mai, che 'n pace di Cristo la gente 
Vedasi, e con navi e destrieri cerchi ritorre 
L' ingiusta, e sì gran preda al cruéele tiranno ; 
Convien, che scettro in terra, o se piaceti l'alto 
Imperio del mar concedati. D'inclito Duce 
In tanto emolo, sentimi, e apparecchiati all' armi. 
Già volgeva il sesto anno, eh' '1 campo iidele 
Passato all' alta impresa era in Terso Oriente 
Et Nicea con l'assalto e con l'arte potente 
Antiochia presa aveva, e dif esala poi 
Incontra innumerabile gente di Persia fiera, 
Et Tortosa espugnata. Indi luogo a la fredda 
Stagion diede, la qual facea cessare le pugne, 
Et lungi poi non essendo il fine di quello 
Piovoso inyerno, il Regnator sommo e benigno 
Mirò tutte le cose, e s' affissò ne le fronti 
De cristiani Prencipi, e vide la nobile brama 
Del buon Goffredo intorno a scacciar da le sante 
Contrade i Pagani. Perch'ei pieno di fede 
Et zelo ogni mortai regno e gloria mette 
In non cai. Ma 'n Baldovino industria' vede. 
Ch'aspira intentamente a mondane pot-enze, 
Vede ancor Tancredi a sdegno avere la vita 
Sì l'ange un vano amor. Eondar regno novello 
Mira Boemondo, e dar leggi, e culto di nume 
Vero in famosa Antiochia, internandosi tanto 
In questo, che d' altro non par eh' ei si ricordi. 
Scorge Rinaldo avere animo guerriero e Tal ente, 
E impazienti spirti; non cupido essere d'oro 
ver d'impero, ma ben bramoso d'onore, 
Et dalla saggia bocca pendendo di Guelfo, 
Antichi essempi mai sempre apprendere e chiari. 
Ma poiché il Re del Mondo scorto ebbe di questi 
Et d'altri cor l'intimo, chiama a sé Gabriello, 
Do gli splendori angelici gran nuncio, e : Trova 
Dicegli, Goffredo e,' perchè sì cessasi? digli 
In mio nome; e, perchè non si rlnova la guerri^ 
A far libera Gierusalem, ch'opprimesi tanto? 
Gli altri guerrieri chiami a consiglio, e di buono 
Sia moto a' tardi. Io qui d' essi eleggolo Duce ; 
Il faran quelli. Sì parla. E '1 Nuncio pronto 
S' accinge e veloce all' eseguire le "cose 
Imposte ; e sua forma invisibile aria cinge, 
Et pure al mortai già sottoponela senso. 
Mostra aspetto uman, qual nell'età giovanile 
Yedesì, ma 'n maestà biondo ha crine di raggi 
Ornato, ali bianche, auree cime, agili e preste. 
Fende i venti, e le nubi, e 'n Liban monte ritiensi 
Librato in su l'ali, e verso le piagge di presa 
Tortosa ei poi vola. In maggior parte ne Popdp 



170 . BIBLIOGRAFIA. 

È chiuso il Sol. Goffredo a Dio porge le preci, 
Come ei suole. À par del Sol, ma lucido molto 
Più, Gabriello gli appar dall'oriente, e li dice: 
Goffredo, ecco opportuno a combattere tempo. 
Perchè dunque si tarda a rendere libera Talta 
^ Gicrusalemme V A consiglio tu i Prencipi aduna, 

Tu i neghittosi affretta al buon fine de Popra. 
Il Re de' Regi per loro eleggiti Duce, 
Sopporransi essi a «te pronti. Mandami Dio. 

10 ti rivelo la mente di lui. Vittoria spera, 
L* avrai sublime. Alto aver convieneti zelo 
Dell' oste a te commessa. £ ciò detto, ri vola 
In Cìel. Goffredo a tanto splendore rimane 

D' occhio abbagliato, al parlare attonito onore 
Tien ; ma riscosso ei viene a discorrere seco : 

^ Chi mandò, chi venne e che fu dettali cosa. 

Se già bramava, or tutto arde di porre a la g^uerra 

Fine. Et l'ambizione a lui non gonfia l'alma. 

Perchè 'I suo nel divino s' infiamma volere, 

Come favilla in fiamma. I gruerrier, ch'erano sparsi 

Non lungc, invita all'assemblea, lettere e messi 

Egli aggiunge a lettere come a messi, e a l'almo 

Consiglio unisce il prego, e ciò eh' essere buono 

A risvegliar virtù può sopita nell'alte 

Schiere, e ad allettar generose, e modo inclito adopra, 

100 Onde potente le sforza, e lor pur piace suave. 

Vengono quelli Duci, e pronti seguono gli altri : 
Solo Boemondo non viene; attendasi parte 
Fuor, parte in giro, e tra quelli tennesi suoi 
Tortosa alberghi. I grandi s'uniscono Duci 
In di solenne, e Goffredo a dire comincia. 
Augusto in volto e chiaro in parlare: Beati 
Guerrieri, eh* '1 Re del Cielo elesse di sua 
Fede a ristorare i danni, e fra de la terra 
Et del mar l'arme e gli inganni scorsevi e resse, 

110 Et fra genti debellate e dome le sue 

Vittrici insegne stese, e '1 venerabile Nome, 
Che sommesse si sono a lui Provincie tante 
Et tante in sì pochi anni. Noi non per avere 
Grido di breve sono e posseder barbara terra. 
Già lasciammo i dolci pegni, e '1 nido paterno, 
Et n'esponemmo al mare e a sì aspro periglio 
D' aspera guerra e lontana. A noi premio scarso 
Proposto avremo e sparso a gran danno de l'alme 

11 sangue. Il pensier fu d'espugnare le mura 
120 Dell'eccelsa Sion per libera fare la gente 

Fedel dal giogo degli empi, e dare a la vera 
Pietà ferma la sode, e fondar regno novello. 
Onde il divoto peregrino la tomba di nostro 
Salvator venerare, e '1 voto attendere possa^ 
Il fatto fino ora al rischio molto si vede. 
Et più che molto al travaglio, poco a 1' onore. 
Et nulla al disegno, se sia l' impeto fermo 
Dell' arme, o vero all' altra sia parte rivolto. 
Che giova aver d'Europa sì nobile e grande 
190 Sforzo accolto, e 'n questa parte incendio posto, 



TBAMUTAZIONI. 171 

Quando il fine di sì gran moti apporta mineV 
Fra tanti popoli pagani imperio porre 
Non possiam, so da noi sono rivolte le forze, 
Et Tittorie centra il fin dispostoci d*alto. 
Che ce ne privi io temo, e che diventi a le genti 
Favola, sì chiaro al combattere e vincere suono. 
Antiochia, Turchi, Porsi, che furono vinti 
Non per nostre opre, anzi per divino favore, 
Diedero gran nome a noi, come altezze di cose. 
Alcun non sia, che tanto ammirabile dono 
Perda, e diffonda in guisa ritrosa e maligna, 
ÀI buon principio risponda il fine di tutta 
L*opra. Ora, e* abbiamo il passo libero, e buono 
Il tempo, che non corriamo a quella, la quale 
È d'ogni vittoria nostra la meta beata, 
Città. Che più '1 vieta? Ora io protestovi. Donni : 
Deir impresa il tempo ò già maturo. Si rendo 
Meno opportun, quanto maggior prendesi tempo. 
Quel, eh' è già ben securo, incertissimo fia. 
Udrà '1 mondo or prosente, udrà il mondo futuro 
I miei protesti. Nel cielo gli odono pure 

I Santi. Presago io son, se '1 correre nostro 
È lento, avrà d'Egitto l'inimico l'aita. 

Et non convien c'abbiam noi no' Greci la speme. 
Et son lontani 1 buon del Ponente favori. 
Sì dice, e i detti bisbiglio brevissimo seguo. 
Poscia il romito, e '1 sì divoto alzasi Pietro, 

II qual privato sedea fra Principi e Duci, 

Del gran passaggio tutor primo e nobile, e dice: 

Approvo io quel che Goffredo ha dettovi, e come 

£ certo, approvatelo; solo aggiungevi questo. 

Se ben raccolgo, d'ogni discordia e d'onta 

Da voi fatta e patita, e ritroso volere. 

In mezzo all'eseguir l'opre la prova; la causa 

D'ogni indugio e lite, assai possente mi pare 

Essere, che 'n molti autorevole trovasi stato. 

Ove un sol non impera, onde e pendano poi 

I giusti giudici do' premi e de le pene. 

Et ben diversi uffici compartansi e opre. 

Certo errante governo si vede. Un fatevi duce 

Che v'indirizzi e freni; a quello scettro e potenza 

Date. Et ciò detto tace il veglio. Ora a la Diva 

Àura, al Santo Arder quali son cose coperte? 

Inspira i detti al Romito l' inclito Amore, 

Et de' Cavalieri nel cuore imprimeli, e sgombra 

L'inserto in loro, anzi innato affetto d'onore. 

Et dominare. Et Goffredo or per duce si chiama 

Da Guglielmo, e da Guelfo, e l'approvano gli altri, 

Che quei primi seguono. Suo parti essere donno 

Comandare altrui, questo e quel libero faro» 

Imporre ai vinti leggi, disporre la guerra 

Quando, e cui vuole. Or gli altri, i quali erano pari, 

L'ubbidiscono pronti. E la fama ne vola, e si spande 

Per tutto. Egli a soldati dimostrasi degno 

Dell'alto grado, e lieti ne riceve saluti 

In volto placido e composto. Mostrisi, poi 



172 BI6LI0GRAFU. 

Dice, domani il campo in parte diamene vigore. 
Facea nell'oriente il sole sereno ritorno, 
Et lucente oltra l'usato yenivane, qnando 

^^ Sotto r insegne i gnerrier s'armarono e, quanto 

Più lo poterono tutti fare, uscirono adorni. 
Et girando il largo prato, ove erasi fermo 
Il pio Buglione, avanti passarono ad esso 
Drappelli di cavalieri distinti e di fanti. 
Degli anni e dell'oblio mente inimica potente. 
Et custode, e dispensiera di tutte le cose. 
Vagliami l'alta ragion tua, si ohe io dica di quello 
Campo ogni duce, ogni schiera, e suoni la loro 
Fama antica e risplenda, ornai tacita e nera 

200 Dagli anni fatta; orni il mio dir l'inclita guisa 

De' tuoi tesori, ogni età odalo, stingualo nulla. 
Prima i Franchi mostrar, de' quai duce solea 
Ugon, del Re fratello, essere. Furo di Francia 
Eletti nell'Isole, tra quattro ampio paese 
Et bel fiumi. Morto Ugon, seguirono l'usa 
De' gigli d'oro insegna, e sotto uomo valente, 
A cui se manca alcun pregio è '1 regio nome. 
Mille di grand' armatura han per duco Ruberto 
Prencipe nativo lor, come è pure di mille 

^^^ Altri e cavalieri d'arte in ver grande, e valore 

Eccellente, e son tutti Normandi animosi% 
Poi duo pastor de' popoli spiegarono l'alme 
Et chiare insegne, e l'un d'essi e l'altro ministro 
De' divini uffici d'armi essercita l'uso. 
Premendo \ lunghi crini sotto eln^o polito. 
Quattrocento guerrieri Guglielmo si scelse 
Dalla città d'Orango, e dal termine d'essi^. 
Guida Ademaro egual numero, non meno ne l'arme 
Scaltro, di Poggio. In mostra Baldovino si vede 

^^- Con 1^ gente Bolognese, e con turme di suo 

Fratello, il qual. Duce di duci, cedole ad esso. 
De' Carnuti il Conte, di braccio prode o potenj^e 
In cpnsiglio, pur quattrocento e triplìpati 
^rmati ha Baldovino in ricchissime selle. 
Il campo a medesmi vicino occupa Guelfo, 
Uom eh' a la fortuna alta agguaglia i| merito cqnto. 
Egli d' avi Estensi per gran genitore latino 
Un lungo ordine e certo. Ma German di dominq 
Et cognome, è de'Guelfoni in nobile casa 

?^® Inserto, e la Carintia, e presso l'Istro governa 

E '1 Reno quello c'avevano Reti e Syevi. 
A tal retaggio materno aggiunsèsi grande 
Acquisto, onde ei gente si mena, la quale si prende 
A scherno fondar, se '1 comanda ei, centra la morte; 
Ke' caldi alberghi usa a temprar l'orrido verno, 
Et celebrar con lieti inviti prandio grande. 
Alla partenza cinque egli addussene mila. 
Ora a pena il terzo ne mena, il resto di Persi. 
Poi seguiva la gente, la quale e candida e bionda 

240 Tj.j^ i Franchi e i Germani e '1 gran mar giacesi, dov'è 

Ondeggiante la Mesa e '1 Reno, di biade ferace 
^t d'animai la terr^^ e d'eccelsa fassi riparo 



TRAMUTAZIONI. 173 

Sponda all' Oceano, il qual non inghiotte le merci 
£ i legni sol, ma pur cittadi inclite e regni; 
Gli uni e gli altri son mille, e già passano tutti 
Sotto uno altro Roberto. Guglielmo, minore 
Figliuol del Re Bertanno, squadrone governa 
Maggiore alquanto. Gl'Inglesi, e' hanno hi gente, 
Ch' è più vicina al Polo, arcier sono valenti ; 
Altri irsuti da sublimi vengono selve 
D'Irlanda. Et poi Tancredi, che (tranne Rinaldo) 
È maggior combattente, e più bello di forma 
Et guida degli altri, et più sublime, e di cuore 
Intrepido, se ne vien. Se i suoi vanti ombra di colpa 
Men chiari rende, è sol foUegiare d'amore. 
Fra l'armi nato, ancor breve di vista, si nutre 
D'affanni, e forza acquista. Et che '1 di de la rotta 
Fatta di Persi dal Franco popol egli a le labbra. 
Arse, al fianco affannato, conforto e riposo 
Cercò, dicesi, poi che al fin fu stanco di quelli 
Vinti, che fuggivano, seguir (cinto di verdi 
Seggi fonte all'estivo invitandolo rezzo) 
Andovvi, e d'improvviso una apparsele donna 
Quivi, tutta armata ei videla, fuor che la fronte. 
Venuta anch' ella a ristorarsi; era di setta 
Pagana, e compiacquesi d'essa, e n'arse, la bella 
Sembianza ammirando. maraviglia d'Amore, 
Ch'a pena è nato, e divien già grande e trionfa. 
Ella si coprì con l' elmo. Arrivarono gli altri, 
Se non ei l'assaliva. Altera ella si parte, 
Che fuggitiva è solo per certo bisogno. 
Ma che? Serbò nel cuore egli l'imagine tanto 
Bella e guerriera: e sempre in pensiero la tiene. 
Et n'ha continuo fuoco. Et potrebbe la gente 
Leggere nel .volto d' esso : questi arde, e di spene 
È fuor; si vien sospiroso, e basse le ciglia 
Porta, di mestizia piene, in servire di scorta 
A quegli ottocento cavalier, e' hanno l'amene 
Piagge di Campagna, e i colli si fertQi e dolci 
Lasciati, de la Natura inclita pompa, la quale 
E dal Tirrcn vagheggiata in candide guise. 
Dietro ducente in Grecia nati vengono, sono 
Da ferro in tutto quasi scarchi, pendono spade 
A r un do' lati, al tergo lor suonano gli archi. 
Et le faretre: asciutti, usi al corso, hanno cavalli, 
Alla fatica invitti, parchi al cibo, e feroci 
All'assalire, al ritrarsi attissimi, e sparsi 
Pugnano, e erranti se ne fuggono. Regge la loro 
Schiera Latino. vergogna, o misfatto di Greci, 
Che sol tra lor questi accompagna arme Latine. 
Tu sedesti quasi, Grecia, spettacolo d'alte 
Guerre, il fìn si mal lenta aspettando di quelle. 
Or se tu sei vii serva, è gran causa di questo 
Servaggio il tuo fallar. D' estremo ordine viene 
Squadra d'onor primiera, e per grande arte e valore. 
Son qui gli Avventurieri d'invitte potenze. 
Gran terror dell'Asia, o do la nobile guerra sonanti 
Folgori. E tacere Argo i mimi deve e le carte 



174 BIBLIOGRAFIA. 

Tacciano de* sogni. Appo questi perde la prisca 

300 Fama di tanti altri. Dudone dì Consa si noma 

Il Duce. Et perchè fu duro il dire di sangue 
Et virtù, gli altri concordi furono tutti 
A sopporsi a lui, e' aveva più cose operate 
Et vedute, e di grave virilità mostra vigore 
Nel fresco, e quasi gran vestìgio, e degno d'onore 
Nelle ferite ; Eustatìo viene, e fan nolo propri 
Pregi illustre infra i princi e *1 Buglione fratello 
Più : V* è Gernando ancora, eh* è nato dì grandi 
Re Norvegi, e scettri suol vantare e corone. 

^^^ Et Ruggiero di Balnavilla ripone la fama 

Infra gli egregi, come Ergelano, e celebri 
Fra i più gagliardi sono un Gentonio, ed uno 
Rambaldo, e due Gherardi. Pur lodasi Ubaldo, 
Et Rosmondo erede di Lincastro, alto e potente 
Ducato; il Tosco Obizo non gravi 1* avaro 
Predator do le gran memorie, ne l'alto potere 
De i tre frate! Lombardi, Palamede e Achille, 
Et Sforza ; e *1 forte Ottone, il qual fé' de lo scudo 
L'acquisto, in cui fanciullo ignudo esce da l'angue. 

320 Nò Guasco, né l'un né l'altro Guido, e Ridolfo; 

Non Eberardo, non Gernìero lascio, e gli amanti 
Et sposi, e nella guerra consortì, Odoardo 
Et Gìldìppe, e disgiunti non sieno morti. 
Che non s'apprende in scuola d'Amore! Si fece 
Quivi guerriera ardita, al buon vassone fianco 
Sempre affissa, e da solo un fato inclita l'uua 
Vita ne pendo e l'altra. All'un sol colpo nocivo 
Non è, ch'indivisa è della ferita la doglia. 
Et spesso vien l'uno ferito, e languido l'altro 

*3^ Scernesì e quel l'anima a dar vien, se questa si vede 

Versare il sangue. Alza il rogai fronte Rinaldo 
Sovra questi, e gli altri dolco feroce, lo stimi. 
Se nell'arme avvolto mirilo, Marte; Cupido 
Se '1 volto scopre. Il produsse la bella Sofia 
A Bertoldo possente alla d'Adige riva: 
Et pria che slattato ei fusse, il volle Matilda, 
Et nutricollo, e noli' arti regie fece 
Insegnar, finche udì dall'Oriente la tromba. 
Che l'invaghì. Non ancora il terzo di vita 

3^ Lustro avea fornito, che fuggissene solo 

Et strade ignote ei corse, e varcò il mare d'Egeo: 
Et de la Grecia passò lìti, e giunscno lieto 
Al Campo. NobiI fuga; e che soguela degna 
Alcun magnanimo a prò d'inclita Chiesa nipote. 
Anni tre son, eh' è 'n guerra, e del mento la piuma 
Esce a pena. Passati quei, viene la gente 
A piede. Innanzi ha Raimondo, il quale Tolosa 
Reggea, Suoi fanti infra Pirone egli e Garona, 
Scelse e l'Oceano. Son quattro mila valenti, 

^^ Usi al disagio, e tolleranti. È buona caterva, 

Et ben disposta; e forte e buon guidala duce. 
Et Stefano d'Ambuosa, e di Blesse e di Turs alla guerra 
Guidane cinque et mila. Et tutta riluce di ferro 
Quella, la qual non ò robusta, e per la fatica 



TEAMUTAZIONI. 175 

Atta assai gente. Il snol molle e lieto, e di molto 
Diletto, gli abitator suol produrre simili 
A sé. Fa ne le battaglie alcuno impeto primo; 
Ma poi langue di leggier. Terzo Alcasto ne viene; 
Qual presso a Tebe Capaneo, tien volto minace; 
Da gli Alpini castelli ha raccolta feroce 
Dell'Elvezia plebe, e *1 ferro a frangere terre 
Uso in nove ha forme rivolto, e nulla paventa 
Con man, eh* armenti guardò, sfidare le genti; 
Son sei mila. Et sette il buono Camillo n'aduna 
II qual spiega alto vessillo con diadema. 
Et chiavi alme di Pietro. Ei lieto a nobile tanto 
Impresa, ove rinovi di maggior l'inclito onore. 
Armo rilucenti hanno, e gravi. Tutte le turme 
Con bella mostra passate, il Duce di Duci 
Questi appella, e la sua mente a lor fa manifesta: 
All'apparir domani dell'alba novella 
Yo', che si invii l'oste a la città nobile e sacra, 
Et men (quanto più puossi) aspettata vi giunga; 
Preparatevi dunque a tale viaggio, a la pugna. 
Et pure al gran vincere. Questo ardito di saggio 
Uom dir, ciascun sollecita, e dà certo valore 
A tutti, i quai impazienti mostransi in atto 
D'aspettar l'alba. In tanto in cor tiene la tema 
Goffredo, avendo intese ei già certe novelle. 
Che '1 Re d'Egitto fiero, è 'n via postosi verso 
Gaza a fronteggiare i regni d'alta Soria, 
Né creder può, che quell'uomo avvezzo a le fiere 
Imprese, in tutto ora ozioso e lento ne stia. 
Onde ei si parla al suo messeggiere fidele: 
Enrico, io vo' che tu vada in terra di Greci 
Sopra lieve saettia. Perchè giungervi (come 
Scritto m'ha chi mai nell' avvisare per uso 
Non erra) un regal giovane e d' invitto vigore 
Dovea, che nostro in guerra compagno si viene 
A far. Prence è de' Dani, e pur fin da le parti 
Sottoposte al Polo conduco egli le turme; 
Ma perchè '1 Greco imperator sue solite arti 
Con lui forse oprerà, perchè 'ndietro ritorni, 
torca altrove; in mio nome, o Nunzio mio, 
Et consiglier, tu disponilo, che se ne venga 
Presto a nostro e suo ben, eh' è '1 tardare nocivo. 
Et tu resta appresso al Re de i Greci, e l'aita 
Procura, avendo a noi più promessala d'una 
Volta, e per la ragione di patto ancora si deve. 
SI parla, e '1 messaggio, di credenza e di saluto 
Tolte le lettere, e congedo, se ne parte, e la tregua 
Fa con suoi ponsier Goffredo, e 'n Dio si rimette. 
Il di seguente all'ora che furono aperte 
Dell'oriente al Sol già lucide porte, di trombe. 
Et tamburi il sono udissi, ove ha camino 
Segno le turme potenti. Il segno di speme di pioggia 
A' caldi giorni non è si grato a le genti. 
Come a quelle de' strumenti fu il bellico suono. 
Tosto ciascun con gran desio veste le membra 
Degli usati arnesi, e tosto appare di tutte 



176 BIBLtOGBAFlA. 

L'arme in punto, o sotto l'alto accogliesi Duce; 
Et già disposto r esercito slega le sue 
Bandiere al vento, e neir imperiale la Croce 
Sacra e trionfante al buono aere spandesi, e V arme 
Dal sol, ch'ascende intanto, percosse, e le fiamme 
Tratte ne sono e i lampi, e sono offese le yiste, 
Et par che di faville intorno l'aere vampi, 
Et quasi d'alto incendio tiene di lucere guisa: 
Et coi nitriti del ferro accordasi scosso 

*2o II suono. Il Duce, il qual dall'agguato inimico 

Vuole assecurare le turme, attissimo stuolo 
A scoprire paese intomo manda di quelli. 
Ch'armati son lieve, cavalier, come per anzi 
Avea mandati guastatori, onde lo vie 
Fussoro commode fatte, i voti empiendosi luoghi. 
Et gli orti spianandosi^ e chiusi aprendosi passi. 
Non è pagana insieme ora accolta la gente, 
Non di profonda fossa ancora è '1 muro ricinto, 
Non gran fiume, aspro monte, o vero ampia selva 

*30 Et ben folta, la quale arrostar possa la via. 

Si degli altri fiumi il re talvolta superbo 
Oltra misura, e molto veloce ne scorre, 
Et non mai, ch'ardisca apporglisi, trovasi cosa. 
Solo il regnante in Tripoli in guardare le mura, 
Genti, gran tesori serra con arme, e le franche 
Schiere avrebbe potuto ritardar; ma se ne tenne. 
Et non osò d'instigarle a la guerra feroce, 
Anzi con messi e gran doni quelle ricetta 
Entro la terra volentieri, e con guise di pace, 

*^^ Appunto come a Goffredo imporrelo piace. 

Qui, dal monte, il quale è dall'Oriente a la bella 

Città vicino, al piano discese fidele 

Turba e d'ogni etate e sosso, a rendere onore 

Et portar doni a lui, eh' è dignissimo Duce. 

Godea nel mirarlo,- e nel discorrere poi 

Col medesmo, e d'armi pellegrine stupia. 

Et fu guida a quello ben sicura e amica. 

Il quale conduce il suo campo all'onde marine 

Vicino e per vie dritte, acciocché esso di tutti 

^^^ Gli arnesi abbondi, essendo allo propinque di quello 

Sponde l'amica armata assai vicina, e le biade 
Mieta per esso solo ciascuna isola Greca, 
Et Scio petrosa a pieno vendemmigli, e Creta. 
Geme il vicino mar sotto incarco de l'alte 
Navi, e de' più lievi pin non apresi varco 
Omai securo a Saracin nel mare detto 
Da' dotti Mediterraneo; perch'oltre di quelli, 
Che 'n Veneti e Liguri confini Marco e Georgio 
Hanno armati, altri Inghilterra e Francia e Olanda, 

460 Et Trinacria mandano, e d'uno sono volere 

Tutti, e provisti in parti diverse di quellp 
Ch'è di bisogno alle turme, le quali trovano passi 
Liberi, e sforniti d'inimici e preste ne vanno 
La 've '1 Signor soffri pene asprissime e morte. 
È precorsa la fam% apportatrice di veri 
Rumori e mendaci, eh* è già '1 prospero campo 



TRAMUTAZIONI. 177 

Unito, e s' è mosso, e non è chi lo ritardi ; 

Quante le turme, o quali sieno quella ridico ; 

De' più gagliardi racconta il nome, e valore 

Et lor vanti e pregi, e con terribile volto 

Gli usurpatori de la città sacra minaccia. 

Et r aspettar del mal mal suole essere peggio ; 

Ogni orecchio è sospesa, all'incerta la mento 

Pende aura del rumor confuso entro e di fuore, 

E '1 bisbiglio i campi trascorre e la dolente 

Città. Ma '1 Be vecchio (Aladino si chiama, e novello 

È del regno signore) all'instante periglio 

Volge in suo dubbioso cor consiglio feroce. 

Uom crudel per l'età matura erasi reso 

Mite; udito il disegrno de le turme Latine, 

Nuovi sospetti al suo vecchio e grave timore 

Giunge in risguardo de' suoi soggetti, e nemici 

Clio dentro alla città trovasi gente di fedo 

Opposta; in Cristo credendo la parte minoro, 

Et più debile; e l'altra Macon seguendo maligno. 

Et quando ei l'ebbe, a' suoi Pagan pubbliche paghe 

Scemò, l'accrebbe a quelli che seguono Cristo; 

Questo pensier, se sopì 1' asprezza di lui 

Degli anni il corso, assai più ravvivala in esso 
Sì che assetata è più che mai quella di sangue. 
Tal fioro alla stagione estiva angue ritorna, 

Che parve al gielo piacevole, e tale furore 
Mite leone di casa, se s'offende, ripiglia. 
Veggio (ei dicea) veraci del gaudio nuovo 
Segni in questa turba infida. Giovale solo 
Il commun danno, e nel pianto ride di tutti 
Gli altri; e pur forte insidie, e pensiero rivolge 

Come uccidami, e occultamente apra le porte 
All'inimico mio. Ma che? Questo empio loro 
Preverrò disegno, sfogarommene in essi 
Ammazzandoli, e crudeli facgidone scempi. 
Svenando i figliuoli pur nel sen a le madri. 
Ardendo i loro alberghi, e quel tempio e questo. 
Et di sacerdoti facendo le vittime prima. 
Sì fra suo cor l'ingiusto e '1 crudele ragiona; 
Pur non segue il pensier. Ma se luogo la voglia 
Non ha, vien da viltà, non da nobile guisa, 
C'ha nella pietà l'effetto e s'uno timore 
Lo sprona a crudeltà, più possente vigore 
Del sospetto il raffrena, e troncare le vie 
D'accordo, e d'inimici teme de l'arme potenti. 
Dunque il fcllon tempra la si rabbiosa maniera 
In questo, anzi altrove ei pur cerca ove la sfoghi. 
Abbatte e spiana edifìcii vili, e de le fiamme 
Fa preda i culti luoghi: e parte, ove si pasca 
Il franco, ove alluoghisi, non lascia integra e sana 
Turba le fonti, e i rivi, e pone veneno nell'acque 
Pure; e la Città rinforza ei, fortissima prima 
Da tre lati, sol men forte è verso Aquilone. 
Ma da' primi sospetti munivala d'alte 
Difese, e 'n fretta molto accoglievavi gente 
Soggetta, e pur mercenaria turba feroce. 

Tasso. » VL 



178 BIBLIOGRAFIA. — TEAMUTAZIONI. 



3. 

Nella libreria Albani, dispersa sul principio di questo secolo, 
si conservava manoscritto 11 Goffredo in maschera, ovvero il Tasso 
stroppiato. Traduzione giocosa di GIUSEPPE SEBASTIANI. Non 
oltrepiissa il sesto canto. Il Serassi, che lo vide, lo giudica freddo 
e di poco conto. 

Noterò ancora che nella Biblioteca dell'Arsenale, a Parigi, 
il ms. n. 8507 contiene Scherzi e facezie tratti da varie opere e 
anche dalla Gerusalemme e dair^wtn^a. (Cfr. Mazzatinti, In- 
ventari dei mss, italiani nelle Biblioteche di Francia, III, p. 142.) 



^aUE CANTI DI CAMILLO CAMILLI, 

AGGIUNTI AL GOFFREDO 
DEL SIGNOR TORQUATO TASSO. 

AGGIUNTA DB GLI ARGOMENTI A CIASCUN CANTO 
L SIGNOR FRANCESCO MBLCHIORRI OPITBRGINO.* 



AL SIGNOR TORQUATO TASSO. 

SOPRA I CINQUE CANTI 
AGGIUNTI DAL SIGNOR CAMILLO CAMILLI AL SUO GOFFBBDO. 

Torquato, Te, e' hai éU tùrena U canto, 
jy aquila U volo, o 'l nomo éi /Meo 
Che $i rinova a guisa di Fenice, 
Mentre rinovi U prisco acquisto santo. 

Segue cigno sublime : e poggia tanto 
In alto, che salir piA su non lice; 
Onde ciascun, che 1 mira intento, dice 
Ohe di gir ieco ei sol tra ttati ha *l vanto. 

Gradisci illustre ardir. Dedalo vero: 
Che s\ come a tua gloria U Oiel sortiUo, 
Così da te non mai torce U sentiero. 

Odo io di lui tal grido, e lieto udiUo 
QueW altro ancor, non pur questo emispero, 
Che suona intomo sol Tasso e Camillo. 

FBAHOE8CO MeLOHIORBI. 



ngue Canti di Camillo Camillì, in continuazione alla Oerusalemme, 
la prima volta a Venezia, appresso Francesco de* Franceschi se- 
, dalla quale edizione li riproduco perchè assai migliore della seconda, 
parimente a Venezia, presso Altobello Salicato, 1585, quantunque 
k detta riveduta e corretta dall' autore. Gli argomenti del Melchiorri 
lero soltanto nella seconda. Molte stampe della Gerusalemme fatte nel 
;imosesto e nel decimosettìmo accolsero questa continuazione, della 
asso non si dolse punto come erroneamente fu detto (cfr. la mia 
Taffso cit., I, pp. 372-3). Ed io li ristampo non già perchè abbiano 
)re rispetto all'arte, ma per quello che possono avere rispetto alla 
el poema maggiore e alla storia, pensando che difficilmente oggi pos- 
re accessìbili ai più. £ cosi vorrei che una futura ristampa dell' in- 
accogliesse in appendice i minori continuatori, cacciati nell* oblio 
to. 



180 



CANTO PRIMO. 



A&aOMBKTO. 

EnnlnU, mentre al «no T«ncre<li cara 
Piaghe letal, reità piagata il core. 
E ne la preia do lo «ante mura 
Salvata Knnanno Altea da oitil Airore, 
Accnsat' è da obi infcdul lo giura ; 
Bnglion V asiolve, e '1 (k di lei signore ; 
K 1 coniiglio de* suoi ludi adunato, 
Be di Qierusalem vien coronato. 



Già le pie cerimonie oran fornito 
Pel maggior Duce e de* guerrier più degni, 
E le genti, che fAr con loro unito 
A Topra, or poste giù l'arme e gli sdegni, 
Senza aspettar che segno o suon 1* invite, 
Dan di vera pietà non bassi segui : 
Ciascun piango, e nel pianto allegre voglie 
Mostra, e la Tomba adora, o M voto scioglie. 

Katto correndo il Sol fca mostra in tanto 
Di voler co' destrier nel mar tuffarsi : 
E fra modesto gaudio e lieto pianto 
Invita r ombra ornai tutti a ritrarsi. 
Torna Goffredo co' migliori a canto, 
Ch' invita seco quella notte a starsi, 
Seco gli accoglie a mensa, et al fin posa, 
Fin che di novo appar la luco ascosa. 

Nel di seguente a più tranquilli uffici 
Le genti impiega il Capitano invitto, 
E i corpi sepellir fa de gli amici, 
Che perir ne T assalto e nel conflitto : 
E in catasta bruciar quei de' nemici, 
Che per gloria di lui venner d'Egitto, 
Per vietar che dal puzzo infetta 1' aria, 
A chi vivo riman sia non contraria. 

Poi, perchè de' feriti, egri e languenti 
Esser gran copia in ogni parto mira, 
E perchè a convertirò i lor lamenti 
(Qual sua pietà ricerca) in gioia aspira: 
E vuol che da' disagi e da gli stenti 
S'erga chi per la guerra ancor sospira: 
Per novo dì riposo alto e felice 
A i suoi guerrieri il Capitano indice. 

Al buon Tancredi in tanto Erminia bella 
liO piaghe acerbe risanar procura : 
E menti'e minor viene or questa or quella. 
Che già non vive in sé, la sua non cura. 
Son le piaghe di lui per lei quadrella. 
Ch'ella ognor tratta, e nel suo mal s'indura 
Sì, che mentre a V altro! salute intende, 
Più vien piagata, e men suo mal comprende. 



CANTO PRIMO. 181 

Ebra del bene altrui se stessa oblia, 
0, se pur non s'oblia, se stessa sprezza: 
Deh rendi amor (dìoea) qual era pria 
Questa pelle, e '1 mio cor ferisci e spezza : 
Sana a ramato ogni aspra piaga e ria 
Con la tua mano a sanar piaghe aTTezza: 
Pur oh* io Teggia robusto e san Tancredi, 
Amor, me, quanto vuoi, codardo fiedi. 

Et felice, e non. indarno serra 
Del tuo regno, s' in premio io ne riporto 
Che de Talta cagion perchMo si il serTa, 
Sia per te fatto il mio Signor accorto; 
Sì che 'n lui non ingrato il desio fer? a 
Per me, eh* in me per lui forse egli ha scorto : 
Che ben Terrà eh* ogni mio duol s' appaghi, 
Se mentr* io *1 sano fuor, tu dentro il piaghi. 

Piagai tu mentr* io *1 sano, e non ti caglia, 
(Né già caler te *n dee) di sua salute. 
Che 8* ho medica man, che sanar Taglia 
Fatte da crudel ferro ampie ferute: 
Ben aTrò cor che s* erga e *n pregio saglia 
Di sanar piaghe ascose inconosciute: 
Pronta e mesta or il sano; allegra e pronta 
Sanar il vo*, se la tua man raffronta. 

Cosi tacita parla; e 1* altro Tede 
Silenzio in lei, eh* alte parole copre : 
Pur non s* appone ancor al Ter, ma crede 
L' opre d* amor, di gratitudine opre. 
E per quanto per lei già fece, ha fede 
Che grata sì, ma non amante adopre. 
Ah sei Tancredi, e non conosci ancora 
Come fiamma del cor si mostri fuora ? 

Deh, come mal si eela Amor, che sciolto 
Fuor vago Tola, e pur dentro si ferma! 
La rimira Tancredi, e nel bel Tolto 
Tien runa e 1* altra sua pupilla ferma: 
E Tede intorno a* due bei lumi accolto 
Vago umor di cristallo, e de 1* inferma 
Mente quasi presago, ai suo partire 
Sol si raccoglie, e così prende a dire: 

Misera Erminia, or quai pensier, quai segoni 
Mal cauta copri, e dotta in Tan palesi?" 
Tu sola forse i TÌperini sdegni 
Non sai, con cui me stesso in altri offesi? 
Com* esser può eh* amarmi Amor t* insegni, 
S* udisti mai di qual furor m* accesi 
Contro 1* amata donna? e perchè tanto, 
Se '1 sai, t'arrischi, e non ne temi il pianto? 

Tu del destino altrui Torme sanguigne 
Semplicetta non temi ? o Tuoi eh* ancora, 
Infeste a gli amor miei, furie maligne 
Mi traggan sì dal camin dritto fuora. 
Che *1 ferro mìo, che Tolontier si tigne 
Nel sangue amico, opri eh* ancor tu mora, 
E sia la man crudel due Tolte, e sia 
Crudel due Tolte l'empia Toglia mia? 



182 CANTO PBIMO. 

13 Ah non fla Ter che quando in te pur cresca 
SI quel desio, che 'n te veder mi pare, 

Far Amor non potrà, che di nov'esca 
De la sua mensa io Toglia il cor cibare. 
Senza Amor viver voglio, e non t' incresca 
Ch'io schivi pene dolorose amare, 
E te sottragga al fler periglio e rio, 
Ch' io porto meco ogn' or dal fato mio. 

14 S' a novo amor volessi, a nove cure 
Donarmi, ancor che mal mi si convegna, 
E di novo soffrir pene si dure, 

Tu forse sola or ne saresti degna: 

E tu sola potresti altre punture 

Far nel mio cor, eh' ora le sprezza e sdegna ; 

E 'n fiamma nova accender le mie voglie 

Sola dovresti, et ammorzar le doglie. 

15 Ma vo' prima che '1 Ciel mi neghi il Sole, 
E che la terra sostenermi neghi. 

Che morte prima V aura e '1 di m' involo, 
Ch' a desir novo, a novo amor mi pieghi. 
Prima, Amor, che mai più ne le tue scole 
Io torni, ch'altro laccio il cor mi leghi, 
L'ombre oscure d' Averne e la profonda 
Notte del pianto entro al suo sen m' asconda ! 
10 Quella, eh' a l' amor suo prima mi volse, 

Bapimmi il core, e viva ognor se '1 tenne. 
Che fuor di lei viver mai più non volse. 
Né mai tornar nel seggio suo sostenne. 
Ella seco il portò, con lei si sciolse 
Da' vivi, e saggio alcun mia vita dienne : 
Ella entro al sasso amato il serbi, et ivi 
M' aspetti, in fin che '1 Ciel mi tolga a' vivi. 

17 Cosi, quel tempo di quiete, i due 
Con pensieri inquieti i di menaro, 
Differenti inquieti. Una le sue 
Fiamme fomenta in sen, l'altro d'amaro 
Amar fugge l'insidie; egli che fue 
Egro, va già co' più feroci al paro, 

E le già tarde membra alto solleva: 

Ma il non veduto mal più V altra aggreva. 

18 Cerva ferita è tal, cui tolse in caccia 
Di mira, e colse il poderoso arciere. 
Che col corso s'inselva, et a la traccia 
Si fura ove men sia trito il sentiero. 
Colà sempre mirando, ove la caccia 
Doglia e timor di novo colpo fiero : 

E col fuggir di doppio duol s' affanna. 
Che '1 fianco ascosa anco serba la canna. 

19 Qual in campo talor largo si mira 
Di verdi giunchi alta palude piena, 

Che, s' Austro incontro a Borea acceso d'ira 

Orribil suon per l'aria aggira e mena, 

Tutti gli scote l'uno, e gli raggira 

E piega l'altro, e tornan dritti a pena. 

Che da l'altro respinti al basso vanno, 

£ sempre in moto e sempre in piega stanno: 



CANTO PRIMO. 183 

Così nel petto suo pensier diversi 
S'ergoo dubbiosi, e frali tutti e infermi, 
Che (quasi iu stagno di dolore immersi) 
Far non sanno a la tema o al dubbio schermi: 
Ma come vien che Tuna o T altro versi 
Il suo furor in lor, cosi mai fermi 
Non ponno stare, e V un V altro percote, 
£ r altro spezza V un mentre lo scote. 

Ma vede alfin, che trarre al fin sue voglie 
Non potrà mai, se sempre ella le tace. 
Fren di vergogna il discoprir le toglie 
A chi spegner potria d'Amor la face; 
Ma s* ella non V allenta o non lo scioglie. 
Sperar non può la sua bramata pace: 
Pensa, e dopo star molto a capo chino, 
Risolve che per lei parli Yafrino. 

Lui trova, a lui la cura e '1 carco impone 
Che con bei modi il suo signore informe 
Quanto soffre per lui: seco compone, 
(Che sa ben quanto ei sa) diverse forme: 
Preghi, essorti, dimandi il guiderdone, 
(S' altro non vai) d' aver seguito V orme 
Di lui ; d' aver con man pietosa e forte 
Tolto!' di mano a la vicina morte. 

Non però tutti il Capitano in questi 
Giorni d' ozio ne V ozio i di ne mena : 
Che se vuol che non sieno altrui molesti^ 
Talor prende ei per sé riposo a pena. 
Membra il fatto, e divisa i premi onesti ^ 

A i forti ; opre qualcun degne di pena 
Narra di chi l'offese: or Vienne a lui 
Tazio ad accelerar la pena altrui. 

Tazio, che '1 di che di Sion le porte 
Al purpureo vessillo aperte furo. 
Colpa di cieco error, vicino a morte 
Corse, quand' esser più credea sicuro : 
Che '1 trasse ad espugnar nemica sorte 
D'acuto occhio d'Amor guardato muro: 
£ quasi oppresso vi rimase, or chiede 
No Poffensor vendetta, in sé mercede. 

Fra quei, ch'insieme uscir quando il Tiranno 
Da forze occulte assicurar si volle, 
Partì scontento il giovanetto £rmanno, 
Cui pelo ancor non copre il volto molle; 
Teme il periglio altrui, piagne il suo danno^ 
£ in sì mesto sembiante indi si tolle, 
Ch' ogn' alma può, benché gioconda e lieta. 
Solo a vederlo, intenerir di piòta. 

Ricco e nobil di sangue allor vivea 
Fra quanti in sé Gìerusalemme accoglie, 
Un, eh' in Ftruria per sua patria Alfea 
£bbe, uom dì sagge et onorate voglie, 
Ch'acquistando di lei per figlia Altea 
Pianta molt' anni prima avea la moglie, 
£t egli stesso fea nutrir la figlia, 
Ch' è già cresciuta e bella a meraviglia* 



184 CANTO PBraO. 

27 N' arse An da fanciullo Ermanno, et ella 
Se n* accorse, il gradì, cambiollo a pieno : 
S' accese in pari etate egual facella. 
Chiusero ambo i lor petti egual Toleno; 
Yelen dolce d^Amor, cui lieta stella 

Lor distillò soavemente in seno, 

V alme comune il mal, comune il bene 
Sempre gustare e comun tema e spene, 

28 Un istesso camin fan due desiri, 
Anzi pur due camini un desir solo; 
Che, s* ambo spingon faora i lor sospiri, 
Per farli andar nel ben bramato a volo, 
Pur da questi e da quei non vien che spiri 
Fuor che brama d*Amor, fede di duolo; 

Ma s'escon fuor d'un petto, han per confine 

V altro : e gli altri ne T uno hanno il suo fine. 

29 Cangian V anime albergo, e ben s' accorge 
L' una deir altra, e nel suo essilìo gode ; 
Ch'ad ambe il cambio alto guadagno porge, 
Ambe par che Tessilio insieme annodo; 
Invisibil viraggio, e pur si scorge 

D'ambe il partir, eh' ad ambe Amor sue frode 
Scopre : par eh' ci trionfi in far che sciolte 
Sien dal suo petto, e ne V altrui raccolte. 

30 E ben possono spesso a questo gioco 
Ambi tornar, dove in due cor si mira 
La fiamma alzarsi e star sopito il foco, 
Mentre insieme si tace e si sospira: 
Che lor non vieta in un medesmo loco 
Trovarsi il Ciel, che lor benigno aspira: 
Che, coni' ella, era nato in quella guisa. 
Ma di padre Tedesco, Ermanno in Pisa. 

31 Tanto lor lice, e lor può ben soltanto 
Bastar dove onestate Amor contempre: 
Onestà, che d'Amor lucido manto 
Come no '1 copre mai, lo vela sempre ; 
Han sospirato sì, ma non han pianto 
Fin qui, che fin qui fur dolci lo tempre : 
Speme accrebbe il piacer, ma \icne il tolse 
Lor gelosia, che parte aver vi volse. 

32 Anzi (e questo lor più la gioia accresce), 
Co '1 padre Ermanno ha già mosso parole 
D'averla in moglie e sol dove riesce 

Il moto, onde la terra ora sì dole. 
Aspetta ; e '1 sa la figlia, e 'n tanto cresce 
Da la speme 1' arder, che come suole 
Amor ne' cori a sé devoti, infiamma 
In tanto i due d'una medesma fiamma. 
^ Era in colmo la speme e '1 piacer seco. 

Quando un giorno fra gli altri Ermanno gingne, 

Guidato dal fanciullo ignudo e cieco, 

Là dove un guardo '1 pugne, un volto Pugne; 

Et ora me' per lui che 'n cavo speco 

Quel dì sedendo s'involasse a l'ugne 

De r invidioso mostro, il cui furore 

l^QU più provato, il fé' provar dolore, 



CANTO PRIMO. 



185 



Arriva a punto in quel, eh' indi partire 
Cara amica d* Altea da lei s' appresta, 
Bella compagna saa, con cui partire 
L' opre suole, i pensieri e V ore. A questa, 
Dopo lei, s* inchin* egli : e del suo gìve 
Fa sembiante d' aver 1* anima mesta ; 
Che così vuol da lei coprirsi, o vuole 
Splender di cortesia presso al suo Sole. 

Larga trova l'entrata il mostro orrendo 
Di qui, eh' altronde mai prima non T ebbe : . 
Qual serpe in mezzo a i fiori andò scorrendo 
Dentro al bel seno e in tal grandezza crebbe 
In un volger di ciglia, oltre porgendo 
Freddo velen, che l'alma ascoso ebbe, 
Moti alzando di sdegno alti e sublimi 
Ch' agghiacciò il mar di quei diletti primi. 

Parte una, e restan due, 1' una in se stessa 
Mutata, e 1' altro al suo mutarsi un ghiaccio : 
Che se ben co '1 pensiero ei non s' appressa 
A spiar la cagion del noVo impaccio. 
Pur gì' insegna a temere Amor, eh' ad essa 
Lasci libera l'alma il caro laccio 
Ch' ambi in voglie conformi ognor gli strìnse, 
E, disgiunti di fuor, dentro gli cinse. 

Già de la voce al suon, de gli occhi al guardo 
Il soave e '1 seren non ode o vede; 
Mesto e dimesso è 1' un, severo e tardo 
L' altro sì, eh' ad Ermanno il cor ne fìede ; 
Pensa, e in sé dice quel, di che bugiardo 
Esser vorrebbe, e lo riprova e *1 crede : 
Ben conosce ch'o sdegno o doglia acerba 
La nobil figlia entro al bel sen rìserba. 

Sdegno non sia, come né sdegno pnollo 
Pensar, eh' ei già non sa d' averla offesa : 
Yuol per levar a lei la pena al collo 
Ogni giogo portare, ad ogni impresa 
Esporsi, ancor che dar 1' ultimo crollo 
Debba, o per ferro acuto o fiamma accesa : 
Pur eh' ella allegri il cor, sereni il ciglio 
Ogni strazio in lui torni, ogni perìglio. 

Osserva cauto il tempo, in cui sicuro 
Parli, ond' altri no '1 noti e non l' ascolti, 
E le dice: Qual male è così duro, 
Ch' entro a nembo d* afTanno or tien sepolti 
I bei lumi sereni ? al cielo io giuro 
Ogni opra far, che non vi stieno involti: 
Dicamisi da te, per me si faccia 
Quant' osa un cor, ciò che '1 pensiero abbraccia. 

Degna offerta di te, e' hai sempre in uso 
Molto voler (die' ella) e molto puoi ; 
Serba quel e' hai promesso. Io chiedo : escluso 
Sia sempre il nome mio da i detti tuoi; 
Non dir mai più d' amarmi. Egli confuso 
Resta in udir gli ultimi detti suoi. 
Ch'in atto tal parlare egli la mira, 
Che '1 pianto asconde e manifesta l' ira, 



I 



186 CANTO PRIMO. 

41 Non fece d'nom giammai sasso Medusa 
Col morto tìso e *J viperin capello, 
Com' or costei col dire, e si confusa 
N'ha la mente il garzon, che puoi vedello 
Non trar fiato dal petto, e se V accusa 
Udisse almeno oud' ella affitto fello, 
Onde il danno li vien, potrebbe almeno 
Di quel, eh* ei non errò, purgarsi a pieno. 

42 Tal ei riman, poi qui dimora un poco, 
£ va senza spiare il suo pensiero ; 

Che non li dà la turba agio né loco 
Di poterne da lei cercare il vero ; 
Ma chiede prima in suon tremante e fioco 
Umil congedo; e Tinto e prigioniero 
Mentre ei parte, riman ; le rispond' ella 
Quasi posto in non cale, e sua rebella. 

43 Venne in tanto la nuova entro la terra. 
Che lo stuol Franco viene, e U suo disegno ; 
Onde Aladin eh' ogni uomo, atto a la guerra, 
Cristian se n' esca vuol con cauto sdegno : 
Quivi il padre d'Altea nel petto serra 
Fensier diversi, e van tutti ad un segno, 

D' assicurar, poi eh' ir convienli fuore 
De la figliuola il virginale onore. 

44 Donna Pagana è qui, ch'obbligo molto 
Aveva a lui, per benefìcio antico 

D' avere in Pisa appresso a sé raccolto 
Il figlio suo, che stuol Cristian nemico 
Preso, vendello a lui; da lui disciolto 
£ posto in libertà, qual caro amico 
Il tenne e dopo cinque mesi o sei 
Lasciò cortese ritornarlo a lei. 

45 Questa, quand'egli poi dal proprio lido 
Esule di fermarsi ivi s'elesse, 

Fé' parerli Sion soave nido. 
Che vita al figlio e libertà concesse: 
Pronta ne l'opre, e '1 cor mai sempre fido 
Mostrolli, e '1 grato suo voler gli espresse 
A mille segni, e in lei ben aver fede 
Può, come in chi con lui l' istesso crede. 

4C Con prudente consiglio il padre avvisa, 

Che può la figlia star con lei sicura: 
Che succedendo in qual si voglia guisa 
La guerra, o stieno, o sìen prese le mura: 
Ben sarà che da lei non sia divisa. 
Si nella sua bontà si rassicura, 
Ch'o sia con lei, se la città non cade 
Salva, per lui, s'anco il contrario accade. 

47 A lei ne viene, e prega, e piega a un punto 

Donna ch'é pronta a le sue giuste voglie; 
Oià del partire il termine era giunto. 
E già seco la figlia in casa accoglie. 
Ermanno il tutto sa: chi d' un sol punto 
Celar puossi a 1' amante ? onde si toglie 
Indi sì mesto e al primo danno aggiugne 
L' absenza, e 1* uno e V altra il cor li pugne. 



CANTO I^RIMO. 187 

Tema e dolore ebbe al partir compagni, 
Zelo e cara t' aggiunse al suo ritorno : 
£ se ben crede eh* ella ancor si lagni 
Di lui, come mostrò T ultimo giorno 
Ch* ei seco fu, pur spera ancor che bagni 
Con r acqua di pietà quel core intorno 
Santa fede, e qual prima a lui lo renda 
Amor di novo, e '1 foco suo t' accenda. 

Nutrì il sen giovenil pensier cotale 
Infin che '1 di da Dio prescritto venne 
D' espugnar V alte mura, e *1 generale 
Ultimo assalto la città sostenne. 
Entrò co* primi in schiera, e di mortale 
Colpo e periglio mai cura non tenne : 
Fin ch'espugnato il muro, al muro il tergo 
Non volse, e drizzò il corso al caro albergo. 

Yan gli altri ove del sangue, o pur de Toro 
Gli trae la sete inanzi a incrudelire, 
A portar ne i nocenti aspro martore, 
E vendicar gli oltraggi, e sfogar l'ire; 
Ei sol di sangue sprezza e di tesoro 
Sparger i laghi over le mani empire: 
Pur eh' egli salvi ad una sola il tutto, 
Empian gli altri sé d' oro, altrui di lutto. 

Cavai, cui lungo tempo a freno il morso 
Abbia tenuto, o senta al fin lo sprone. 
Non suol tanto leggier moversi al corso. 
Come in quel punto il nobile garzone 
Ale giugno a le piante, e ben eh' al dorso 
Abbia r arme, no '1 sente, e si dispone 
Di non girare in altra parte il piede 
Fin eh' in altri i suoi rischi egli non vede. 

Sa dove fu lasciata, e se del pio 
Stuolo innanzi vi giugno armata gente. 
Teme, ch'ignota a i cavalier di Dio 
Non pata oltraggio, ov' ei non sia presente. 
Tanto più che cader di colpo rio 
Vide morto a le mura il suo parente. 
Consiglia amor fra l' arme, e persuade 
Pietà ne i cor fra l' ire e fra le spade. 

Corre, e precorre quei eh' a un tempo stesso 
Seco passare e dal-medesmo loco: 
Tazio non già co' suoi, che più d' appresso 
Entrato giugne, e già prepara il foco, 
Per espugnar le porte, e vòlto ad esso: 
Ferma, disse, Signor, deh frena un poco 
L'impeto e l'arme tue, che qui non puoi 
Giustamente sfogar gli sdegni tuoi. 

Benché queste sien vie dove non suole 
Gente abitar, se non di fede priva; 
Tal qui dentro si cela, a cui lo scole 
Di Dio mostrar la vera luce e viva. 
Non ascolta egli più le sue parole. 
Che '1 vento fan gli scogli al mare in riva, 
Pur gli replica 1' altro, et egli pure 
Par che del suo parlar nulla si cure. 



188 CANTO PRIMO, 

55 Quei segue inanzi, e mentre i suoi conforta 
Porge speranza lor d* alte rapine. 

Già sono insieme a la serrata porta 
Co '1 foco, e già son pronti a le mine. 
A r altro, poi eh* una vii voglia e torta 
Scorge, eh* ei cerca trarre ingordo al fine, 
E l'ostinato suo voler comprende. 
Sdegno degno d*uom forte il core accendo. 

56 Ad un di quei che Y accensibil esca 
Portan, dà d'urto, e steso in terra il pone: 
Poi, perchè la lor opra in van riesca. 

Fra loro e '1 muro ardito ei s' interpone, 
E volge a tutti il viso, e che rincresca 
Vuol questo ardir a tutti, et al campione, 
Che gli altri esorta con parole, grida: 
Yien tu, che sei de gli altri a l'opra guida. 

57 Io quel tetto difendo, e qua non voglio 
Ch' alcuno osi portar dannosa guerra ! 
Chi sei tu (dice Tazio) e quanto orgoglio 
Mostri in favor de 1' espugnata terra V 

E verso lui, che qual marino scoglio 
Fermo non pavé, irato ei si disserra, 
E crede farlo anco in un colpo o due 
Fentir d* essersi opposto a 1' arme sue. 

58 Mena di punta, e quello oppon Io scudo 
Al colpo, e '1 fugge, e lui percote in fronte : 
Quel piega un de' ginocchi, e resta nudo 
La spalla destra mentre ei crede 1' onte 
Vendicar, che di nuovo un colpo crudo 
Mena, che far potea cader un monte, 

^ vi lascia gran piaga, e in volto irato 
L'urta, e per terra il fa cader piagato. 

59 Che ìfaran gli altri? un cade a terra estinto, 
Un piagato nel fianco, e due storditi; 

I non offesi a vendicar il vinto 
Non par che bastin più, né sono arditi 
Spingersi coutra Ermanno, il quale accinto 
Ne r arme a pugna sol gli aspetta uniti : 
Ma poi ch'egli ha il timor d\ pace in atto 
Fermo, egli ancor s'è indietro- al fin ritratto: 

60 Vivo morto ch'ei sia, portate dove 
•Più v'aggrada il signor, che vi fu guida. 

Fuggendo ingiuste e temerarie prove, 
Ch' in voi pari al ponsier valor s' annida. 
Sì parla, essi a colui, che non si movo 
Pria ch'altro intoppo l'opra lor precida. 
Di sua vita dubbiosi oltra ne vanno 
£ '1 portan via, né dove ancor ben sanno. 

61 Dal custodito albergo il vincitore 
Partir non vnole, altro tentar non osa: 
L* altro ch'ebbe con lui sorte peggiore 
Di non giusta contesa e perigliosa. 
Colà passa portato ove il maggiore 
Sforzo correndo omai vince ogni cosa; 
Nel Capitan s' avviene, e chi 1' ha offeso 
Intende, e vuol cho sia trovato e preso, 



CANTO PRIMO. 189 

Preso fu, ma tant' ebbe amica sorte 
Al suo nobil pensier, ch'ei vide prima 
L'arme cessar dal sangue, e giù la morto 
Por la falce sanguigna oltra ogni stima. 
Et a lui sol si vieta oltra le porte 
Di real casa uscir, nò posto in ima 
Parte di career tetro ascosto giace; 
Ma nò qui trova al suo cordoglio pace. 

Questa dunque in tai giorni è la cagione 
Che Tazio, già risorto, inanzi fassi, 
E mostrando i suoi danni al pio Buglione 
Chiede che l'offensore egli non lassi 
Senza castigo, e tanto fa che pone 
In sospetto il garzon, eh' ei gli vietassi 
In prò di gente infida oprar la spada. 
Et che sia infido, e sconosciuto vada. 

Del padre il caso in tanto, e del fedele 
Odiato suo sente il periglio grave ; 
Piagne quel, com' è giusto, e sé cmdele 
Chiama per l' altro, e più timor non bave 
Altea eh' altro fuor mostri et altro cele 
Nel cor, già che per lei rischio non pavé; 
E si pente, e ved' or per prova certa 
Che di sua grazia privo esser non morta. 

Molto discorre, e poscia a la cortese 
Ospito il suo parlar la figlia voi ve, 
E r obligo e '1 pensier le fa palese 
A cui per grato ufficio ella si volve; 
N' è lodata, e vanno ambe ove l' offese 
Udendo il Capitan danna et assolve; 
Passa ove 1' avversario il fatto accresce, 
E 'n danno altrui col vero il falso mesce. 

Giugno, sente, e s'avvede aver l'offeso 
Cose nel petto al Capitano impresse. 
Che contra Ermanno T han di sdegno acceso. 
Si con arte colui tutte l' espresse ; 
Onde ne sente al cor sì grave peso. 
Che tal giammai cor femìnil non presse; 
Ma poi ch'ei tacque, in un modesta e ardita, 
Prega et ottien d' essere anch' ella udita : 

Non è, Signor, sotto altro nome ascosto 
Core infedel, come costui te '1 finge, 
Nel reo, eh' a lui s' è giustamente opposto, 
E laccio ingiusto è il suo, se pur lo stringe : 
Ben fu degna cagion, ben saprai tosto 
Tutto il fatto da me, eh' a ciò m' astringe, 
Oltre al debito antico, obligo novo 
In cui per cotal fatto oggi mi trovo. 

Queste, onde mover te cerca a pietadc. 
Piaghe son eh' egli stesso andò cercando. 
Irritò r altrui sdegno, e feritade 
Mostrò nel fallo, et ammonito, errando 
Creder non volse, e le lodate strade 
Sprezzò d'onore, e diede al dritto bando; 
Punir gli empi dovea con l'arme, e volle 
Spingerle in me da temerario e folle* 



Ì2 



190 CANTO PEIMO. 

69 In me, che son fedele, et ho del padre 
Morto in servizio tuo molle anco il viso; 
E chi pronto da man rapaci e ladre 
Salvommi, or ila come rebel conquiso ? ^ 
A me, se valse un sol per mille squadre, 
Giusto non è che '1 suo pietoso avviso 

•Li nuoca, e par ch'ance il dover comporte 
Che, s' ho perduto il padre, abbia il consorte. 

70 £ seguendo il parlar, sua ragion disse 
Sì ben, che fenne il Capitan capace: 
Dal principio a la fin gli espose, e fisse 
Fensier nel petto suo saldo e tenace, 
Ch'Ermanno ebbe ragione, e che le risse 
Sien sopite, e fra lor tranquilla pace 

Vuoi che segua, e '1 comanda, e sì correggo 
L' altro, eh' accetta il voler suo per legge. 
"^^ E chiamato il garzon, che non lontano 

Costante in sé l' altrui giudicio attende : 
Né de l'opera il cor do la sua mano 
Si pente sì, eh' in parto il fallo emende : 
Ma vede starsi innanzi al Capitano 
L'irata sua, che '1 mira o che '1 difende ; 
Stupore allor, gioia, diletto e speme 
Gli strinser l' alma, o l' iugombraro insieme. 

Ma come inteso poi quel eh' è seguito 
Ebbe dal pio Buglion, si trasse avanti, 
E tal mostrossi al cavalier ferito 
Cortese in volto, e placido in sembianti. 
Che conobbe il suo errore, e seco unito 
Esser gli piacque d' amicizia, e tanti 
Segni ne die, eh' ormai più non s' ha tema. 
Ch'odio centra di lui nel petto prema. 

73 Ma quel ch'appaga ogni passato oltraggio 
T)i fortuna e d' amor grave e noioso, 

È che del chiaro viso il chiaro raggio 
Già libero contempla, et è già sposo, 
E levar puote in parte a lei, che '1 saggio 
Avviso prese, il suo stato angoscioso. 
Anzi in tutto sopirlo, e 1 di far lieti 
Senza ch'altro accidente ornai gliel vieti. 

74 Ma già l'Aurora nova allegra uscendo 
Portava il giorno, e ne spargeva i monti. 
Che con 1' oro di lei vaghi mescendo 

I suoi color, più belle avean le fronti, 
E l'uscio al Sol con le sue mani aprendo 
Tonean il Carro 1' Ore e i dostrier pronti, 
Quando le trombe udir Goffredo fece 
Ch' oltre a quel giorno a' suoi posar non lece. 
7^ L'arme e gli animi in punto abbian le schiere 

E sien pronti a'd unirle i lor famosi. 
Sì che di poi come il bisogno chicre 
L' oste fedel di Dio sudi o riposi, 
Che cagion sempre nova ha di temere 
guerre aperte, o insidie e danni ascosi. 
Chi vinse : e s' ei s' estolle, al vinto porge 
Agio, onde poi più ficr con tra gli sorge. 



CANTO PRIMO. 191 

Ne] di seguente poi, perchè g^à vola 
I suoi primi a consiglio il Duca accolti, 
Lascia i riposi, e sorge al par col Solo, 
Et al gran Sol s* inchina, e 'n lui rivolti 

I suoi pensier, come neir altro suole 
Talor r aquila gli occhi, i preghi sciolti 
Manda fuor da la lingua, e prega, e rende 
(ìrazie per doni, e tutto in Dio s* accende : 

Signor, tu che da V empie ingiuste mani 
Togliesti il popol tuo del Re d'Egitto, 
Dando ne' larghi a lui liquidi piani 
De r instabil cnmin fermo tragitto : 
E d'ossorciti fieri et inumani 
Vincer con pochi in questo e *n quel conflitto, 
Sei quel eh* a mici, eh' a me desti vittoria, 
Nostri son questi frutti, e tua la gloria. 

Nostri son questi frutti, e tu de l'empio 
Popol por nostra man vittoria avesti : 
Tu rompesti le mura, e tu del tempio 
(ìli idoli falsi e '1 culto empio togliesti ; 
Tua bontà fu, che do' nemici scempio 
Fece co '1 nostro ferro, e tu tenesti 
Sopra i fedeli tuoi celeste scudo 
No r ardor de la guerra acerbo e crudo. 

Tuo son dunque le prede, e sono i regni 
Debiti a te : tu conservar gli puoi 
Più che le nostre forze e i nostri ingegni, 
Ch' oprano in van senza gli aiuti tuoi. 
Agitati dal mar sdrusciti legni 
Senza 1' aiuto tuo slam qua giù noi : 
Onde a ragione in te recar si deve 
Quanto di buono in terra uomo riceve. 

A te renderne grazie, a te devoti 

II ginocchio piegar, giunger le palme, 
E in testimon del buon volere i voti 
Sciogliere a te, quasi onorate salme. 
Troppo eccelsi per noi, son troppo noti 
T doni tuoi eh' a te rapiscon 1' alme : 
Nò tu per altro in noi gli spargi e versi 
Che per tenerci nel tuo amore immersi. 

Or tu, cui me chiamar primo fra tanti 
Piacque, do la tua grazia anco mi degna: 
Non torca il piò dal dritto, e non mi vanti 
Ne l'opre: tu mi reggi, e tu m'insegna; 
E meco, a gli altri ancor, sì che fra quanti 
Qui sono, il suon del tuo voler ne vegna: 
Tu de le tue vittorie il don rimira, 
p] come usar si debba in tutti spira. 

Ciò detto tacque, e di sì novo lume 
Nuova grazia spirar sentissi al core, 
Ch'agli occhi quasi abondar fece un fiume 
D'esterno pianto, intorno alto dolciore; 
Lo ritien, sorge, e serba il suo costume. 
Ma novo il cinge insolito splendore 
Che l'accompagna ovunque il passo gira, 
E via più eh' uom il vedo ogn' uom che '1 mira. 



192 CANTO PRIMO. 

83 No Tiene in larga sala, ove s* aduna 

Or quel Principe, or questo, al suo conspetto; 
Fronti tutti al suo cenno; et or da Puna 
Parte, or da 1* altra, il bel numero eletto 
Compare, e già senza dimora alcuna 
Di nessun più si brama il caro aspetto: 
Trionfante consiglio in lieto giorno 
Tacito siede al pio Buglione intorno. 

84 Ma già non posa in seggio alto e sublime, 
£ quai son gli altri a lui d' averlo basta : 
Che sa quanto se stesso abbassa a l' ime 
Parti, chi gonfio in dignità sovrasta. 

Ma cosi ancor di riverenza imprime 
I petti altrui, eh' a pura mente e casta 
Pàssi splender nel volto, e mostra fuori 
Maestà che n' ombreggi i bei colori. 

85 Tre volte e quattro il riverito sguardo 
In quei famosi eroi grave girando. 

Tre volte e quattro in sé V accolse, e tardo 
Quoto in tutti fermollo, e poscia quando 
Gli occhi conobbe in so d' ogni gagliardo 
Kivolti, diede a quel silenzio bando. 
Saggio allargando a le parole il freno 
Che tali udirle tutti uscir dal seno : 

86 Principi, eletti in ciel per fare acquisto 
Di queste mura in terra a Dio dilette, 

E per alzar devoti i tempi a Cristo 
Qui dove fur tante meschite erette: 
Ecco che pur pugnando abbiam già visto 
Lo genti qui dal iìer Tiranno astretto 
In libertà bramata, e U giogo indegno 
Tolto a questo dal cielo amato regno. 

87 Questo fu il fin, per questo in tutti nacque 
Desio d'abbandonar le patrie terre, 

E perciò del Giordan vicino a V acque 
Portammo noi le perigliose guerre; 
E (tanto a Dio quest' ardir vostro piacque) 
Fin qui luogo non ò eh' a voi si serre. 
Ciò che s' aveva a far tutto è fornito. 
Or sopra il fatto a consigliar v' invito. 

88 Io, membrando il passato in si gran corso 
Di felici vittorie, ho gran temenza 
Ch'armata gente et usa a porre il morso 

A le straniere genti, or che fìa senza 
Fren di forze nimiche, al fin ricorso 
Cosi non abbia a militar licenza 
Che Io splendor de le sue glorie oscuri, 
Né sien gli acquisti poi per noi sicuri. 

89 Chi non sa, chi non vede ove penetra 
L' ozio e le voglie al dominar ingorde ? 
Chi da i montani error tanto s' arretra. 
Et ha r orecchie a sue lusinghe sorde, 
Ch' allettar non si lasci ? e chi si spetra 
Tanto dal vulgo, che, da lui discorde, 
Frenar si sappia, e, di tesoro eterno 
Vago, i regni sprezzare, io no '1 discerno. 



CANTO PRIMO. 193 

Cho s' alcun pur si sforza, e svelle e 'sterpe 
Questo antico dal core ascoso Terme, 
Pur tuttavia V antico invido serpe 
Tacito entra, e vi pianta un novo germe, 
E le radici sue, mentre egli serpe, 
Nutre e dilata, e le fa ognor più ferme 
Ne r infermo voler, eh' al fin riceve 
L' assenso, e '1 suo veleno incauto beve. 

Tolga Dìo peste tal da i nostri petti, 
Cerchiam noi (s' esser può) sopirla al tutto : 
Non ci torca sirena, e non ci alletti 
Per questo de gli imperi ondoso flutto: 
Siamo egualmente noi da noi negletti, 
Ogni torto voler vinto e distrutto. 
L' onor de l' opro nostre a Dio si rechi. 
Nò falsa ombra di gloria nnqua n'acciechi. 

Or voi, che me fra tanti a tanto onore 
Degnaste alzare, e d'un voler chiamarmi 
Capitan di compagno ; ecco che fuore 
D' obligo sete, e ben diritto parmi, 
Or che de V alta impresa è vincitore 
11 campo tutto, in libertà ritrarml, 
Ceder l'imperio e '1 peso, e qui deporre 
Il dato, e '1 dato voi per voi ricorre. 

Sia del comuu periglio, e de le pari 
Fatiche ancora il prò comune, e sia 
Egualmente il parer ne' gradi vari ; , 

Libero ciascun dica, e ciascun dia 
11 suo consiglio, e poi fra più contrari 
L' intenzion più lodata, e la più pia, 
E di più onor, d'util maggior, s'eleggia; 
Cedan l'altre, e seguir quella si deggìa. 

Regni lasciati abbiam dopo le spalle. 
Guadagni nostri, in man d'amici grati; 
Fin qui sicuro è il passo, e non è valle 
luogo, onde temer forze et agguati : 
Da i lati, a fronte assicurarci il calle 
Conviene!, e forti avere e ben guardati 
Luoghi, onde poi di forza ostil non tema 
Chi vinse, e '1 vinto poi l' incalzi e prema. 

Ma ben prima è dover che di governo 
Bastante a queste mura or si provveda, 
E tal che poi durar vi possa eterno 
Ne' successori suoi, che non sien preda. 
Forze mancando, a l' inimico esterno, 
A cui di novo poi l' acquisto ceda; 
Questo prima si tratti, e stabil questo 
Si fermi, e s' abbia poi cura del resto. 

Ciascun pensi e consigli, io qui l'insegne 
D' imperator, qual' io le presi, lasso : 
Nò vo' eh' altro desio le vie mi segue 
E faccia al piede mio torcere il passo 
Dal giusto, e voglie ingorde, et opre indegne 
Ragion d' imperio detti umile e basso ; 
Ch'in van la strada altrui mostrare agogno 
Se di primo stamparla io mi vergogno. 

Passo. * 13 



194 CANTO PRIMO. 

97 Tacque, e *1 ano ragrionar ne* cori impresse 
Di tanti eroi stnpor, eli* entro gli mosse: 
Stupor, che tanta nn nomo in sé chiudesse 
Yirtute, in loro emulazion destosse ; 

Ch* anime del desio d* onore impresse 
Con gli stimoli suoi spinse e percosse: 
Ch* ei sembra a tutti non pur saggio e pio, 
Ma quasi rapto e trasformato in Dio. 

98 Ciascun entra in se stesso, e : Ben conosco 
(Dice) quanto Goffredo al ver s* accosta: 
Anzi pur lo penetra, e me del fosco 

Desio r error più tuttavia ne scosta : 
Non son tante d* Aprii foglie nel bosco 
Quante nasconde in sé l' anima posta 
Entro al career terreno avide voglie, 
Che son suoi lacci, e pur non so ne scioglie. 

99 Cosi diceano in so, poscia fra loro 
Breve e dimesso bisbigliar s* udirò; 
E quasi tutti in un voler fermerò 

La mente poi che i lor discorsi aprirò. 

Indi Guelfo levossì, e: Di costoro 

Se bene a dentro (disse) il petto miro, 

10 vi scerno un parer, che ragionare 
Poter credo per tutti, e in ciò bastare. 

100 Pi giusto affetto, e di pio zel fur pieni 
(Soggiunse poi), Goffredo, i tuoi sermoni : 
Ma par che 'n cosa grave altrui ne meni 

11 presto consigliare, ancor che buoni 

Sieno i consigli, al peggio ; or tu, ch* a£freni, 
Gli altri fin qui, godi medesmi doni 
D' imperio, e comandar tanto ti piaccia. 
Che si conosca il meglio, e quel si faccia. 

101 Disse, e gli altri di lui seguir co *1 cenno 
I detti, e con 1* applauso e co *l bisbiglio, 
E magnanimi allor tai segni donno. 

Che sì prevede omai qual sia il consiglio 
Di tutti, e ch* abbia dì Goffredo il senno 
Avere il carco in sé d' ogni periglio ; 
Regger i santi acquisti, e a più d*un luogo 
Yìcin (s* esser potrà) mettere il giogo. 

102 Né molto andò, che ponderando i morti 
Tutti fra lor di questo e quel più raro, 

£ in secreto adunanze, o in detti aperti. 
Uniti in un voler si ritrovare. 
Dan lo scettro al Buglione, e son ben certi. 
Tal veggion l' alma, e '1 suo valor provaro, 
Ch' in pace esser non può da man più giusta 
Retto, in guerra più forte e più robusta. 

103 Chìaman Goffredo Re, vogliono in testa 
Come lo scettro in man, por la corona : 
Ma il ricusa pietà, che *n lui si desta 

E in fortuna real non V abbandona ; 
Non vo (dicea) cerchiar di gemme questa 
Testa mortai qui, dove il Re che tuona 
Eterno infin dal Cìel. princìpio e fine 
Del tutto, Tebbe al capo suo di spine. 



CANTO PRIMO. 195 

Rallegrossì, e sentissi il popol lido 
D* allegre voci empir la valle e *1 monte. 
Yider liete le madri il caro nido 
Antico, tolto a i gravi danni a 1* onte ; 
E in lui sperando tutti alzare il grido 
Di pace, e se non ha splendore in fronte 
Di corona real, vi splende almeno 
Di real maestate un bel sereno. 



CANTO SECONDO. 

AJBLQOTlSJSXnO. 

Manda In Oierusalemme il fier Platone 
L'Invidia, e tra Goffredo entra e Baimondo, 
(La torre di David n' è sol cagione) ; 
Non ha Camillo a' suoi desir secondo 
(Mercè divina) et manco altre persone. 
Si mostrano tra lor del core il fondo 
Armida e Erminia, e menar seco Tedi 
Partendo, il sao Rinaldo e '1 suo Tancredi. 

Del popol fido a Dio gli allegri còri 
Fin là dov*egli siede alzaro a volo 
I santi preghi, e trapassando i Cori, 
Che miran sotto, e gli elementi e M polo, 
Fermarsi ov*egli in fra divini albori 
Del suo lume sedea beato e solo, 
Dove in tre volte triplicati giri 
Splender di luce triplicata il miri. 

Padre (questo in ciascuno allor si lesse), 
Che tempri 1' universo, e *1 movi e reggi. 
Dopo le grazie al popol tuo concesse 
Ferma in riposo i liberati seggi. 
Non ci dar preda a gli empi, e sien depresse 
Le sòtte ree, vivan le sante leggi. 
Viva il culto divino, e *1 popolo empio 
Non più ci vieti omaì la tomba e '1 tempio. 

Tu, signor, che rompesti i lacci indegni 
E rotto il duro giogo, or ci consoli, 
Ch' in ciel beato vivi, eterno regni. 
Noi, che già fummo abbandonati e soli, 
Or difendi e ben reggi; i novi regni 
Per te godiamo, e con sicuri voli 
Preghi t* alziamo: or sì buon Re ci serba. 
Non ci si teglia in lui la speme in erba. 

Parte concesse il Re del Cielo, e fora 
Com' ei concesse il tutto or ne le mani 
De^suoi fedeli, e vi ternano ancora 
La tomba e *1 tempio e *1 regno i suoi Cristiani, 
Ma traviare i successori, e fOra 
Dal camin dritto uscirò, onde inumani 
Barbari ingiusti or han le giuste prede, 
Ch' esser devrian di chi ben dritto crede. 



d 



196 CANTO SECONDO. 

5 Parte negò de' preghi, e già non volse 
Un He sì pio lunga stagione in terra, 
Né differirli il preniio, onde V accolse 
Ben tosto in ciel, dove ogni ben si serra. 
Dal mortai mondo prima egli Io tolse 

Che '1 senso uman, eh* in noi vaneggia et erra, 

Traviare i4 facesse, onde la via 

Dritta smarrisse, in cui corso avea pria. 

6 Ma colà giù dov' il trifauce cane 

Con tre gole e tre bocche abbaia e morde, 

E di rabbia e dolor le squadre insane 

£bre di sangue son, di pene ingorde. 

Fra lo strida, e fra gli urli, e fra le strane 

Forme di morte spaventose e lorde. 

Crebbe ne' spirti del tartareo fondo 

Rabbia e dolor, qneto e tranquillo il mondo. 

7 Membràr l'alte fatiche i laghi averni 
In vano spese, e fersi allor piìi neri; 

E di rabbia gli spirti i pianti eterni 
Versare, e in vista spaventosi e fieri 
Entrare in mezzo a i tenebrosi verni, 
Dove in Cocito i mal guidati imperi 
Obediscon di Fiuto, ove la notte 
Più palpabile e cieca in se gli inghiotte. 

8 Gli vide, e lesse in fronte il gran cordoglio 
A tutti, e '1 suo si raddoppiò vedendo : 

Dal profondo del petto il grand' orgoglio 
Mostrò mugghiando e non sfogò gemendo, 
E in guisa eretto di marino scoglio 
So ne' gemiti suoi scosse: scotendo, 
Entro a le gran caverne il suo muggito 
Doppiò terror, tal fu tremendo udito. 

9 Sembra venuto il dì che giunto al fine 
Il mondo, in giù cadano aperti ì monti, 
E che l'un polo e l'altro arda e mine 
E prema lor l'alte e selvose fronti, 

E che giù seco al precipizio inchine 
Ciò che soggiace a gli astri, e che sormonti 
L'abisso, e oscuri il cielo, e al cielo intorno 
Corra, e scota Titano a terra il giorno. 

10 Dunque ha vinto costui? noi qui fra tanto, 
(Poi che parlar potette, a gli altri disse) 
Cibo di fiamme abbiam, per cibo il pianto, 
Ei paci e regni or tra' da guerre e risse? 
Lui copre ormai regal purpureo manto. 

Noi qui la fiamma in career tetro affisse. 
E la passo, e non mostro, e non m' ingegno, 
E non provo che può Tartareo sdegno? 

11 Non sarà forza qui, che vinca e rompa 
De le tante vittorie a questi il corso? 
Sì, sarà: sorga e passi, e fra la pompa 
E V ozio giostri e batter faccia il dorso 
A tanto fasto, e infetti e vi corrompa 
Qnal nova peste, poi ch'avrà trascorso 

Ne i petti amici, e in lor desti e commova 
Fiamma d'impeto ostil, che scorra in prova. 



CANTO SECONDO. 197 

L* infauste ardenti faci intorno gira, 
In cui vedi scolpito orror di morte: 
E ne i più truci mostri avido mira 
Con guardature assai bieche e ritorte: 
Né può veder del sen gravido d'ira 
Atto ministro e degno entro a le porte 
Di Oocito: in sé mira, e certo tiensi 
Trovarlo in mezzo a i capi orrori e densi. . 

Com' uom cui grave dannò alcun sovrasta, 
E diversi rimedi in sé discorre, 
Poi eh' al suo scampo alcun di quei non basta, 
Nel tempio a Dio, fonte d'aiuto, corre: 
Si r empio al fin, poi che l' odiosa e vasta 
Caterva sua no '1 sazia e no '1 soccorre, 
In so torce il pensiero, in sé si fida. 
Dove ogni crudo mal cresce e s'annida. 

Nel gran dì, ch'egli aperse al sole etemo 

I bei lumi, che mal poi seppe usare, 
E che di lui, de' suoi crudel governo 
Fèr le squadre del cielo a Dio più care. 
In lui nacque, e '1 tirò seco a l' inferno. 
Mostro non più veduto, e '1 fé' bramare 
Di farsi eguale a chi sì bello il fece, 

E n'arse egli, e divenne oscura pece. 

Questi sempre gli è in sen, sempre di lui 
Divora il cor, se ben da lui si parte. 
Ch'uscir può bene a tormentare altrui 
Di suo consenso, e in luì restar se parte: 
Né ben eh' in lui sia tutto, in tutti i sui 
Manca d'esser, eh' a tutti ei si comparte. 
Ma n' è sempre egli pregno, e in suo supplìzio 
Quegli è novo avoltoio, et egli è Tizio. 

Mostruoso avoltor: pallido ha il volto 
E '1 corpo asciutto e magro, e *1 guardo bieco : 
Buggin livida tienli ascoso e involto 

II dente, e chiude il petto e porta seco 
Amaro fòle, e ne la lingua accolto 

Yelen, che rende ogn' un, che '1 tocchi, cieco: 
Rider no '1 vedi già, se non se il duolo 
Altrui fa trarli un secco ghigno e solo. 

Non dorme già, che vigilanti cure 
Sempre al sonno nemico esser il fanno: 
Vede quel che gli spiace e mira pure. 
Si consuma vedendo, e sente affanno 
E insieme il fa sentir, che le punture 
Dì luì son (com* a lui) altrui di danno: 
E s' altri a lui sferzar bene è concesso, 
E' ne' supplizi altrui sferza a se stesso. 

Entra, e non tocca l' osso, a le medolle, 
E (quasi avido lupo) ei le divora: 
Continuo e grave sospirar s' estolle 
Sempre dal petto, e l' auge e 1' addolora 
Infelice magrezza: e sveglia il folle 
Furor tacendo, e foco accende ogni ora: 
Ha nome Invidia: or tal, fra mille, scelse 
L' empio, e da 1' empio seno allor si svelse. 



198 CANTO SECONDO. 

19 Or tu sant' aura, i cui celesti ardori 
Soli han virtìi d'assicurare i petti 

Da qual peste più rea circonda i cori 
Be' tuoi fedeli, e questa or non gli infetti: 
Chò se tu mostri loro i tuoi splendori 
Qual vana ombra d' error fia che gli alletti ? 
Chi, se non tu, vietare al mostro infame 
Può, che del sang^ue nostro ei non si sfame.? 

20 Parte, e Tiene a la luce alma diurna, 
Esecutrice al mal oprar non tarda. 
Invisi bil Erinni, e taciturna 

Voci ode allegre e pompe allegre guarda: 
Se n'a£9igge, e si rode, e la notturna 
Face vibra, onde meglio al nocer arda: 
Ma né tempo, nò luogo ella discerne 
Atto a versar le sue miserie eterne. 

21 Meschiar non può bestemmie in mezzo a i preghi 
Né risse, ove si grida: In terra pace; 

Nò versar suoi fetori, ove dispieghi 
Odor d'incenso a Dio pietosa face: 
E dove cor devoto a terra pieghi 
Umil ginocchio, alzare ella mordace 
Cura non può; nò dentro al sacro tempio 
Far, fra gli inni, de l' alme acerbo scempio. 

22 Manca il potere in lei, cresce la voglia, 
E perdi' altrui non può se stessa offende, 
E ne r arder de la sua quota doglia 

Se stessa ognor più furiosa accende. 
E dentro serra a l' infernale spoglia 
Il suo mortai veleno, e '1 tempo attende 
In cui la face e i serpi intorno ruote; 
Serve ella in tanto al suo desio per cote. 

23 Già finìscon le pompe, e con sonori 
Cavi oricalchi turba allegra e magna 
Precede al pio Buglion, cui cresce onori 
L'oste sua, che'l circonda e l'accompagna: 
Yansi a gli alberghi i cavalier minori, 
Kesta la nobil gente a lui compagna: 

Et ei con tutti è tal eh' a più d' un segno 
D' alto stato real si mostra degno. 

24 Così passare il di solenne; poi 

Che del corso ha gran parte il Sol finito, 
E già lontan col carro a i regni Eoi 
Piega veloce inver l'Esperio lite, 
Goffredo a so Raimondo chiama, e: Vuoi 
(Dice, che '1 sente ogni guenier più ardito) 
Por ne le nostre man (come conviensi) 
Il forte, che per te, qui solo or tiensi? 

25 Raimondo infin dal di che morto al piano 
Cadde l' empio Aladin, de' suoi 1' aiuto 
Giunto al valor de l' invincibil mano 

La presa ròcca avea per sé tenuto. 
Per so disegna averla, e parli strano 
Sentir ciò che men vuole, e men dovuto 
Gli pare, e mostra qui palese al volto 
. Lo sdegno, et al parlar libero e sciolto: 



CANTO SECONDO. 199 

Sì duuqae inutìl fui, si fui nocivo 
Ne r ardor de la guerra e poco oprai, 
E si vai poco aver di vita privo 
Il Tiranno, ch'in terra io pur gittai, 
Gh' or poco e stretto giro, in cui mi vivo 
Di muro, o Re, nel fin tòr mi vorrai, 
Né del mio sparso sangue almen per segno 
D'animo grato vuoi lasciarmi un pegno? 

Io non vo' già (risponde a lui Goffredo) 
D'alcun lasciar non premiato il morto: 
Ma convenirsi a regio onor non credo 
Città smembrata in parte, e regno incerto. 
Lo scettro altrui più tosto io ne concedo 
Non cercato, ma tolto, a preghi offerto: 
Et è bene onor vile e seggio indegno 
Scettro corona aver di servo regno. 

Più non si disse allor, ma fisso in mente 
Ambi han, che segua effetto al suo pensiero, 
È ciascun de' migliori a ciò presente, 
E d'ambi ode il parlar grave e severo: 
Pensa aver modo allora onde il nocente 
Yelen suo sparga in lor Io spirto nero, 
£ perchè 1' ora al ritirarsi alletta. 
Trascorre, questo e quel trova e l'infetta. 

Ma prima un de' suoi serpi, il più maligno, 
Partendo, al petto al pio Buglione avventa: 
Ma non più noce a lui, che se macigno 
Altri spezzar con debil verga tenta. 
Gli altri segue, e per via fa col ferrigno 
Dente stridore, e '1 ferro in tutto allenta : 
A le sue voglie spera alte ruine, 
E far de i cori a Pluto empie rapine. 

Ma prima eh' altri, al suo furor disegna 
Esser esca oppoi*tuna il vecchio Conte. 
Lui segue, e mentre andando egli si sdegna 
E ricever gli pare oltraggi et onte, 
Invisibil il tocca, e detta e 'nsegna 
A lui ragioni in prò di lui sì pronte. 
Che cieco omai pesa i suoi merti, e tali 
Gli fa, ch'altri non stima a quelli eguali. 

Apre l'Ira l'entrata al mostro rio, 
Ch' è suo compagno, e facìl falle il varco : 
Vedi (nel cor gli parla) uomo di Dio 
Che viver vuol de' pesi umani scarco, 
E si mostra a regnar duro, restio, 
Quasi vii soma fia regale incarco ; 
Poi fatto di quel d' altri anco rapace 
Cerca a' seguaci suoi turbar la pace. 

Dunque si più di tanti oprò costui. 
Che non stima altro morto al suo simile? 
Sì poco stima il sangue, e l' arme altrui 
Che di tutti, e di me le tenga a vile? 
Non fur tanti altri seco, anch'io non fui 
E spesso egli anco il disse; or basso e umile 
Yuol che resti ciascuno, e me del seggio 
Proprio privare? io comportar no '1 deggio. 



200 CANTO SECONDO. 

33 Sì parla, e spira il sao farore in tanto 
Dal suo petto infernale al petto umano: 
Né si parte da lai fin che '1 suo manto 
Stende la notte, e copre il monte e '1 piano. 
Il circonda, il percote, e mai da canto 

Non se gli leva, e ne vien quasi insano. 

Poi quando il sonno in grembo a so TavTolge 

Con la man fredda il tocca, e '1 piò rivolge. 

34 RiYolge il piede, e la gran torre lassa 
De r empio suo yelen per tutto aspersa; 
E quindi a nove imprese oltra sen' passa, 
E speranza concepe, e furor versa. 

Né luogo alcun da sé libero lassa, 
Mentre é la gente ornai nel sonno immersa. 
Pur colà tra' migliori ella s' aggrira. 
Ch'oprar più spera in questi, a questi aspira. 

35 Così rapace augel, cui non ben sazio 
Rendnto ha prima non bastevol preda, 
Là drizza il volo, ove in più breve spazio 
Esca trovare al gozzo avido creda; 

E U becco aguzza, e far novello strazio 
Pensa d' augel, eh' a le sue forze ceda. 
Che più che pria la non saziata gola 
L' instiga, e fa che con più fretta ei vola. 

36 Tal, di miserie ingorda, ella trascorre 

Con l'ombra, e l'ombra col pensiero avanza: 
E mentre il bene altrui lìvida abboiTO 
Non oblia dì turbar V odiosa usanza. 
Primo s* ofTre a I* uscir de la gran torre, 
Come a quella vicino avea la stanza 
Il buon Camillo avuta il dì che degne 
Sopra il muro fatai piantò l'insegne. 

37 Dove il forte Latin riposo prende 

Fra r ombre amiche dal Silenzio é scorta: 
Teste visibil forma, e '1 mento rende 
Barbuto, e '1 crine allunga e '1 passo accorta: 
Purpureo manto da le spalle pende, 
E sotto appar sottil tela ritorta: 
Porpora copre il capo, e nel sembiante 
Severo, a lui si para il mostro avante. 

38 Fassì il gran Giulio, che per vìa di padre 
Dato avea la natura a lui per zio, 

Sorte per guida, il dì che fra le squadre 
Nemiche armato il padre unissi a Dio: 
Questi sempre da man rapaci e ladre 
Gnardollo infante, e d'ogni inganno rio: 
E, ben eh' ei fosso in sacra toga, il fece 
Nodrir ne l' arme per un anno e diece. 

39 Con l'opra e col consiglio ì teneri anni 
Resse e guidò per vie lodato il vecchio: 
Lasciollo poi, eh' a gli alti eterei scanni 
Salì, stato ver lui di fede specchio; 
L'elesse poscia il Santo Padre a' danni 

De gli empi in questo grande alto apparecchio. 
Or con questo parlare, e in queste forme 
Si mostra, e dice al pio Latin, che dorme: 



CANTO SECONDO. 201 

Camillo, indarno le fatiche hai sparte, 
Indarno sono i taci Latin qui morti: 
To d' acquisto si grande or non hai parte 
Gol Franco, e questMngiuria ancor sopporti? 
A che fin dunque al periglioso Marte 
Misero in compagnia con essi esporti? 
SMn compagnia con essi a te non viene, 
Dopo i perigli, parte in tanto bene? 

saggio il Tolosano, o d' alto core. 
Che non cede a T ingordo e non si piega: 
Vuol parte de la preda e de V onore, 
Et ubbidirlo ove egli regna nega. 
Tu qnal partito pigli, o qual migliore 
Gente per tanta gente in Re ti prega. 
Per tante arme, con gli altri unite a gara, 
Qual mitra o scettro Toste or ti prepara? 

Chi ti manda, chi sei, di chi nascesti. 
In che grado, in che patria or ti rammenta, 
Et a te non potrai veder che questi 
Sien preferiti; brama, ardisci, e tenta: 
Che s* ancor tu gli spirti avvivi e desti 
Con la virtù che mai non vidi spenta, 
Ben potrò qui de gli altri al par vederti 
D' onor, com* io ti resi egual di morti. 

Fredda più che di ghiaccio al petto accosta 
La scellerata man, poi eh' ella ha detto : 
Passa e scorre il velen tra costa e costa. 
Già tutto il cerca, e già Tha tutto infetto; 
Ne la parte più interna e più riposta 
Penetra, e intomo a lo spazioso letto 
Sparse il fiato nocivo, e le sue larve 
Lasciò piena di speme, e via disparve. 

Buppeli allora il sonno il freddo orrore, 
E gli scorse per l'ossa e per le membra: 
Sparso per tutto il corpo esce il sudore, 
E sol di preda e ferro ei si rimembra. 
Gli paion pigre e tarde a scorrer l'ore, 
Et un secolo a lui la notte sembra: 
Arde, trema, s'adira, ingordo brama, 
E fino allor sé neghittoso chiama. 

Come se fiamma in su lieve s'estolle 
Et al concavo rame il fondo scalda. 
Liquido umor nel vaso ondeggia e bolle, 
E par che l' onda mai sappia star salda: 
Passa i confin de l' orlo e '1 rende molle, 
E già bagna d'intorno ancor la falda; 
S'aggira il fonte, e fuor versa la^puma, 
E in sé non cape, e in umor s'alza e fuma; 

Non riposa e non dorme, arde e vanegrgia, 
Gli porge orror la notte, orror le piume: 
Pensa come, a quai forze unir si deggia 
Per quella impresa, ch'ei tentar presume: 
Qual parte anch' egli a lui debita ehieggìa 
Come prima si scopra il novo lume, 
E se stesso inquieta, e si dibatte. 
Sì eh' ei co' suoi pensier, con sé combatto. 



202 CANTO SECONDO. 

47 Unirò (dice) i miei guerrieri insieme, 
Troverò il doto Re, nasciate il giorno, 
Farà l' essempio mio, s' altri pur teme. 

Che torni ardir ne gli altri a far soggiorno. 
Forza è venire al fine a quelle estreme 
Prove, in Italia più non far ritorno, 
qui, dove impiegai V arme e le schiero 
In prò comune, anchMo dominio avere. 

48 Né perchè molto s* inquieti, e molto 
Sbatta, il furor da sé concetto scote: 
Che cresce ognor, come più cresce avvolto 
Globo, eh' accoglie in sé più larghe rote; 
Lo stanca al fin, poi che lasciar disciolto 
No '1 vuole, e sì, che mentre egli non puoto 
Prender alcun riposo, al fine è vinto, 

£ da sonno confuso alquanto è cinto. 

49 Serpe fra la stanchezza il sonno, e tregua 
Co' i moti il corpo fa, ma l' alma audace 
Forz'è che come prima i pensier segua 

Da lui concetti, e star non sappia in pace. 
Ma già il tempo è vicin che si dilegua 
L' ombra, e non posa il bue, V augel non tace ; 
Quando il buon genio suo con l' aur^e penne 
Volando innanzi al gran Motor si tenne. 

50 Spiegò i morti passati, e '1 gran periglio 
Vicin, s'era per lui l'aiuto tardo: 
Mosse benigno il Padre eterno il ciglio, 

£ '1 promise col cenno e con lo sguardo. 
Fra quanti in questo suo terreno essigi io 
Là su devoto il Capitan gagliardo 
Vider di sé, fu Lei, che nel suo grembo 
£bbe il gran parto, e in un fu sole, e nembo. 

51 L'eterno Amor ne' suoi beati amanti 
Qual più sia pronto a la beli' opra mira: 
Spiegar tutti il suo ardore, e lei fra tanti 
Vede eh' a ciò con maggior zelo aspira. 
Già preme i fermi cerchi, e i cerchi erranti 
Col cenno suo, per 1' aria già s' aggira, 
Già, vestita di sol, Camillo trova, 

Ch' ancor nel sonno involto i sdegni prova. 

52 Sparge il tutto d' odor, di lume ingombra, 
Che di tenebre il mostro e puzza sparse: 
Cesse il fetore al suo venire, e 1' ombra 

£ visione a lui contraria apparse: 
Vision, che quel primo orror disgombra, 
£ vinta vedi omai l'Invidia darse. 
Vien, si ferma, è veduta, e in prò di lui 
Dolce spiega i celesti accenti sui: 

53 Amico, a che t'inchini, e perché porgi 
L'orecchie a pensier novi, a nove brame? 
A che fin miri, o qual contento scorgi 

In questa di regnare avida fame? 
Sorgi, e '1 tuo primo fin rimira ; sorgi. 
Fuggi lontan da la vii voglia infame. 
Misero, ah non conosci, ah non comprendi, 
Ch' empio ti fai, qual or tai fiamme accendi ? 



CANTO SECONDO. 203 

Quai preghi al tao partir tu ci porgesti 
£ qaai fur le tae Toglie or ti rammenta, 
n tao proprio in non cale allor ponesti 
Per Cristo; or si la prima fiamma è spenta, 
Che 1' acquistato a lai per te vorresti, 
£ U tao cor osa, e la tua mano il tenta ? 
L' osa, e '1 tenta, e non mira a quanti danni 
Te, r opre fatte, e 1' oste in un condanni ? 

Santa guerra, arme sante, e desir santo 
L' arme svegliare, e dier si gran vittoria ! 
Che faran gli altri omai, se chi dal manto 
Di Pier dipende, perde ogni memoria 
Del dritto e sprezza, e vuol che stia da cauto 
L' onor di Dio, recando a sé la gloria ? 
La gloria e '1 frutto, e dir : non fu da Dio 
La vittoria, opra è sol del braccio mio? 

Deh, per quanto ami il ciel, per quanto hai caro 
Che sieno i tuoi sudor là su graditi, 
Il titol eh' ognor tu d' empio e d' avaro 
Fuggisti, or fuggi, or odia e risse e liti. 
Non vedi com* il gaudio in pianto amaro 
Tosto converti, e centra il Ciel t* irriti? 
Troppo è buon, troppo grande è il tuo vessillo, 
Contra buon Re non lo spiegar, Camillo. 

Con questo dir gli infetti spirti, e '1 petto 
Lava, e nel primo suo stato riduce; 
Del suo proposto rio già l'intelletto 
Si toglie, e gode omai la prima luce: 
Parte, e 'n lui lascia il riverito aspetto 
Pace, e splendor che dentro a 1' alma luce ; 
Ond' ei, non che tentare altro pur pensi, 
Ma vede eh' impedirlo a lui conviensi. 

de' miei giorni lieti, o ne i perigli 
(Dice il campion, poi che partito è '1 sonno) 
Scampo insieme e cagion, che da gli artigli 
Fuggir mi fai, che mal fuggir si ponno, 
£cco io pur ti conosco, i tuoi consigli 
Pur seguo, e (tua mercè) son di me donno; 
Siami tu sempre tal, per che la nebbia 
D' error mai farmi traviar non debbia. 

A grand' agio fra tanto in più d'un loco 
Sparso il velen la scolorata avea, 
Ch' esser esca dovesse al novo foco 
Pronta di mille colpe a farsi rea; 
Ma in Rinaldo e 'n Tancredi o molto o poco 
Danno né forza il suo furor non fea ; 
Questi fra tanti ella non punge o morde, 
C han de l' alma al suo dir l' orecchie sorde. 

Non da l'ira di Bor^ insieme e d', Ostro 
SI bene in chiusa cava altri s'asconde; 
Non sì ben entro a solitario chiostro 
Schiva sicur del mar gonfiate l'onde; 
Come questi al furor de l'empio mostro 
Saldi ciascun lo spezza e lo confonde. 
È la sua rabbia insana in contro a questi, 
Qual se contra due torri aura si desti. 



204 CANTO SECONDO. 

61 Ma se ben questi in generose cure 

D' ouor immersi han la sua rabbia a scherno, 
E r alme han sì dal suo furor sicure, ' 
Che centra loro in van s' arma V Inferno, 
Altr' arme, altr* esca in tenebrose e scure 
Noie tirarli e danneggiarli scerno. 
Ah, chi da i lacci può del mondo tetro 
Senz' alcun danno mai tirarsi indietro? 

62 Qià sparsi indarno avea più volte i preghi 
Vafrino e fatto il chiuso amor palese. 

Ma cagion trova sempre onde gli neghi 
Spegner Tancredi 1* altrui fiamme accese; 
Ben pfetate ha d' Erminia, e par che pieghi 
Il core, e se d* amor non è cortese. 
Fa la cagion parerlo, ond'ei si scusa. 
Giusto anco a chi di crudeltà T accusa. 

63 Ma, né quantunque in sé crudele il prove 
Erminia, è di crudel chiamarlo ardita. 
Non perchè vòlto (dice) il core altrove, 
Egli abbia, io non gli son d* amor gradita: 
Spente son già le vecchie, Or fiamme nove 
Cangiar non cura in quelle, e ciò m'invita 
A più durare, ad amar più, ch'acquisto 
Farò maggior s* un cor sì saldo acquisto. 

^ S'ei ciò che più non vede, e più non puote 

Goder, con tal fermezza in mente serba. 
Ch'i preghi altrui, che le pietose note 
Udir non vuole, e 1* altrui pena acerba 
Sanar non cura, e per le vie remote 
Fura la mente incontro Amor superba; 
Io perchè non costante in far che sia 
Beltà, ch'io scorgo, e goder posso, mia? 

65 bel core, o bell'alma, or quando unirò 
Natura e '1 ciel tante delizie altrove. 
Quante in sì bel sembiante io ne rimiro, 

E quante in voi n'ascose il sommo Giove? 
Io che pregante, amante in van sospiro 
Fin qui per voi, se qual cagion vi move 
Contemplo, ad amar più m* è duce e guida, 
E quel che mi spaventa, anco m' affida. 

66 Si parla con se stessa, e si consola, 
E non minor conforto ella riceve. 
Perchè non vive in tale stato sola; 
Ch' ogni mal fa l' aver compagno lieve, 
Che come innanzi al sol nebbia sen' vola, 
si strugge per lui falda di neve, 

Cosi fugge il dolor da 1' egra mente, 
S' ha compagnia con chi sfogar sovente. 

67 Ha compagna, e l'ha tal, che far leggiero 
Può non sol con far noto il suo dolore. 

Ma col veder ch'in lei non men sia fiero 
Protervo amante, o men tenace amore: 
Armida è seco, e fin dal dì primiero 
Quasi avuto han per uso insieme l'ore 
Menar, poi che di sé contezza vera 
Ebber, che l'una e l'altra in Solima era. 



CANTO SECONDO. 206 

Grata e pari union, chi la potrebbe, 
Se ben compra con oro, aver più cara? 
L' una pianse talora, a l' altra increbbe 
Il pianto, e dolse la sua doglia amara. 
Crebbe la confidenza in tanto, e crebbe 
jj amoif fra loro : una a soffrire impara 
Al sofferìr de V altra ambe l' istesso 
Mal provano, ambe l'hanno ognor d'appresso. 

Gli andati suoi piacer V una racconta, 
E dolce noia in raccontarli sente ; 
Poi d* averli perduto offesa, l' onta 
Piagne, e d'altrui si duol, di sé si pente 
W esser d' amata ancella, e in ira monta. 
Che sien le fiamme altrui si tosto spente; 
£ d'esser ascoltata in parte vaga 
Spiega irata il suo duol, ma non l'appaga. 

L' altra d' amor 1' occulta piaga antica 
Narra, e qual man, qual arme il petto aprille; 
La servitù, l'essiglio, e qual nemica 
Fortuna alti perigli ognor sortille; 
Qual nova speme, e da qual sua fatica 
Nasca, e quanti sospiri, e quante stille 
E del petto e de gli occhi han fatto fede 
Ch' ella morta appo lui trovar mercede. 

Questa nuova pietà, benché tenuta 
Prima io fossi d' usarla, Erminia dice, 
Se così tosto il suo voler non muta, 
Né '1 suo bramato guiderdone elice, 
E se mostrarsi il Signor mio rifiuta 
Benigno, é perch' a lui tanto non lice: 
Ma nel mio Regno, e qui parve a' miei lumi 
Esca d'Amor nel viso e ne i costumi. 

Ivi, benché '1 destin priva m' avesse 
De la patria, del padre e d' ogni bene. 
Col mio peso terren lo spirto elesse 
Volontario servire, e fùr le pene 
Nel quoto oblio dal cor sepolte, e messe 
In bando, e si mi scorse allor le vene 
Novo insolito arder, che le ruine 
Furo amare al principio, e liete al fine. ^ 

Ma non ruine furo, e non distrusse 
Egli il mio ben quando la patria m'arse, 
Buina fu che 'nsieme ei non ridusse 
Me seco fuor de le reliquie sparse. 
L' incendio a me splendor sembrò, che fasse 
Sceso dal Ciel sol per bearmi, e parse 
Che fra '1 sangue e fra l' ire al molle petto 
Per lui passasse il suo maggior diletto. 

Novo e strano miracol, che si trovi 
Fra gì* incendi e fra l' arme in dura sorte 
Vergine donna, e nel suo danno provi 
Diletto e scherzo rimirar la morte, 
E brami che s'allunghi o si rinovi 
L'atto del suo cadere, onde le porte 
(Quand' altri più la tien sommersa al fondo) 
Nobil cagion di stato alto e giocondo. 



206 CANTO SECONDO. 

75 Qui poi sorte cangiammo in parte, et io 
(Bench'egra de la mente) il corpo sana 
Languir ferito il vidi, e dal suo rio 
Stato, medica, il trassi, e per la piana 
Via di salute scòrsi, et egli il mio 

Stadio ebbe in pregio, e non fia forse vana , 
L*opra, e darammi il Cielo, o chMo lo spero, 
Lui più placabil tosto, o men severo. 

76 Ma qual severo il fingo, o qual mostrommi 
Atto, pensier d* umanità mai scemo? 
Anzi forse non meno il cor 1 egommi 
Mansueto sembiante or ne T estremo, 

Di quel che quando intatta egli salvommi 
Nel proprio nido: or qui dove noi seme 
Tal il vidi ne gli atti e nel sembiante. 
Che, se ben fugge Amor, lo spero amante. 

77 Fu *1 volto bel d* un bel pallore asperso. 
Pallida anch'io nel medicarlo venni, 

Sì dols'egli, io mi dolsi: al Ciel converso 
Sospirò, sospirare anch'io convenni. 
Trattai le piaghe, e intenerita, verso 
Il guerrier volta, il pianto io non ritenni. 
Si trafitta allor fui, sì dì duol piena. 
Che tolte in me V avrei con minor pena. 

78 Ma se la man trattollo, e l'occhio il vide, 
E tal giacer col core egro mirollo: 

Ben del caro piacer 1' alma s' avvide. 

Sì nel seco trovarsi allor gustollo: 

Or che fatto già san pur si divide 

Da me, si eh' arrestar l' alma non puollo. 

Di quei ben priva, ella veder piagato 

No '1 brama già, ma ben se '1 brama a lato. 

79 s' avvien mai, che per pietà rimiri 
Egli qual per lui piaga il cor mi colse, 
Qual più dolce di pianto e dì sospiri 
Frutto nel giardin mai d'Amor si colse? 
Qui die fine al parlare, in duoi bei giri 
Di chiare stille i duo begli occhi involse; 
Ferma nel petto il dir, ne l'altra i lami 
Come arda dentro, e fuor poi sì consumi. 

80 Così r altrui miserie Armida ascolta 
Pietosa, e parte del suo mal si lagna. 
Né tien la doglia sua nel seno accolta. 
Ma di lagrime anch' ella il viso bagna; 
Più cose in so rivolve, e poi rivolta 

Apre anch'olla il suo duolo a la compagna, 
Lo spiega, e scopre a l'altra il suo consiglio, 
Tien' ella intento al dir l' orecchio e '1 ciglio. 

81 Ben' io maggior cagione, oude mi vanti 
Ebbi, et or l'ho maggior di che dolermi, 
Ch'i diletti amorosi, i piacer tanti 

Una stagion con lui potei godermi. 
Freddo nembo d* orror poi tosto in pianti 
Converse, lassa, i miei diletti infermi; 
Caddi serva d' amante in vii dispregio. 
Perduto avendo d' onestate il pregio. 



CANTO SECONDO. 207 

CoBÌ fortuna in un girar di ciglia 
Le cose alte e le basse in nn rivolve ; 
E sì tosto le turba e le scompiglia, 
Come il vento veggiam minuta poWe. 
La rota sua stato d'Amor somiglia, 
In cui quanto più l'uomo entra e s'involve, 
Tanto al piacer lontan poi si ritrova, 
Ch'Amor saette in danno suo rinova. 

Io bene alto presumo, alto m' invoglio, 
Né per una repulsa ancor mi stanco. 
Né per aver la nave in duro scoglio 
Botta, mi vien l'ardire in tutto manco; 
Ben so le vìe di far che il mio cordoglio 
Cessi, e batta fortuna in terra il fianco, 
E vinto Amor senz'arme e senza prieghi 
L'arme e se stesso a le mie forze pieghi. 

Tu, se pur tanto ardisci, al mio parere 
Per tuo diletto almeno, Erminia, attienti; 

10 m' offro dar Tancredi in tuo potere, 
Solo audacia virile in ciò convienti: 
Non d' affrontai' nemiche armate schiere. 
Ma d' alzarti ne l' aria al par de i venti. 
Calcar le nubi è d' uopo, altro non dèi 
Ardire, e facil fia, s'amante sei. 

Quasi a miracol novo a tale offerta 
Stupisce Erminia, e con timor 1' ascolta. 
Non che fede a colei non presti certa, 
Ch' udito ha ben le prove sue tal volta: 
Ma in simil casi rozza et inesperta 
Trema, e la lingua ha nel silenzio involta, 
Ch' accettar vuol ciò che '1 cor brama, e poi 
Non ben ferma il pensier ne i desir suoi. 

Novità la spaventa e la ritraggo. 
Natura ve l'instiga. Amor l'alletta; 

11 van piacer l' occhio mental sottraggo 
Ai perigli per via non ben diretta; 
Speme rompe il timore, e per le piagge 
Del ciel volar col vago suo s'affretta. 
Di viltà feminil tutta si spoglia. 

Che così crede tosto uscir di doglia. 

Spiegava intorno a l'aria il manto nero 
La notte, e de i color privava il mondo, 
E già 1' umido sonno e lusinghiero 
Gravava altrui di grato immobil pondo: 
Quando la Maga al suo solito impero 
Chiamò gli spirti del Tartareo fondo, 
E fé' il carro apprestare,' e con l' amica 
Pronta s'accinse al corso e a la fatica. 

Ambe si parton donde a lor talento 
Ponno i due Cavalier, dal sonno presi, 
Attar su '1 carro, e non è '1 sonno lento, 
Che gli ha con l'arti sue la Maga offesi; 
S'alzan da terra, e a paragon del vento 
Lascìan le sante mura, e per paesi 
Vietati a quei, ch'ai gir non hanie penne. 
Tratto da forzo occulte il carro venne. 



208 CANTO SECONDO. 

89 Come perfetta palla in darò smalto 

Da buon braccio percossa in alto balza, ' 

Tal da terra si leva il carro, e in alto 

Porta i quattro, e con loro in aria s' alza: 

Cotal, se Borea impetuoso assalto 

Ha con Garbin protervo, un globo inalza 

di polve, di nubi, e quel s' invola 

I)a un luogo a T altro, e al par de' venti vola. 

90 Gìerusalemme in dietro il carro lassa, 
E ver* Damasco prende il camin dritto. 
Si mira sotto, mentre innanzi passa, 
Gilga e Norata, e segue il suo tragitto 
Lungo il fiume Giordano, e '1 corso abbassa 
Verso Perua, Talemme, Enne e Tarchitto: 
D' un guerrier ladra, e d' una ladra guida. 
In breve giunge al suo castello Armida. 

91 Dal quoto sonno ancor desto non s' era 
Alcun de' due, né desteransi tosto 

Si r incanto può in lor, con lui la fiera 
Maga gli avvinse. Il carro ivi deposto, 
Scese, e scender fé' l' altra, e in viso altera. 
Senza che tempo in mezzo abbia frapposto. 
Gli adagia in ricco albergo, e quando il sonno 
Gli lascia, essi di sé dispor non pouno. 

92 Dan l'alma in preda a l'amorose cure, 

E l'uno e l'altro è non guerrier, ma drudo: 

Non usberghi, non brandi e non sicure 

Loriche han qui, ciascun de 1' arme è nudo. 

In molli veste avvolti a le punture 

D'Amor son segno, e non hann'elmo o scudo; 

Di donne servi, e non guerrier di Dio 

Han r arme e '1 proprio onor posto in oblio. 

93 Quivi, in sicuro porto, Armida ferma. 
Al fin gli antichi suoi diletti gode. 

In quei si spazia, e '1 suo pensier vi ferma, 
E impedisce a l'amato e palma e lode. 
Dà l'esca Erminia a la sua mente inferma, 
E non vede altro bene, altro non gode. 
Che l'amato guerriero: in lui la sete 
Sfoga d'Amor, eh' a lei non è chi'l viete. 

94 Ma fugace è '1 diletto, e la speranza 
Nostra tosto sì secca, e '1 vago perde, 
E qualor più nel suo vigor s'avanza, 

E fuor germoglia allegra e mostra il verde. 
Tanto più sorte allor, che ne l'usanza 
Stabile sua, l' instabil non disperde, 
Meschia il fondo e la cima, e ne le rote 
Di lei pie saldo stare unqua non puote. 

95 Sotto il vessillo suo raccolte in tanto 
Quelle reliquie aveva il zio d'Armida, 
Che con la fuga sotto il nero manto 

De la notte salvarsi, e l'ebber guida. 
Con queste ardisce, e dàssi in parte vanto, 
(Pur che fortuna al suo disegno arrida) 
Allor, che men tal cosa il Franco aspetta. 
Far de l'uccise genti sue vendetta. 



CANTO SECONDO. 209 

Per più d* un messo a lui la fama corre 

Spesso ouDzia del falso, et or del vero, 

Che con pochi Boemondo il voto a sciorre 

Ne viene a la città del no?o Impero. 

Con questi a lui vuoisi il Tiranno opporre, 

E vittoria ottenerne ha per leggiero, 

G* ha gente, benché vinta, esperta, e i lochi 

Sa bene, e eh' a incontrar si va con pochi. 
Con tal pensier gli essorta, e insieme aduna, 

E dice lor che'l Cielo a tanto bene 

Gli serba di vendetta, e la fortuna 

Finge propizia, e avviva in lor la spene. 

Giunge a queste altre forze, e l'importuna 

Voglia ognor più di sangue avida viene. 

Capitan d'oste ormai, non d'un drappello 

Guida, giugne d'Armida egli al castello. 
Schernisce l'arti sue consiglio avverso 

Del Ciel, che le sue voglie ancor delude: 

L'uno e l'altro guerrier ne l'ozio immerso 

Tema e pensier d'arme, e nemici esclude: 

Da lui, che vien, còlta improvviso, verso 

Lui vanne, e per color ch'ivi entro chiude, 

Finge menzogne, a lei sol questo lice 
Per coprire il suo falso, e così dice: 

Già non dà il Franco a le vittorie sue 
Lieto, qual foi*se egli pensossi, il vanto; 
D' arme quel giorno anch' io coperta, i due 

Qui menati prigioni aver mi vanto. 
Che fér soli più danno a l'arme tue, 
E di ero a noi maggior cagion di pianto 
Che mille schiere, e ben fra fuga e morte 
Di tanti, sola ebb' io propizia sorte. 

Qui gli serbo, e poi tu ben più sicuro 
Questi seguire, e far novi disegni. 
Che non è senza lor d'oste o di muro 
Forte il nome Cristian centra i tuoi sdegni. 
Sì del fatto l'affida, e in tauto al duro 
Caso riparar pensa, e non dà segni 
Del suo voler; ma poi come il Tiranno 
Parta, vuol questi assicurar dal danno. 

Leva le mani al Ciel, che le due teste 
Ai Pagan sì dannose egli abbia quivi, 
E di nova speranza il cor si veste 
Far del sangue fedel correre i rivi: 
Ma comanda egli, e vuol, che dentro a queste 
Mura di libertate al tutto privi, 
Sion serbati in prigion, si eh' in più lieti 
Pensier sicura egli la mente acqueti. 

Qui posa un giorno o due, fin che li giugno 
Gente, che da più parti ancora aspetta: 
Questa intorno al Castel già si congiugne 
Co' suoi, già il campo è pien dì gente eletta. 
Altri più non s' aspetta, e '1 desio pugne 
Tutti egualmente a T arme, e tutti alletta 
Centra l'Antiocheno, e '1 di prescritto 
Chiama i Siri al partir con quei d'Egitto. 



880.» 14 



210 



CANTO TERZO. 



ABGOICENTO. 

Oianto al castel d'Armida, ardito o baldo 
Co '1 resto dell' essercito Idraote, 
Preso rlman Tancredi con Rinaldo : 
Va contra Boemondo, e a scure e ignoto 
Prigion li manda; e in ciò di so ben saldo 
Elegge essecator; ma Idetta puote 
Pur liberarli : estinto con le infide 
Genti Idraote, Armida anco s' uccide. 



1 Ma il barbaro tiranno, in cui non poco 
D'Armida e de' campion sospetto regna, 
Sospetto che d' Amor fatta esca al foco, 
N'arda, e col tempo a sprigionargli yegna, 
Pensa come gliel vieti, e dal suo loco 
Menarli seco in servitù disegna; 

Che s'in fortuna avversa ha questi, un pegno 
Ha, con cui stabilisca il proprio regno. 

2 Le squadre oltra incammina, e via ne mena 
Con quella oste diversa i guorrier seco; 
Stringe le braccia lor ferrea catena 

Tratti che son del career duro e cieco, 
Gli vedi, e te'l comporti, Armida, e pena 
Ne senti, ma ben poi discorri teco 
Far, mentre il zio con Boemondo pugna, 
Che lor non tardo il tuo soccorso giugna. 

3 Per celar egli il ver: Questi ve', dice, 
Ch'a Damasco in prigion tanto si stieno, 
Che de l'instante pugna il fin felice 

Col non essermi contra in man mi dieno, 
In fin ch'i petti e l'arme e de l'ultrice 
Ira il dolor sarà sfogato a pieno. 
Per lor, se '1 pensior falla, i nostri noi 
Da le man de i nemici avrem di poi. 

4 Con quest'arte il fellon de la nepote 
L'arte e'I diseguo agevolmente inganna: 
E non vuol, ch'ella sappia, o ch'ella noto 
Qual via faran; ma in van per sé s'affanna; 
Che già condurli seco egli non puote, 

E'I suo sapere il Ciol schernisce e danna; 
Ma non in prò di lei rompe i disegni 
Di lui, che par che contra ambi si sdegni. 
^ Non lungo al suo castel, verso ponente, 

È bipartita via: l'una conduce 
Là dove ad incontrar la poca gente 
Si va, che Boemondo ha per suo duce; 
L'altra mena a Damasco: or la dolente 
Pensa, come più in ciel Febo non luce, 
In questa, mentre il zio per l'altra corre, 
A le guardie i campion per arte tdrre. 



CANTO TERZO. 211 

■ 

Se l'irriti ella contra, o pur si scopra 
Per donna a lui, che sia de Tonor priva, 
No *1 pensa ella o no'l cura; essequir Topra 
Disegna, o (se no'l fa) non restar viva. 
E ferma è sì nel suo voler, ch'adopra 
I conforti con l'altra, a cui nociva 
Piaga d' aspro timor facea nel seno 
Aspra quella d*Amor col suo veleno. 

Molle Erminia è di cor, non ha consiglio, 
Inesperta a gli inganni, al dolor pronta. 
Bagna (ch'altro non fa) di pianto il ciglio, 
E'I suo breve piacere or danna e sconta. 
Vede ella del suo caro il gran periglio. 
Se stessa ha in odio, e seco in ira monta: 
Né, perchè la conforti Armida, vuole 
Conforto o speme porre in sue parole. 

E piagne, e tanto al duolo allarga il freno, 
Ch'ogni regio costume al tutto oblia: 
Qual cara madre suole, a cui dal seno 
Svelto e scannato innanzi il figlio sia: 
come le Baccanti allor che pieno 
Del suon notturno il petto, alta follia 
L*instiga a gir sopra il Citerò a schiera. 
Tal ne i monti e nel piano orribil era. 

Bove (dice) e perchè per l' aria a volo 
Drizzasti Armida il corso, e con qual preda? 
Incauta, non vedesti un grande e solo 
Ben quanto male in luogo tal si creda? 
Qui, dove eterna poi cagion di duolo 
Ad ambe nasca, e l'una e l'altra il veda: 
Me teco in altri, allor ch'osasti tanto. 
Perdesti, ahi temerario ardir d'incanto! 

Quanto era me' per noi viver ancelle 
Palesi; e ricoprir secreto amanti, 
Entro al feminil sen, le fiamme belle. 
Che ree ci fanno e sconsolate erranti? 
Ahi che tempesta or da radice svelle 
L'arbore del piacer, che poco avanti 
Fiorì, ma tosto in precipizio eterno 
Lo spinse al basso crudo orribil verno! 

non fossi stat' io de le mie voglie 
Così pronta a scoprirti il grande ardore: 
Non tu si presta a medicar le doglie. 
Che crescon medicate il mio dolore; 
Ch'io non sarei fuor de le regie soglie 
Qui giunta a lagrimare un folle errore; 
Error di morte acerba, e de lo sdegno, 
(Ch'io stimo più) del mio signor sei degno. 

Così son due per la cagione istessa 
In un mar di dolor vive sommerse: 
Ma in differente modo, una l'impressa 
Doglia, ch'ai cor la via più breve aperse 
Preme entro e chiude, e di pensar non cessa 
Rimedi, e spera; e l'altra, in sé converse 
Le luci altrui, non spera, e mostra fnoro 
Quanto è lontan da' suoi rimedi il core. 



212 CANTO TERZO. 

13 Ma non è ancora il zio d* Armida al passo 
Giunto, che Tnna strada in due disgiunge, 
Gh*a lui sudato, polveroso e lasso 

Dal camino e dal Sole un messo giunge: 
A lui ne yien dolente, eU volto basso 
A terra tiene, e col silenzio il punge; 
Silenzio sì, ma in cui legger novella 
Puossi al diseg^no suo contraria e fella. 

14 Era un di quei eh* a discoprire inanzi 
La gente e i passi il Re mandato avea; 
E giunto a lui, ch'i sanguinosi avanzi 
Mena da le campagne or di Giudea, 
Porta ciò che veduto ha poco dianzi, 

E in vista nunzio di novella rea. 

Del Re domanda, e giunto al suo cospetto 

La voce in questo dir traggo dal petto: 

15 Signor, come imponesti, anch'io fra molti 
A spiar de' nemici intorno andai, 

E l'altr'ier su '1 matti n su ì vaghi e còlti 
Campi inanzi venir gli rimirai: 
Marchiar gli vidi, e dal timore sciolti 
Facili è l'esser vinti io gli pensai; 
Oh' è picciol oste, e di vittoria il pregio 
Fa ch'ogni gran periglio eli' ha in dispregio. 

16 Ma d'intorno a le rive ognor del mare 
Escon da mille navi uomini armati; 

La fama de l'acquisto ha fatto alzare 
Lieto grido per loro in tutti i lati ; 
S'uniscon questi a l'oste amica, e pare 
Nel crescimento suo stormo d'alati, 
Ch'ad or ad or s'ingrossi, e l'aria densa 
Kenda, e farassi al fin quell'oste immensa. 

17 Yien Boemondo, e non ha tema in vero, 
Ch'a lo stretto de' passi altri l'assaglìa, 

E si potea sperar ben di leggiero. 
Che restato saria vinto in battaglia: 
Ma se tal si rinforza, io più non spero 
Che contra lui l'ardir di questi vaglia. 
Né tema avrà di genti o vinte o nove, 
^ Capitan di gran cor, di molte prove. 

18 Qui tace: e'Ì Damascen per poco resta 
In dubio, e '1 dubio entro a la mente voi ve: 
Seguendo, a dura impresa andar s'appresta, 
Vii sarà, se fuggirlo ei si risolve; 

E facil Ila che la volante e presta 
Fama, eh' è quasi inanzi al vento polve. 
Scopra il timor di lui, la fuga scopra, 
E suo mal grado abbia '1 nemico sopra. 

19 Ruben, che staro irresoluto il vede, 
Uom feroce di man, di core ardito, 

E ch'uso è a trar da le marine prede 
Il vitto, abbandonando or l'onde e'I lito, 
Posto aveva di fresco in terra il piede 
Di questo Re, con cento, al* primo invito: 
Sprezzator de' perigli, in fior sembiante 
Cosi parlò, trattosi al Rege inante: 



CANTO TEEZO. 213 

A che si tarda il passo, e da qual tema 
Buon Re, sospeso star fra due ti veggio? 
Folle jiunzio d'error dunque si scema 
L'ardire in noi, che ne può trarre al peggio? 
Cresca l'oste nimica, ardisca e prema 
I pian interi in schiera: altro non chieggio. 
Botta maggior, preda maggior (non erro) 
Fra lor di lor faran la mano e '1 ferro. 

Cresce e s'aggiunge ognor? cresca e s'aggiunga 
Forza nova dal mare a l'oste avversa : 
Qua! ordin Aa fra lor per aspra e lunga 
Via, qual fermezza in qualità diversa? 
Qua] arme fia fra lor che tagli o punga 
Si che del sangue nostro appaia aspersa? 
Saranno or temerari (io'l so), ma poi 
Perderanno ogni ardir vedendo 1 tuoi. 

Esser non può eh' inordinato e nudo 
Numer di gente in un dal caso accolto, 
Si faccia in compagnia di pochi scudo 
Centra gente guerriera, e mostri il volto: 
E (non ch'altro) que' pochi, a' quali il crudo 
Tiranno è guida, a noi resister molto 
Già non potranno, e gente, anco inesperta 
De' luoghi, almen temuta esser non morta. 

Non avrem forse noi numero pare 
Dì gente, che star possa a questi a fronte? 
Contra tanti più hrami? a me non pare 
Uopo ch'oste maggior con lor s'affronto. 
Ma gente hai tu, ch'esperta e singolare 
Brama sol vendicar gli oltraggi e Tonte. 
Ma sien pochi quest'altri, e me per quanti 
Ci conti, e me di qual numero vanti? 

Si parla il fiero, e desta in chi l'ascolta 
Di guerra e d'arme un temerario ardire, 
E quella poca turba intorno accolta 
Gli acuti sdegni mostra in volto e l'ire; 
E già del Damasceno egli ha rivolta 
La mente dubbia e '1 passo a non fuggire: 
A quell'ardire, a quel parlare acerbo 
Ardiscon tutti, ardisce il Re superbo. 

Ma non vuol già, poiché non ha sì certa 
Speme, qual pria, di rimaner vincente, 
Offrir la strada a i due prigioni aperta 
Di liberarsi, ov'egli sia perdente; 
Che stima men che sia l'oste diserta 
Ch'ei mena, e rimaner privo di gente. 
Che perder due cotali, onde poi s'erga 
L'oste fedel per loro, e lui sommerga. 

Di seco allor condurli avea pensato, 
Che di vìncer teuea più certa speme; 
E temer non potea ch'avverso fato 
Sciogliesse il nodo, ch'or gli stringe e preme; 
Or cangia egli pensier, che cangia stato 
Fortuna, e seco ritenerli teme. 
Pensò per poco spazio, e in somma fisse 
Di farne quanto a la nepote disse; 



214 CANTO TERZO. 

27 Far eh* in Damasco, e dentro a la pili scura 
Tenebrosa prigion riposti siano. 

Cosi risolve, e ne dà allor la cara 
Ad nom, ne la cui fede ha fede a pieno'. 
À questo impon, che fin ch'entro a le mura 
Di Damasco i prigion giunti non sieno 
Non posi, e perchè far sicuro il possa. 
Manda egli seco una sua squadra grossa. 

28 E perchè, come lui Fortuna inganna. 
Egli Armida ingannare in ciò non resti, 
Perchè se pure ella salvar s'affanna 
Questi, ch'esser a lui potriano infesti, 
Ch'ella il vero ne sappia in tutto danna; 
Onde perch'a Damasco andar s'arresti 
Subito a lei ne manda un messaggiero, 
Che menta novo inganno, e celi il vero. - 

29 A questo dice: Or tu colà cammina 
Ratto d'onde partimmo, e nove porta 
Che da noi per timor d'alta ruiua 
Stata è de' due campion la coppia morta; 
E eh' a ciò far ne consigliò vicina 
Necessità, eh' a più crude opre essorta. 
Cosi levar di mente a lei disegna 

Di salvarli il disio, se pur vi regna. 

30 Vanne il messo al Castello, e la gran coppia 
A destra in ver Damasco altri conduce: 

Ma non cosi nel campo arida stoppia 
Arde, e Febo nel ciel cosi non luce. 
Come i cor generosi ira, ch'addoppia 
Sue forze in loro, e fuor passa e traluce 
E nel volto, e per gli occhi: a chi gli mena 
Dostan terror legati anco in catena. 

31 Cosi talor due generose fere 

Di Libia prese, e in duri lacci avvolte. 
Col guardo sol de i cacciator temere 
Fanno d'intorno a sé le turbe accolte: 
E cosi legate anche alzan l'altiere 
Cervici, e in chiome rabbuffate e folte. 
Benché in membri legati, appar di fuori 
Animo ostil, che squarci e che divori. 

32 Tal se ne vanno i forti, e '1 dubbio core 
Dentro mille pensier preme e nasconde, 
Qual uom, che sogni aver commesso errore 
E per lungo uso d'innocenza abonde. 

Non ben fra '1 cupo e taciturno orrore 
Ha memoria del fato, e in sé confonde 
L'ora, il modo, il misfatto: in tale inganno 
Ver' Damasco menati essi ne vanno. 

33 Già più che mezzo avea nel carro d'oro 
Trascorso il biondo Dio del suo viaggio. 
Et a dar cominciava alcun ristoro 
Compartendo a' mortai men caldo il raggio, 
E facea tremolar l'elee e l'alloro 

L'aara ch'ondeggiar fa le biade il maggio, 
Quando centra la turba un gran guerriero 
Yien solo armato sopra un gran corsiero. 



CANTO TERZO. 215 

Sembra latte il destriero, o pur non tocca 
Neve caduta in solitario colle; 
Nove sembra il cimiero, allor che fiocca 
Per l'aria, o poi sopra il terren s'estollo; 
Bianca è di spame e lor morde la bocca, 
Che più frenata rende il fren più molle; 
Terso e lucido acciar la testa e '1 busto 
Gli arma, e '1 fa vago, e '1 credi anco robusto. 

Marte sombra al sembiante, e ben chi '1 mira 
Marte il diria, ma tien sospesa in alto 
La visiera dal volto, e qualor gira 
Gli occhi move d'Amor soave assalto: 
Atti a frenar nel petto a Giove l'ira, 
E i cor ferir d'adamantino smalto; 
E le sue lucide armi, senza fregio, 
Sopravesta non hau vile o di pregio. 

Cavalca, e sol ne vien lungo la sponda 
Destra il guerrier dì chiaro e picciol rio; 
Yan contr' acqua i prigioni, egli a seconda, 
Come d'onore il porta alto disio: 
Rende il fiato di lui lucida l'onda, 
E percotendo l'arme il biondo Dio 
Lampeggia, e pare (oltr'ogni uman costume) 
Che'l Sole in lui si specchi, egli nel fiume. 

Guerrier questa non è, ma diella a l'armi 
Spirto guerrier, che lei tolse a la gonna, 
E vai, quantunque giovanotta s'armi, 
Più di quanto aspettar si può da donna; 
Poco anzi chiusa, or vien che non risparmi 
Lo vita in arme, e ne l'oprar s'indonna: 
Idetta ha nome, al gran Bugliou sorella. 
Che con Eustazio il forte era gemella. 

Piacque al fratel che questa in Oriente 
Con (lutura passasse in compagnia, 
Gutura moglie a Balduin, che sente 
Noiosa men con lei sì lunga via: 
Donna di rogai sangue e d'alta mente, 
E ch'in Francia menar con lei solia 
L'ore del dì sovente, e l'ora grata 
Qual suora, o figlia sua, non qual cognata. 

Seco, ben che di guerra il cor bollisse 
Quale a modesta vergine conviensi, 
In Eraclea rimase, e con lei visse. 
Nel molle sen chiudendo spirti accensi. 
Cesse al fato Gutura: ella allor disse: 
Idetta, or quivi a che fermarti pensi, 
Dove il tutto il nemico intorno scorre. 
Mentre lungo Goffredo inauzi corre? 

Già non debbo io da mal guardate mura 
Vergine donna sola esser qui cinta. 
Lungo da l'oste amica, e mal sicura 
Dì non vi rimanere un giorno estinta: 
Morto vile plebea, da qual più dura 
Sorte esser può donna real mai vinta? 
Meglio è là, dove in campo i miei germani 
Pugnan, morendo oprar per Dio le mani. 



216 CANTO TERZO. 

41 Fatto questo pensier tace, e provvede 
Opportune al bisogno arme e cavallo, 

Si serra in celiai e vibra il brando e crede, 
(Che vigor sente in sé) di non far fallo: 
S'arma il busto, e s'addestra, e ferma il piede, 
Lo scudo imbraccia, e se pur poi potrallo 
Usar come conviensi in guerra tenta. 
Né de le forze sue punto sgomenta. 

42 Poi che più giorni senza alcun contrasto 
Provata s'ebbe ove nessun l'osserva, 

Dal vii ozio a i perigli il petto casto 
Espone, et alcun fido ha che la serva: 
Qoal correr suol fiero leone al pasto, 
in selva i can fuggir timida cerva: 
Né dubbio alcuno ha nel voler concorde. 
Che rè cibo il pugnar, l'ozio la morde. 

43 Partì soletta e sconosciuta, e mille 
Campagne corse, e riversò per terra 
Gente infedele, e del suo cuor faville 
Mostrò cortese e valorosa in guerra; 
Lontan da le cittadi e da le ville, 

Per non si scoprir mai baldanzosa erra: 
Or sopra il fiume giunge, e questi mira, 
L' abito fedel nota, e monta in ira. 

44 In arrivando avria la donna forse 
D'amoroso stupor le menti ingombre: 
Ma come prima i suoi conobbe, e scorse 
La squadra rea, le sue dimore sgombre 
Batto precipitosa innanzi corse 

Pur come se '1 sentiero i venti o T ombre 
Serrin leggiere, e non d'armata gente 
Squadra di forze e di vigor potente: 

45 Lascinsi (grida) questi, e più non prema 
Lor il collo le braccia indegno nodo, 
Sotto carco sì vii più tosto gema 

Empia gente infedel, piena di frodo! 
E sembra allor che più cruccioso frema 
L' ondoso Noto, e '1 più vicin di sodo 
Urto in terra distende, e innanzi passa 
Per correr l' asta, e la visiera abbassa. 

46 A quel parlare, a quella ingiuria acerba 
Ciascun si desta a l' ire, e l' arme stringe : 
Tema ancor non gli arretra, ancor si serba 
L' ardire in tutti, e ciaschedun la finge 
Sua facil preda; ella ne vien superba, 

E '1 cerchio, che con i' aste ormai la cinge, 
Kompe, e folgore sembra, e sol de l'asta 
Un colpo a levar due di vita basta. 

47 Un passato nel mezzo, e col troncone 
L' altro percosso in testa a morte corre. 
A la spada la destra ardita pone, 

E in guisa di ben ferma eccelsa torre, . 
Fra 1' uno e l' altro Principe prigione, 
Che stanno a rimirar chi gli soccorre, 
L' impeto ostil sostiene, e '1 tempo attende 
Di sciorgli, e muor chi lei pur poco offende. 



CANTO TERZO. 217 

Di sdegno il Capitan freme e di rabbia, 
Che vede far de' suoi strage e macello ; 
Più di venti ne son sopra la sabbia. 
Morto mal vivo questo, inutil qaello; 
La lancia arresta, e crede ben eh' eli' abbia 
Nessun riparo a quello scontro fello: 
Ma non piega lèi più col grosso pino, 
Che r aura lieve pieghi il giogo alpino. 

Sostien qual alto e ben fondato scoglio 
L'impeto ostil, ma non cosi sostiene 
L' ingiuria, e con colui piena d' orgoglio 
Sì stringe, che di novo a lei ne viene; 
£ s' io son (dice) qui quel eh' esser soglio 
Ben pagherai del troppo ardir le pene! 
Mona in questo la spada, e fiede in fronte 
Colpo, che far potria piegar un monte. 

Piegò, mal grado suo, la testa altera 
Idetta allor: ma in quel medesmo punto 
Ella il braccio cacciò per la visiera, 
Ch'a l'occhio destro, indi a la nuca è giunto: 
Quel cade, ultima notte inanzi sera 
Mirando, et ella ad un, che '1 braccio punto 
Lo avea col brando, fere in su l' elmetto 
E '1 taglia e parte il capo in sino al petto. 

Morto è quel che di lor fu capo e guida 
E non san gli altri ormai far più riparo: 
Sciolgansi (1' un prigione e l' altro grida) 
Questi lacci, o guerrier, che ci legare; 
Lascia che questa man sia 1' omicida 
Di quei che salvi le tue man lasciare! 
Ella, ch'alcun no '1 vieta, a lor ne viene, 
E fa in terra cader 1* aspre catene. 

Freccia che d' arco fuor libera scocca, 
Fulmine che dal ciel Giove ne mandi. 
Non sì veloce corre al segno e '1 tocca 
Quella, fa questo alte ruìue e grandi 
Di ben grosso parete a forte ròcca 
Con lagrimabil danni e memorandi, 
Com' or veloci e in forze estreme uniti 
Yan di Marte essi a i sanguinosi inviti. 

De' brandi onde per man de la guerriera 
Morti tanti e feriti in terra sono, 
Àrman le forti destre, e con leggiera 
Destrezza a due destrier, eh' in abandono 
Yanno, premon le selle, e d' una altera 
Sembianza armati in minaccevol suono, 
D' irate voci a la vii gente fanno 
Sentir atroce irreparabil danno. 

Quei van fuggendo ove a traverso il calle 
Per via men lunga, a 1' oste lor gli guide ; 
Ma tosto i liberati hanno a le spalle: 
Un di lor passa innanzi, e lor recide 
La strada al passo d' una angusta valle 
(Sì fra due tanta strage or si divide) 
L* altro (che fu Tancredi) in dietro tenne 
Il passo, e da le spalle a ferir venne. 



218 CANTO TERZO. 

55 Ma 1a graorriera, poi cbo sciolti gli ebbe; 
£ lor vide anco a vendicarsi buoni, 

Segue il dritto cammin, che gir vorrebbe 
Al fratello, e *1 destrier punge co* i sproni : 
Ma punta ella è d'Amor, che tanto crebbe, 
In tórre a le catene i duoì campioni. 
Che mentre sciolse altrui, legò se stessa, 
£ sentì al cor novella forma impressa. 

56 Ambi mirolli, ambi lodolli, e parve 
A lei ciascun di lor degno di pregio : 
Pur lodò più Rinaldo, e più le parvo 
Per beltà, per valor, guerriero egregio. 
Sentì colpo d'Amor, ma sogno o larve 
Lo stimò allor V eccelso animo regio ! 
Seguir volse, e pentissi, et ebbe a scherzo 
Scender dal quinto cielo armata al terzo. 

57 Ma quanto oltre più va, convionlc a forza 
Sentir più il nodo che T allaccia e stringe; 
Fiamma sprezza d'Amor, ma non 1' ammorza, 
£ quella serpe e V alma intorno cinge ; 
Tacita ella trapassa, e de la scorza 

Non si contenta, e pur la donna fìnge : 
Finge che non sia ver, ma sente in breve 
Che rimedio suo mal più non ricevo. 

58 Ma già precipitoso il suo cammino 
Trascorso aveva il sole, e '1 mar di Spagna 
Gli dava albergo in seno, e '1 peregrino 
Più non traggo va il passo a la campagna, 
Quando d'Armida il zio falso indovino, 
Che va per córre e fìa còlto a la ragna, 
Poi che col vel copre la notte i poggi 
Vuol eh' ove egli si trova il campo alloggi. 

59 Riposa il campo ben, ma '1 cinge intorno 
Di fossa, e con tal guarda ei l'assicura 
Che temer non si possa oltraggio e scorno, 
Qual s' entro fosse a ben guardate mura. 
Quinci partir disegna al far del giorno 
Per incontrar la buona o rea ventura, 

£ crede egli per quel ch'ascolta e sente 
Trovarsi a fronte i nostri il dì seguente. 

CO Non bene ancor da l'orizzonte i fiori 

Del coronato crin V alba scopriva, 
Ma fra '1 vel de la notte e i primi albori 
Incerti e dubbi ancor non desta apriva; 
Quando senza sentirsi altri rumori 
L' oste infedel dal chiuso vallo usciva, 
£ in fermo ordin disposta a gire inanti 
Con silenzio movean cavalli e fanti. 

61 Yan taciturni, e inanzi alcun precorre 

Lieve a scoprire e gì' inimici e '1 sito ; 
Segue il campo, e per via tenta raccòrrò 
Gente dal monte, e trarla seco al lito : 
Onde numero par bì possa opporre 
Col già raccolto stuolo insieme unito 
Al campo de' Cristian : ma co' suoi mesce 
Gente, ma di vigor non già gli accresce. 



CANTO TERZO. 219 

Turba inesperta e vile, è, qual il caso 

L'offre a necessità, ministra indegna: 

Come se '1 prezioso umore al vaso 

Manca, e del vile empirlo altri s' ingegna : 

Ma son disposti i primi e persuaso 

S'ban la vittoria, e questa e quella insegna 

Già tremar vedi al vento, e, vane, il vento 

L'arme insieme ferir (vano ardimento). 
Marcian le squadre infide, et ban già corse 

Per la parte maggior T ore del dio, 

Et ecco un di color eh' inanzi corse, 

Torna, e calcando or le medesme vie. 

Nunzio di certa nova al campo porse 

Come r oste cristiana oltra s* invio 

Per larghi pian lungo sci miglia o manco, 

E la segue per mar 1' armata al fianco. 
Sotto ordine miglior le squadre allora 

Vario e diverse il Damascen raduna. 

Qua scorre e là per Toste e la rincora, 

E '1 ciel finge propizio e la fortuna. 

Corse passando un breve spazio d' ora. 

Quando a scoprir senza contesa alcuna 

De r oste avversa in luminoso e chiaro 

Suono e splendor le squadre incominciare. 

L' esser cito fedele ancor che nova 
Di tal incontro avuta egli non bave. 

Pur tema vile in lui luogo non trova. 
Nò punto a lo scoprir de V arme pavé. 
Gli ordini il capitan vede e ri nova, 
E scorro intorno baldanzoso e grave. 
Addita a' suoi guerrier vinti e fugati 
Guerrier, non di valor ma d'ira armati. 

Così con fronte ardita inanzi vassi 
Così da gì' infedeli inanzi viensi, 
E non è chi ritrarre indietro i passi, 
pur di tardo gire in parte pensi; 
Fronte di cavalier coi ferri bassi, 
E con gli spirti a sparger sangue acccnsi, 
Vènsi a ferire, e giù cader gli miri 
Morti altri, altri trar gli ultimi sospiri. 
Al arco inanzi viene e '1 ferro abbassa 
Centra Gismondo, e morto in terra il pone : 
AI fìer Selin Riccardo il petto passa, 
E traboccare il fa fuor de l'arcione; 
De la spezzata lanza il tronco lassa, 
E trova Assan col brando e se gli oppone; 
E la gente ch'ò a pie confonde in tanto 
Gli ordini, e '1 tutto empie di morte e pianto. 

La gente è qui di men valor che pugna 
D' ambe le parti, e nel pugnar son pari, 
E si mantiene in stato egual la pugna, 
E non appar eh' in parte alcuna vari : 
Par che d' ambe le parti a morte giugna 
Numero egual per tutto, e non prepari 
prometta vittoria ancor la sorte, 
Nò segno alcun più in qua che in là ne porte. 



V 



220 CANTO TERZO. 

69 Fra le turbe pag^ane allor si mise 
Con Sabin da Croton Baggrìer d'Aversa, 
Al cui valor tanto fortuna arrise, 

Che a favorir per loro in lor conversa 
Gli spinse innanzi audaci, e fra l'incise 
Membra e fra *1 sangue, che deriva e versa 
In lago ormai, di sé lasci&rvi grandi 
D'alto valor vestigi e memorandi. 

70 Non fan più resistenza i Siri allora 
Quivi al furor de i formidabil brandi, 
Ch'ai superbo Aquilon piacevol óra 

gregge a lupo che rÉrcinia mandi. 
Tu per man di Sabin l'anima fuora 
Tersi, forte Budeno, e mentre spandi 
Il proprio sangae non lontan ti vedi 
Siracono il fratel cadere a i piedi. 

71 Al valor di due soli, a le gran prove 
Prende ardire il fedele, il Pagan teme: 
Ormai quel foga, e questi fugge, e dove 
L' ardir fu pari in tutti, or nova speme 
Di qua ministra ardore e forze nove, 
Di là morte, spavento e danno insieme; 
Ma no '1 comporta lungamente il Mago, 
Che spinge inanzi i suoi di sangue vago. 

72 Et a Ruben, che verso gli arenosi 
Lidi il corno sinistro in guardia avea, 
Fa saper che co' suoi più non riposi, 
£t ei poscia il destrier colà volgea 
Dove di gloria i due guerrier bramosi 
Più incrudelir nei danni suoi vedea: 

L' asta contra Sabino arresta, e '1 coglie 
A r elmo, e piega luì, l' elmo discioglie ; 

73 E torna, poi che disarmato ei resta. 
Per levar con la spada il capo al busto: 
Ma Ruggier se gli oppone, e da tempesta 
Schiva il compagno del Tiranno ingiusto. 
Che tempo in tanto ha di coprir la testa. 
Ma stretti ambi ormai son da cerchio angusto 
Che gli preme, e di trarsi in lor si sforza 

La sete che col sangue uman si smorza. 

74 Ma sdegnoso non men, non men feroce 
Da sinistra Rubeno entrò in battaglia 
Contra il destro de' Franchi, in cui veloce 
Cavalleria contra il corsar si scaglia. 
Tulio il forte gli guida, e con l'atroce 
Pagan di forze e di gran cor s'agguaglia. 
Con lo squadron di mezzo intanto corre 
Boemondo, e i primi che fuggian soccorre. 

75 Gli sgrida, gli conforta, e lor la faccia 
Volger fa dove dianzi aveano il tergo, 

E fra le turbe folte oltra si caccia, 
Come in riva del mar ne V onde il mergo : 
Convien che chi 1' aspetta in terra giaccia 
E lasci l'alma il suo nativo albergo; 
Che del braccio, e del brando a i colpi duri 
Non par eh' usbergo od elmo altri assicuri. 



CANTO TERZO. 221 

Inanzi al Mago et a Boemondo il forte, 
Qui cerca ogni guerrier sembrare Achille: 
Non pallida si Tede errar la morte. 
Ma d' atro sangue rossa, e in guise mille 
Ai miseri mortali aprir le porte 
D*Ayerno : e qui non Tedi -o righe o stille 
Ma fiumi e laghi, e i vivi in lor sepolti 
Co* morti insieme in vari monti accolti. 

Non è minor la strage, ove Rutèno 
Ha Tulio incontro et di Campagna il fiore: 
Si scontr&r questi, e colpir l'aste a pieno 
Su gli elmi, e fur del pari, e poscia fuore 
Trasser le spade, e d'ira accesi il seno 
Mostra ne fan tra lor: ma quel furore. 
Quel furor che le schiere urta e confonde. 
Gli sTÌa per forza a sfogar Tire altronde. 

Ma Rinaldo e Tancredi a lor grand' agio 
Fatto vendetta avean di mille torti, 
E già, sorta la notte, ad un palagio 
Ne gian, lasciando a'corbi i corpi morti: 
Son d' arme provveduti, e dal disagio 
Non posan pria eh' a lor la fama apporti 
D'Idraote il disegno, onde col sole 
Sorge la coppia e più tardar non vuole. 

Non molto innanzi andar, che da più freschi 
Avvisi udir, eh' ognor più s* avvicina 
L' oste fedele, e i capitan Turcheschi 
Fronti innanzi ne vanno a sua ruina. 
Esca non è che cosi il pesce adeschi. 
Come or tal nova questi, et a mancina 
Correr con tal prestezza al mar gli vedi 
Ch' orma i corsier non fan nel suol co' piedi. 

Fortuna arrise al gran desir, che tostò 
Yider de' primi fuggitivi sparsi, 
E eh' i due campi indi non sien discosto 
Da questi in mente loro assicurarsi: 
Seguirò, e de l' un campo a 1' altro opposto 
Yider tosto le schiere insieme urtarsi; 
Ma cosi l'uno e l'altro ha il destrier lasso. 
Che non che a giostra, non son buoni al passo. 

Scorrer ne veggion molti a brìglia sciolta, 
Scarchi in tutto del peso a selle vote, 
Fuor della zuffa mescolata e folta, 
Tal che in miglior cangiar ciascuno il puote. 
Ciascun montato, e grossa antenna tolta 
Fra la calca più stretta urta e percote: 
Or qual può densa calca o vigor saldo 
Non aprirsi a Tancredi et a Rinaldo? 

Son tosto in mezzo a l'inimiche schiere, 
Né lor la lancia in mano ancor si rompe. 
Sì le due forti destre ora leggiere 
Provan le forze altrui, tanto interrompe 
Il corso a lor di mille e più bandiere 
Numero, che si guasta e si corrompe, 
E non resiste a lor più, che si faccia 
Stormo d' alati vii s' aquila il caccia. 



222 CANTO TERZO. 

83 Ma le sdegnano al fine, e vìa lontano 

Le {gettano ambi a fiera pugna intenti; 
Àmbi del ferro acato arman la mano, 
Nullo intoppo è eh' a questi il corso allenti. 
Vede Tancredi il zio, che i monti al piano 
Alza egli sol de le straniere genti. 
Il riconosce a V arme ricche, e '1 grido 
Alza, e se stesso scopre al popol fido. 

Si Sì fa noto il gran nome, e fassi noto 

L'altro per lui non meno in guerra saldo, 
Scorre intorno la fama, e del devoto 
Popol ne' petti accresce ardire e caldo ; 
Già va dal piò vicino al più remoto 
Luogo, e Tancredi in un suona e Rinaldo : 
Passa ancor tra' Pagan, ma disuguale 
Da quel de' nostri affetto allor gli assale. 

85 Orror più che di morte i cori ingombra 
Pali or più che di morte i volti imbianca ; 
Fugge il Sole, e 1' orror cresce con l' ombra 
Che cresce più, quanto più il giorno manca. 
D'ogni più fier pagan la mente adombra 

La man d' ogni più forte al tutto è stanca. 
Morte e sangue il terren copre e rimbomba 
Di strida l' aria e d' alto suon di tromba. 

86 Trova Tancredi Assan, che presso al Mago 
S'è posto, e '1 fedel impeto sostiene: 

Di morti nn monte, e d* atro sangue un lago 
Ha sotto, e '1 vede quando se ne viene : 
No '1 fugge, e quasi di morir sia vago 
Colpo menò, non già ferì, ma bene 
L' altro percosse lui dì cosi crudo, 
Ch' in due parti cader gli fé' lo scudo. 

87 Mena il brando di punta il fier Pagano, 
Di far vendetta e di morire ingordo; 

E ne la spalla al cavalier sovrano 
Lieve il tinge; ma quegli il suo fa lordo 
Nel ventre a lui: veduto il colpo strano. 
Quei che fèr testa qui, fuggon d' accordo. 
Fugge ogni altro da luì, solo Idraote 
Sosteuor di morir per sua man puote. 

88 Giunge, e d' un tal fondente a 1' elmo il tocca, 
Che la testa piegar conviengli a forza; 

Ma sorge, e qual contra gagliarda ròcca 
Machina grossa il valor suo rinforza, 
L'elmo lucido e fin tocca e ritocca, 
E fa il Mago piegare a poggia e ad orza; 
Poi quando sorger crede, e vendicarsi 
Vede il braccio sinistro anco tagliarsi. ^ 

89 Si sente egli mancar, Tancredi al collo 
Drizza un grave fendente, e '1 taglia netto. 
Quello in terra allor dà 1' ultimo crollo, 

£ balza immondo fuor del cavo elmetto. 
Non ben di sangue il pio campion satollo 
Si volge a gli altri, e del suo stuolo eletto 
Non è chi resti, e in volta rotto il campo 
' Va senza aver da quella parto scampo. 



CANTO TERZO. 223 

Rinaldo, che più inanzi era trascorso 
Dove è Ruben Ter* gli arenosi piani, 
Corre, chò '1 vede a Bonifazio, il corso. 
Con due colpi troncare ambe le mani ; 
Ma se gli oppone allora il forte Azzorso, 
Ricco e noto signor tra gP Indiani, 
£ vuol zuffa con lui, ma tosto cade 
Come innanzi al villan mature biade. 

Àmuratto, Ismaelle, Àbdel, Sinoro 
Son da cento seguiti e gli fan cerchio; 
Cercan d'accordo lui ferir costoro. 
Ma s' avvedran eh' ardire ebber soverchio : 
Abdel passa di punta, e poscia al Moro, 
Che si fa de lo scudo in van coperchio. 
Fende il capo in due parti, i due son poscia 
Feriti un ne la spalla, un ne la coscia. 

Gli altri di men vigor, mostrare il volto 
Or mai non sono in parte alcuna arditi, 
Ruben per man di Tulio ai vivi è tolto, 
Già fuggon tutti i Mori, e son seguiti 
Dal franco stuol, che stretto insieme accolto 
Sparge di sangue, empie di morte ì liti. 
Nel pili alto non meno il franco fuga 
La gente di Seria già volta in fuga. 

Ma qual fuga salvar feriti o stanchi 
Può, eh' altri non gli segua e non gli arrivi ? 
Nulla ò velocità d'ardir che manchi, 
Nullo scampo ormai resta a' fuggitivi. 
Cingonli intorno, e minacciando i Franchi 
Serran la fuga: apron di sangue i rivi, 
E strage a voglia lor tanta ne fanno, 
Che per molto ristora ogni lor danno. 

Fine alfìn dopo tante strage impose 
De la notte il principio a l'ira, al sangue. 
E come oltra Marocco il sol s'ascose. 
Non trovossi Pagan se non essangne. 
FAr le prede raccolte, e le noiose 
Piaghe curato a chi per Cristo langne, 
E i due guerrier con Boemondo al Cielo 
Le mani alzar con pio devoto zelo. 

Mentre questo seguì, giunto era il messo 
Con la rea nova a la magion d'Armida, 
Et esposto le aveva il finto eccesso 
Onde al pensier di lei l'opra recida. 
E tosto eh' ella il crede esser successo, 
Sdegna che '1 cielo il voler suo derida. 
Ben la perdita sua, 1' altrui sventura 
Pianger vorria ; ma '1 duolo il pianto indura. 

Non mostra al messo il cor! ma cheta e sola 
S' asconde a tutti gli occhi, e pensa, e tace, 
A la cara compagna anco s' invola. 
Nò del comun dolor parte le face. 
Cresce il duol mentre il chiude, e fa che vola 
Errando la smarrita alma fugace, 
Forse cercando unirsi a l' altra amata 
Alma, che del suo vel credea spogliata. 



224 CANTO TERZO. 



• 



97 Sì scorse alquanto, e poscia in so rivenne, 
E dal profondo cor trasse an sospiro, 

Girò il pensier con le veloci penne 
Tre volte a rimembrar V aspro martire : 
Tre girò tardi gli occhi intorno, e venne 
Sparso sempre di morte alzato il giro; 
Tre sforzossi gridare, e tre la doglia 
Ritenne il grido, e crebbe in lei la voglia. 

98 Sorse di mezzo l'ira al fine e vinse 
Nel combattuto petto a forza il duolo: 
Ma né vittoriosa anco V estinse, 

Né fèllo alzarsi quindi in foga a volo: 
Ma tanto ella il sopì, tanto lo strìnse. 
Che scorrer non poteo lìbero e solo; 
E troppo crudo al suon chiudere il varco. 
Lasciando il cor di doppio peso carco. 

99 Pur son finiti (disse al fine) i tanti 
Piaceri, Amor, che mi -versasti in grembo, 

I tuoi risi han qui fin, T avranno i pianti. 
Che ne 1* alma or mi fan torbido nembo : 
Usciran, bagneranno il petto, e quanti 

Ne versi in me dal non veduto lembo, 
Pioggia saran di questa fronte, e fuori 
Trarran la tua memoria e i miei dolori. 

100 Tiranno, ingiusto Amor, de* cori umani. 
Che con false lusinghe ognor gli alletti, 
E di false speranze e piacer vani 

Empi le sciocche menti e cibi i petti, 
Tu pur vedrai la via con queste mani 
Aprirmi a V alma, e fieno i tuoi diletti 
Nel veder il mio strazio e 4 fin de ì giorni. 
Che già fecer beati i miei soggiorni. 

101 Da le lusinghe tue tant*oltra scorta 
Me beata fra l' altre esser pensai. 
Mente folle d'amanti e maP accorta, 
Ch'ai diletto seguir non crede 1 guai. 
Mescesti il dolce de' diletti, e pòrta 
Bevanda or di velen sì tosto m' hai. 

Di te più eh' altra io ben doler mi deggio. 
Che tale esser con tutti io non ti veggio. 

102 N' ebbe il tuo regno mille, e mille n' bave 
Di quei, che di piacer colmar ti piacque, 
Ch' amareggiar di pena o lieve o grave 
Non mai del fonte tuo si vider 1' acque. 

Io (questa è l' ingiustizia) un ben soave 
Gustai, che nato a pena, estinto giacque. 

II doni e '1 serbi a gli altri : io me l' acquisto, 
E tu me '1 turbi, e togli caro acquisto. 

103 Ladro di chi ti serve, or quando udissi 
Di fede e premio in vece, inganno e furto? 
Quai non ti porsi preghi, o quai non dissi 
Lodi in tua lode in questo viver curto ? 
Ferch' il seren de' giorni or m' inecclissi. 
Et onde in contro m' è tal nembo surto. 
Se '1 promettesti a me, s' io da te morto 
Ciel senza nube e sol chiaro e scoperto? 



CANTO TERZO. 225 

Si parla, e spiega il duol, ma non Io scema: 
Pur nel fonte del core il serra e chiude, 
E a quanto fuor n' appar titol di tenia * 
Dà con Erminia, e '1 creder suo delude : 
Ma perch'ella se '1 taccia e dentro il prema, 
Non però di morir la voglia esclude. 
Tace quel che sa il cor la bocca, e dentro 
Alza l'anima il grido^^in mezzo al centro. 

Àvea, per confortar già la dolente, 
Detto che come il sol nel mare scenda, 
Per via di notte a la sua propria gente 
Vuol tórli, e far di queir error l' emenda. 
Dice or di differire al di seguente 
L' andata, e finge perchè farlo intenda : 
Così fa (eh' altra via non V è concessa) 
Mentre inganna colei, forza a se stessa. 

Era la notte, e in grembo al quoto Dio 
Stanco prendeva ogni animai quiete, 
Tacean le froudi in selva, e '1 muto oblio 
L' onde facea del mare anco star quete, 
In mandra greggia, augel vicino a rio 
Tuffato aveva, e Tuom le cure in Lete; 
Quando parti da l'altra, e in più sicuro 
Sembiante a lei prescrisse il di futuro. 

Son di marmi più fini, e di dorate 
Travi e nobil pitture anco l' ornaro. 
Due stanze le più ascoste, in cui serrate 
L' arme al venir de i due guerrier celaro, 
Ch'a l'uscir di Sion l'avean portato 
Su '1 carro allor ch'in aria elle s'alzaro: 
Qui, poi che ri man sola, al brando fìsse 
Di Rinaldo le luci, il prese, o disse: 

famosa di spoglie e nobil parte. 
Dolci quando ebbe in me dolcezza luogo, 
Ben è dover, se quella or se ne parte. 
Ch'io per voi corra al mio funereo rogo. 
Morte lui che portavvi or da voi pai*te, 
Nulla io, se in ciò v' adopro a lui derogo : 
Ch' io feci in parte errore, e non lo scusa 
Mia lingua, e pena il corpo or non recusa. 

Ma che, fu lieve errore, error di cui 
Donna amante perdono impetrar deve: 
Grave danno or ne segue, e questo in nui 
Vendetta chiede, e scusa or non riceve: 

10 fui cagion che ne le mani altrui 
Venisse il signor vostro, io di far breve 

11 vìtal corso a lui, quando lo tolsi 
AI corso de la gloria, e meco il volsi. 

Due son gli errori, e gravi, e di due morti 
Rea sono, e volentier darei due vite: 
Ma se non 1' ho, se pagar ambi i torti 
Non posso, almen due doglie insieme unite 
Con pronta voglia inanzi il sen vi porti, 
E voi due colpe in lui cosi punite ; 
Gradisca una morte ei di mille in vece, 
Che tante io ne terrei, ma più non lece. 

880. * 15 



226 CANTO TERZO. 

Ili Gradisci anima amica il mio morire 

Nel proprio affetto, e in tua vendetta il prendi, 

E se non paga il danno, ammorzi T ire, 

Di cui forse a ragione in me t* accendi. 

Apri tu ferro il petto, e non soffrire, 

Gh* altri m* uccida, e col mio sangue rendi, 

Te vendicando e me rendendo essangue, 

Del tuo fedel signor plaeato il sangue. 

112 Qui tace, e nudo stringe il brando fido, 

E in terra il ferma e mostra al sen la punta, 
Su *1 peso andar si lascia : aito lo strido 
Fuor esce, e fa sentir eh* a morte è giunta. 
Le vicine donzelle odono il grido. 
Ciascuna corre, e dal dolor compunta 
È, che nel sangue suo col volto immersa 
La mira, e V alma ancora e '1 sangue versa. 

113 Estremo ufficio e mesto in su le braccia 
Becan il corpo omai di vita privo; 
Chiama una Armida a nome, una la slaccia. 
Cerca un* altra se '1 corpo ancora è vivo : 
Ma fermò gli occhi e impallidi la faccia, 

E mostrossi a V uscir lo spirto schivo, 
Schivo che 'I tarda il corpo e '1 tempo allunga 
Ch' a riveder l' amato spirto ei giunga. 



CANTO QUARTO. 

ABQOMENTO. 

Spronati da 1* IitTidia, essortan molti 
Raimondo, che non ceda al pio Buglione ; 
Ma gU ha Camillo iu arbitri raccolti, 
Quai lovau de la Torre o(?ni ragione 
A lui, che irato parte, e i pausi ha volti 
A Idetta, e seco alloggia in Htanse buone; 
Odon* del fonte, che del core il daolo 
Purga, e Raimondo là s' indrizsa solo. 

Tal fu do r armi, o tal d^e l' arti il fine, 
Che guidò mal consiglio, Amor compose: 
Tal chi tentò piegar le cime alpine 
Se stesso al basso in precipizio ascoso. 
Non così r empio mostro alle ruine 
De la citiate il fin bramato pose, 
Qui (del Ciel grazia) il ver, ch'alluma a pochi 
La mente, sgombra i suoi tartarei fochi. 

(lirato intorno avea la peste rea 
A invelenir per la cittate i cori ; 
(iià r alba in oriento il crin parca 
Ch' incominciasse a ghirlandar di fiori, 
E già sorgean per la cittate ebrea 
I duci e i cavai ier coi primi albori, 
E voglia han di veder, cho non si pieghi 
Raimondo, e 'I forte dimandato nìeghi. 



CANTO QUARTO. 227 

Anzi alconi di lor (come T iniqua 
Peste tacita dentro ancor lavora) 
Lungo (la la lor voglia onesta antiqua, 
Non così tosto uscir veggion 1* aurora, 
E i lumi in Ciel fuggir, che per obliqua 
Strada guidati ove il Guascon dimora, 
Ciò, che nel sonno essi gustar d* amaro, 
Nel cor con vive voci a lui stillaro. 

Guasco, Guido, Roberto, Alcasto, e molti 
Dopo questi a trovare il Conte vanno, 
E deutro al forte e intorno a lui raccolti 
Con vario dir lode e ragion gli danno: 
E pienamente in favor suo rivolti 
Si mostran tutti, e d* ogni oltraggio e danno 
Con r arme sue ciascun farlo sicuro 
Promette, e a lui sorbare il forte muro. 

Ma più di tutti Alcasto in lui nutrica 
Quel verme, che circonda e rode il core: 
Essalta i suoi gran fatti, e la nemica 
Cura inanzi gli pon del vano onore : 
Meglio ò (dice) s'in selva o in piaggia aprica 
Lontan dal ferro in ozio vii si muore. 
Che nell' arme sudar, vincer, e vivo 
Soffrir d'onore e preda esser poi privo. 

Qual mai tentossi, o fé' diilìcil prova 
Ch' ardito cor chiedesse ingegno acuto : 
Qual ne i corsi perigli, o ne la nova 
Impresa uopo ne fu di fermo aiuto. 
Che tu primo no '1 dessi ? Or che ti giova 
L' aver fin ora il primo luogo avuto 
Fra '1 sangue e fra' perigli al campo infesti ; 
S' or (quasi un uom del vulgo) in dietro resti ? 

Or va fra mille spade e mille lance 
Pronto e sicuro ad incontrar la morte: 
Libra i consigli tuoi con giusta lance, 
Ondo spoglie e trofei 1' oste riporte ; 
Suda e sii per valor di molte Franco 
Degno, saggio di mente e di man forte : 
Perchè di pochi sassi un breve cerchio 
Premio sia detto al tuo valor soverchio. 

Se di risse fuggir desio t'invoglia, 
Nò (per pace serbar) di premio hai cura. 
Cedi, e di quel eh' è tuo te stesso spoglia, 
E r altrui mente ingorda anco assicura. 
Non si dirà giamai che santa voglia 
Ceder ti faccia, o spirto o mente pura, 
Ma diran tutti: a mantener costui 
Non valse il proprio, e '1 cesse in proda altrui. 

Così gli parla, e a l' irritata mente 
Stimol novo 1' audace Elvezio aggiunge : 
Quella doppio il dolore e i colpi sente, 
E '1 desio manda ove l' oprar non giunge. 
Pargli che '1 Re lo sprezzi, e che vilmente 
Il tratti, e dal dover sia troppo lungo. 
Con bieco occhio gli onor 1' alma rimira, 
Sé ne degna, e che gli abbia altri s'adira. 



228 CANTO QUARTO. 

10 Qual se fiamma dMncendio alta e rapace 
Nel primo ìmpeto suo s'apprende e fuma, 
Se nova esca è ministra al sen vorace, 
Quella anco accende e U tutto arde e consuma, 
Insolente s' estolle, e M corso face 

In larghe falde e M mondo intorno alluma. 
Empie il tutto dMncendio, e lo splendore 
Leva r ombre a la notte, e non 1' orrore; 

11 Tal in colui quel grave incendio d* ira. 
Che la face infernale al sen gli accese. 
Mentre in globi si volve e si raggira, 

E fa ne T alma ognor piii gravi offese; 
Più s' alza poi, che V altro al petto spira 
Novo furor, eh* anch* ei d'Averno apprese, 
Di sdegno fuor mostra le fiamme, e U seno 
Bolle, e d'oscure tenebre è ripieno. 

12 Ma '1 pio Buglion, che '1 fine ove con questi 
Principi vassi, ben conosce aperto. 

Gli mira e nota, e songli al cor molesti; 
Pur dissimula quel di eh* egli è certo. 
Non vuol pietà eh* in lui pensier si desti 
Gontra' quei eh* appo lui fur di tal morto ; 
Ragion d* impero a lui spiacevol modo 
Detta di sciòr di questa lite il nodo. 

13 Volge il pensiero in questa e in quella parte, 
Com' uoni, che nulla cerchi e '1 tutto intenda; 
Fugge di rimirar quel moto ad arte, 

Ma teme poi che troppo in alto ascenda. 
Periglio e sicurezza in lui comparte 
Cauti consigli, e brama in lor d* emenda. 
Stassi, qual fra due venti eccelsa nave, 
Immoto, e '1 tutto osserva e nulla pavé. 

14 Chiude ov* altri no *1 vede occulti i sensi. 
Parla, ove altri no *1 sente, e dice : Dio, 
Che con la giusta e larga man dispensi 

Le pene al trasgressore, i premi al pio : 
Se mai commisi error, s* aspro conviensi 
Da te castigo alcuno al fallir mio, 
Da te sol venga, e solo in me si stenda. 
Né tanto o quanto i tuoi fedeli offenda. 

15 E s' è scritto là su, eh* io patir deggia 
(0 sia ragione, o sia giudicio occulto) 

Sia fatto il tuo voler, non fia eh* io chieggia 
Esser se non dal tuo favor suffulto; 
Me servo prima in vii bassezza io veggia, 
Ch* a' tuoi fidi turbato il vero culto, 
Com* esser può, se questi impeti primi 
Con la tua santa mano or non reprimi. 

16 Lasciato avean le molli piume intanto 
Guelfo, Camillo, e i due minor Buglioni: 
Questi già sono al pio fratello a canto. 
Avendo in rischio tal vari sermoni: 
Soggiornan gli altri due dopo lor quanto 
Basti a mostrarli a quello error non proni. 

L* un quasi e 1* altro a un tempo inanzi giunge 
Al Be, cui Palma il novo caso punge. 



CANTO QUARTO. 229 

Ciiunti costoro a la roal presenza 
Fur dal Huglion con lieta fronte accolti. 
Seguì fra lor breve discorso, e senza 
Che troppo altro si dica o più s' ascolti, 
Concluso han perigliosa esser licenza 
Quella, ove correr già si veggion molti; 
Ma come ella s' affreni in dubbio voi ve 
Ciascuno, e bene ancor non si risolve. 

Ceder dal suo proposto, oltra che fora 
Pi viltà manifesta un atto indegno. 
Non si dee far per la ragione ancora. 
Che '1 mosse pria, di libertà di regno : 
Usar la forza e trarre il ferro foora. 
Chiamando Tarme cittadine a sdegno, 
Ksser potria cagion d*alte ruine, 
£ di dare a gli acquisti un tristo fine. 

Dunque piacevol modi usar conviene, 
E pria la lingua oprar di forza in vece : 
Ma non sien forse i frati uditi bene 
Dal Conte; a Guelfo farlo anco non lece, 
Troppo grato al Buglion, che troppo tieno 
Di lui la parte, e Ke sol quasi il fece. 
Camillo allor, che chine a terrà fisse 
Tenea le luci, alzolle ardito e disse: 

sacro invitto Ke, cui con felici 
Armi passar il ciel taivt* oltre ha dato. 
Sotto i cui fermi gloriosi auspici 
Pervenimmo de V opra al fin bramato : 
Me noi numero ognor de* fidi amici 
Kiponi, t' accarezzi, o prema il fato. 
Altri se cangiar vede o stato o sorte, 
Fò cangi, io sia fcdel sino in la morte. 

Fedol non solo a seguitarti ovunque 
Tu di Cristo spiegar vorrai l' insegna, 
Ma (dove il voglia tu) pormi a qualunque 
Kischio, ond' opra di me si reggia degna : 
Io pronto sono, or tu comanda adunque, 
pur col cenno il voler tuo mi segua, 
vuoi, eh' opri la man o pur la lingua, 
Non fia, che tal ardore in me s* estingua. 

So via miglior ti pare, e più 1* approvi. 
Che i tumulti e le risse, usare i preghi. 
Anch' io lodo il consiglio : or or si provi 
Como il Conte al dover facil si pieghi. 
Andrò, se credi che M mio andar ti giovi, 
Starò s' egli è nocivo, e se me M nieghi. 
Tuo son. tu mi rifiuta e tu m* eleggi, 
Fien le tuo voglie ognor mìe ferme legrgì. 

Sì disse, e in atto riverente e chino 
La risposta il guerrier tacendo attese : 
Mirollo il Ke nel volto, e poi vicino 
Gli venne, e stretto con le braccia il prese: 
Specchio sei tu del vero onor latino. 
Poi disse, e non potrian le dubbie imprese 
Né da forze maggior, né da più dotte 
Voci al fin desiato esser condotte. 



230 CANTO QUARTO. 

24 Non tu da noi più d' altri avesti mai 
Cosa onde pia voler deggia per noi. 
Libero don del tuo voler ci fai, 
Premio adeguar non puote i morti tuoi : 
Premio maggior nel Vaticano avrai 
D'onore almen fra tanti antichi eroi. 
Qui tu dispon del tutto, e da noi spera 
Là testimon de la tua lode vera. 

25 A voler cosi buono, a si gran senno 
Conforti altri o ricordi or non occorre, 
Serve in vece del dire al savio il cenno. 
Nodo puoi tu più inviluppato sciorre : 
Questi da nullo, o sciòr da te si donno. 
Va', parla, odi, rispondi. A te comporre 
Lìce il tutto: in te poso, e nel tuo petto 
D'ogni affar lieve o grave il fin rimetto. 

26 Tronca gli indugi allor colui, eh' ascolta 
Il suo parlare, e per la via del monte 
Vanne, ove ormai gran gente insieme accolta 
Le lingue ha quote u'son lo voglio pronte. 
Di luogo in luogo va, che no '1 può folta 
Turba impedire, a ritrovare il Conte; 

Con lui b' arretra in parte, ove non 1' oda 
Altri, e la lingua in queste voci snoda. 

27 Signor, quai moti sorger miro, e quale 
N' ò la cagion ? qual brama, o quale speme 
Gli allotta nutre? a qual verace male 
Ne porta cicchi falsa ombra di bene ? 

L' aver Cristo seguito or che ci vale. 
Se contra lui con 1' armo sue si viene ? 
Nunier di morti in lungo oprar che giova. 
Se gli estingue or picciola colpa nova? 

28 Che non miriam d' accordo il biasmo e '1 danno 
Ove util vano, u' falso onor ne porta ? 

Lungo vYaggio e periglioso affanno 
Sofferto, e tanta gente in guerra morta, 
Tanto in petti fodeli or non potranno. 
Che la luce del ver da lor sia scorta? 
Ah non guastin vii brame imprese tali. 
Che dar ci ponno in ciel seggi immortali. 

29 Ben diranno i signor de l'Oriente 
Che d' onor e d' imperio ingorde brame, 
E non zel di pietà pietosa gente 

Movesse a r arme, al sangue, in fior certame. 
Fien le fiamme di gloria al tutto spente 
Per ciò, ma non di posseder la fame ; 
Che non si può qua giù render mai pago 
L' uman desio, sempre d' aver più vago. 
80 Ma peggio fìa, che dal voler discordo 

Allettati, ardiranno a i nostri danni; 
Molti uniransi in un voler concorde. 
Tosto opprimendo i novi eretti scanni. 
Popoli numerosi e voglie ingorde 
Non lasceran, che col girar de gli anni 
Si fermi il santo acquisto, e fia del tutto 
Per sì lieve cagion perduto il fratto. 



CANTO QUARTO. 231 

Ma quando pare ìd questi moti avrai 
Qui stabilito tu con 1' arme il piede ; 
Dimmi: i moti e l'error non piangerai, 
Che torni in danno a la cristiana fede? 
Come r ire aguzzar, come potrai 
Volger il ferro in chi ben dritto crede? 
Pensa, che Cristo al fin di tal fatica 
Ci veggia in arme, e ce ne biasmi, e dica: 

Voi dunque sotto i gloriosi segni 
Gente fedel, popol amico accolsi: 
Vi fei di palme vincitrici degni. 
Schiere di vita e fìer tiranni tolsi, 
Porche l'invidia al fin destasse a sdegni 
Le man, eh' a V opre gloriose io volsi ; 
Or cieco impeto vostro a perder viene 
Quanto succeder mai vi feci a bene? 

Così dunque stimate, ingrati, il dono 
Favor del ciel, eh' accolse i vostri voti ? 
Autor io dunque sol cosi ne sono 
Creduto, o questi sono i cor devoti ? 
Quanto con larga man cortese io dono, 
Così poi si disperde ? e sì mal noti 
Vi son del cielo i benefici, e l'ire 
Ch' irritarle e sprezzarli avete ardire ? 

E se ciò noi pensiamo, e '1 giusto e '1 vero 
Con dritto occhio miriam, chi fia di noi 
Sì di sé vago, e incontro a Dio severo. 
Che r alma osi aver sorda a i detti suoi ? 
Ah ben misura il fatto, e dal primiero 
Disegno parti, onde si dica poi: 
Questi altri vinse, e le vittrici spoglie 
Cedendo altrui sé vinse e le sue voglie. 

In tal forma gli parla : e quel non piega 
L' altera mente al dire, e non si move. 
Rispondo a le ragion che V altro allega 
Sempre in favor di sé querele nove. 
Ritenta quegli indarno, e 'ndarno il prega; 
Nuli' arte par ch'ai suo consiglio giove; 
Che con suoi detti molli o parlar grave 
Di trarlo in suo parer forza non bave. 

Da le molte ragion, che vere adduce. 
Cieco affetto infernale il Conte arretra: 
Né il ver, che sciolto in dolci detti luce 
Fra gì' infetti pensier passa o penetra. 
Parte serra l' orecchie il mostro truce, 
E fa che '1 buon Latin piìi non impetra. 
Che se dal nudo scoglio altri disegna 
Acqua trar, che '1 desio di ber gli spegna. 

Come suol quercia annosa al sofiio irato 
Di Borea salda star ne i gioghi alpini 
AUor eh' ei freme, e incontro al ciel turbato 
Par che la cima or 1' alzi et or l' inchini, 
N'odon lo stelle il grido e '1 suolo alzato 
Di scosse foglie copre i fior vicini : 
Sta salda ella a lo scoglio, al ciel la fronde 
Va, quanto la radice in giù s'asconde; 



i 



232 CANTO QUARTO. 

38 Tal è il Conte a le voci, e tale il duro 
Petto molle parlar percote e batte. 

Ma qual chi forte inespagnabìl maro 
Con valoroso ardire in van combatte, 
Poi eh' è di non salire ormai sicaro 
A le merlate cime, oltra le fatte 
Macchine a' danni lor tosto appresenta, 
£ d' impeto maggior V assalta e tenta; 

39 Tal il guerrier, poi che del Conte vede 
La mente eh' ostinata al ceder tiene. 

Né più ciò eh' ei domanda ottener crede, 
Con altri preghi ad altro assalto viene: 
Se pur (dice), Signor, ciò che si chiede 
Neghi, un altro partito or mi sovviene: 
E se di tua ragion sì certo sei, 
Tu quel ch'io t'ofPro ricusar non dèi. 

40 Né già dovrà (cred'io) parerti strano. 
Se tu col Re di questo or vieni in lite, 
Placabil por le tue ragioni in mano 

A chi r intenda, e poi eh' avralle udite, 
Cessin vostri litigi al tutto, e '1 vano 
Desir, con cui la strada a l' ire aprite. 
Colui possieda il forte, a cui per dritto 
Di ragion ila da buon giudice ascrìtto. 

'^1 Così non fta che centra alcun ti snodi 

La lingua e te qual temerario accusi : 
Se tu con quei che son debiti modi 
Senz' arme tua ragion dispieghi e l' usi. 
Così non ila che per alcun si frodi 
Il merto tuo : ma se far ciò ricusi. 
Oltre che '1 dover fuggi, incontro t' armi 
De 1 miglior giustamente i cori e l'armi. 

'i^ Tace, e del Conte a la seconda offerta 

Piega la poco dianzi immobil mente, 
Che '1 furor che l' instiga ancor l' accerta 
Di sua ragione, e ragion detta e mente. 
Dice che vede ogn' un quanto egli merta, 
Nessuno il biasma o in disfavor gli sente: 
Con tal ponsiero a tal partito appaga 
La monte, nel suo error costante e vaga. 

43 Qual chi de 1' altrui morte avido pensa 
Tosco nel vaso por eh' ei gli presenta, 

E letargo in bevanda a lui dispensa. 
Contrario effetto al mal ch'ei brama e tenta: 
Si del mostro la face in giri aceensa 
Quota i romor, mentre il colpir non lenta; 
Ch' altri al Conte vii fece, e fé' che tenne 
Se stesso in pregio, onde a l'accordo ei venne. 

44 E tal sente in se stesso ancor vivace 
Stimol di merto il generoso core. 
Ch'allora allor, come a Camillo piace. 
Consegna ad altri il forte, e n' esce fuore. 
Et in vece di lui restar vi face 
D'Alvaro a la custodia, il buon Pastore, 
Con patto eh' egli a quello in mano il dia. 
Che di ragion giusto signor ne sia. 



CANTO QUARTO. 233 

Ma, fosse o ragion certa, od ira ascosta 
Che (ben eh' in van) temesse il suo cnstode, 
(Che non ben se n* ha il ver) non ben proposta 
Sua ragion prima, vede il Conte et ode 
Ch' in man la torre al pio Buglione è posta ; 
Onde si duole e sdegno il cor li rode, 
Ma couvien ch'egli taccia al ftne e teglia 
Di far la sua conforme a l'altrui voglia. 

Non però cosi dentro il suo mal preme, 
Che di sentirsi offeso ei non dia segni, 
Qnal vapor eh' entro a nube ascoso freme, 
E par che dì star chiuso egli si sdegni: 
Fuor esce a forza al fine, e seco insieme 
I lampi alluman di Giunone i regni; 
Tal preme e freme il Conte il duolo, e poi 
Mostra quanto tal danno il cor gli annoi. 

L' impeto, che sfogare egli non puote 
Centra color da cui sì tiensi offeso, 
In danno suo ritorce, e ripercote 
Tatto in sé sol de la vendetta il peso. 
Dispone indi a partirsi, e vuol, che note 
Ciascun di quanto sdegno ha '1 core acceso. 
Così vuol (ch'altro a lui non si concede) 
Vendetta far di quel che torto ei crede; 

Ch' assai ben vendicato esser si stima, 
Qualor di sua presenza il Regno privi; 
Dal giuramento i suoi libera prima. 
Onde vada ciascuno, o resti quivi : 
Me non Ha ch'alcun più calchi o deprima 
(Dice), et pur novo periglio arrivi. 
Come allor esser conosciuto e pianto 
Dal Re, da' suoi più cari ancor mi vanto. 

In forma di trofeo l'usbergo pende 
De r antico Tiranno, e le sue spoglie, 
Cui barbaro lavor pompose rende 
L' estremo partì, e in vago fregio accoglie ; 
Già vincitor serbollc, or se le prende, 
Se n' arma e copre il busto, o non già toglie 
L' arme solite sue, che sconosciuto. 
Camminar molte miglia è risoluto. 

Oltre che può, di queste armato, in parte 
Alleggerire il suo dolor novello, 
£ noto al mondo far quanto gran p^rte 
Di vittoria ebbe in quello assalto fello. 
Così tacito e solo indi si parte, 
E gli amici abbandona e '1 regno, e quello 
Dolor, che 'n mezzo al cor gli ha fatto stagno. 
Noioso vanne al suo partir compagno. 

Volge, come il pensiero, in ver Ponente 
Tacito ancor gli sconsolati passi. 
Duro intoppo non è che '1 suo pungente 
Stimolo allenti, non che vinto il lassi. 
Pur lo ritenne a forza il dì seguente 
Nel cammin dritto, ove a Damasco vassi. 
Scontro fier, eh' arrestollo, e '1 suo veloce 
Corso frenò bel volto e man feroce. 



234 CANTO QUARTO. 

52 D'Ida incontrò la generosa figlia, 

Che (i due Principi sciolti) in Ter lo mura 
Or soggette al fratello il canimin piglia, 
£ nel cor preme alta amorosa cura. 
La guerriera e *1 g^errier basse le ciglia 
Tiene in passando, e Tun l'altro non cura; 
Ch'egualmente ei di sdegno, ella d'Amore 
Soggetti, in altra parte han fisso il core. 

53 Passata, ella in sé pur torna, e si pente. 
Come da lungo sonno al fin si svella: 

Si volge in dieti'o, e al Cavalier pon mente, 
Che tacito oltra il corsier punge, et ella 
(Come sia Saracino) audacemente 
Seco a guerra mortai tosto l'appella. 
Che vincer crede, e crede insieme farsi 
Preda il guerrier e di sue spoglie ornarsi. 

54 Appar in esse il barbaro ornamento, 
E '1 fa creder a lei quel che non era; 
Che la croce purpurea in puro argento, 
Che noto il potea fare a la guerriera, 
Un vel d' oro gli copre, et ella drente 
Cela (com'egli) il volto a la visiera: 
Si che non conosciuti oltra ne vanno 
Con generoso ardire a farsi danno. 

55 Nò già può sopportar l'audace vecchio 
Di nemico guerrier secondo invito; 

Gli fa incontro feroce alto apparecchio, 
Non men di cor, non men di voce ardito: 
£cco (intrepido dice) io m'apparecchio 
A mortai pugna; e far le crede il trito 
Sentier batter col dorso a vìva forza, 
£ mentre ardisce più, più si rinforza. 

56 Prendon del campo, e movon lenti al corso 
Prima ì destrier, poi fan sentir lo sprone 
Più forte e spesso, e provar fanno il morso 
Men tenace a i destrieri, e ciascun pone 
Mira al ferire, e piega inanzi il dorso, 

E ben si ferma in sul ferrato arcione: 
Raimondo V asta a la donzella in fronte 
Buppe, e noiì piegò lei più ch'aura il monte. 

57 Egli ò colto da lei sopra lo scudo. 
Ma da più forte braccio il colpo venne: 
Stracciossi il velo allora, e di quel crudo 
Scontro cadere il Tolosan convenne; 
Torna la donna a lui col ferro nudo, 
Poi che r impeto primo ei non sostenne, 
Ma pender mira da lo scudo il velo, 

E vede il segno riverito in Cielo. 

58 Stupor, dolor del caso indegno e reo 
Sente la donna, e immobil quasi adombra: 
Qual già veduto il gran fìgliuol Teseo 

Da la spada fatai discussa l'ombra. 
Pianse per ira e per letizia Egeo, 
Sì del periglio ebbe la mente ingombra; 
Tal del colpo presente e del periglio 
De gli altri versa pianto ella dal ciglio. 



CANTO QUARTO. 235 

A lui, che de V oltraggio a la vendetta 
Pronto in piedi era sorto e d' ira pieno 
Come lieve suol d' arco uscir saetta 
fuor di nube lampeggiar baleno, 
Già venia per ferir, con voce Metta 
Pailò, r arme e la man tenendo a freno : 
Ah cada T ira al seno, il taglio al brando 
Fra noi, Signor : in grazia io te *1 domando. 

Io, che fui primo a domandar battaglia, 
Son primo a chieder pace, e dommi vinto; 
E, s' al mio grave error pur non 8* agguaglia 
Valore o morto, e rimanerne estinto 
Un di noi deve : or or di piastra e maglia 
Me sgravo, te. Signor, lascio far tinto 
Ne le viscere mie V ingordo ferro, 
£, per eh* agevol più ti sia, m' atterro. 

A cotal dire il Conte, a quel soave 
Suon de la voce anch' ei depor lo sdegno 
Yorria : ma gli par poi che troppo aggravo 
L' onor, se del suo ardir non mostra segno; 
Error del primo fia 1' altro più grave. 
Se chi non fa difesa a ferir vegno ! 
Dico, et a lei, che più non si difende, 
Fa risposta col dire, e non l' offende: 

Usa pur la tua sorte ; o qui morire, 
vincitor del tutto ir via convienti ; 
Né potran molli detti unqua addolcire 
Mia mente, o render men gli sdegni ardenti. 
Dirami tu la cagion, che dal ferire 
T'arretra, e se pur tal me la presenti. 
Che ne sia degna, anch' io forse potrei 
Teco addolcir gli sdegni e i detti miei. 

Cotal, Signor, (gli dice Idetta allora) 
E tanto giusta è la cagion ch'io reco, 
Che puoi ben tu depor senza dimora 
L'ire, e voler pace e concordia meco. 
Pugnar non dee guerrier che Cristo adora 
Con guerrier che di Cristo i sogni ha seco : 
Tal sei tu, tal son io : di morte siamo 
Entrambi rei se '1 ferro in noi volgiamo. 

E se prima io sapea quel ch'ora aperto 
Veggio, stato sarei men pronto a 1' arme : 
Celommi l' esser tuo 1' abito incerto. 
Mia sorte poi venne di dubbio a trarrne. 
Tu perdona 1' errore, o (s' io no '1 morto) 
Qua! più t'aggrada puoi castigo darme. 
Tace, e dolor del fatto in sé nasconde. 
Attenta a quel che '1 Tolosan risponde. 

Fatto il Conte a quel dir già mansueto: 
Anch' io (se di te vero è quel eh' io n' odo) 
A le ragion del tuo parlar m'acqueto, 
E '1 tuo volere abbraccio e '1 valor lodo ; 
Né ver' te sarei stato io men quieto, 
S' io sapea il ver, che di sapere or godo ; 
Ma perch' ancora io ti conosca in faccia, 
Come di fede pio, 1' elmo ti slaccia. 



236 CANTO QUARTO. 

66 Sì dice; ella che quanto andar celata 
Più può si sforza, il nega e se ne scasa: 
Insta il Conte, e eh' a farlo era obligata 
Gli mostra, ond* ella al fìn non lo recusa. 
Si disarma la testa, intento guata 

Egli il Touo, e non men se stesso accusa; 
Che può, ben ch'in discordia sia col frate, 
Sopir lo sdegno in lui tanta beltate. 

67 Già la conobbe in Francia allor ch'infante 
P' anni tenera ancor solea vederla : 

Poi nel camin de le fatiche sante 
Quando a Gutura i suoi compagna dierla; 
In più d'un luogo tante volte e tante 
La vide, che ben puote in mente averla: 
Ha stupor nel mirarla, e l'ha maggiore 
D' averne in sé provato anco il valore. 

68 Già de r obligo suo l' alta donzella 
Sciolta, il medesmo al Tolosan richiede: 
Scopre egli allora il crin canuto, et ella 
Yenerabil di faccia un vecchio vede. 
Cerca da lui saper come s' appella, 

£i non gliel nega, e non torce indi il piede. 
Che, la cagion di sue discordie udita, 
A tornar seco onde parti l'invita: 
60 Ben quantunque altra volta io non vedessi 

Te nel volto, Siguor, fra '1 popol fido ; 
A le gran voci de i gran fatti espressi 
N' udii talor ben glorioso il grido. 
Or poi che qui, la Dio mercede, i messi 
Di quanto oprasti in quello e in questo lido 
Non odo: ma con te parlo, e ti veggio. 
Non mi negar ciò ch'in favor ti chieggio. 

70 Colà meco t' invia : non si disgiunga 
L' un da l' altro voler, s' uniti furo. 
Tosto vorrà, che d' un parer congiunga 
Te seco il Ciel, che cura ha del futuro. 
Ben amo il tuo voler; ma non ti punga 
Dice, se di tornare oltra non curo; 

Là dove io fui schernito esser non voglio. 
Ma eh' io non possa a te piacer mi doglio. 

71 Tu non creder però, che '1 non tornare 
A servirti men pronto il cor mi renda; 
Bramerò sempre in tuo servigio oprare 
Gran cose, ove la vita ancor si spenda. 
Così ti giuro; or dammi tu di fare 
Occasion di questo error l' emenda ; 

Ch' erro, ov' io non compiaccia (e '1 veggo certo) 
A donna di tal grado e di tal morto. 

72 Ripiglia allor le sue parole: E poi 
(Dice) che '1 tuo parlar mi fa sicura, 
L' offerta accetto, e tu serbarla puoi, 

E fare il dèi, già che tua lingua il giura. 
S' a le prime domande mie non vuoi 
Renderti molle, almen d'un' altra cura, 
Ch'intorno al core or mi s'avvolge, fammi 
Libera tosto, e 'i tuo consenso dammi. 



CANTO QUARTO. 237 

Chiedi par, dice il Conte allor, che dove 
Util ti sia, son ad ogni opra accinto, 
£ la mia fede or con promesse nove 
T'impegno, come a yincìtore il vinto. 
Baldanzosa ella allor la lingoa move 
Con dolce riso, in cui veder dipinto 
Fuossi del nobil core un bello inganno, 
Ma tal eh' è senza offesa e non fa danno : 

Già son più di, che peregrina errando 
Yo per far di me prove ardita in arme ; 
Ardir, ch'in donna è raro, e pur mirando 
Di nobil donna indegno egli non parme; 
No '1 sanno i miei nel vero ancora, e quando 
Vedranmi, incerta son come accettarme 
Debbano; or tu lor mi presenta, e spero 
Che cosi l'error mio parrà leggiero. 

Qual fier leon, che rotto aver si creda 
Ne i salti di Numidia a forza il laccio. 
Poi nel voler qual pria fuggir s' avveda 
Esser più astretto dal nodoso impaccio, 
E non potere al fin fuggir, che preda 
Non sia cosi del cacciatore al braccio : 
Freme in snon d' ira generosa, e in vano 
Spezza, in cervice altier, non forte mano ; 

Tal quando esser ormai crede Raimondo 
Da quelle prime sue domande sciolto, 
Si sente a' preghi suoi da quel secondo 
Laccio di fede esser più stretto avvolto ; 
Fuor lampeggia nel viso anco iracondo 
Ciò che '1 cor generoso ha in sé raccolto, 
Ma poi eh' altro non può, s' adatta, e in sella 
Monta, e prende il camin con la donzella. 

Ella, che ben del suo dolor s'accorge. 
Quanto sa meglio a consolarlo attende: 
Signor, (dice) non vedi a quanto sorge 
Colmo la tua virtù, com' ella splende? 
Se nel seren de l'opre sue si scorge. 
Che per oltraggio cortesia si rende ; 
Che s'a Goffredo io son grata, ne deve 
Grazia egli a te, dal quale or mi riceve. 

Ambi così da pensier vario punti 
Verso un colle ne van che poco s' erge. 
Ma i destrieri del Sol son quasi giunti 
A Calpe, in Calpe il carro ormai s'immerge, 
E da r aureo timon ratto disgiunti 
Questa Ora e quella il crin sudato terge, 
E poco man che bruna T aria in fronte 
Fa d' albergo pensar la donna e '1 Conte. 

Yeggion eh' a man sinistra oltra le spalle 
Di picciol bosco, un gran palagio appare: 
Ambi colà prendon d' accordo il calle. 
Dove a' corpi potean riposo dare, 
A le menti non già, che girar falle 
Qua sdegno, Amor colà con pene amare: 
Là sono al fin, dove in real sembiante 
Yeggion lieto venirsi un uomo iuante. 



238 CANTO QUARTO. 

^ Sollevai! ambi alquanto i cor sepolti 

L' uua in curo d*Araor, l* altro ìli sdegno, 
Chò da colui con lieta fronte accolti. 
Forza è che pur dion di letizia segno; 
Poi che, se mirar lice ì cor ne i Tolti, 
Essi nel suo d*amor bau certo pegno. 
Smontan pregati, e sotto a T aureo tetto 
Han da V ospite lor fido ricetto. 

81 Questi è Cristiano, e benché Tarme finte 

Veggia, e la fiuta altrui nova divisa, 
Noiidimen poi cbe sa cbe al tutto estinte 
Son le forze Pagane, il ver s'avvisa, 
Ch* alcun fedel forze nemiche vinte 
Abbia, e se n* abbia ornato in quella guisa. 
Ma poi cbe *1 ver da loro adagio n* ode. 
Più gli onora, e d* averli in casa gode. 

^ Kobil d'arte e di pietre, ampio e capace 

La nobil coppia il bel palagio vede : 
Ammira intorno il tutto, e si compiace 
Del tutto, e '1 cenno e '1 dir ne fanno fede ; 
Gente in abito d'ozio, avvezza in pace, 
È, quale il luogo e '1 Signor suo richiede. 
Quella che tì soggiorna, et or gli accoglie 
Con lieta fronte entro a le regie soglie. 

^ Già l'ora, il Sigrnor chiama gli osti a mensa, 

Ove a servir presti i ministri foro. 
Dove in copia la copia apre e dispensa 
Ciò eh' esser può de' corpi ampio ristoro. 
Dopo il cibo i Signor, di face accensa 
A pili d' un lume, a mensa anco resterò. 
I due quivi al Signor, ch'ospite n'era. 
Chìeggion de V esser suo contezza vera. 

^ Se pur saper a noi tant' oltre lice. 

del parlare il peso or non t' è grave. 
Volentieri adiremmo (irConte dice) 
Come il viver qui solo or non t* astravo : 
Onde venisti, e qual tristo o felice 
Successo abbandonar costretto t' have 
Le cittÀ regie, e la tua prima sorte 
Dinne fin ch'ora tarda il sonno porte. 

i^ Serenò allor la generosa fronte 

Più de l'nsato Tost^. e gli rispose: 
Ben voi degni parete a cui sì cont« 
Ciò eh* ad altri mìa lìngua ognor nascose. 
Le voglie al compiacervi ho poi sì pronte. 
Che se bene i color tolti a le cose 
Ha la notte già molto, e cader veggio 
Lo stelle : io re«Kmr no '1 voglio o d^gio. 

^ Indi ripiglia il dir: La patria mia. 

Ove dì nobil g<ent> io venni al mondo. 
Fu Partenope beMa. e in signoria 
D'assai terre vi nfssi un tempo il pondo; 
Cbe quanto il ]«adre mìo regger solìa. 
Poi eh* egli giunse al so«> viver >econdo, 
Kessi acerbo d'età: ma ben me stesso 
B<^ger non »eppì: or come, Q^t< adesso. 



CANTO QUARTO. 239 

Sa M fior de 1* età mia, qnando per inillo 
Vie con Tane lusinghe Amor n* alletta, 
Arse, d' arder mostrò d' alte faville 
Donna per me, eh* al grado esser negletta 
Degna non fu. Costei bagnar di stille 
Vidi il viso più volte, e se con retta 
Mente veder si può del cor l' interno, 
Scolpito il vidi nel suo gesto estemo. 

Io, che di si gran donna in me conversi 
Esser d' amore i bei pensier m* avveggìo. 
Ciò che fino a quel dì mai non soffersi. 
Amai, no '1 nego, e già negar no '1 deggio : 
La via per gli occhi insino al core apersi. 
Qui fermò sua beltà stabile il seggio ; 
Così mentre al suo foco arder appresi 
Per lei me stesso d* alto incendio accesi. 

D' ambi arrise al voler ne i primi giorni 
Con più fausti successi amica sorte. 
Che di vista goderci in bei soggiorni 
Spesso potemmo entro la regia corte : 
Qui non è chi pur noti, o chi distorni 
Che con dolci talor maniere accorte, 
Sagaci arti d'Amor, nunzio del vero, 
Nou scopra 1' uno a V altro il suo pensiero. 

Bisi, sguardi, sospir, motti e favori 
Spesso e di pari allor tra noi s'usaro, 
Che per essi mandar P anime fuori 
E fede in me di certo amor doppiaro. 
Ne (vaglia il ver) diletti unqua maggiori 
Alme felici in sé qua ^iù provaro, 
Come quelli onde allor mi sentii pieno 
Sovente aver fra tai cagioni il seno. 

Chi misura le fiamme, o può dir come 
Amore impazYente è di riposo? 
Gran cose in breve oprai, feci il mio nome 
Celebre e noto, vii prima e nascoso, 
lo, per piacer a lei non ebbi domo 
Le forze mai, non mai grave o noioso 
Periglio danno in me timore o duolo 
Destar; feci idol mio suo cenno solo. 

Ella molto por lei mi vide oprare 
Or volontario, or come ella m'espresse: 
E se fede del ver nel volto appare 
Nel volto ancor mie vive fiamme lesse. 
Piacer mostronne, e M disse, e voler dare 
Onesto premio al mio servir promesse; 
Commoda un giorno al fin V ora prescrisse 
Sicura, e fece a sé chiamarmi e disse : 

L'eccelse prove e i gloriosi gesti 
Di tua mano al mio cor fiamme portare: 
Ma tu com' esser tal giammai potesti, 
Quai merti fiamma in te giammai destaro? 
Che miro ? o donde nasce, e quale avesti 
Cagion d'amarmi, et a qual fin mirare 
I pensieri alti tuoi, eh' era ben degno, 
Che drizzassero il volo a più bel segno? 



240 CANTO QUARTO. 

94 La mia stella benigna, il tuo gran morto 
Rete al destino e a le mie voglie ordirò 
(Dissi): e ben tu vedesti il core aperto, 

Ne in beltà gli occhi a me più cara or giro, 
Segno non chiero a' miei pensier piti certo. 
S' io servo te, sudando anco respiro : 
Et, gran tua mercede, et o miei lieti 
Giorni, se non lo sdegni, e te n'acqueti! 

95 Ahi strada erta d'Amor; non fu concesso 
Più spazio, lungo o breve, al parlar mio, 
Qual si fosse sua mente, e venne appresso 
Intoppo fier, che '1 dir nostro partio. 
Tieni (io le dissi al mio partire) impresso. 
Nel cor ciò, che mia lìngua ora t'aprio. 
Ch'io sarò sempre tale! Ella rispose: 
Terrollo; e ratta a gli occhi miei s'ascose. 

96 Lieto più che mai fossi, altrove io torsi 
Pien di gioia infinita allora il piede: 
Maggior che pria la speme a l'alma porsi. 
Premio aspettando al mio servir con fede. 
Più oltre al fin col gran desio trascorsi. 
Che per cosa mortai non si richiede; 

Ch' appresso lei credendo essere in pregio, 
Altri e me per lei sola ebbi in dispregio. 

97 Molto in questa credenza io vissi, e vinsi 
Per lei con lieta fronte aspre contese: 

E sol quanto per lei servir mi accinsi, 
per piacerle in perigliose imprese. 
Vissi caro a me stesso, e spesso tinsi 
D' ostro il volto, e per segno ella palese 
Come prima ebbe poi del grande amore 
Opre più vive in testimon del core. 

98 Io, grave o lieve, ogni altra cura avea 
De la patria, e di me posta in non cale; 
E sì cieco era allor, ch'io non vedea 

L' altrui picciola fede e '1 mìo gran male ; 
L' occhio e '1 pensiero in lei sola tenea, 
Mentre ella a mille infida e disleale 
Farsi oggetto di mille in mente s' era 
Disposta, in vista accorta e lusinghiera. 

99 Ma non lunga stagion s' inganna amante. 
Che pien di fede infide opre rimiri. 
Scopersi al fin l'errore, e vidi a quante 
Alme lacci tendean de gli occhi i giri: 

La mia folle credenza e le sue tante 
False lusinghe allor, falsi sospiri 
Piansi, e fu poco aver bagnato il volto, 
Ch'anco fui per venir di sdeguo stolto. 

100 Tant' oltre aveva ornai trascorso amando. 
Mentre che '1 ver non vidi a gli occhi ascosto, 
E il varco chiuso al ritornar, che quando 

Io di lasciar l'impresa ebbi disposto. 
Non potei dal mio cor cacciare in bando 
Quel pensier, eh' entro a lui s' era riposto, 
Fermate avendo in lui le sue radici 
Col promettergli sempre i dì felici. 



CANTO QUARTO. 241 

Sostenni allor ciò che ridir non paote 
Lingua mortai, non petto araan soffrire; 
Vide ella il mio dolor, le faron note 
Mie pene, e non curò del mio languire. 
Là dove più mal Tede e più percote, 
Qual chi cerchi sfogar giustissimo ire. 
Conobbi al fin che rea non solo elPera, 
Ma eh' anco d' esser tal viveva altera. 

Mio dolor tanto più si fea nocento, 
Quanto ad altrui men palesarlo osava; 
Stimol sentia non meno anco pungente, 
Che quei, eh' a sé col guardo ella tirava; 
E dove più parea piegar la mente, 
Qualor parole e sguardi in noi voltava, 
Parte eguali miei fur, molti da meno. 
Nessun da più, né più servilla a pieno. 

Vedea (lasso) che d' odio ella era degna, 
E mi sforzava odiarla, e non potea. 
Che sì del primo error la mente pregna 
Era, che scuse in favor suo porgea: 
Ma fusse il ciel, che pure al fin si sdegna, 
Che de V altrui mal goda anima rea, 
mia sorte propìzia, al fin levosse 
Dal grave error la mente in cui trovosse. 

Uom che lunga stagion di lei contezza 
Ebbe, e de gli impi suoi costumi rei, 
Quando io 1' alma avea già tacendo avvezza 
A tener in so chiusi i dolor miei. 
D'opre a caso mi die certa contezza, 
Che pure al iìn tenerla a vii potei; 
Ma fur tali nel. ver, eh' a me ridirle 
Già non conviene, et a voi meno ndirle. 

Basta eh' oprare in me con tal virtute, 
Ch' io sprezzai l' empia donna e 1' opre indegne. 
Vergogna avendo al fin, che di ferute 
Si vili Amor per lei l'alma mi segno; 
Piantò certezza in me di mia salute 
Con generoso ardir yittrici insegne: 
Quasi nube d' orrore i dubbi sciolsi 
Che pria scusarla, e '1 dato cor mi tolsi. 

Ma sì lascionnni il mio passato affanno 
Scosso, e del primo mio vigor sì privo, 
E tal sedea ne la memoria il danno, 
Che pur mi convenisse avere a schivo 
Ciò che prima ebbi in pregio, e fare inganno 
Al mio voler, eh' al fin d' aspro e nocivo 
Mal caddi infermo, e di sé l'alma in forse 
D' aver troppo sofferto al fin s' accorse. 

Mentre io viveva in tale stato, e '1 fiero 
Duol cercava cacciar la medica arte. 
Mi giunse a casa il veuerabil Piero, 
Cui del cielo i secreti Iddio comparte. 
Giunse ivi egli per fare il sno primiero 
Passaggio peregrino in questa parte ; 
Yisitommì, e sé tale a me scoperse. 
Che volentier mia lingua il cor gli aperse. 

Tasso. * 16 



242 CANTO QUARTO. 

108 Dolcemente il mio lungo e folle errore 
Riprese, e periglioso e yan mostroUo : 
M* insegnò che torcendo al cieco amore 

L' affetto, un giogo tengo indegno al collo : 
Porse coi detti medicina al core, 
Et al vero camin di Dio voltollo; 
Poi mi fece veder, che con la fuga 
Metter sol puossi una tal peste in fuga. 

109 Patria, stato, ricchezze allor disposi 
Lasciare, e da colei viver lontano. 
Minor d'anni un germano ebbi, e gli posi 
Libero do lo stato il peso in mano, 

E come prima tórsi dai riposi 
Potò del letto fatto il corpo sano. 
Carico di molt'oro, il mio viaggio 
Presi per mare in qua col vecchio saggio. 

110 Visitai prima i santi luoghi, e poi 

Gh' egli partissi a la grand' opra intento, 
Saldo in seguir tutti i consigli suoi, 
Già quel folle desio del tutto spento, 
Qui venni, e qui, come vedete or voi, 
Con spesa di molt' oro e molto argento 
Questo luogo v' alzai, questi compagni 
Mi scelsi, e non è ancor eh' io me ne lagni. 

Ili Anzi da quel ch'io fui tanto diverso 

Sì solingo vivendo esser mi trovo, 
Ch'ognor via più di quel desio perverso 
L' odio ne la memoria ergo e rinnovo. 
Talor m'involo a i pensier bassi, e verso 
Il cielo alzo la mente, e vivo e provo. 
Lunge da i rischi uman vita tranquilla, 
Quali in terra a' suoi cari il ciel sortilla. 

112 (jliovommi a sveller (credo) anco non poco 

Quello antico dolor, ch'ai cor mi nacque, 
Che di qui non lontano in basso loco 
Sorge salubre una fontana d'acque. 
Che d' ogni passYono estingue il foco 
De r alma, e farla tal forse a Dio piacque, 
Perchè qualunque il corpo entro v' immerga 
Sani, e libera I' alma uscendo s' erga. 

^^^ Sì parla, Cintia ormai ne' regni spiega 

De la fredda Giunon l' arji^entee corna : 
Già con lento susurro il sonno lega 
Ogni animai, eh' a' suoi riposi torna. 
Nessun de i tre quiete al corpo nega. 
Ma in grembo al quoto Dio tanto soggiorna, 
Ch' ergan le piante i rugiadosi fiori 
À salutare i mattutini albori. 

11* Sorge, e s' arma la coppia in fretta, e prende 

Dal cortese oste suo licenza prima. 
Grazie poi senza fin grata gli rende; 
Ma del colle il Guascon su l'erta cima 
Additar fassi per qual via si scende 
A quel salubre fonte, ov'egli stima 
Poter come colui levar dal core 
Quel, eh' a doppio il premea, novel dolore. 



243 



CANTO QUINTO. 



ABGOKXNTO. 

Morto I* bella Annida, Erminia parte 
Dal castello di lei, ove l'ha pianta; 
Glangono tutti i gran guerrier di Marte, 
Co '1 bnon Baimondo, a la citiate santa, 
A cui liberò il cor del fonte l' arte ; 
Rende Idetta al fVatel: Tancredi ammanta 
Di fede Erminia : e appresta Boemondo, 
Per chinarsi al Sepolcro, il suo cor mondo. 



Ta forse ancora, Erminia, ita saresti 
Doto il fonte di duolo i petti sgombra, 
Por trovar pace a* tuoi lugubri e mesti 
Pianti, onde l'alma or hai (misera) ingombra; 
Ma non tu com' il Conte il Ter sapesti, 
'1 duol ti tenne sì la mente adombra, 
Che te Tavria vietato, allor ch'aperse 
L' altrui morte il suo danno e '1 tuo scoperse. 

Falsa cagion di vera morte e danno 
Falso, e pur vero come l' altra il credi : 
Ma nel tuo di dolor funebre inganno 
Non corri al tosco ancora o '1 ferro chiedi : 
D'ambe i stimoli acuti al cor ne vanno. 
Ma diverso l'effetto uscir ne vedi. 
Tuo senno è forse, o forse disacerba 
Tuo duolo il Ciel, eh' a miglior fin ti serba. 

Come r infausta morte Erminia scopre 
U' corsa è già la sventurata amica. 
Pianti, gridi, sospiri, e tutte 1' opre, 
In cu! se stesso un cor doglioso implica. 
Non dà per lei, che '1 messo a lei non copre 
La cagion, eh' è non meno a lei nemica : 
A pianger corre il proprio danno, e lungo 
Hesta de 1' altro il duol, né il cor le punge. 

Così se stracca giunge o lieve scocca 
D' arco saetta, e poco sangue asperge, 
Ma novo strai giungendo al vivo tocca 
Il corpo, e tutto quasi entro s' immerge : 
Non quel, che venne a lui da lenta cocca 
Mira il ferito e '1 sangue via ne terge, 
Ma de l' altro ha timor, ne l' altro figge 
Gli occhi e '1 pensiero, e per quel sol s' affligge. 

Presagio mal veduto, io pur (dice ella) 
Dovea, sciocca, fuggirlo, e pur no '1 fei : 
Voglie mal sazie mie, di qual più fella 
Pena o morte perciò degna sarei? 
foss'io stata in solitaria cella, 
Nel cor chiudendo i lievi dolor miei. 
Prima ch'esser cagion di morte a lui 
Che sol nacque a serbare in vita altrui. 



244 CANTO QUINTO. 

6 Spesso egli a chi T offese, e porlo a morte 
Volse a forza col ferro, usò piotate; 

De' feritori suoi le fredde e morte 
Spoglie lasciò del pianto suo bagnate: 
Ma ben provato ha in sé contraria sorte. 
Già non segue altri lui per vie lodate ; 
Ch' a lui di chi ferillo a morte increbbe, 
£i tal viva salvò, che morte n' ebbe. 

7 spietato mio cor : dunque un che morta 
Fin da i nemici guiderdone e vita. 

Da me, che de la vita al tutto incerta 
N' ebbi a tempo fedel cortese aita. 
Morte riceve, e questa mano aperta 
• Non bave a l'alma ancor larga l'uscita 
Per castigare error nefando e greve. 
Di cui scusa accettar nulla si deve? 

8 Non si dee, né l' accetto, anzi pur voglio 
Ne le viscere mie farne vendetta: 

Sia di castigo in vece or il cordoglio 

A r alma in tanto, e in lui vìva ristretta ; 

Tanto spazio, e non più, di tempo io toglio 

Ch' almen giunga ov' ei giace. Or tu ro' aspetta. 

Freddo del mio Signor cenere amato, 

Né sdegnar ch'io morir ti voglia a lato. 

9 Ch'io già non chiedo, io già bramar non òso, 
Che dopo morte il mio teco si chiuda: 
Spargalo il vento, a l'ombra il suo riposo 
Neghisi, l'ombra sia centra sé cruda. 

Sol eh' io prima ti veggia, e '1 mìo doglioso 
Spirto lasci di sé la carne ignuda. 
Mi sì conceda, e morte sol daramme 
L' orror di spente incenerite fiamme. 

10 Orror, eh' ovunque poi lo spirto vada 
Gli sarà ognor fra le nere ombre appresso; 
Spaventevol di vista, ovunque ei vada 

sorga, in sé vedrallo oscuro impresso; 

Lo sferzerà, gli impedirà la strada, 

Gli porrà sempre ìnanzi il grave eccesso. 

Cura n' avrà, ma cura tal eh' ei gema 

Fra furie, e questa e quella il morda e prema. 

11 Così dice ella, e '1 dir già non pareggia 
Di gran lunga il dolor, che '1 petto chiude : 
Quel più s' avanza ognor, che non l' alleggia 
Conforto altrui, non propria sua virtude. 
Da r infausto Castel com' ella deggìa 
Partirsi pensa, e al fin partir conclude; 
Disposta errar fin ch'ella giunga dove 

Del morto suo Signor l'ossa ritrovo. 

12 Yassene, e non sa dove, e de l'errante 
Sua mente sconsolata é guida il piede; 

Sé non cura, o '1 suo onor, che donna amante 
Non mira ciò eh' a lei ben si richiede; 
Per luoghi solitari ella le piante 
Move, e diserto ov'ella mira vede, 
Diserto ancor le sembreria frequente 
Gran teatro d'allegra e nobil gente. 



CANTO QUINTO. 245 

Qaal chi di gran piacer la mente ha piena, 
£ ne* diletti suoi spazia e s' aggira ; 
Se hen duro spettacolo o d' oscena 
Ferita cruda alcun successo ei mira, 
Tanto s' interna in quel, che V altrui pena 
Non r ange o preme, e a compatir no '1 tira : 
Tal, benché in mezzo a mille allegre torme, 
Del suo cupo dolor seguirla Torme. 

Sol se punto il suo danno alzar le lassa 
Dal pianto o dal dolor gli occhi o U pensiero, 
Talor si ferma, e intenta e lenta passa 
Dubbiosa se trovar saprà il sentiero: 
Or alza al colle, or a la valle abbassa 
lì guardo, per seguire il camìn vero: 
Che più no '1 fece, e sol se stessa guida 
Là dove il zio partir vide d'Armida. 

Quando partì, notollo, e d'alta parte 
Seguirò ambe di lui con l'occhio l'orme; 
Spesso i luoghi divisa, e in sé comparte 

I siti, e '1 suo gindicio in lei non dorme. 
Ma debol è il giudizio, il qual de l'arte 
Precetto o esperienza non informe, 
Falla il viaggio, e volge a la man destra 

II debol piede in ver' la parte alpestra. 

Ma l'un guerriero e l'altro avendo in tanto 
Con Boemondo lo stuol nemico uccìso. 
Poi che ver' Palestina il seguir quanto 
Di poterlo lasciar fu loro avviso, 
Dove un'amante il sangue e l'altra il pianto 
Versare, una dal petto, una dal viso. 
Voltarsi: ma ben prima a lui narraro 
Lor prigione, e quai man gli liberare. 

Ben han pcnsier di tosto esser con lui, 
E inanzi forse entro a le regie mura: 
Ma voglìon l'arme pria, ch'ingiuria altrui 
Lor tolse aver; non hanno essi altra cura 
Ch'averle, e tornar là dove ambedui 
Speme d'altre vendette anco assicura: 
Partonsi, e giungon tosto ove fra l'onde 
L' ascosto mur l'uccisa donna asconde. 

Guardia non è che loro il passo viete 
Né, se vi fosse, il vietarebbe loro. 
Che conosciuti son per quei che liete 
Ore menarvi, e poi traditi foro. 
Ne le più interne parti e più secreto 
Del palagio le grida essi ascolterò. 
Che d'una uccisa e d'una indi partita 
Fan le rimase lor donzelle in vita. 

Solitario è '1 Castel, vi s'ode il pianto, 
Qual s'ode il snou presso a Cariddi o Scilla; 
Mesto è il palagio, il riso in ogni canto 
E spento, e non appar di lui favilla: 
Dorato o d'ostro colorito ammanto 
S'asconde, oro non splende e non sfavilla. 
Han già in pronto il feretro, e già la tomba 
Di strida feminil s'empie e rimbomba. 



246 CANTO QUINTO. 

20 ^ Come vide Rinaldo in quel bel Tolto, 

Spettacolo di morte i lumi spenti, 

Da si rea vista a Timproviso colto 

Fuggila DOQ P<i^* che'l corso al duol non lenti. 

Va in mezzo al cerchio intorno a lei raccolto, 

£ lascia parte uscir dogliosi accenti; 

Che se ben già per lei più d' un periglio 

Scorse, non odia lei, ma il suo consiglio. 

21 Poi che la cagion seppe, onde T avverso 
Fato r ultimo giorno a lei prescrisse, 

£ mirato Tacciar lucido e terso, 

Ch' ella centra sé cruda al cor si fisse, 

Mirella mesto, e di rngìa,^a asperso 

Gli occhi, gli occhi in lei tenne fermi, e disse: 

sfortunata amante, or tanto paghi 

Breve amor, che te stessa a moi*te piaghi? 

22 Falsa credenza, false infauste nove 
In mente femminil credula oprare: 

A frettolosa morte amare prove 
Te, non degna di morte ancor, menare. 
Ben folle amore, Armida, i cenni altrove 
Diemnii ch'esser dovea tuo fine amaro. 
Ah del primo fallir la mente vaga 
Kestata fosse almen contenta e paga! 

23 Tua morte a me doler già non dovrebbe, 
£ pur il mio dolor tua morte chiedo; 

Che non posso io membrar come t' increbbe 
L* incerto danno altrui, che non si vede: 
Né in te morta mirar come egli accrebbe 
Quel furor, che la morte al fin ti diede, 
Ch'io, se non donna empia di fedo, almeno 
Non pianga la pietà ch'aprille il seno. 

24 Avesse prima almen, poi che ti spinse 
Tant' oltre Amor, ne la tua mente oprato, 
Che '1 vero ben, che '1 mio dir ti distinse. 
In te credenza avesse allor trovato. 
Tanto sol disse, e in sé represse e vinse 
Quel più eh* a lui dettò piacer passato; 
Indi si leva, e de la sepoltura 

Lascia a l'afflitte sue donzelle cura. 

25 Gli amari pianti e la furtiva uscita 

De l'altra in tanto avea Tancredi intesa. 
Teme eh' anch' ella al fin l'aura e la vita 
Non lasci disperata, e glie ne pesa; 
£ non meno ha dolor, che si romita 
Di lui morto cercar tolto abbia impresa; 
Affretta per ciò l'altro indi a partire. 
Che vuol cercarne e i passi suoi seguire. 

26 Vuol vietar ch'ella ancora a straneo fine 
Per falso error precipitosa cada ; 

L'arme solite loro adamantine 
Prendon, prende ciascun la propria spada: 
Ma mentre del Castello ogni confino 
Lascia incerta la coppia ov'ella vada, 
Boemondo e l'oste ormai lieta e sicura 
Yion da lungo a scoprir le sante mura. 



CANTO QUINTO. 247 

£ già fatto è tìcìd, già n^ha la nova 
Per più messi iterati il pio Buglione; 
Fa diversi apparecchi onde la nova 
Gente s'onori, e che s'onori impone; 
£ perchè amico tal veder li giova, 
Segno espresso mostrarne ei si dispone, 
Gli manda incontro prima assai de' suoi 
Co' i pochi ei vienlo ad incontrar di poi. 

Con quei debiti modi e d'amor pieni, . 
Che regio onor, che pietà santa osserva. 
Si miran questi, e i volti lor sereni 
Mostran ciò che piti dentro il cor conserva: 
Sacro Re, che levasti i duri freni 
Alla città, che visse un tempo serva, 
(Dice il Prence a Goffredo) or lieto io vegno 
Ad onorarti nel tuo proprio regno. 

Ch'anima non poteva amica a Dio 
Sentir sì lieto e glorioso acquisto. 
Senza grande allegrezza averne, et io 
Il sentii, l'ebbi, e dissi: Infin che visto 
Non avrò nel suo seggio un Re sì pio. 
Tal dolce avrò di qualche amaro misto; 
Venni ancor, perchè a te, se pur t'aggrada 
Serva in altro il mìo scettro e la mia spada. 

Già stabilito in Antiochia il piede 
Fermo e sicur con l'arme nostre abbiamo, 
Piantato il vero culto, e questa fede 
Ivi or germoglia quasi un verde ramo: 
D'arme e gente, che guerra agogna e chiede 
Centra infedeli, or copia aver possiamo 
Di chi venne e chi vien ; tu dunque imponi, 
£ di quanto poss'io per te disponi. 

E tu ben fare il puoi, che qual non frena 
Di fiume pien già mai corso repente 
Debol sostegno: anzi ei lo svolge, e mena 
Fra l'onde absorto seco al mar sovente; 
grosso argine ancor coi^ l' urna piena 
Svelle, e '1 colle inghiottisce entro al torrente. 
Forza più ognor, più ognor dando al suo corso 
Più prest' il passo, e men veloce il morso ; 

Così forza non sia presso o lontano. 
Che de le tue vittorie il corso allenti; 
Né ch'ai vigor de la tua invitta mano 
Resista, e '1 nome tuo sol non paventi. 
Tu nulla impresa puoi prendere in vano. 
Frenar prima potransi in aria i venti 
Che in terra l'arme tue, col cui buon zelo 
Combatte ancor, per favorirti, il Cielo. 

Poi che con questo dire egli ebbe mostro 
De l'animo sincero un certo pegno: 
Ben puoi (dice Goffredo) al vincer nostro 
Allegrezza sentire e darne segno. 
Non è sol mio l'acquisto, è insieme vostro, 
Che voi meco il curiate ancora è degno: 
£ ben d'amor, di cura or ta ci dai 
Fraterno segno, e sei qnal sempre mai. 



248 CANTO QUINTO. 

34 Non è pur or, ch'i tnoì ricordi fidi, 

E lo tue voglie pronte al mio ben provo; 
Molto offri tu, ma di più ancor m'affidi, 
Qualor l'andato in mento io mi rinnovo: 
L' amor, la fede tua fin là ne i lidi 
Greci m'apristi, amico, et or di novo 
Nulla sento; ma ben mi reca a mente 
L'andate cose il tuo parlar prosente. 

35 Ben teco io rinnovar l'oblìgo antico 
Per le nove cagion dovere intendo, 
Che da colpo discosto empio nemico, 
Cauto fin dentro al petto il cor vedendo. 
Salvar cercasti noi, qual vero amico, 
L'ingiusto fin de' suoi consigli aprendo. 

Se poi, qual tu conforti, avvien ch'io pigli 
Guerre nove, avrai parte iu tai consigli. 

36 Ma del passato prima al Gioì si renda 
Grazia, e grazia da quel dipoi s'impetri 
Gh'a far cose a Dio grate il cor n'accenda, 
Egli il duro da lui muova e lo spetri. 

Cosi chi fia che s'armi o si difenda 
Da noi: di noi chi dal morir s'arretri? 
Non fìa che tema alcun di morte l'orme, 
S'avrem volere al suo voler conforme. 

37 Sì col Principe amico dolci note 
De' gravi affari il pio Buglion ragiona: 
Ma meraviglia ben, che del nipote, 

Di cui darli crodea nova non buona, 
No '1 vedendo, non chieda, e far non puote. 
Così tal dubbio a lui la mente sprona, 
Ch'ei non cominci a dir: Ben duolmi, ch'io 
Mostrar non possa il suo nipote al zio. 

38 Senza saputa altrui già son più giorni 
Col fìgliuol di Bertoldo egli partissi, 
Dov'or sì viva o vada, i suoi soggiorni 
Non so: ma d'ambi due nel cor gli ho fìssi. 
Né, fìn che la gran coppia a noi non torni, 
Che sì d'accordo al dipartire unissi, 

Avrò compitamente un'ora lieta 

Cotanto il morto e '1 valor suo me '1 vieta. 

39 Tace; e '1 Principe allor: Di due cotali 
Nascosto il nome star non può, gli dice: 
Se qui non è, dispiega altrove l'ali 

Più bel, più novo ognor quasi feuico; 
Ambi fur meco, e gli imminenti mali 
Porgendo meco a tempo il fin felice, 
Quando al venir vicino a l'onde salse 
Di Damasco il tiranno empio m'assalse. 

40 Essi giunservi a tempo, e strago fella 
Cou questi miei de l'oste avversa fero: 
Essi men sanguinosa e via più bella 
Vittoria in man col valor suo mi diero: 
Montaron poscia il dì seguente in sella, 
Dicendo voler fare altro sentiero 

Poco dal mio diverso, e ben saranno 

Qui tosto; io '1 dico, a me promesso l'hanno. 




CANTO QUINTO. 249 

Come se*I caro padre avuto ha nova 
Che stato sia privo di vita il figlio, 
Riposo alcuno al suo dolor non trova 
£ porta mesto e lagrimoso il ciglio: 
Nel core al fin letizia immensa prova 
Che salvo l'ode e fuor d'ogni periglio, 
N'alza le mani al Ciel, giubila, e tanto 
Mostra il piacer, quanto fu prima il pianto; 

Così il Buglion, che pria d'inganno e frode 
Per lor temuto avea con saggio avviso, 
Ora che '1 ver dal caro amico n'ode 
Eallegra il ciglio e rasserena il viso. 
Nou men d'annunzio tale ancor si gode. 
Pur trar Guelfo di dubbio, in cui col figlio 
Di Bertoldo la tema in petto avea 
Yelen di doglia sparso acerba e rea. 

Ginngon in tanto al gran palagio, e quivi 
Tutti gli altri accomiata, e Guelfo chiama; 
Con Boemondo l'accoglie, e che son vivi 
I due l'accerta, e ne fa uscir la fama 
In corte prima, e poi vien ch'ella arrivi 
Per la cittate a questo e quel che gli ama, 
Che r ascosta partita, e '1 non avere 
Nova di lor gli avea fatti temere. 

Dice al Principe Guelfo: quanto caro 
Qui giungi, e come volentier ti veggio ; 
Poteva in ogni tempo un uom sì chiaro 
Caro aver, or più caro avere il deggio, 
Quando col venir suo me da l'amaro 
Timor solleva, il qual poteva a peggio 
Condurmi: or tua mercè vivo o respiro 
Da i sospetti che prima il cor m'aprirò. 

Cosi diceva, e in tanto il nero velo 
De la notte copriva a l'aria il volto: 
Han già le fronti il Libano e '1 Carmelo 
Ne le tenebre quete al tutto involto; 
Kisplende Cintia, e più d'un lume in cielo 
S'è intorno a lei con vaghi balli accolto. 
E par che l'ora già gli inviti e chiame 
Che da i membri cacciar dehban la fame. 

Le stanche membra poi nel muto oblio, 
Scarche di noia, abbandonar di Lete, 
Che in so tutti gli accolse e gli sopio, 
E fé' restar le cure avide quete. 
Ma come prima il biondo aurato Dio, 
Fé' de i propri color le cose liete, 
E la luce spiegò che'l tutto scopre, 
Sorser da l'ozio molle allegri a l'opro. 

I due fra tanto avean cercato intorno 
Campagne e boschi, e più d'una contrada 
Erminia, cho partita era quel giorno. 
Uscendo per error poi fuor di strada; 
Né mai nova n'udir, nò mai trovorno 
Orma di lei dove lor gire accada. 
A lo spuntar del sol l'altra mattina 
Trovarsi aver Giorusalem vicina. 



250 CANTO QUINTO. 

48 Mira Tancredi, e giunto esser s'accorge 
Onde non sa com*ei partissi in prima, 
Da destra loro il minor colle sorge 
Scopre loro il maggior di so la cima; 
Novo peusier l'occaslon gli porge, 

Che non difficil qui trovarla estima, 
Esser può, che per lui tolta di via. 
Come essi han fatto, per crror si sia. 

49 E quando pur qui non la trovi, è bene 
Ch'a farvi di se mostra egli non tardi, 
Che rha promesso al zio; cosi ne viene 
La gran coppia de* due guerrier gagliardi, 
Egli di poi trovarla ha certa spene. 
Usando in questo i dubiti riguardi, 

di sapere almen s'ella ad essempio 
De r altra ha di sé fatto ultimo scempio. 

50 Yolgon dunque i destrieri a quella porta 
E miran che l'entrata è più vicina: 

La turba militar s'è tosto accorta 
Di loro, e lieta lor tosto s'inchina: 
Corre altri, et al Buglion la nova porta, 
Che già venia da la magion divina. 
Et essi già son giunti, ove il Re pio 
No viene in mezzo a l'uno e l'altro zio. 

51 Smontare, e riverirlo, e fare scusa 
Di lor partita incominciò Tancredi: 
Signor, da te partimmo, e non si scusa 
Fatto ove d'intenzione error non vedi. 
Non cerchi emenda, e non ricevi accusa, 
Dove l'espresso altrui mancar non vedi; 
Come lasciammo te noi non sappiamo: 
Ma bene or volontari a te torniamo. 

52 Larve altrui pon parer, sogni e chimere 
Quelle ove a forza noi fummo rapiti; 
Raccontarle è follia, che '1 non vedere 
Par eh' a non creder anco i cori inviti. 
Torniamo or volentieri in tuo potere. 
Ove ne siamo involontari usciti. 

Tanto sol basti. A stagìon poi migliore 
Tu meglio e noi saprem tutto il tenore. 

53 Non si crede di voi, dice il Buglione, 
Opra per noi non buona, od atto indegno; 
Ben tema al cor ci tenne acuto sprone. 
Che d'empia sorte voi non foste segno: 
Che non con tal periglio al mar s'espone, 
Quando è più irato uno sdruscito legno. 
Con qual in man d'empi nemici cade 
Difensor di giustizia e di pietado. 

o4 Così parlò, poi riverenti in atto 

Boemondo, Guelfo, e gli altri essi inchinaro; 
Poi si ritrasser là, dove del fatto 
D'arme e di lor partita a pien parlare. 
Ma là, dov' il Guascon s' avea già tratto 
L' arme, a lui tratto aveva il fonte chiaro, 
In cui lavossi, il reo dolor da 1' alma. 
Che gli era stato insopportabil salma. 



CANTO QUINTO. 251 

Non così folta nebbia unita in colle 
Al suo primo apparire il sol dissolye, 
Né cosi ratto Borea in alto estolle 
Col soffio irato al ciel minuta polye; 
Come a 1' entrar ne V onda fredda e molle 
Fugge il concetto affanno e si risolve, 
E come pensier novo in lui risorge, 
Che dolce e lieto un vigor novo porge. 

Mentre fuor poi se n' esce, e che le membra 
Terge, in se stesso bene in pensier ferma: 
Gli sdegni andati e la cagion rimembra 
De r opre occorse, e de la carne inferma ; 
Un riso, un gioco il folle error gli sembra, 
Mente nova or sì veste e si conferma; 
Se stesso in sé schernisce, e chiama indegna 
Ogni cagion che petto umano sdegna. 

Indegna é (dice) ogni cagion che desti 
Moti d' ira o di sdegno in petto umano, 
Fuor che coutra se stesso ognor, ch'infesti 
eh' infetti opre sue desire insano ; 
Per tai cagioni incontro a sé, per questi 
Moti s' adiri, e non s' adiri in vano ; 
Ma gli emendi e corregga: altra non sia 
Che mai noia inquieta al cor gli dia. 

Così die' egli, e in tanto ove l' attende 
Scevra da lui la bella Donna arriva ; 
£ purgato è così, che non comprende 
Reliquie in sé di doglia aspra e nociva: 
V uno e r altro il destrier d' accordo ascende, 
Egli non pur con lei d' andar non schiva, 
Ma se '1 negasse, i preghi usar vorria 
Che '1 togliesse ella seco in compagnia. 

Tal de le me liche acque il vivo umore 
Quel che prima abborrì, bramar gli face ; 
E quanto prima tormentogli il core, 
Or tanto più T alletta e più gli piace. 
Se n' allegra e gioisce, e mostra fuore 
Ciò che dentro ne 1' alma ascosto giace ; 
Ma la compagna sua del fresco danno 
Non così volse medicar l' affanno. 

Non cura ella sanar la nova piaga 
D'Amor, ma volentieri iri sen la serba; 
E benché doglia più, più chiusa, appaga 
Sempre il pensier ne la sua pena accerba; 
Non si nutre di speme, e pur la vaga 
Mente a sé finge men la doglia acerba; 
Nò sa ben se sia doglia o piacer dolce 
Che mentre l'alma strugge i sensi molce. 

Come pesce restar suol preso a l'amo 
Che d'esca involto in gola egli ricetta; 
Come augel eh' in quello e 'n questo ramo 
Volante al vischio il fischio dolce alletta; 
come a peregrin falcon porgiamo 
Ciò eh' a noi farlo ritornar l'affretta: 
Poi colà lo leghiamo, onde a sue voglie 
Per lìbero volar più non si scioglie; 



252 CANTO QUINTO. 

62 Così costei quella belfcà lusinga 
Ch' inyisibil d* amor nasconde il foco ; 
Parie ch'egli al cantar piacer dipinga, 
Ne sonte ella un languir dimesso e ròco; 
Colà vola il pensier dov'ei gli finga 

Per lungo affanno un gioir breve e poco. 

In questo stato a la novella fiamma 

Dà luogo, e quella corre e più V infiamma. 

63 Segue il Conte co' i passi, e con lui parte 
Di varie cose ad or ad or parole ; 

Ma colà ne l'ascosa interna parte 
Stanza Amor solo aver libera vuole; 
Cosi d'astuto ingegno usando l'arte, 
Pian piano alcun farsi tiranno suole: 
Così vìen eh' a 1' onore o eh' al guadagno 
Uom fugga aver alcun con lui compagno. 

64 come. Amor, ti piace aver l'impero 
Per te di nobil cor libero in mano. 
Come, molti ingannando, a pochi il vero 
Dici, in voglie crudele, in volto umano. 
Ah se placabil più, se meu severo 
Tiranno fossi e Insinghier men vano, 
Quanto più fora il tuo gran regno in gioia, 
Che poca or n'have, et è sì pien di noia? 

65 Non comincia a scoprire ancor di vista 
La città, ch'apparir la coppia vede 
Donna, che mesta e dolorosa in vista 
Va, nò del venir lor punto s' avvede ; 

Ma ben quantunque afflitta molto e trista, 
Chi ben la mira tosto il ver ne crede; 
£ nel di lei regio sembiante scopre 
Ciò che '1 presente stato altrui ricopre. 

66 Erminia è questa, e non ha ancor potuto 
Udir del pianto suo Tancredi il vero : 

Le provvide il di primo il Ciel d' aiuto 
Che la scontrò Vafrin dì lui scudiero, 
Che per cercar di lui, che per perduto 
Credeva, errando andò dal dì primiero 
Che con Einaldo egli non fu più visto, 
E n' avea il core ancor doglioso e tristo. 

67 Scontrolla il dì che dal castello uscita, 
Prendea senza saper dove il camino; 
Perchè piangesse e sì sola e romita 

N' andasse allor da lei seppe Yafrino ; 
Afflitto per tal nova a la smarrita 
Donna aveva egli dato il suo ronzino. 
Seco venendo anch' ei, per saper dove 
morto vivo^il suo Signor si trovo. 

68 Per tenersi egli lungo al camin dritto. 
Potuto non avea scontrar le schiere 

Di Boemondo, da cui del gran confiitto 
E del vivo Signor potea sapere. 
La mesta donna e lo scudiero afflitto 
Vuol più d'appresso Idetta anco vedere, 
Lascia il Conte, e '1 destrier più forte fìede 
Giunge e saluta, e 1' esser suo le chiede. 



CANTO QUINTO. 253 

Tosto che comparir si Tede inante 
La bella donna in lucide arme involta, 
Ch'ella crede un gaerriero, e'I fier sembiante 
Ne vede Erminia, e '1 parlar dolce ascolta : 
Signor, son, disse, sventurata errante 
Donna morta tra vivi, e non sepolta. 
Nò morte avrò se manco in me non viene 
Parte del duol che viva ancor mi tiene. 

Viva mi tion, perch'è si grande e intenso, 
Che passa il segno, e '1 suo poter vien manco, 
Allor a morte condurrammi, io penso, 
Gh'ei ila minore e men pungente al fianco; 
Non puote tale altezza il basso senso 
Ferire: al senso naturale al manco 
Pareggi il duol se stesso, e cosi tranne 
Potrà di vita, e poca polve farme. 

Non bene ancor dal suo parlare apprende 
La sorella gentil del pio Buglione 
Qual grave noia a l'altra il core offende, 
Né qnal per lamentarsi ella ha cagione. 
Da r età d' amor segni in lei comprende, 
Gh' al ver di cosa a lei nota s' appone : 
Cosi talor d' un altro infermo il male 
Altri, se '1 prova in sé, giudicar vale. 

Chiede a colei che meglio il ver le conte 
De' suoi dolori, e nulla asconda o taccia ; 
Alza di novo mesta allor la fronte 
Erminia, e mira la donzella in faccia. 
Sovragiunge fra tanto il vecchio Conte, 
Quasi uom, cui nove cose udir non spiaccia, 
Yafrin conosce, et è da lui non manco 
Kiconosciuto il generoso Franco. 

Come il Conte di lui prima s' accorse, 
Che in cotal guisa andar errando il vide, 
Chiesto a lui di Tancredi avrebbe forse : 
Ma Erminia al suo parlar la via recide, 
Ch' a i giusti preghi ormai, che l' altra porse, 
Pronta s' induce a raccontar l' infide 
Promesse di Fortuna, e in voci meste 
L' espresse, e fur le sue parole queste : 

Regio il mio stato fu, sorte cangiollo. 
Anzi il distrusse, e serva ancor fui lieta; 
Ch'a me perder non parve, e non dar crollo, 
Né d' aita né degna esser di pietà : 
Ma ben degna ne fui, quando dal collo 
Il caro giogo tolsi, allor la meta 
Passai de le miserie, allor gli affanni 
Origin fur do' miei presenti danni. 

Amai, bramai gran cose, e grandi furo 
Più quelle ancor che per godere, osai; 
Non fu r ardir mio no, d' un più sicuro 
Petto d' audacia albergo a l' opra entrai. 
Volse Dio, che presente anco ha '1 futuro. 
Che la mìa folle audacia io non lodai. 
A penar lungo un gioir breve io scemo. 
Ma dopo quel succede un pianto eterno. 



254 CANTO QUINTO. 

76 Fra i miglior cavalier, che '1 campo onori 
Che menò seco in Asia il dnce Franco, 

D' un, eh' in Italia nacque, i tìvì ardori 
Sentii d'Amore e mille strali al fianco; 
Gustai con lui mal fortunati amorì. 
Poi ratto mi sparir dinanzi, et anco 
Dolor n'ho, che vivendo a me fa tolto, 
Saputo ho poi ch'egli è di vita sciolto. 

77 Fu con un altro pur guerrier pregiato 
Compagno suo, già passa il terzo giorno, 
A Damasco in prigion preso menato, 
Per farvi forse un lungo aspro soggiorno. 
N'ho poi la morte udito: ecco lo stato 
In cui, misera, fo per lui soggiorno. 

Era nipote al Principe che regge 
Or Antiochia, e le dà norma e legge. 

78 Da la bocca d' Erminia Idetta intenta 
Dal principio a la fin tacita pende, 

E senza ch'altro più domandi o senta 

Un de' due liberati esser comprende ; 

Ma di gelo al sno dir prima diventa 

Che sta in dubbio qual sìa ; poi come intende 

Che non è quel per cui langue e sospira. 

Del mal de l'altra ducisi, e in sé respira. 

79 Qaal se, per far di custodita ròcca, 
di ben forte muro aspra ruina, 

S' accosta a lo spiraglio e lieve il tocca 
Accesa corda, ond'arda poi la mina; 
Se'l cavo precipizio in giù trabocca. 
Fin là corre la fiamma ov'ei dechina. 
Poi da r intoppo, che '1 suo corso allenta. 
Senza effetto rimansi oscura e spenta, 

80 Così, per fare al sen d'amore acceso 
Peste di gelosia crudele oltraggio, 

A mezzo il dir d'Erminia avea già preso. 
Per gir fin dove ei siede il sno viaggio : 
Ma trovò intoppo allor ch'ebbe compreso 
Idetta ove colei vòlto ha '1 coraggio : 
Giungea fin là, senza trovar mai meta, 
Ma il sentir poscia chiaro il ver, gliel vieta. 

81 Poi ch'ai velen, ch'entrarle al petto volle, 
Tronca a mezzo il camin restò la strada, 
Cortese Idetta le ragiona: Il folle 

Desio cho'l tuo Signor prigion ne vada 
È tronco al tutto: in van per ciò di molle 
Pianto il volto si riga: amica spada 
Ambi salvò da i lacci, ambi poi fero 
Di chi gli conducea macello fiero. 

82 Fu vicina a sentir tanta allegrezza 
L' anima allor, che ne periva forse : 
Né avria potuto a dolor tanto avvezza 
Gioir senza morir; ma la soccorse 
Dubbio del ver, che parte usando asprezza, 
Parte del dolce allor negando, torse 

Dal viaggio la mente, ov'ella giva 
S' a la certezza largo il calle apriva. 



CANTO QUINTO. 255 

Qael dubbio poi che la sottragge a morte, 
AI parlar le mÌDistra anco la voce. 
Pianto ha del suo Signor T ultima sorte, 
Caso di Ini non crede or manco atroce; 
Pur quel novo parlar vien, che le porto 
Il desio di saper con pie veloce 
A voler meglio penetrare il vero 
Del fatto, e da colei saperlo intero. 

Se ciò che più M desio brama, e la mente 
Mon crede, ò ver, tu dimmi ove si trovo, 
Ond'io possa accertar questa dolente 
Vista, eh* indarno V ha cercato altrove ! 
Sì disse, e V altra : Il mio parlar non mente. 
Ma dar non ti saprei più certe nove ; 
Nel camin, dice, ove a Damasco vassi 
Gli vidi, e più non osservai lor passi. 

Colà prender disegna il suo camino, 
Che ritrovarlo, ov' ei fta vivo, spera, 
Fassi prima additare il più vicino 
Calle e più dritto a la gentil guerriera; 
Ma s' interpone al suo voler Vafrino, 
Che sa del suo signor la mente intera: 
Esser (dice) non può lunga stagione, 
Se libero è, lontan dal pio Buglione. 

Colà dunque si vada, ivi saranno 
Giunti a volo, soggiunge, i due guerrieri; 
0, se pure a tornar tardato avranno. 
Cercando forse pria vari sentieri. 
Ivi tosto gli avrem, che non potranno 
Tardare, o quivi almen per messi veri 
Saprem di lor; poi tu gli aspetta, o vegli 
Cercar di lor, men dubbia impresa togli. 

Al parer di colui concordi furo 
Gli altri, ciascuno a ritornar P essorta; 
Ivi starsi potrà fin che sicuro 
Messo di ciò la nova a lei no porta. 
A quel parer s' attiene, e fa men duro 
Viaggio Erminia, e in sé si riconforta; 
Che se *1 troppo bramar fa eh' ella teme, 
Pur darile ancor P altrui parole speme. 

Vanno insieme lo belle e pellegrine 
Donne, ma non per donna Idetta è tolta, 
Già scopron la città, già son vicine 
Le mura, ov' è gran gente insieme accolta. 
Ma come prima entrar le palestine 
Porte, Vafrin die con Erminia vòlta 
(Ma prima accomiatossi) in parte, donde 
Sappia nascosta il ver, eh' a lei s' asconde. 

Con r altra il Conte vanne, ogn' an che '1 vede 
Così venir la sua tornata ammira. 
Che sì tosto del danno anco non crede 
Esser del petto suo smorzata Pira; 
Fa de P altra il sembiante a tutti fede 
Ch* ò guerrier di gran pregio, e ciascun gira 
Gli occhi a mirar (che non Phan vista inante) 
Lo splendor di quelP arme e '1 bel sembiante. 



256 CANTO QUINTO. 

90 Poi che fùr dove in larga piazza abonda 
De r osto amica ognor noTolla gente, 
Yeggion ove in disparte poi circonda 
Nuuier d' eroi più scelto, il Re presente. 
Fattosi il Conte inanzi, e con gioconda 
Fronte raccolto, a lui cortesemente 
Favella il Re : Ben opportuno or giungi ; 
Col tuo venir pace a contento aggiungi. 

91 E ben contento era io, eh* a i novi acquisti 
Giungesser queste uovo amiche schiere: 

Ma il pensar poi che tu da noi partisti 
Rendea scemato in parte il mio piacere. 
Boemondo è qui, qui son popoli misti 
Di più nazion con lui, come vedere 
Tu puoi : molto può farsi. Or tu chi meni 
Teco ci narra, e con qual mente vieni? 

92 Raimondo, poi che più nel cor non bolle 
L' ira, e già spento quel veleno avendo : 
Partii (dice) sdegnato, e di quel folle 
Pensier degna cagione or non comprendo, 
Se sopra sé la mente or lieve estolle: 
£rrai, ben veggio, et or V errore emendo ; 
Che me stesso ti rendo, e meco un dono 
Ti fo, mercè del qual merto perdono. 

93 Poi che sì disse, a lei di sua man tolse 
L' elmo, eh* al capo V aureo crin coperse. 
Quel mentre a V aure dispiegossi e sciolse 
Ondeggiò vago e '1 suo splendore aperse : 
Ma poi che su le spalle al fin s'accolse, 
Mille volti un sol volto in sé converse : 

E '1 sol prima si bel ne 1* armatura 
Al girar di due stelle or qui s'oscura. 

94 Non la vede uom, ch'ai cor non senta un gelo. 
Né sent« gel che non diventi ardore, 

Né fassi arder che non s' inalzi al cielo. 
Né s' alza al ciel che non rapisca il coro ; 
Quivi dal bel secondo al bel primiero 
Fura se stesso, in sé del primo amore 
Sveglia i diletti, e mentre a quel trapassa 
La memoria de l'altro in terra lassa: 

95 Tanto in si breve spazio arde e risplendo 
Lume talor che '1 veder nostro abbaglia. 

Al Re buon conto il Tolosan poi rende 
Quanto il dou, eh' ei gli face, in arme vaglia, 
E con brevi parole a dirli prende 
Come poco avanzò seco in battaglia; 
Come pregollo a venir seco, e come 
Depose de' suoi sdegni egli le some. 

96 Fraterno amor, beltà, spirto guerriero 
Tutti in un punto in mente al Re s' ofifriro ; 
L'abbraccia, e: Come te, mio sangue vero. 
Qui salva (dice) entro a quest' arme miro ? 
Corser gli altri duo frati, e con sincero 
Amor fraterno ad abbracciarla giro: 

Con yirginal rispetto in sua ragione 
Idetta lor la sua partita espone. 



CANTO QUINTO. 257 

7 Ma Kinaldo o Tancredi, a la vicina 

Piijjion tolti da lei, trasscrsi inanti, 

Ciascun la sua liberatrice inchina, 

K dàlie anzi il fratel debiti vanti. 

D'ostro un vivo color la bianca brina 

Le sparse allor eh' ella si vide avanti 

L* iniagin che scolpita avea nel core : 

Ma scoprì cortesia, colò 1' ardore. 
S Lieto il Buglion del Conte e de la suora, 

Verso il palagio dritto il caniin tiene, 

Cauto in tanto Vafrin senza dimora 

A ritrovare il suo signor no viene ; 

Qui giunto il vede : ma commoda 1' ora 

Attende che scoprirsi a lui conviene, 

Pur com'uom, che fé' sempre ivi soggiorno, 

K non che faccia altronde a. lai ritorno. 
■* A lui viene opportuno, e dice : Ho meco 

Erminia, addotta dentro a queste mura ; 

Tanto e non più de 1' andar mio ti reco, 

Prendi del resto or tu. Signor, la cura; 

Tu vieni, e vedi il vero, e parla seco 

E lei del viver tuo dubbia assicura. 

S' altro poi sopra questo in mente avrai. 

Meglio deliberar per te il potrai. 
"<^ Col servo, dove misera e soletta 

Erminia stassì, il Principe s'invia: 

In volto afllitta, in abito negletta 

Trovolla, e proprio qual si convenia 

A donna, cui da dolor lungo astretta 

Novo altro ben breve speranza dia : 

Tosto prosternar vuoisi a lui presente, 

Ma il generoso cor non gliel consente. 

01 Comincia poscia: Io, pur più ch'altra ni mondo 
Bramar te salvo e procurar devoa: 

A te pregar felice, a te giocondo 
Viver tranquillo antico obligo avea : 
Contra 1' obligo mio quasi nel fondo 
Di miseria ti spinsi : ecco la rea. 
Mia folle colpa il tuo periglio tenta. 
Errai sol io, sol io la pena or senta. 

02 Non fu già furor mio eh' a farmi trasse 
Danno a te : fu soverchio ardire altrui. 
Alma amante inesperta al ver sottrasse 
Furor d' amante : io l' ingannata fui. 

Cii' io non credessi, e che nien altri osasse. 
Era ben degno usar gli inganni sui. 
« Usolli, e mal sortirò, e morto acerba. 

N' ebbe, e tal anco a me ragion la serba. 
».'J Che so di morte indegna a fieri artigli 

Preda troppo onorata ir via ti vidi. 
Già non debb' io voler di quei consigli 
Cagion, che de la vita altri m' affidi. 
Questa man piglierà, se tu non pigli 
Vendetta: ella farà, se non m'uccidi. 
Scempio del cor, che corso ove il desio 
Guidollo, G '1 calle al tuo periglio aprio. 

Tasso.* 17 



258 CANTO QUINTO. 

104 Ta conoscer almen dal mio morire 
Dolor del corso tuo danno potrai ; 

Il voler mio non fu dei mio fallire 
Compagno : dal mio furto altro sperai : 
A sfogar or lo tue giustissime ire 
Pronta me. centra me correr vedrai; 
Che forse a te vii segno il sen somiglia 
I)i donna. Tace, egli il dir suo ripiglia: 

105 Non ira, non vendetta, e non del sangue 
Sete crudele or centra te m' invoglia : 
Poco fu r error tuo, pestifer angue 
Sovente avvien eh' in seno altri s' accoglia. 
Chi procurò V oltraggi or giace essangue : 
Questi ben volentìer di vita spoglia 

Mia destra; i desir tuoi conosco, vivi; 
Degno ò eh' i morti or sien di vita privi. 

106 Io son fuor di perìglio, in te non torni 
Di corso rischio incerto il certo danno : 
Colei ben degna fu finire i giorni, 

Che dio principio al temerario inganno. 
Pochi oltraggi patii, pochi gli scorni 
Furo, e mie man ben vendicati gli hanno. 
Te non fìa ch'io men pregi, o men dt prima 
Onori e inalzi. Altri gli afflitti opprima. 

107 Così piacesse al Ciel finire insieme 
Quella e' hai meco ancora al creder lite! 
Tace, et ella in cui già novella speme 
Sorge, risponde : donator di vite. 

Ma de la mia, che sorte e dolor preme, 
Donator mille volte, a che m' invite ? 
A viver anco ? e pur, poi che mi viene 
Da te r invito, io non rifiuto il bene. 

108 Tetsempre almeno io serva, e questa sola 
Grazia fra tanti oltraggi il Ciel mi dia; 
Che da qui innanzi al creder suo s' invola 
Mia mente, il creder tuo, suo creder fia! 
Lieto allor de 1'. acquisto, ei la consola, 

E pensa come a la più dritta via 
Tosto ridur la debba : è qui presente 
Yafrino essecutor de la sua mente. 

100 Prima con lui ciò che vuol far divisa 

£ d'ogni suo consiglio a pien l'informa; 
D' ogni indugio Vafrin la via recisa 
A'apne, e non è che nel suo carco ei dorma. 
Parte Tancredi ancora, e in questa guisa 
Lei lascia: Vienne dove ancor la torma 
Di molti intorno al gran palagio aspetta, 
Qui pria concorsi per vedere Idetta. 

110 E, perchè '1 dì seguente, è 'I dì, che sciorro 

Vuol Boemondo a la gran tomba il voto: 
Ordina il Re la pompa, e fa disporro 
Ciò che '1 può far per vero amico noto : 
La suora ancor di lui seco discorre 
Quel dì segno mostrar del cor devoto. 
Così ciascun de' suoi, che far ciò biauia. 
So sveglia a pietà, e '1 ciel propizio chiama. 



NOTA. 



Studiando nel discorso d' introduzione la cronologia della composizione 
della Gerusulfinme, ho dimenticato di discutere un punto importante. Il Tasso, 
nella Memoria lasciata quando andò in Francia nel 1570 {Lettere, J^n.ì'S), af- 
iidava in caso di morte ad alcuni amici la revisione de' suoi manoscritti, e fra 
questi erano : e i quattro libri del poema eroico ; del Gottifrodo i sei ultimi 
canti, e de' due primi quello stanze che saranno giudicato men ree. > Ora, come 
i libri del poema eroico erano tre, e non quattro, nella prima redazione ; cosi 
qui per « sei ultimi canti » del poema va inteso con certezza nel senso limitato 
di ultimi sei composti, perchè è altrettanto corto dalla lettera al Di Porzia, 
citata qui a pp. 10-11, aver egli cominciato a comporre l'ultimo canto del poema 
soltanto neir agosto 1574. Per queste ragioni lo credo che non solo rimanga 
fermo quanto mi sono ingegnato di dimostrare, ma anzi dal passo della Memoria 
venga provato luminosamente. E cioè, i primi due canti, di cui il Tasso diceva 
di scegliere solo alcune stanze, non avevano ancora subito ^ rimaneggiamento 
che ebbero dopo, nel 1572-73; « gli ultimi sei» erano i canti dal terzo all'ot- 
tavo, fino allora composti : di modo che dal 1566, in cui era già scritto il canto 
sosto (cfr. p. 6), al 1570, il Tasso avrebbe scritti i canti settimo od ottavo, con- 
fermandosi così le osservazioni da me fatte a pp. 7-8. 




BIMAMO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Il numero a sinistra di clii leggo indica il canto, quello a destra l'ottava. 



tbbU 

2* Cosi rispose: e di pnng^ente rabbia 
Isè il celò giù, ma con eiiflata iabbia 
Chi la pace non vaol, la guerra s'abbia. 



83 



V 

3» 



9" 



10° 



11' 



^W 



13' 

15" 

16° 

17' 



accia 

Narra i lor vanti, e con terribil faccia 81 
Gii usarpatori di Sion minaccia. 
E, crollando il gran capo, alza la faccia 52 
Che sin dentro alle mura i cori agghiaccia 
Mentre egli altri rincora, altri minaccia, 
Qual dopo lunga e faticosa caccia 2 

Che la fera perduta abbian di traccia. 
Tal pieni d'ira e di vergogna in faccia 
Hagìone alcuno inganno occulto giaccia ; 30 
Motto non fanne, e noi dimostra in faccia: 
Vuol che securo la sua destra il faccia. 
K per venire a lotta oltra si caccia. 96 
Sì che ne pesta al Tolosau la faccia : 
Katto si svia dalle rol^uste braccia ; 
Il destro corno;e non v'è alcun che faccia,l 10 
Cosi il timor precipiti li caccia. 
T^è chi con mani cento e cento braccia 
Cosìfuggiano i Franchi; e di lor caccia 120 
Sol centra Tarmi e centra ogni minaccia 
Volgea Goffredo la secura faccia, [eia, 

Kè coglie appieu.che piaga anco nonfac- 23 
£ più direi; ma il ver di falso ha faccia. 
non senta il ferir dell'altrui braccia; 
Sue genti vede, accorre, e le minaccia: 47 
Guardate almen chi sia quel che vi caccia. 
Né ricever né dar sa nella faccia; 
£ con maggiore e più terribil faccia 57 
Di guerra i chiusi barbari minaccia. 
Con questi dotti ogni timor discaccia 78 
Sol nel plauso comune avvien che taccia 
Sorge intanto la notte, e su la faccia 
Stassi appoggiato, e con secura faccia 71 
Quegli in gonna succinto, e dalle braccia 
Or con l'erbe potenti invan procaccia 
£ l'asta crolla smisurata, e imbraccia 75 
Il già deposto scudo, e Telmo allaccia. 
Soggiuusealloral8mono:Attcnderpiaccial7 
Sinché di varie tempre un misto i' faccia. 
Forse allora avverrà che parte giaccia 
Or odi dunque tu, che il Ciol minaccia 40 
Io non so; forse a lui vien che dispiaccia ■ 
Forse è la vera fede. Ah! giù ti piaccia 
Degli alti merli, e in che terribil faccia! 28 
£ dibattendo Tarme altri il minaccia. 
Qual di leon che si ritiri in caccia; 
Ch'un secretc spavento al cor gli agghiac-50 
Ogni nativo ardore, e in fuga il caccia [eia 
£ di nostre vergogne, ornai ti piaccia; 55 
La memoria di lor sepolta giaccia. 
Parti, fra l'opre mie questa si taccia. 
(Ch'io già noi credo) di lassù minaccia, 40 
Tempesta accolta di sfogar gli piaccia; 
più che in funebre pompa il duce giaccia. 



t7* Rispose egli al guerriero: Ai Cieli piaccia 84 
Con lei del suo signor vendetta faccia; 
Carlo, rivolto a lui con lieta faccia, 

18** A lui, ch'nmìl gli s'inchinò, le braccia 2 
Ogni trista memoria ornai si taccia, 
£ per emenda io vorrò sol che faccia, 
Vassene al mirto :allor colei s' abbracciasi 
Ah non sarà mai ver che tu mi faccia 
Deponi il ferro, o dispietato, e il caccia 
Poggia, e questi conforta, e quei minaccia 77 
Puote afferrar con le distese braccia. 
Cerca precipitarlo, e pur noi caccia. 

19^ Quegli di furto intanto il ferro caccia 25 
E sul tallone il fiedc;indi il minaccia. 
Che noto a' suoi per uom pagano il faccia. 88 
L'un campo e Taltro,elliporransi in traccia. 
Mostrando di custodi amica faccia; [eia 
Chele vie tutte ingombra, e la gran fac- 102 
Tien volta al cielo, e morto anco minaccia. 

20° Verini m drizza, e i suoi sgrida e minac- 47 
E, fermando chi fugge, assai chi caccia, [eia. 
Ma nou Innga stagiou votgon la faccia 57 
Fuggon le turbe; u sì il timor le caccia. 
Ma segue pur senza lasciar la traccia, 
11 sangue e icori ai circostanti agghiac- 104 
Nel cor si turba e impallidisce in faccia: [eia: 
Non si risolvo e nou sa quel che faccia: 

accio 

2° Tratti d' ogni periglio e d'ogni impaccio ; 84 
L'ardor toglie allastate,al verno il ghiaccio: 
Stringe e rallenta questa a' venti il laccio ; 

14" Quando ciò fia? rispose; il mortai laccio 7 
Sciolgasi ornai, s' al restar qui m' è impaccio. 

20** £ con man languidettail forte braccio, 130 
Tentò più volte, e non uscì d'impaccio; 
Altin raccolta entro quel caro laccio, 

ace 

l" È ben ragion (s'egli avverrà che in pace 5 
£ con navi e cavalli al fero Trace 
Ch' a te lo scettro in terra, o, se ti piace 
Tutto par che ritrovi, e in eflìcaco 19 

Modo Tadorna sì, che sforza e piace. 
Che tra i Franchi e i Germani e il mar si43 
Terra di biade e d' animai ferace : [giaco 
Riparo fansi alT Ocean vorace ; 
Ma perchè il greco imperator fallace G9 
Per far che o torni indietro, o il corso audacu 
Tu, nunzio mio, tu, consiglier verace, 
£ ricevè condizion di pace, 76 

Sì come imporle al pio Goffredo piace. 

2** Nel tempio do' Cristiani occulto giaco 5 
Di Colei, che sua diva e madre face 
Dinanzi al simulacro accesa face 
Vince fortezza, anzi s' accorda, e face 17 
Sé vergognosa, e la vergogna audace. 
Faran per avventura a te la pace 68 

Fuggir, più che la guerra altri non face. 
Non creder già che noi fuggiam la pace, 87 



202 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Che V amicizia del tuo re ne piace. 
Ma s** al Ruo imperio la Giudea soggiace, 
3" Fermossi ; e lai di pauroso audace 27 

I patii sian, dicea, poiché tu paco 

II mio cor, non più mio^ s' a te dispiace 

Il gran feretro, ore sublime ei giaco. 67 
La voce assai più flebile e loquace : 
Frena il ano affetto il pioBnglioce.e tace. 

4** Ma il giovinetto Eustazio, in cui la face 78 
Mentre bisbiglia ciascun altro e tace, 
germano e signor, troppo tenace 

5° Ben altamente ha nel pensior tenace 13 
E si reca a disnor eh' Argante audace 
E parte di sentire anco gli piace 
E cresce in lui, quasi commossa face ; 23 
Per gli occhi n'esce e per la lingua audace. 
Crede in Rinaldo, a suo disnor non tace, 
Del cor non stimi testimon verace, 41 
Il pensier de' mortali occulto giaco ; 
Nel Capitan, che in tutto anco noi tace, 

6" Forte sdegnossi il Saracino audace, 12 
Si amaramente ora d' udirgli spiare 
A tuo senno, risponde, e guerra e pare 
Sovra il petto del vinto al destrier face: 36 
Come costai che sotto i pie mi giaco. 
Che Tatto crudelissimo gli spiace; 
Ma nella notte ogni animale ha pace : Ó2 
Notturno pregio che s' asconde e tace. 
La mia battaglia abbandonar non piace : 
Bair altra parte il consiglier fallace 73 
Kata non sei tu già d'orsa vorace, 
Ch'abbia a sprezzar d'amor l' arco e la f^rn. 
Mio precursore ma sii pronto e sagace, l'ù 
Ed introduca ove Tancrodi giace : 
Che gli apporta salute, e chiedo pace : 

7" Soffrii lunga stagion ciò che più spiace : 1.3 
Mancò la speme e la baldanza audace, 
E sospirai la mia perduta pace ; 
Così d' amor, d' onor cura mordace 50 
Or mentre egli s' affligge, Argante audace 
Tanto è nel crudo petto odio di pace, 

8* Allor vegg' io che dalla bella face 32 

Che dritto là, dove il gran corpo giace, 
E sovra lui tal lume e tanto face, 
Prontaman ,pensier fermo,animo andace,65 
Portar fra mille morti o ferro o face : 
Si dispensan nell'ozio e nella pace, 
E il vulgo, ch'anzi irriverente, audace, 82 
E eh' ebbe al forre, all' aste ed alla face 
Non osa (o i detti alteri ascolta, e tace) 

9" Ch'orbo di tanti figli a un punto il face!)35 
E della stirpe sua che tutta giace. 
Nelle atroci miserie e s'i vivace. 
Benché non istimò che ai fugace 42 

Vulgo mai fosse d' assalirlo audace. 
10'' Oh saggio il re di Tripoli, che pace 47 
Ma il Soldano ostinato o morto or giace 
nell'esilio tìmido e fugace 
11" La gente di Gesù però non tace; 13 

Più che di stormo avria d' angei loquace : 
Che giungano a turbar la santa pace 
Nelle sue furio il cavaliere audace, 62 

Non gli par cr.mpo dol suo ardir capace ; 
Il muro, e la fessura adito face ; 
E con la destra il tenta, e col tenace 71 
Ferro il va riprendendo, e nulla face. 
12" Un non so che d' insolito e d' audace 5 

l'nom del suo voler suo Dio si face 

1 lumi: io là n' andrò con ferro e face. 
Ella, saggia ed unii1,di ciò che piace 22 
ÀI suo signor, fa suo diletto e pace. 



12" E, in atto di morir lieto e Tivace, 68 

Dir parea : S' apre il cielo ; io vado in pace. 
Posto sul letto, e l' anima fugace 84 

Ma la garrula fama omai non tace 
Vi traggo il pio Goffredo, e la verace 

13" Sembrali ciel nell'aspetto atra fornace,56 
Nelle spelonche sue zefiro tace. 
Solo vi soffia (e par vampa di face) 

140 Onde rispose : Poiché a Dio non piace 12 
Prego che del cammin, eh' è men fallace 
È, replicògli Ugon, la via verace 

15° Mare spiegò de' remi il volo audace : 26 
Perchè inghiottillo T oceàn vorace ; 
Il suo gran caso, eh' or tra voi ai tace. 
Tacciono sotto i mar securi in pace ; ' 43 
E in mezzo d' es-se una spelonca giace, 
Fané non lega qui, né col tenace 

16" E, tra le oblique vie di quel fallace 1 

Kavvolgimento, impenetrabil giare. 
Vattene pur, cradel, con quella pace 59 
Ma tosto ignudo spirto, ombra seguace 
Nova furia co' serpi e con la face 

17* Merce, che quindi il Niìo isola face, 24 
È di tre regni e di due fo^ capace. 
Ko r uno e l'altro, e di Macon segnaco, 
Forse è qui tal, eh* ogni tuo vanto audace 50 
Supererà co' fatti, e pur si tace. 
Non scorge il ver. che troppo occulto già- SS 
Quasi lungo, per nebbia, incorta face, [ce, 
Affermarti, non sono in questo audace; 

18" (Quanto raccor potrà) certo e verace. 57 
Ch'a questo ufficio di propor mi piace: 
Audace si, ma cautamente audace: 

19" Se non teme Tancredi, il petto andace 23 
Non fé natura di timor capace. 
Ohe sotto alta apparenza di fallace 53 
Spavento oggi men grave il danno giace. 
Cosigli parla: e intanto ei mira, e tace; SI 
Femmina è cosa garrula e fallare. 
Sì tra sé volge. Or, se venir ti piace, 
Raccogli tu r anima mia seguace; 100 
Così parla gemendo, e si disface 
Rivenne quegli a quell'umor vivaci», 

20' Propria l'altrui difesa, e propria face 37 
Egli dà morte ad Artabano audace, 
E per l'istessa mano Alvante giace, 
Sembra quasi famelica e vorace; 79 

beco Aladin, seco lo stuol seguace 
Ma il buon Raimondo accorro ove dìsface 
E largamonte all'anima fugace 120 

Più d'una via nel suo partir si face. 

aci 

10" Ben tu giungi a grand' uopo: a5>colta, e 32 
Poi movi a tempo le parole audaci. [Uri; 

12° Non di morte sei tu, ma di vivaci 97 

E ben sento io da te le usate faci. 
Deh! prendi i miei sospiri, e questi baci 

16" Repulse, e cari vezzi, e liete paci, 25 

Di pianto, e sospir tronchi, e molli baci: 
Ed al foco temprò di lente faci; 

13*^ Ma l'o'hipio Ismen, che le sulfuree faci 87 
Ritentar volle l'arti sue fallaci, 
E fra due maghe, che di Ini segnaci 

19" Mache?sqnallidoescaroanco niipiaci:107 
S'odi il mio piantO) alle mie voglia audaci 
Dalle pallide labbra i freddi baci, 

aeqae 

2*' Armò d' orgoglio il volto, e si compiacqae39 
Rigido farlo ; e par rigido piacque. 



EIMABIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



263 



i^ Del bel Damasco, e in minor sorte nacque; 43 

Cai farlo erede del ano regine piacque. 

li nascer mio ; che in tempo estinta giacque 
7" Giunse del bel Qiordano alle chiare acquo, 3 

E scese in riva al fiume, e qui si giacque. 
11"* E già l'antico Erotimo, che nacque 70 

Il qual delTerbe e dello nobil acque 

Caro alle Muse ancor; ma si compiacque 
12* Di piotato alle fere, e mente all'acque. 37 

Ch* è del Ciel messaggero. E qui si tacque. 

Come del giorno il primo raggio nacque: 
14* NaeqniioPagan.mapoi nelle sante acquo 41 

Rigenerarmi a Dio per grazia piacque. 
15** Essi entrar nel palagio: esse nell'acque 66 

Tuffarsi; a lor sì la repulsa spiacqne. 

acro 

11* Ond'egli cade, e fa del sangue sacro 44 
Sa l'arme femminili ampio lavacro. 

ada 

2° Emans è città, cui breve strada 56 

Ed uoiii,chc lento a suo diporto vada, [da! 
tlhquantointender questo aìFranchiaggra- 
T' esorteranno a seguitar la strada, 69 
A non depor questa famosa spada. 
Finche la legge di Macon non cada, 

3" Seguirlaisuoiguorrierper quella strada 1.5 
Che spianar gli urti, e che s'aprì la spada. 
Con l'urto dól cavallo, e con la spada 43 
Fa che scorno dol capo a terra cada. 

4" Spender tutto potrai, come t'aggrada, .17 
Cloche vagliali suo sccttro,olamiaspada. 

5° Gli ebbe una volta e due la fora spada. 31 
Gli spirti e l'alma fuor por doppia strada 
Il vincitor, né sovra lui più bada; 

6^ Non farà già che senza oprar la spada 5 
Inglorioso e invendicato io cada. 
Replica il re: Sebben l'ira e la spada 14 
Che tn sfidi però, se ciò t'aggrada. 
Così gli disse; ed ci punto non bada 
Nell'ira Argante infelloṇ!ce, e strada 36 
E, Co33, grida, ogni superbo vada, 
Ma l'Invitto Tancredi allor non bada, 

7* Chiede Tancredi a lui por quale strada 27 
Al campo de'Cristiani indi si vada. 
E ce rea or con lo scudo, or con la spa'la,39 
Che il nemico furore indarno cada. 
Che non sciogliete i voti?Eccola8trada:74 
A ^ual serbate uopo maggior la spada? 
Fere i men forti nmcai, ed alla spada 90 
Corca tra ferro e ferro aprir la strada. 
Prendi, volea già dirgli, un'altra spada ;95 
Ch'alto scorno è de'suoi, dovo egli cada. 
Così né indegna a lui vittoria aggrada, 

9** Su su venite: io primo aprir la strada 19 
Ferir da questa mia ciascuna spada. 
Oggi fia che di Cristo il regno cada, 
fi tenta invan con la pungente spad i, 30 
Che sotto il corridnr morto gli cada. 
Sotto Algazèl cade Engerlan di spada. 41 
Di morte, e quanta plebe ignobil cada? 
Goffredo, e non ìstava intanto a bada : 
10° È questa tua, dove convien ch'io vada? 30 
Se U concedevi ta, con lamia spada. 
Premer col forte pie la buia strada; 
]3* Fatte da me, eh' a me non meno aggrada. 13 
Marte col sol fla eh' ad nnir si vada: 
Aure nembi di pioggia o di rugiada; 
Sì che vinto partissi ; e in su la strada 46 
Ritrovò poscia e ripigliò la spada. 



13** Che più spera Goffredo ? o che più bada ? 64 
Sinché tutto il suo campo a morte vada? 

14** Esser io chieggio il messagger che vada; 27 
Per far il don dell'onorata spada. 
Onde al buon Gnelfo assai V offerta aggrada. 

16° Che già crollasti, a terra estinta cada 33 
Sotto l'inevitabile tua spada. 

18° Per questo sen, per questo cor la spada 34 
Solo al bel mirto mio trovar può strada. 
Rinaldo intanto irresolato bada; 72 

£ stima onor plebeo, quand'egli vada 
E volge intorno gli occhi; e quella strada 

19" Non alle tende mie, vo'che si vada; 118 
Vita sovrasta, è ben ch'ivi m'accada; 
Può forse al Cielo agevolar la strada: 
Pensa poi tu, s'è meglio usar la spada 123 
Con forza aperta, o il gir tenendo a biida. 

20" Poiché ha rotto il troncon,la buona spada,33 
E il folto delle schiere apre e dirada. 
E fa che quasi bipartito ei cada: 
Prende con l'altra man l'ignuda spada 84 
(Tanto basta all' aom forte) e più non bada; 



ade 



78 



1* Vicino il campo per diritte strade, 
1/ amica armata costeggiando rade; 
De'uocessarj arnesi, e che le biade 
2** Tacque, ciò detto: e il re,bench'apietade52 
Pur compiacer la volle; e il persuade 
Abbian vita, rispose, e libertade; 
3" Al Hgliuol di Bertoldo il destrier cade; 42 
Convien ch'indi a ritrarlo alquanto bade. 
Si ripara fuggendo alla cittade. 
4" Vòlte non fosser qui le nostre spade, 63 
E soccorso trovar, non che pietade; 
Mura non torniam prima in libertade, 
7° sia grazia del Ciel, che Tumiltade 9 
che, siccome il folgore non cade 
Così il furor di peregrine spade 
L'ire immortali e le mortali spade; 119 
Della gran pioggia rosseggiar le strade. 
E Pirro 6 il buon Ridolfo estinto cade; 
8^ Gloria e sostegno alla cadente etade, 6 
Seguendo han cinto per Gesù le spade; 
Né vaghezza del regno, né pietade 
E intorno un bosco abbiam d' aste e di spa- 1 7 
E sovra noi di strali un nembo cade, [de, 
9" È il sembiante d'un uom d'antica etade: 8 
Lascia barbuto il' labbro, e il mento rade; 
La veste oltra il ginocchio al pie gli cade; 

IO'' Perocché quegli armenti e quelle biade, 43 
Mentre nel campo a insanguinar le spade 
Picciol'esca a gran fame, ampia cittade 
Quando seguire il mìo piacer v'aggrade,69 
Centra l'empio Boglion mover le spade. 
Patto : solo a Rambaldo il persuade. 

11* E il toglie ai difensor della cittade, 69 
Questo popolo e quel) percosso cade. 
D'un sasso il corso per lontane strade: 
qual destrier passa le dubbie strade, 84 
E presso al dolce albergo incespa e rade: 

14* E sotto i pie mi veggio or folte or rade 44 
E generar le piogge e le rugiade 
Come il folgore' infiammi, e per quai strade 

15° Così dice ella; e per l'ondose strade 33 
E vede come incontra il Sol giù cade, 
E quando appunto i raggi e le rugiade 

ÌT* Vengon sotto Gazel quei che le biade 13 
E più suso insin là dove ricade 
La turba egizia avea sol archi e spade, 

18° Mentre mira il guerriero ove si guade, 21 



264 ElMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Un ricco ponte d'or, che lartjhe strade 
Passa il dorato varco; e quel giù cade 

18° Meraviglie vodea l'antica etade: 80 

Immagini mostrò più bello e rade: 
Nel falso aspetto angelica beltade. 
Mentre il campo all' assalto, e la cittìide49 
Una colomba per l'aeree strade 
Che non dimena i presti vanni, e rade 

19" Che dal furor delle nemiche spade 40 

Oimè, risponde, oimè, che la cittado 
E la mia vita e il nostro imperio cade. 

20' De'sooi gran colpi la tempesta cade. 55 
Che la prestezza d'una il persuado; 
Con la rapida man girar tre spade. 
Pur di nuovo l'affronta, e pur ricade, 80 
E colpa è sol della soverchia et ade, 
Da cento scudi fu, da cento spado 
Che far dee nel gran caso? ira e piotadoO? 
Questa all'appoggio dol suo ben che cado; 
Amore indifferente il persuade 

adre 
3» Poi eh' a lei fu dalle cristiane squadro 12 
Presa Antiochia, e morto il re suo padre. 
V'èGuelfo 8eco:e glièd'opre leggiadre63 
Ben il conosco alle sue spallo quadre, 
Mail gran nemico mio tra queste squadre 
6' Al giovin Poliferno, acni fu il padre lOS 
Viste le spoglie candide e leggiadro 
E centra le irritò l'occulte squadre; 

11» TeGenitor, te Figlio eguale al Padre, 7 
E te, d'Uomo e di Dio Vergine Madre, 
Duci, e voi, che le fulgenti squadre 

12* E sai non men che servo insieme e padre 33 
Io t'ho seguita fra guerriere squadre. 

17° Premoa Valerian l'orine dol padre; 73 
Cento noi sostenoan gotiche squadre. 
Fea contra schiavi Ernesto opre leggiadro : 

aga 

8° Ahi quanto è crudo noi ferire! a piaga 19 

Ch'ei faccia,erba non giova od arte maga. 
4» E l'alba, che gli mira e se n'appaga, 75 

D'adornarsene il crin diventa vaga. 
8° I feri colpi end' egli il campo allaga; 22 

E fatto è il corpo suo solo una piaga, (paga 
13° Neil Gange, il Nilo,allor che nons'ap-59 

Do'sette alberghi, e '1 verde Egitto allaga. 
14° Esce d'agnato allor la falsa maga 63 

E gli va sopra di vendetta vaga. 
15° Or insieme li mesce e varia e viga 5 

In cento modi i riguardanti appaga. 
16° Lascia gl'incanti. e vuol provar se vaga37 

E supplice beltà sia miglior maga. 
19° Che, sorpendcmi poi per l'alma vaga, 94 

Non so come, divenne incendio e piaga. 
20° Scocca l'arco più volte, e non fa piaga; 63 

E, mentre ella saetta, amor lei piaga. 

Ma l'un percottì sol;percote e impiaga 116 

Tisaferno di sangue il campo allaga 

Mira del suo campion la bella muga 

agge 

13" E in quelle solitudini selvagge 22 

Sempre a se nova meraviglia il traggo. 

aggi 

2* Del gran re dell'Egitto eran messaggi 57 
E molti intorno avean scudieri e paggi. 

3° E faccia al bosco inusitiiti oltraggi 75 
Le sacre palme, e i frassini selvaggi, 
L'elei frondose, e gli alti aboti| o i faggi, 



aggio 

1° Or,8e tu se' vii serva, è il tuo servaggioól 
(Non ti lagnar) giustizia e non oltraggio. 
Proparatevi dunque ed al viaggio 66 

Questo ardito parlar d'uom così saggio 
Tutti d' andar 8on pronti al novo raggio, 

6" Ma venga in prova pur; che d' ogni oltrag- 19 
E seco pugnerà senza vantaggio [gio 

Tacque; e tornò il re d'arme al suo viaggio 
7'' Tenera fronde mai d' olmo o di faggio, 24 
Tosto a quel piccìol suon drizza il viaggio. 
Strade il conduce della luna il raggio 
8" Oste mio ne sarai, sinch'al viaggio 40 
Matntin ti risvegli il novo raggio. 

13" Ma dolce spiega e temperato il raggio, 80 
Tra'l fin d'aprilo e'I cominciar di maggio. 
L'aria sgombrar d'ogni mortale oltraggio, 

14" Del preveduto vostro alto viaggio, il 
Altrettanto vi fia, quanfegli è saggio. 
Carlo, o l'altro cbe seco iva messaggio; 
giovinetti, mentre aprile e maggio 62 
Di gloria o di virtù fallace raggio 
Solo chi segue ciò che piace è saggio, 

15' Già richiamava il bel nascente raggio 1 
Quando venendo ai duo guerrieri il Saggio 
Accingetevi, disse, al gran viaggio 
Iduo guerrieri, in loco ermo e selvaggio, 47 
E corno il ciel rigò col novo raggio 
Su su, gridare entrambi; e il lor viaggio 

17' Ma lor s'offriva intento, ed al viaggio 81 
Notturno gli affrettava, il nobil saggio: 
Ricominciò di novo allora il saggio: 96 
E vi discopro con l'amico raggio 
Socuri d'ogn" intoppo e d'ogni oltraggio 

aghe 

8" Ivi cred' io che le sue bolle piaghe 44 

Ciascun lieto dimo.'itri, e se u'appaghe. 
19 Breve e sottile allo sì spesso piaghe. 113 
Por uso tal sapoa potenti e maghe. 
Già può lo luci alzar mobili e vaghe. 

aglia 

3° Così mo'si vedrà s'al tuo s'agguaglia 26 
E, come esser sen:i'elmo a lei non caglia, 
Recata s*ora in atto di battaglia 
Sol Raimondo in consiglio,od in battaglia .09 
Sol Rinaldo e Tancredi a lui s'agguaglia. 
5° Te, la cui nobiltà tutt'altre agguaglia, 10 
Né sdegnerebbe in pregio di battaglia 
Te dunque in duce bramo, ove non caglia 
6 ' Sol di mirar s'appaga, e di battaglia 27 

Sembiante fa che poco or più gli caglia. 
7" Pur r obbligo ch'egli ha d' altra bat tagli:i30 
Fa cbe di nova impresa or non gli caglia. 
9° Sotto ha un do.strior.che di candore a ggua-J^2 
Turboo flamma nouè,cherotiosag1ia (glia 
Vibra oi, presa nel mezzo, una zagaglia; 

11° Di salitor di mura? Altri le saglìa, 
(Rischio debito a lui) nella battaglia: 
E di te stesso a nostro prò ti caglia. 
E il grido eccitator della battaglia; 
Di nuovo ancor alla tenzon si scaglia. 
Nel rotto accolta s'è della muraglia, 

16" Sia questa pur tra le mìe frodi ; e v:iglia47 
Che tu quinci ti parta, o non ti caglia 
Vattene; passa il mar: pugna, travaglia: 

18* Rinforzano e le torri e la muraglia; 47 
Ov'ò men atta a sostener battaglia, 
Esser non può eh' ad espugnarla vaglia. 

19*> Como coacluso fa,piùQou s'assaglia; 123 



')•> 



ti 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



265 



Chi dentro siassi a suo piacor non vaglia : 
Frattanto ad uopo di maggior battti(;liii. 
20* Fan crudel zufta ; e lor virtù s* aggua^rlia. 49 
E Tarme tuttavia gli funde e smaglia. 
■. Che gli siaparagon degno in battaglia; 
Quasi di viver più poco gli caglia 112 

Cerca il rischio maggior dulia battaglia. 

agna 

6° Di scenderne s*atTrotta alla campagna. 21 
Giusto non è eh' ci vada, e tu rimaglia. 
Prendi in sua sicurezza, e T accompagna: 
£, s' udita da lei talor si lagna, SO 

Gli affetti, e par cho dì sua sorto piagna. 
Venir sempre ne puote alla compagna ,- 
E l'altrui fuga ancor dubbio accompa- 111 
Egli spargo il timor per la campagna, [gna, 
19* Viene al loco prescritto, e s' accompagna; So 
Ed escon poi del campo alla campagna. 
Torbidi e gravi : ed ella pur si lagna. Ili 
Curisi adunque prima, e poi si piagna. 
Porge la mano alTopure compagna: 

2" Tu sola il duol comun non accompagni, 37 

Sofronia, e pianta da ciascun non piagni 
11° E da voi, duci gloriosi o magni, 2 

Piotato il vulgo apprenda o v" accompagni. 

agno 

14" Kullaegoaleatainomi hain sèdi magno, 10 
Ma è bassa palude u breve stagno. 

ago 

2° Nel prò fan loco e su la sacra imago 7 

Snsurrò poi le sue bostcmmiu il mago 
Che i Cristiani toglic.ssero l'imago; 50 
Alta ragion del mio paror m'appago. 
Quell'opra far, cho persuase il mago; 

4* Idraote, famoso e nobil mago, 20 

Arti si diede, e no fu ognor più vago. 
Di quella incerta guerra esser presago, 

7" Siccome idoli suoi, tu fossi vago, IG 

llondorno il tuo desio contento e pago. 
Umor di doglia cristallino e vago, 

9* Van dintorno scoriondo; e in varia imago 93 
Vedresti, ed ondeggiar di sangue un lago. 
Fuor d'una porta il re, qua.si presago 
10" Son dettolsmeno:e iSirìappullun magolU 

Me, cho dell'arti incognite son vago. 
13" Qui s'adunan le streghe, ed il suo vago 4 
Vion sovra i nembi, e chi d' un fero drago, 
Concilio infame, cho fallace imago 
14"* E tro fiate invan cinta rimago 6 

Fuggia, qual lieve sogno, od aer vago. 
Laqual zampilli in fonte, o in (lume vago 37 
Discorra, o stagni, o bi dilati in lago. 
Tempo è ben, disse ai cavalieri il mago, 49 
Che'l maggior desir vostro omai sia pago 
Gli lascia il capo verdeggiante e vago; TU 
E vi fonda nn palagio appre.sso un lago : 
15** Cosi n* andar sin dove il liume vago 57 
Si spande in maggior letto, e forma un lago. 
IB" Deh! poiché sdegni me, com'egli è vago 22 
Che il guardo tuo, ch'altrove non è pago, 
Non può specchio ritrar si dolce imago, 
20° Meglio por te s'avessi il fu.so e l'ago, 05 
Che in tua difesa aver la spada e il vago. 

ai 

2* Composto è lor dintorno il rogo omai, 33 
Quando il fanciullo io dolorosi lai 



Questo dunque è quel laccio ondMo sperai 
2° Che non ti possa il ferro vincer mai, 74 

11 decreto del Ciol qnal tu tei fai ; 

Cho rifugio, per Dio, l'he schormo avrai? 

Al suo compagno : Or ce n' andremo omai ; 94 

Tu col sol novo, io co' notturni rai; 

Esser non può colà dove tu vai : 
4° Ma promessa da me non trasse mai; 47 

Anzi ritrosa ognor tacqui, o negai. 

Eu.stazio lei richiama, e dico: Omai 84 

Che tal da noi soccorso in brovo avrai. 

Serenò allora i nnbilosi rai 
7" Misero! i' perdo, o non so già se mai 49 

Si rassereni agli amorosi rai. 

K, troppo, dice, al mio dover mancai; 
12" Pagana fosti, e il vero a te celai. 38 

Vincesti il sosso e la natura assai: 

Sia stata poscia, tu medcsma il sai; 
16° Che lasci a me ; vattene, iniquo, omai. 59 

Indivisibilmente a tergo avrai. 

Tanto t'agiterò, quanto t'amai. 
17° E in questo scudo affisa gli occhi omai, 04 

Ch'ivi do'tuoi maggior l'opre vedrai: 
18* E sostener per breve spazio i rai 93 

Delle angeliche forme anco potrai. 
19** Se, antivedendo ciò, timido stai, 9 

È il tuo timore intempestivo omai. 

Signor, dicea, come imponesti, andai 120 

Tra gl'Infedeli, e il campo lor corcai. 

ala 

10° E so ne gian per disusata scala, 34 

Ij'aer cho giù d'alio spiraglio cala. 
E salian quindi in chiara u nobil sala. 

alca 
14" Scoto questi nna verga, e il finmo calca 33 

Co* piedi asciutti, e contra'l corso il valoa. 
20" E la cavalleria correndo il calca CO 

Senza ritegno, o fera oltro sen valca. 

alda 

20° Si parla,eprega:ei preghi bagnacscaldalSO 
Ondo, siccome suol nevosa falda 
Così l'ira cho in lei paroa si salda, 

aldo 
10" Fiamma dal cielo in dilatato falde, 61 

Sovra le genti in mal oprar si salde. 
Or acque son bituminoso o calde, 

aldo 
4" E disse vorso lei (ch'audace e baldo 34 

Il foa dogli anni e dell'amore ii caldo): 
8" Sentissi un novo inusitato caldo. 77 

Che nel volto si sparge e il fa più b:ildo, 
Contra chi vendicar credoa Rinaldo; 

14° Vi fiammeggia il carbonchio, e luce il. sai- 39 
Diamante, e lieto rido il bel suìoraldo. [do 

18" Son già sotto le mura: allor Kinnldo 75 
E lei con braccio maneggiò sì saldo, 
Or lancia o trave, or gran colonna o spalili» 

20° Così, quanto contrasto avca men saldo, 5S 
Tanto scemava il suo furor Rinaldo. 
Attorsi ferma a rin\irar Rinaldo 121 

E do'Pagan non vede ordino saldo. 
Qui pon lino allo morti, e in lui quel caldo 

ale 

1° E pion di fé, di zelo, ogni mortalo 8 

Gloria, impero, tuiior, motto in non cale. 



2G6 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



2" Or, quando pur estimi esser fatale 74 
Siati concesso; e siati appunto tale 
Yinceratti la fame: a questo mule 

3* Il segue; e van, come por Tati a strale. 81 
Lontani molto, né seguir le cale, 
Talor mostra la fronte.e i Franchi assale; 
rdico Boemondo il micidiale, 63 

Distrnggitor del sangue mio reale. 

4" Risponde: Il tuo lodar tropp' alto sale, 36 
Cosa vedi, signor, non pur mortale. 
Mia sciagura mi spinse in loco t:ilo. 
Ch'io fuori uscia deiralvo;efu il fatale43 
Giorno, eh' a loi die morte, a me natule. 
Kuvido in atti, ed in costumi tale, 46 

Cfa'è sol ne'vizì a se medcsmo eguale. 
Kon tu, signor, né tua boutade é tale; 72 
Crudo destino, empio destin fatala, 
li' avermi priva, oimé! fu picciol male 

5" Né molto impaziente è di rivale, 12 

Né la donzella di seguir gli calo; 
Teco giostra Rinaldo : or tanto vale 19 
Uarri costui, eh' a te vuol farsi uguale. 
Mostri gli scettri, e in dignità regale 
Saggio signor, chi sia Rinaldo, e quale ; 36 
E per la stirpe sua chiara e regale, 
Kol castigo con tutti essere eguale: 
Ben caro avrò che la ci rechi tale: 54 

Ma Goffredo con tutti è duce eguale; 
Me scelse Amor, to la Fortuna: or quale 82 
Dico.Rambiildo allor: nulla ti vale 
Isé potrai della vergine regalo 
6" E sta sospeso in aspettando quale 55 

E 80 il furore alla virtù provalo. 
Ma più di ciascun altro, a coi ne cale. 
Cos'i disse la donna; e qnol leale 100 

Già veloce cosi, com'avess'alo; 
7* Affettuoso alcun prego mortale, 21 

Quegli a cui di me forse or nulla cale; 
Giacerà questa spoglia informa e frale, 
Sparge col piò l'arena, e il suo rivale 55 
Da lungo sfida a guerra aspra e mortale. 
Monti, replica l'altro, a dir ch'uom tale 85 
Fugga da to; ch'assai di te piti vale. 
E là, dove battaglia è più mortale, 109 
Quegli si mosso; e fu lo scontro tale. 
Che parve il popol d'Asia imbelle e frale, 
0* Ma grida al suo nemico : È dunque frale 37 
Che con ogni suo sforzo ancor non vale 
Tace; e percossa tira aspra e mortale, 
Ma giunto ove la schiera empia infernale 63 
Si ferma in aria in sul vigor dell'ale, 
Pur voi dovreste ornai sapor con quale 

10° Io mi son un, risponde il vecchio, al qualelO 
E si.com'uomo, a cui di te più cale 
Ke il mordace parlare indarno è tale, 

li" Le audaci schiere alla tenzon murale, 41 
Rallentò l'arco, e n'avventò lo strale; 
Tanto s* insanguinare il ferro e l'ale, 

12" Vada felice pur ; ch'ella è ben tale, 15 
Che sola più che mille insieme vale. 
Spezzando a forza il suo ritegno frale, 71 
Che poco innanzi a lei spiegava V ale: 
Cui trae bis?ogno d'acqua o d'altro tale; 
Qual in membro gentil piaga mortale S'ì 
Tal dai dolci conforti in si gran male 
Ma il venorabil Piero a cni ne cale, 

13" Ed inferma somiglia, a cui vitale 79 

E disgombrando la cagion del malo. 
La rinfranca e ristora, e rondo quale 

15" GiàCarloil ferrostringe.e il serpe assale; 19 
Per isforzo di man, con arme tale 



Fgli scote la ▼prga aarea imnoriale, 

17" Ben prego il Ciel, che, s'ordinato male 40 
Tutta sul capo mio quella fatale 
E salvo rieda il campo, e in trionfale 

IS" Che molti appoggian seco eccelse scale; 76 
Ma il valore e la sorte è disuguale. 
Aquilonar con ferro e fiamma assale, 95 
Ch'altri su monti, e drizza e tien le scale 
E la corona ai crin sacerdotale, 

19** Han cospirato; e l'arte lor Un tale: 87 
Tra due gran campi in gran pugna campale, 
E l'armi avranno alla francesca; e quale 
Soggiunse poi : La notte a me fatale, 92 
Perdei più che non parve : eil mio gran male 
Leve perdita è il regno; io col regale 
Soggiunse il prence: Alla città regale, 118 
Che se umano accidente a questa frale 
Che il loco ove morì l' oomo immortale, 

20** Prosontuosa entrar lingua mortale) 21 
Cori discese, e il circondò con Tale. 
E parlò fra le schiere in gnisa tale, 
E fa sembiante d'uom cni d'altro cale. 62 
11 drappel congiurato il suo rivale: 
Ella stessa in su l'arco ha già lo strale; 
Presa è la rócca; e su per l'alte scale 91 
E nel sommo di lei Raimondo sale. 
E incontra ai duo gran campi il trionfale 

ali 

3" Questi ha nel pregio della spada eguali 33 
Se fosser tra'nemid altri sei tali 
E già domi sarebbono i più australi 
Ch' usavi, uom già mortai, l'armo mortali, 70 
Spirto divin, l'arme del ciel fatali: 
Raccorrò, e dar soccorso ai nostri mali; 

4" E d'ogni tempo egualmente mortali 92 
Yengon da te le medicine e i mali! 

5° Invan cerca invaghirlo, e con mortali 62 
Che, qual saturo augel che non si cali 
Tal ei, sazio del mondo, i piacer frali 
Parte la vincitrice; e -quei rivali, 79 

Seco n'adduce, e tra infiniti mali 
Ma come uscì la notte, e sotto Tali 

7" Cibo non prende già; che de'snoi mali 4 
Ma il sonno, che de' miseri mortali 
Sopì co' sensi i suoi dolori, e Tali 
Percosso giacque, e i gran f ni minei strali.Sl 
Portan l'orride pesti o gli aJtri mali; 
Primo terror de' miseri mortali, 

8" Sorgea la notte intanto, e sotto l'ali 57 
E il sonno, ozio dell'alme, oblio de'mali, 
Tu sol punto, Argillan, d'acuti strali 

9" E, d'altre furie ancora e d'altri mali ) 
Ministra, a nova impresa affretta l'ali. 
D'intorno ha innumerabili immortali, 57 
Disegnai mente in lor letizia eguali 
10** Dell' occulto destin gli eterni annali, 20 
Kon è tanto concesso a noi mortali. 
Per avanzar fra le sciagure e i mali; 
Ministri a Pietro i folgori mortali. 77 
Spiegar dee sempre invitte e trionfali; 
Dielle il cielo, e per leggi a lei fatali 
11° Sol curò tórre a morte i corpi frali, 70 
E potoa fare i nomi anco immortali. 
E contrasti soguiano aspri e mortali; 82 
Sotto il caliginoso orror delPali, 
Fra tante ire de' miseri mortali; 
12" Nò già sì tosto caderà, so tali 11 

Ma qual poss'io, coppia onorata, cgaali 
Laudi la fama voi con immortali 
13" Bandito fugge; e i languidi mortali 58 



RIMARIO BELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



267 



Xft pur Ift sete è il pessimo de' mali; 

Con yeneni e con succhi aspri e mortali 
13* Egri giaceansi ì miseri mortali: 64 

Di vittoria, temea gli ultimi mali; 

TJniyersal lamento in voci tali: 
14" E i venticelli, dibattendo Vali, 1 

Lusingavano il sonno de'mortali. 

L^alma tranquilla appaghi i sensi frali: 64 

Le sue miserie in aspettando i mali. 

Hinacci egli a saa voglia, einfiammi strali. 
18** Infette di veneno arme mortali; 68 

Sotto nn immenso nuvolo di strali. 

TSe venian dalle macchine murali : 

E sen fuggir tra Tombre empie infernali. 89 

Apprendete pietà quinci, o mortali. 
20** Ch*a terra si rannicchia, e china Tali; 68 

I suoi timidi moti eran cotali. 

alle 

5" Dai ladroni d'Arabia in una valle 87 

Assaliti alla fronte ed alle spalle: 

7** Partesi; e mentre va per dubbio calle, 27 
Ed alfine spuntar d'angusta valle 
Scotea mobile sferza, e da le spalla ^ 
(T Come destrier che dalle regie stalle, 75 
Fugge, e libero alfin per lungo calle 
Scherzan sul collo i crini, e su le spallo 

I0<* Sparve ; e presono a piedi insieme il calle 28 
Discendendo a sinistra in una valle; 
L'alto monte Sion volge le spalle. 

19" Escon della cittade, e dan le spalle 8 

E se ne van dove un girevol calle 
E ritrovano ombrosa angusta valle 

20" Proposto avrà,se il mio pensier non falle, 1 1 
Girando, ai fianchi urtarci ed alle spalle. 

alli 

3" Poi lo splendor de' lucidi metalli 9 

Scerne, e distingue gli uomini e i cavalli. 

6** E per lor sicurezza entro le valli 96 

Calando, prendon lunghi obliqui calli. 

9" Dan fiato allora ai barbari metalli 21 

Van gridi orrendi al cielo, e de' cavalli 
Gli alti monti muggir, muggir le valli, 
16" Poi che lasciar gli avviluppati calli, 9 
Acque stagnanti, mobili cristalli. 
Apriche collinette, ombrose valli, 
19" Stendardi in cima azzurri e persi e gialli ; 58 
Timpani e corni e barbari metalli. 
Tra il nitrir de' magnanimi cavalli, 

allo 

2* Di mirar vaga, e di saper qual fallo 41 
Condanni i rei, sospinge oltre il cavallo. 

6" Allo scndier chiedea l'elmo e il cavallo; 25 
Poi, seguito da molti, uscìa dal vallo. 

7** E i lievi imperj il rapido cavallo 89 

Segue del freno, e non pone orma in fallo. 
E, fermo anzi la porta il gran cavallo, 120 
Le genti sparso raccogliea nel vallo. 

;i* Ed ascendendo in un leggier cavallo, 56 
Giunger non può,che non sia visto, al vallo. 

8" Vo'penetrar di mezzodì nel vallo, 53 

E numerarvi ogni uomo, ogni cavallo. 

IO" Tenero al colpi è questo mio; ben sallo 124 
Amor, che mai non vi saetta in fallo. 
Tace : ed a' suoi custodi in guardiadallo; 143 
Fuggon quegli ai ripari ; ed intervallo 
Preso è repente e pien di strage il vallo : 

alma 
3" In Dio gli occhi bramosi, o felice alma 68 



Ed hai del ben oprar corona e palma. 
5" Parte, e porta un desio d'eterna ed alma 52 

A magnanime imprese intenta ha l'alma; 

Gir fra' nemici ; ivi o cipresso o palma 
7" Che toglie a questo il fior Circasso l' al- 1 1 9 

E Clorinda di quello ha nobil palma, [ma, 
11" Deh ! che ricerchi tu ? privata palma 22 

Ed esponga men degna ed util alma 

Tu riprendi, signor, l'usata salma, 

alse 

12° Ma, perchè mia fé vera, e l'ombre false 37 

Stimai, di tuo battesmo a me non calse, 

alta 
10" Così ce n'andavamo, e, come l'alta 71 
Il buon Rinaldo, il qual più sempre esalta 
In noi s'avviene, e i cavalieri assalta 

alti 

17" E ti die spirti generosi ed alti, 62 

Opre te stesso al sommo pregio esalti: 
Non perchè l'usi ne' civili assalti, 

alto 

3" Clorin<1a intanto ad incontrar l'assalto 21 
Ferirsi alle visiere, e i tronchi in alto 
Che, rotti i lacci all'elmo suo, d'un salto 
6" Posero in resta, e dirizzaro in alto 40 

Ne fu di corso mai, né fu di salto, 
Ne furia eguale a quella, ond' all' assalto 
9" Qui fé' cibar le genti; e poscia, d'alto 16 
Parlando, confortoUe al crudo assalto. 
Sovra i confusi monti a salto a salto 49 
L'intrepido Soldan, che il fero assalto 
Ma se gli spinge incontra,e il ferro in alto 
Le guardie, e ne* ripari entrò d'un salto: 54 
Appianò il calle, agevolò l'assalto; 
Le prime tende di sanguigno smalto. 
Di fortunoso evento; e quinci d'alto 93 
Mirava il pian soggetto e il dubbio a.<;salto. 

11" Non è mortai, ma grave il colpo e il salto36 
Argante allora in suon feroce ed alto: 
Che non uscite a manifesto assalto, 

18" Là dove il muro più munito ed alto 72 
In pace stassi, ei vuol portar l'assalto. 
E sen rifogge in loco forto ed alto, 101 
Ov'egli spera sostener l'assalto. 

19" Sì ferma alfin nella gran piazza; e d'alto 35 
Stanno aspettando i miseri l'assalto. 

20** Ferillo ove splendoa d'oro e di smalto 42 
E il ruppe e sparse : onde il superbo ed alto 
Ben di robusta man parve l'assalto 

altro 

1" Ma guidaquei di Poggio in guerra l'altro, .19 

Numero egual, né mon nell'arme scaltro. 

6" L'uno il Franco A rideo, Pindoro è l 'altro, 50 

Che portò la disfida, uom saggio e scaltro. 

14" Vuol ch'eisiaronde'messi,echesiaraN27 

Ubaldo.uom canto ed avveduto e scaltro, ftro 

17" Quel di Tripoli poscia: e l'uno e l'altro 19 

Nel pugnar volteggiando è dotto e scaltro. 

ama 

14" Servo imperio cercando e muta fama, 11 
Né miri il ciel, ch'asé n'invita e chiama. 



ame 



6' Ma solo ambizioso avare bramo, 
E del regnare e del rapir la fame. 



15 



2G8 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



7** E, quasi avido lapo, ei par che brame 106 

Nello viscere sae pascer la fame. 
8" E biade ancor,bencbè nou molte, e strame 47 

Che pasca de'corsier T avida faime. 
12** Tn, ministra di morte empia ed infame, 75 

Di questa vita rea troncar lo stame? 
20" Tal vanne a maggior guerra ov' egli sbra« 81 
La sua di sangue infuriata fame. [me 

ami 

7" E parie voco udir tra Tacque e l rami, 5 

Ch'ai sospiri ed ul pianto la richiami. 
17* Poi vedi,inguÌ8ad'uom eh' onori ed ami, 79 
Ma d^Azzo 11 quarto in più felici rami 
Va dove par cho la Germania il chiami, 

amma 

1* Ma il suo voler più nel voler s'infiamma 18 
Del suo Signor, come favilla in fiamma. 

9" Ed or ch'arde la pugna,anch'eis'infiamma25 
Nel moto, e fumo versa insieme e fiamma. 
E la face d'inforno Argante infiamma, 53 
Acceso ancor della sua propria fiamma. 



amo 



70 



3* E come a nostro prò veduto abbiamo 
Così vederti oprare anco speriamo, 
Impara i voti omai.ch'a te porgiamo 
8° Ma dice : Oh quale omai vicina abbiamo 15 
T/una spero io ben più; ma non men bramo 
Questo campo, o fratelli, ov'or noi siamo, 

13" No, no, più non potrei (vinto mi chiamo) 49 
Né corteccia scorzar, né sveller ramo. 

20° Tuseipnrqupglialfinch'iocerco obra-102 
Ed a nome tutt'oggi invan ti chiamo [mo: 
Col tuo capo al mio nume. Omai facciamo 

ampa 

13" Spenta è del cielo ogni benigna lampa; 53 
Onde piove virtù ch'informa e stampa 
Cresce l'ardor nocivo, e sempre avvampa 

ampi 

1<* Intanto il Sol, che do' celesti campi 73 

L'armi percote, e ne trae fiamme e lampi 

L'aria par di favillo intorno avvampi, 
3" Stad'altatorre.e scopro i molti' e i campi, 9 

Si che par che gran nube in aria stampi; 

Come di fiamme gravida e di lampi: [vampi 
7" Itapisce il giorno e ilSole,e par ch'av-ll5 

Così fiammeggia infra baleni e lampi. 

Si versa , e i paschi abbatto, e inonda i campi : 
9" Suonano i piò nel corso, e par ch'avvampi,75 

Di sonori nitriti empiendo i campi : 
13° Così dicendo, il capo mosse; e gli ampi 74 

E tremò l'aria riverente, o i campi 

Fiammeggiare a sinistra accesi lampi 
16" Vedi spumanti i suoi cerulei campi. 4 

Di navi e d'arme, euscirdell'arme i lampi. 

D'incendio marzial Leucate avvampi. 
/9" Il vento e i tuoni, balenando i lampi, 47 

Ritrae la greggia dagli aperti campi, 

DoYo Tira del ciel securo scampi; 

ampo 

1" Impon che il dì seguente in un gran campo34 

Tutto si mostri a lui schierato il campo. 
3" Fior degli eroi, nerbo e vigor del campo. 37 

Tutti precorro: ed è men ratto il lampo. 

Conosce Erminia nel celeste campo: 
5° Parve un tuono la voce, e il ferro un lam pò 27 

Tremò colui, nò vide fuga o scampo 



Pur, tutto essendo testimonio il campo, 
5" Sendo condotta vettovaglia al campo, 87 

Trovata aveano a mezza strada inciampo; 

Restar pugnando, e nessun fece scampo, 
6" Ch'ai Sol non fossi ed al notturno lampo,S3 

Accompagnata o sola, armata in campo. 
7° E largamente a' due campioni il campo S3 

Voto riman fra l'uno e l'altro campo. 
9" Ecco d'armeimprovvise uscire un lampo 91 

Che sbigottì degl'Infedeli il campo. 
17 Ritrova il peregrin riparo o scampo 1 

Nelle tempeste dell' instabil campo. 

Fuor delle mura in spazioso campo 9 

Passa dinanzi a lui schierato il campo. 
19° Poi.quand' è nel meriggio il solar lampo,57 

A vista fu del poderoso campo. 
20** Che da quel lato de'Pagani il campo 71 

Ma dall'opposto, abbandonando il campo 

Ebbe Tun de'Roberti a pena scampo, 

ana 

1" Tempra dunque il fellonia rabbia insana,S9 
I rustici edifici abbatte e spiana, 
Parte alcuna nou lascia integra e sana, 

11° E da sé la rispinge, e tien lontana, 50 
Vi scende ancor la vergine sovrana, 
I Franchi intanto alla pendente lana 

16** Dell'Azio sangue tu : tu l'onda insana 5Ì 
E le mamme allattar di tigre ircana. 
Pur un segno non die di mente umaua. 

19** Ch'egra mi fece, e mi potea far sana. 93 
Di gente inclementissima e villana. 
Pur in parte fuggi'mi erma e lontana; 

anca 

1 1° E cede il campo la fortuna Franca. 57 
Sorge la speme, e gli animi rinfranca: 
Ne'cor fedeli, e l'impeto già manca; 

13" Il mago, poi eh' omai nulla più manca 13 
Signor,lasciaognidubbio,e il cor rinfranca, 
Né potrà rinnovar più Tosto Franca 

17" Non è, né fla di partorir mai stanca: S") 
Che per vecchiezza in lei virtù non manca. 

20" Virtù, eh' a' valorosi unqua non manca, St 
Ma le piagate membra in lui rinfranca, 
Dol gravissimo scudo arma ei la manca; 

ance 

20° Così si combatteva ; e in dubbia lance 50 
Pion tutto il campo è di spezzate lance. 
Di spade ai petti, alle squarciate pauce 

anche 

2" Non dalle frali nostre forzo e stanche, 85 
Genti la Grecia, e non dal Tarmi Franche, 
Poco dobbiam curar eh' altri ci manchti. 
Il» Che sì tosto cessate, e sete stanche CI 
Per breve assalto, franchi no^maFrancbe? 

anchi 

6° Lor fa innalzare, e rinforzare i fianchi, 2 

Ed alla luna il fosco ciel s'imbianchi; 

Sudano i fabbri affaticati e stanchi 

7° Tornano allora i Saracini; e stanchi 121 

liestan nel vallo e sbigottin i Franchi. 
Il' Ne crolla il muro, e ruinoso i fianchi 39 
Già fessi mostra all'impeto de' Franchi 

ancia 
3° Contezza,e il vidi alla gran corte in Fran- 60 
E il vidi i n nobil giostra oprar la lancia: [eia. 
Non i^li vestian di piumei ancor la guanciai 



RIMARIO DELLA GERUSALEMMP: LIBERATA. 



SfiO 



7** 3fenlr*egli dubbio slassi, Argante lancia 95 
Il pomo e Telso alla nemica gnancia; 

II" Onde in gnisa di fulmini si lancia 31 

Ver le merlate cime or sasso, or lancia. 
Chiuso noirarme,ìI Capitan di Francia; 73 
L^asta ferrata fulminando lancia. 
D* avventar con più forza alcuna lancia. 

20" L'nn verso l'altro per ferir si lancia. 139 
£ il manco braccio al Capitan di Francia: 
Sovra *1 confin della sinistra gnancia, 

anco 

1" FeMa rotta do" Persi il popol Franco, 46 
I fuggitivi dì seguir fu stanco, 
Air arse labbra, al travagliato fianco, 

3** Si ferma e volge, e poi cede pur anco: 45 
E di tanto rovescio il coglie al flanco, 
È dal colpo la vita al duce Franco. 
D'uorache conRÌgli,8tadali'altrofianco:62 
D* accorgimento, uom già canuto e bianco: 
Di lui sapesse, o sia Latino o Franco: 

6" Gli fé' l'aspra percossa, e fralo e stanco 35 
Sovra il duro torren battere il fianco. 
Mal guardato al Pagan dimostrali fianco: 43 
Di riparo si lancia il lato manco. 
Del nemico ribatte, e lui fere anco: 
Ovvero a me, dalla sua destra il fianco 85 
Pur risanata in rotai guisa almanco 
Ed or la mente in pace e il corpo stanco 
''* E la spada togliendosi dal fianco 72 

Questa è laspada che in battaglia il franco 
Ch'io già gli tolsi a forza; e gli tolsi anco 
Vattene ad investir nel lato manco. 109 
Ond'egli urtò degli avversarj il fianco, 
Né potè sostener l'impeto Franco, 
8" Soggiunse alfin come già il popol Franco 10 
E invitò lui ch'egli volesse almanco 
Questo parlare al giovenetto fianco 
9" Fra color che mostrare il cor più franco, 27 
A cui né le fatiche il corpo stanco. 
Cinque suoi figli quasi eguali al fianco 
D' Argante vien l' ardire o il furor manco, 67 
Né flagello infornai gli sferzi il fianco. 
E più calcato insieme il popol Franco; 
Poco cedeano o nulla al valor Franco. 90 
Al fier Corcutte, ed a Rosteno il fianco : [co : 
Tronco aRossano il destro braccio e il man- 

10** Cerca adagiare il travagliato fianco, 6 
Quetar i moti del pensicr suo stanco. 
Sentire il duol dello ferite, ed anco 

11" £ su la scala poi Clotareo il Franco: 43 
Questi dall'un passato all'altro fianco. 
Al signor de' Fiamminghi il braccio manco: 

12** Cai nulla faccia di periglio unquanco 13 
Sgomentò, nò mai fosti in guerra stanco. 
E per l'orme di lei l'antico fianco 19 

Vedo costui l'armi cangiate, ed anco 
E se n'affiiggo, e per lo crin che bianco 
Argante :odiltu,Cielo:e,8e in ciò manco,I04 
Giuro di far nell' omicida Franco, 
Né questa spada mai depor dal fianco, 

13** Che il lor vessillo è di segnir già stanco, 63 
Far che la schiera mia ne vegna manco? 
Siasi in suo danno e del suo popol Franco: 

I7<* È questi il re di Sarmacante; e il manco 27 
Così dotto è nell'armi, e cos'i franco 
Saprallo ben (rannunzio)il popol Franco: 

19** Ch' ambi in un tempo il suol presse r col 18 

(fianco. 
Sovraha il braccio miglioro, e sotto il manco; 
Sottogiace impedita al guerrier Franco; 



19" E si ripon la fida spada al fianco; 42 

li chiuso dello strade al popol Franco. 
Quella che non uccide, atterra almanco. 

20" Fu da lungo venirne il popol Franco; 22 
Co' fanti in mezzo, e i cavalieri al fianco. 
E prepose Altamoro al lato manco. 
Gìansi appressando; e non lontano al fian-45 
Ma come il Capitan l' orato e il bianco [co 
Ecco, gridò, quel traditor, che Franco 
Che l'estremo tenean del lato manco, 53 
Indi giravan de'nomici al fianco: 
Molestavan da lungo il popol Franco, 
Vassene e fagge; e van seco pur anco 117 
Sdegno ed Amor, quasi duo veltri al fianco. 

anda 

1" Questi dall'alte selve irsuti manda 44 
La divisa dal mondo ultima Irlanda. 
Altri Inghilterra e Francia.ed altri Olan-79 
E la fertil Sicilia altri ne manda. [da. 

5" E l'avviso Guglielmo, il qual comanda 86 

Ai liguri navigli, a te ne manda. 
20" Non saprei dir se è Franca, ose d'Irlanda 18 
E q/aaXe appunto il braccio è che la manda? 

ande 

1° Concluso ciò, fama ne vola, e grande 33 
Per le lingue degli uomini si spande. 
E nel vessillo imperiale e grande, 72 

La trionfante Croce al cicl si spande.' 

5" Di que' barbari erranti è ornai sì grande, 83 
Alcun contrasto si dilata e spande: 
Alcuna squadra di guerrier si mande, 

8° Mancava ancorladestra: e il busto grande53 
E non lontan, con l'aquila che spande 
Mentro cerco d'alcuno a cui dimando, 

9" Porta il Soldan su l'elmo orrido e grande 25 
Su le zampe s'innalza, e l'ali spande. 
Par che tre lingue vibri, e che fuor mando 
E sul fianco gli cala, e vi fa grande 37 
Piaga, onde il sangue tepido si spande. 
Tal che già fatto poderoso e grande 45 
Giunge ove il fero Turco il sangue spando. 
12" Teatro, opre sarian sì memorande. 54 

Chiudesti, enell'obbliofatto si grande, 
Alle futuro età lo spieghi e mande. 
13' Ma né prodigo sia d'anima grande 34 

Uom degno: e tale è ben chi qui la spande. 
15" Gli soggiunge colei : Diverse bando 2S 
Altri adora le belve; altri la grande 
V'é chi d'abbominevoli vivande [de. 

20" Brnnellone il membruto, Ardonioìlgran-39 
Ch'ei ne pende su gli omeri a duo bande: 
Ha suo principio, o il cor dilata e spando; 
Non fugge i colpi.e gemito non spando, 107 
Né atto fa, se non altero e grande. 
Colui che sino allor l'animo grande 141 
Ora ch'ode quel nome, onde si spando 
Gli rispondo: Farò quanto dimando; 

andi 
10 Acquisti ei giunse gloriosi e grandi. 42 

D'andar contra la morto, ov'ei comandi ; 

E celebrar con lieti inviti i prandi. 
2" Oltra il dover indugi : or tu dimandi 48 

L'imprese malagevoli ole grandi. 

Lo scettro, e legge sia quel che comandi. 

andò 

4" Ma cho rinnovo i miei dolor parlando? 12 
Ed in qual parto si trovò, né quando, 



270 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Non più dessi air antiche andar pensando; 

5" Dunque io noi chiedo e noi rifiuto ; e quan- 1 5 
Allora il lascia Eustazio, e va piegando [do 
Ma chiede a prova il principe Gernando 
Ma libero fa dato e venerando, 33 

E 80 ben io come si deggia e quando 
Ora, tener d'egualità serbando, 
A ragion, dico, al tumido Gernando 69 
Sol, s'egli errò, fu nelT oblio del bando; 
Tacque; e disse Goffredo : Or vada errando, 
7" E s'avanza, e rincalza, e fulminando 38 
Spesso alla vista gli dirizza il brando. 
E lungo è Boemondo; ed ito è in bando 58 
L'invitto eroe ch'uccise il fior Gernando. 
Non si stanca però; ma raddoppiando 91 
Va tagli e punte, e si rinforza errando. 
8° Duemila fummo, e non siam cento. Or, 21 
Non so se il cor feroce al miserando [quando 
Ma già noi mostra, anzi la voce alzando, 
9* S'affronta insieme orribilmente urtando 52 
Scudo a scudo,elmo ad elmo.e brando abran- 

11° Conunaselceil cavalier normando;[do.dl 
E cade in giù, come paleo, rotando. 
L'ira di tante offese, e impugna il brando: 

12" Lieto ti prendo; e poi la notte, quando 36 
Vidi in sogno un guerrior, che minacciando 
Imperioso disse: Io ti comando 

1 6" Cogliam d'amor la rosa ; amiamo or quan- 1 5 
Esser si puote riamato amando. [do 

19" Ritrarre in carte, od adeguar parlando 29 
Lo spettacolo atroce e miserando? 
Chiede: Vafrin, qui come giungi, e 1 14 
Ella, fra lieta e dubbia sospirando, [ quando ? 
Saprai, rispose, il tutto; or (tei comando 

ane 

3" Tempo forse già fu, che gravi e strane 66 
Quasi lievi or le passo: orrenda, immane 
Hanno ucciso Rinaldo, e con le umane 

10" Pieghi natura ad opre altere e strano, 18 
Spazii a tua voglia delle menti umane; 
Allo cose remote anco e lontane, 

11° Non gioveranvi le caverne estrane; 36 
Ma vi morrete come belve in tane. 
E ben mastra natura alle montane 73 

Qualor vengon percosse, e lor rimane 
Questa, benché da parti assai lontane, 

12° Fér meraviglie inusitate e strane, 3 

E vi spezzar le macchine cristiane. 
D'alto rinchiusa oprai l'armi lontane, 

13" Stupido sì, ma intrepido rimane 37 

Mette securo il pie nelle profane 
Né più apparenze inusitate e strane, 

18" Poscia sorride, e fra sé dice : Oh vane 33 
Sembianze! oh folle chi per voi rimane! 

19" Favorito ha il gran Dio l'armi cristiane; 51 
Dell'opra, e nulla del timor rimane. 
Degl'Infedeli) espugnerom dimane. 



j- 



ange 

I Gente guida costui di qua dal Gange, 28 
Che si lava nel mar che l'Indo frange. 

angi 

3" Duro mio cuor,chenonti spetri e frangi ?3 
Pianger ben morti ognor, s'ora non piangi, j 

angue 

1" E spesso è l'un ferito, e l'altro langue, 57 
E versa l'alma quel, se questa il sangue. 
Che dagli anni sopita e frodda langue, 85 



Sì, che assetata è più che mai di sangue. 
Quel che parve nel gel piacevol angue : 
7* Se fosse in me quella virtù, qnel sangue, 65 
Ma, qualunque io mi sia, non però langue 
E, s'io pur rimarrò nel campo esangue, 
8" Non fuggir, no; plachi il tiranno esangue61 
Lo spirto mio col suo maligno sangue. 
Andianne; e resti invendicato il sangue 70 
Benché, se la virtù, che fredda langue. 
Questo che divorò pestifero angue 
9° Caggiono entrambi, e l' un su-1' altro lan-32 
Mescolando i sospiri ultimi e il sangue (gae, 

11" Giàcorre lento ogni lor ferro al sangue,57 
E delle trombe istesse il suono langue. 

12" L'un l'altro gnarda,edel suo corpo esan-53 
Già dell' ultimastella il raggio langue [goe 
Vede Tancredi in maggior copia il sangne 
Già simile all'estinto il vivo langue 70 
Al colore, al silenzio, agli atti, al sangue. 

13° Né può soffrir di rimirar quel sangue, 45 
Né quei gemiti udir d' egro che langue. 

17" Saprà la mia(nòtorpe al ferro, o langue) 43 
Ferire, e trar dalle ferite il sangue. 

19° Esce a Tancredi in più d'un loco il san- 20 
Già nelle sceme forze il furor langue, [gne; 
Tancredi, che il vedea col braccio esangue 

20° Perchè languisca il corpo fral, non lan-d4 
Quasi in vece di spirito e di sangue, [gne: 
E non par grave il peso al braccio esangue: 



ani 



8 



1° S'affisò poi ne' principi Cristiani; 
Nel più secreto lor gli affetti umani. 
Dalla santa città gli empj Pagani, 
Su fondamenti fabbricar mondani, 25 
Fra gl'infiniti popoli pagani; 
E i favor d' Occidente ha sì lontani : 
Scomò i pubblici pesi a' suoi Pagani, 84 
Ma più gravonne i miseri Cristiani 

3" In su gli occhi de' Franchi o de'Pagani,15 
Lieti auguri prendendo, i quai fur vani. 
K vai la destra sua per cento mani: 

5" Dimmi, che pensi far? vorrai le mani 46 
E con le piaghe indegne de' Cristiani 
Di transitorio onor rispetti vani, 

6" La disfida accettata hanno i Cristiani; 20 
Mostran desio, non che i guerrior soprani; 
E mille al ferro apparecchiate mani: 

7" Tornansi mesti ed anelanti i cani, 2 

Nascosa in selva, dagli aperti piani; 
Kiedono stanchi i cavalier cristiani. 

8" Ch'ogni ora un lustro pargli infra'Pagani 10 
Rotare il ferro, e insanguinar le mani. 
E Tancredi e Camillo eran lontani, 74 
Guglielmo e gli altri in podestà soprani. 

9" Pasce un lungo diginn ne' corpi umani, 40 
Anch'essi fanno de' guerrior cristiani 
Muoiono, fior Dragutte, alle tue mani. 
11" Cheti si stanno e attoniti i Pagani 12 
E l'insolite pompe e i riti estrani. 
La novitate, i miseri profani 
17° Vedi Alberto il figliuolo ir fra'Oermaoi,76 
Che, vinti in giostra e vinti in guerra i Dani, 
Vedigli a tergo ngon,qnel eh' a' Romani 
20° Forse (se deve infra' celesti arcani 21 
Angel custode fu che dai soprani 
Mentre ordinò Goffredo i suoi Cristiani, 
Col duce a destra è il re degl'Indiani, 23 
Ma, dove stender può no' larghi piani 
Altamoro ha i re Persi e i re Africani, 
Ormondo intanto, alle cai fere mani 44 



EIMAEIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



271 



Misto con faine insegne è fra' Cristiani, 
Così lapi notturni,! qaai di cani 

anna 

11" Eì, che 8* affretta, e di tirar 8* affanna 63 
Della piaga lo strai, rompo la canna; 

19" E quanto più si sforza, più s' affanna : 23 
Su la destra, che par tremula canna. 
E di tenebre il dì già gli s'appanna. 

anni 

1" Guerrier di Dio, eh' a ristorare i danni 21 
E securi fra l'armo e fra gl'inganni 
Sìcirabbiam tante e tante in sì pochi anni 

2° Dolci cose ad udire, e dolci inganni, 69 
Ond'escon poi sovente estremi danni. 
ile voi, che del periglio e degli affanni 79 
Il favor di fortuna or tanto inganni, 
Ma, qnal nocchier che dai marini inganni 

4* Tosto, spiegando in varj Iati i vanni, 19 
E iucominciaro a fabbricar inganni 
Ma di' tu, Masa, come i primi danni 

50 E la mente, indovina de'lor danni, 85 

D* alcun fnturo mal par che s'affanni. 
O per mille perigli e mille affanni 90 

Campion di Dio, eh' a ristorare i danni 
Voi, che Tarmi di Persia e i greci inganni, 

?• Nel sepolcro de'vivi i giorni e gli anni, is 
Nel cor profondo i gemiti e gli affanni : 
Lasuasciocchezza,egli altrui feri inganni : 
Ed io, ben eh' a gir curvo mi condanni 63 
Schivinp gli altri i marziali affanni; 
Oh! foss'io pur sul mio vigor degli anni, 

10^ Presagj sono e fanciulleschi affanni 75 
Ecco chiaro vegg'io, correndo «li anni 
E sotto l'ombra degli argentei vanni 

13" E non inaspri i già sofferti danni 54 

Con certa tema di futuri affanni. 
Tal ch'obbliando i suoi passati affanni, 7U 
Le ghirlande ripiglia e i lieti panni. 

14** Donna giovin di viso, antica d'anni, 72 
Fia nota, ed al color vario de' panni. 
Più ratta che non spiega aquila i vanni, 

16° ScuHO la natia legge.il sesso e gli anni. 54 
Negar non ve', non fìa ch'io te condanni. 
Mi sarai nelle gioie e negli affanni: 

anno 

1*> Gli nni e gli altri son mille, e tutti vanno 44 
Maggior alquanto è lo squadron Britanno: 
Sono gl'Inglesi sagittarj, ed hanno 
In corso velocissimo sen vanno 80 

Là 've Cristo soffrì mortale affanno. 

4* Fra loro entrate, e in ultimo lor danno 16 
Or la forza s'adopri ed or l'inganno. 
Già veggio il tosco e il ferro in tuo sol 49 
Apparecchiar dal perfido tiranno, [danuo 

5*> E poiché il rischio è di si lieve danno, 7 
Te permettente, i dieci eletti andranno 
Così conclude; e con sì adorno inganno 

0" Ma pur molti di lui tema non hanno, 23 
Ch' ancorquantosia forte appien non sanno. 
Nò sol la tema di futuro danno 66 

Ma delle piaghe, eh' egli avea, l'affanno 
E i fallaci romor, che intorno vanno, 
Amor, ond' alta forza i men forti hanno; 87 
D* ardire ì cervi imbelli, e giferra fanno. 
Far con quest'arme un ingegnoso inganno; 
Della guerriera, agevola l'inganno. 96 
Una dell'altre, ch'arme oprar non sanno?) 
N'usce veloce, i duo che soco vanno; 



7" E Pirro, quel che fé il lodato inganno, 67 
Ed a prova richiesta anco ne fanno 
Un diScozia,un d'Irlanda, ed un Britanno, 
Di varia turba ; e il barbaro tiranno 83 
Che ferme a mezzo il colle oltra non vanno. 
Alcune schiere de'Cristiani stanno : 

S° Ai gran principj oppor forza ed inganno :3 
Colui dirà, tutto rivolgi in danno: 
Dol Latin, dell'Elvezio, e del Britanno: 
Gli aduna là, dove sospese stanno 63 

Voce il furor e il conceputo affanno 
Dunque un popolo barbaro e tiranno, 
Il duro caso e il gran pubblico danno ; 73 
Materia insieme e nutrimento danno. 
Chiamano il popol franco empio e tiranno ; 
Nò i gran velli, i gran denti e l'unghie, 83 

f e* hanno 
Tanta in sé forza, insuperbire il fanno. 

9" Gli alti trofei di Soliman saranno? 10 
Oltraggi vendicar ti credi e il danno? 
Di notte opprimi il barbaro tiranno. 
Strage d' essi i Cristiani orribil fanno : 96 
L'aiuto avean del barbaro tiranno, 
Con tanto suo svantaggio esporsi al danno: 

10° Così a consiglio il palestin tiranno, 56 
E il re de'Turcbi, e icavalier qui stanno. 
Scopre le cose altrui eh' indi verranno. 74 
Dell'insolita voce attenti stanno. 
Arti e bugie di femminile inganno: 

11" Perocché scende in lor più grave il danno, 49 
Parte de'vivi ancora in fuga vanno, 
Ma quel che già fu di Nicea tiranno, 
Insin che i pronti fabri intorno vanno 85 
Saldando in iei d'ogni sua piaga il danno. 

12° Serbano ancor l'impeto primo, vanno 63 
Da quel sospinti a giungnr danno a danno. 

14° Le pene altrui serbate e il lungo affanno: 52 
Su gli altri tutti universale il danno. 
Questo, ch'erudirete, iniquo inganno. 

16" Onta tu rechi, ed a maggior tuo danno. 46 
Empia lusinga certo, iniquo inganno, 
Far delle sue bellezze altrui tiranno; 

17° Sotto, folta corona al seggio fanno 13 

Ed oltra l'aste hanno corazze, ed hanno 
Così sedea, così scopria il tiranno 

18° Raimondo pugna e il palestin tiranno, 102 
Giungur la torre alla città non hanno; 
Ed ostinati alla difesa stanno: 

19" E il ferro armato di veneno avranno 83 
Perchè mortai sia d'ogni piaga il danno. 

ano 

1° Canto r armi pietoso, e il Capitano 1 

Molto egli oprò col senno e con la mano; 
E invan l'inferno a lui s'oppose, e invano 
Co' Bolognesi suoi quei del germano, 40 
Or ch'oi de' capitani è capitano. 
Potente di consiglio, e prò' di mano : 
Qui del monte Seir, eh' alto e sovrano 77 
Gran turba scese di Fedeli al piano. 
Portò suoi doni al vincitor cristiano; 

2° Questi or Macone adora e fu Crisbiìino, 2 
Anzi sovente in uso empio profano 
Ed or dalle spelonche, ove lontano 
S'amor non fu, che mosse il cor villano. 21 
Che non s'offenda il popol tuo cristiano. 
Opra è il furto, signor, di questa mano : 
L'alma luce del Sol dall'Oceano, 57 

Venir son visti e in portamento estrano. 
Che vongon come amici al Capitano. 

3° Cedean cacciati dallo staol cristiano 29 



272 



RIMARIO DKLLA GERUSALEMME LIBERATA* 



Un de*porsecntorì. nomo inumano, 
E da tergo in passando alzò la mano 

3" E forse il Nilooccaltercl)bo invano 33 

Dal giogo il capo incognito e lontano. 
Co8'i parlavan questi : e il Capitano, 64 
E, perchè erodo che la terra invano 
Centra la porta aquilonar, nel piano 

4" Eustazio occorso a lei, che del sovrano 33 
Principe delle squadre ora germano. 
Tu r adito m'impetra al Capitano, 37 

Ed egli: È ben ragion ch'alKun germano 
Vergine beli», non ricorri invano; 
Veggio la morte, e, se il fuggirlaè vano, 73 
Incontro a lei n* andrò con questa mano. 

5" Così dice Goffredo: e il suo germano, 6 
Siccome a to conviensi, o Capitano, 
Così il vigor del core e della mano, 
L'arme d'Egitto, od altro stuol pagano, 50 
N'apparirà, mentre starai lontano; 
Quasi corpo, cui tronco ò braccio o mano. 
Ma quel che chiedi tu, eh' al tuo soprano óvS 
Duolmi ch'esser non può: ch'egli lontano 
Ben m'offro io di provar con questa mano 

6" Liberator del popolo pagano; 13 

E sol vo' libertà da questa mano. 
Ch'io nediscendsi a guorreggiar noi piano: 
Tancredi, in sé raccolto, attende invano 47 
Or v'oppon le difese, ed or lontano 
Ma, poiché non s'allenta il fier Pagano. 
Costei, che figlia fu del re Cassano, 56 
Proso il suo regno, al vincitor cristiano, 
Ma fulle in guisa allor Tancredi limano, 
Deh! ben fora air incontro ufficio umauo,76 
Se la pietosa tua m)?dica mano 
Che, per te fatto il tuo signor poi sano, 

7" lien tosto, dice, il proilator cristiano, 54 
Caderà vinto e sanguinoso al pimo, 
E vedrà, vivo ancor, da questa mano 
(Fallo insolito a lui) l'arringo invano; 87 
Dal custodito cavai ier cristiano. 
E ruppe l'asta bestemmiando al Piano- 
sa Molti scorta gli fero al Capitano, 5 
Quegli inchinollo, e l'onorata mano 
Signor, poi dice, che con l'oceuno 
In tal guisa parlommi: indi la mano, 28 
E susurrò con suon devoto e piano 
Sorgi, poi disse : ed io leggiero e sano 
Soliman Sveno ucciso : e Solimano 36 
l'rendila dunque, e vanne ove il Cristiano 
E non temer che noi paese estrano 
(ili risponde colui : Di qni lontano ól 
Verso il con fin di (ìaza un picciol plano 
E in lui d'alto deriva, o lento e piano 
Or che faremo noi? Dee quella mano 69 
Keggorci sempre? o pur vorrem lontano 
Dove a popolo imbelle in fertil piano 

9" Pilla, che dall'esercito cristiano 2 

Il figliuol di Bertoldo esser lontano. 
Disse: Che più s'aspetta? or Solimano 
Grida il guerrier,levandoal elei la mano : 12 
(Ned uom sei già,sobben sembiante umano 
Verrò : farò là monti, ov'ora è piano, 
Formidabil così l'empio Soidano, 26 

Fra mille lampi il torbido Oceano. 
Danno altri al ferro intrepida la mano; 
Ella fu pria, manda recisa al piano; 69 
Semiviva nel suol guizza la mano. 
Corca d'unirsi al suo principio invano. 
Ed al supplice volto, il quale invano 84 
Drizzò crudel l'inesorabil mano, 
Senso' aver parvo, o fa dell' uoro più umano 



9" 
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17" 



18' 



Ma frattanto de* Franchi il Capitano dd 
Non spendea Tire e le percosse inrano. 
E sovra nn carro suo, che noa lontano 15 
Lo briglie allenta, o con maestra mano 
Quei vanno sì che il polreroso piano 
Non fugace e non timido Soidano; 50 

M'offero di provar con questa mano. 
Che montagne di stragi alzai ani piano. 
Che quando in Chiaramonte il grande Ur- 23 
Fé cavai ier l'onnipotente mano, [bano 
Non pur l'opera qui di capitano. 
Tutto quel muro, a coi soggiace il piano :27 
Dalla cintola in su sorge il Soidano; 
Torreggia, e discoperto è di lontano; 
Ed arrivando al fosso, il cupo e il vano 33 
Cercano empirne, ed adegnarlo al piano. 
EchiamandoilbuonGuelfoa8èconmaao,56 
Sostien persona tu di capitano, 
Ma picciol ora io vi starò lontano: 
Freme, immobile al pianto il Capitano. 71 
llipicgato il vestir leggiero e piano, 
Trarne lo strale, or con la dotta mano: 
Conosce all'armo il principe cristiano: 72 
La vaga estinta, e duolsi al caso strano. 
Il bel corpo, che stima ancor pagano; 
Ei me, pregante e contendente invano, 102 
Con l'imperio affrenò e' ha qui soprino. 
Clorinda fui: né sol qni spirto umano 43 
Ma ciascun altro ancor, Franco o Pagano, 
Astretto è qui da novo incanto e strano, 
Provvidenza pietosa, animo umano: 67 
Per conservarsi onor dannoso e vano: 
Per so l'acque condur fin dal GFiordano, 
To dell'impresa sommo capitano, 13 

De' tuoi consigli esecutor soprano. 
Son lo seconde: tu sei capo, ei mano. 
Tacqup; e disse sorgendoli guerrierdano:27 
Né ricuso rammin dubbio o lontano, 
Questi è di cor fortissimo e di roano; 
Mastro insieme e signor sommo e sovrano;47 
Cose degno talor della sua mano: 
L'invitto eroe dal suo career lontano: 
Egli,o quel che 'n sua vece esser sopranolS 
Dell'esercito suo dee capitano. 
Giungon quinci a Diserta, e più lontano 20 
Han l'isola de' Sardi all'altra mano. 
Ebbe di Libia e del paese ispano 25 

Non osò di tentar Paltò oceano. 
L'ardir ristrinse dell'ingegno umano: 
E quando v'arrivar, dall'oceano 45 

Era il carro di Febo anco lontano. 
Te perseguii, to presi, e te lontano 45 
Dall'arme trassi ia loco ignoto e strano. 
Ch'abitò d'Alessandria il ricco piano, 15 
Ch'esser comincia omai lido africano. 
D'ingegno più che di vigor di mano; 
È duce insieme e cavalier soprano 32 

Per cor, per senno, o per valor di mano- 
Così parlò il tiranno; e del aoprano 33 
Prendo scettro, signor, d'invitta mano, 
E spero, in tua virtù, tuo capitano, 
E la procurerò: che non invano 47 

E la destra del Ciel di giusta mano 
Ma, s' alcun fla eh' al barbaro inamano 
Qui riponea il pontefice soprano 7S 

Nel gran soglio di Pietro in Vaticano. 
Ma non conviensi già, che ancor profano? 
Ne' suoi gran ministeri armi la mano: 
Ed egli stesso air ultimo germano 79 
Stesa la vincitrice amica mano. 
Frattanto erano altrove al Capitano 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



273 



w 



19* 



:j° 



B faggirne ciascun vedea lontano : 99 
La spendo, disse, e la disperdo invano. 
Cedea libero il passo al Capitano, 
£d avvisò il tiranno e il Tolosano 103 

Che la città già presa è verso il piano. 
Che Tancredi del sangiie ha del Pagano;? 
Se n^esce stilla fnor per altrai mano: 
Grida a quanti rincontra anco lontano; 
Lavò col sangue suo Tempio Pagano 3B 
Quel tempio, che già fatto avea profano. 
£ ben allor allor T invitta mano 50 

Kè forse colà dentro era il Soldano 
Ma già snona a ritratta il Capitano; 
Tanto s* avvolge, e così destro e piano, 60 
Ch* adito s'apre al padiglion soprano. 
Egli, la sua porgendo alla mia mano, 94 
Vergine bella, non ricorri invano; 
Allora un non so che soave e piano 
L^nsodeirarmieil portamento estrano 103 
Un altro alquanto ne giacea lontano, 
Egli disse fra se : Questi è cristiano. 
Deir attendato esercito pagano; 8 

Ch'egli ha da tergo e da,sini8tra mano: 
Di fianchi angnsta,spiegainver80 il piano: 
Or chi fu il primo feritor cristiano 32 

Fosti, Gildippe, tu, che il grande Ircano 
(Tanto di gloria alla femminea mano 
Le nobil ire ir consumando invano 59 

Ch^ebbe T Arabo al fianco e T Africano: 
Par le doveva, o giace, od è lontano. 
È tra il fedele esercito e il pagano, 73 
E mirò, benché lunge, il fior Soldano; 
L^aspra tragedia dello stato umano, 
Ne'brevi sogni suoi l'egro o Tinsano; 105 
Stender le membra, e che s'affanni invano; 
Non corrisponde il pie stanco e la mano: 
Ma va cercando (e non la cerca invano) 187 
Illustre morte da famosa mano. 



anta 

2" Costei del furto, e per follia sen vanta. 28 
Donna sola e inesporta opra cotanta. 
Con quaVarti involò Timagin santa? 
9" Come nelTApenain robusta pianta 39 

Se turbo inusitato alfln la schianta. 
Cosi cade egli, e la sua furia è tanta, [ta 

IS** Cinquanta8padeimpugna,econcinqnan 36 
Ogni altraKinfa ancor d'arme s'ammanta, 
Ma doppia i colpi alla difesa pianta, 
Che minacciando il segue, e della santa 99 
Croce il vessillo in su le mura pianta. 

20" Come olmo a cui la pampinosa pianta 99 
Se ferro il tronca o turbine lo schianta, 
Ed egli stesso il verde, onde s'ammanta, 

ante 

2* Folgorar di bellezze altere e sante, 20 
Frenò lo sdegno, e placò il fier sembiante. 
Severa manco, ei diveniane amante; 
Piccol segno d'onor gli fece Argante 60 
In guisa pur d'uohi grande e non curante. 

3** Molti van seco, ed ella a tutti è innante : 13 
Sta preparato alle riscosse Argante. 
Co' detti e con l'intrepido sembiante; 
Di non morir tacendo occulto amante. 25 
Già inerme, e supplichevole e tremante: 
Per nemico me sol, fra turbe tanto 
Sovra il corpo già morto il fero Argante 46 
Ponto non bada, e via trascorre innante. 
Kon, se di ferro doppio o d'adamante 51 I 



Colà dentro sicuro il fero Argante 
Andiam pure all'assalto: od egli innante 

4" A seder vanno al crudo re davanto. 6 

Sostien lo scettro ruvido e pesante; 
Nò pur Cai pe s' innalza, o il magno Atlante, 
Nella sua rete alcun novello amante; 87 
Serba, ma cangia a tempo atti e sembiante: 
Or lo rivolge cupido e vagante: 

5** Vincilao, che sì grave e saggio avante, 73 
Canuto or pargoleggia, e vecchio amante. 

6° In sì fatto apparecchio intollerante 2 

A lui sen venne, e ragionògli Argante: 
In vista do' nemici il fero Argante, 23 

Superbo e minaccevole in sembiante, 
Nell'ima valle il filisteo gigante: 
Sbigottir gli altri all'apparir di tante 61 
Serenò ella il torbido sembiante, 
E con avidi sguardi il caro amante 
Né petto bai tu di ferro o di diamante, 73 
Che vergogna ti sia l'esser amante. 
Già non avresti, o dispietato Argante, 84 
Ch'io sarei corsa ad incontrarlo innante; 
£ sosterrìa dalla nemica amante 
Vede or che sotto il militar sembiante 93 
Né d'altra parte palesarsi, avante 
A lui secreta ed improvvisa amante 

7° Intanto Erminia infra l'ombrose piante 1 
Né più governa il fren la man tremante 
Per tante strade si raggira e tante 
Questa dolente istoria, amiche pianto; 20 
Giammai soggiorni alcun fedele amante. 
Belle sventure mie sì varie e tante; 
Scudo di lucidissimo diamante, 82 

Quanti ve n'ha fra il Caucaso e T Atlante; 
Principi giusti, e città caste e sante. 
D' elmi e scudi percossi e d' aste infrante 105 
Là giacere un cavallo, e girne errante 
Qui giace un guerrier morto,e qui spirante 
Cinquanta scudi insieme ed altrettante 110 
Spade movesse, or più farìa d'Argante. 

8** Morte così nel cor, come al sembiante, 22 
Portonne il petto intrepido e costante. 
Fosse, e d'acciaio no, ma di diamante, 
Ed in atto feroce e minacciante 84 

Della difesa al pio Buglion davante, 
Che di sangue vodeasi ancor stillante. 
10" Tanto sol disse il generoso Argante, 39 
Poi sorse in autorevole sembiante 
E già nell'armi d'alcun pregio avante; 
Sì sposso il campo, o valoroso Argante; 45 
Fidando assai nelle veloci piante: 
Ch'un più dell'altro non convien si vanto. 
11" E di macchine e d'armi han pieno avante 27 
E quinci in forma d'orrido gigante 
Quindi tra'morli il minaccioso Argante 
Qui disdegnoso giunge e minacciante, 78 
E in su la prima giunta al fero Argante 
Nessuna murai macchina si vanto 
12' BenoggiiIrede'Turchi e il buonArgante3 
Che soli uscir fra tante schiere e tante. 
Io (questo è il sommo pregio onde mi vanto) 
Già s'apprestava a ricusarlo Argante: 13 
A Soliman con placido sembiante: 
No ti mostrasti a te stosso sembiante. 
Non se la morte nel più fier sembiante 41 
Che sgomenti i mortali avessi innante. 
Con le robuste braccia: ed altrettante 57 
Nodi di fier nemico, o non d'amante: 
Con molte piaghe: e stanco ed anelante 
Mio giuste furie, forsennato, errante; 77 
Che il primo error mi recheranno avante; 



TA8S0. * 



U 



274 



RIMARIO DELLA GERUSALEMaiE LIBERATA. 



A schivo ed in orrore avrò il senibiantu: 
13" Signor, non è di noi chi più si vanta 23 
ChMo credo (e il gÌQreroi)che in quelle piante 
Ben ha tre volte e più d'aspro diamanto 
14" Ch'osi troncar le spaventose piante? 23 
Con più intrepido petto e più costante? 
Vedrailo, e salir solo a tatti innante. 
Come è là gianto, cupido e vagante 59 
Fuor eh' antri ed acquo e fiori ed erbe e piaii- 
Ma pur quel loco è cos'i lieto, e in tante [to: 
Che s'indurava al cor più che diamante; 67 
£, di nemica, ella divenne amante. 
Ma come essa, lasciando il caro amante, 77 
Vo'ch'a lui vi scopriate, e d'adamante 
Sì ch'egli vi si specchi, e il suo 8einì)iante 
15° Di' s'altri mai qui giunse; esepiù arante 24 
Kel mondo, ove corriamo, have abitante. 
£ '1 vedean poscia, procedendo avante, 34 
Alle acute piramidi sembiante, 
K mostrarsi talor così fumante, 
Ma fonnidabil oste han già (lavante 51 
Varj di moto, e varj di sembiante. 
Erra fra '1 Nilo e i termini d'Atlante, 



16 Fra melodia sì tenera, e fra tanto 



17 



Va quella coppia; e rigida e costante 
Ecco tra fronde e fronde il guardo avante 
'E tra le fere spazia e tra le piiinte, 20 
tSe non quanto è con lei, romito amante. 

17" Apollo forse o Fidia in tal sembiante 1 1 
Giove formò: ma Giove allor tonante. 
Espuguator delle città; Sifanto 31 

Della lotta mai'stro, Aridamante; 
A cui non è chi d'uguu^'liarsi vanto, 
D'abito, di maniere e di sembiante. 36 
Alma d'amor, che non divon>;a amante. 
Invaghir può genti sì vario e ta.ito: 

IS» E vede insieme poi cento altre pianto 26 
Cento Ninfe prodnr dal seu prog.nanto. 
Dato in custodia al portator volante: '2 
Chetai mossi in quel tempo usò il Levante 
Egli medesmo al corpo omai tremante 67 
L'armi, che disusò gran tempo avante. 
Solimano a Goffredo, e il fero Argante 
Della vittoria altissimo e festante; 101 
Gli ultimi accenti: e quasi in quello istante 
Che gli aveva all'incontro opposto Argante; 

19"* Ma disteso ed erettoli fero Argante 12 
Quanto egli può, va col gran braccio avante. 
Quel tonta aditi nuovi in ogni instante: 
Kisponde: Or dumine il me-^jlio aver ti 21 
Ed osi di viltà tentare Argante? [vanto. 
Varco angusto cercando, ed altrettante 34 
Il circondò con lo veloci piante. 
Fra'suoi campioni la nemica amante, 77 
Ove genti traean si varie e tante. 
Che par che v'abbia conoscenza avante; 
Debiti tur questi rispetti avante; 91 

Non or, che fatta son donzella errante. 
Dico Altamoro, il re di Sarniacante. 125 
I confìn dell'Aurora, ed è gigante; 
Che frena per cavallo un elefante. 

20" Ma nega il saggio offrir battaglia avante 4 
Né pur con pugna instabile e vagante 
lien è ragion, dicea. che dopo tante 
La fea de'Franchi il re di Sarmacante; 3S 
Uccideva, abbattea, cavallo o fante. 
Nò geme poi sotto al destrier pesante; 
E col ferro le vie gli sgombra avante. 70 
E fugata sua schiera in quell'istante. 
Assai miglior, che capitano, amante. 
Ah! ma non ila che fra taut' armi e tante 124 



S'ogni altro petto a voi par di diamante, 
In questo mio che vi sta nudo arante, 

anti 

1° Che il Ciel gli die favore, e sotto ai santi 1 
Sogni ridusse i suoi compagni erranti. 
S'era egli fermo e si vedea davanti 35 
Passar distinti i cavalieri e i fanti. 
Vienpoi Tancredi : e non èalcnn fra tanti 45 
più bel di maniere e di sembianti, 
S'alcun ombra di colpa i snoi gran vanti 
La gente a piedi, ed è Raimondo avanti: 61 
E fra Garonna e l'Ocean suoi fanti 
Instrutti, usi al disagio, e tolleranti 

2" Ma dond'io vogliaincominciar grincaDti4 
E con qiiai modi, or narrerotti avanti. 
Ila la provida man dogli abitanti 75 

Kiposto, al tuo venir più giorni avanti. 
Ondo speri nutrir cavalli e fanti? 

5° l*uote,cheI)io ne segna, i ponsier santi. 63 
Quasi Proteo novel, gli apparve inuanti; 
Avriau gli atti dolcissimi e i sembianti: 
Quasi prigioni al suo trionfo innanti, 79 
Lascia la turba poi degli altri amanti. 
Menò il silenzio e i lievi sogni errauti, 

6" E grida ei ben: La pugnaè mia; rimanti. 30 
Ma troppo Ottone è già trascorso innanti. 

7" Fra l'ombro della notte e degl'incanti 45 
N«> può cosa vedersi allato o avanti; 
Sul limitar d'un uscio i passi erranti 
E verdi ancor le forze al par di quanti 61 
Erano quivi, allor si trasse avanti: 
Venite insieme, o cavalieri, o fanti; 71 
Non è tra mille schiero uom che si vanti. 
Di Maria giacque: or che non gite avanti? 

8 ' Difesa incontro al Perso, il qual con tanti ■) 

Che sombrava che d'arme e d':ibitanti 
Di to, gli disse, e poi narrò d'alquanti. 

9 Gii» di'tto, vola ove fra squadre erranti, 3 
Quel Soliman, di cui non fu, tra quanti 
Né se per nova ingiuria i snoi giganti 

E si mostra in quel lume a' riguardanti 26 
Como veggion nell'ombra i naviganti 
Altri danno alla fuga i pie tremanti, 
Quinci, d'opre diversi e di sembianti, 61 
E gli altri, i quali esser non ponno erranti 
Vieu poi da' campi lieti e fiammeggianti 
E in atto sì gentil languir tremanti 86 
Così vago è il pallore, e da'sembianti 
Ch'ammollì il cor, che fu dur marmo innanti, 

IO" E, com'è sua ventura, alle sonanti 3 

A tanto spade, a tante lance, a tanti 
E sconosciuto pur cammina avanti 
Uom, che, d'età gravissima ai sembianti, J 
Forma e dirizza lo vestigia erranti. 
Che fantastna importuno ai viandanti 

li" Sia dal cielo il principio ; invoca innanti2 
La milizia dogli angioli e de'santi. 
Preceda il cloro in sacro vesti, e canti 
E mette in guardia i cavalier do' fanti 32 
Dà il sogno poi della battaglia, o lauti 
E l'armi dello macchine volanti, 

13" Precipitar giù i folgori tonanti ; 7 

Movete, abitator dell'aria erranti. 
Ministri siete degli eterni pianti: 
<t1ì adusti Nasamoni o i Gararaanti H 
D'acquo e d'ombre sì fresche e d'agitanti: 
Già non sarairlo a tollerar bastanti; 
Stonde le fiamme torbide e fumanti; 27 
Ch'altri gli arbori snoi non tronchi oschian- 
Di castelli superbi e torreggianti; Ui* 



RIMARIO DELLA (GERUSALEMME LIBERATA. 



275 



14** Nella gloria sarai do' trionfanti; 8 

Sangno e sndor là giù tu vursi innanti. 
Deve r imperio de' paesi santi; 
Così alfìn tutti 1 tuoi compagni erranti 18 
Kidurrà il Ciel sotto i tuoi segni santi 
Ah! vero unqaa non fla che d'aver tanti 51 
Dliei prigion liberati egli si vanti. 

15° Volgendo il guardo a terra i naviganti, 11 
Miravan cavalier, miravan fanti 
E da cammelli onusti e da elefanti 
Henar già vita pastorale erranti. 21 

Df corsari; ed Oran trovar più avanti: 
(Nutrice di leoni e d'elefanti) 
S'innalzan quinci e quindi, e torreggianti 42 
Fan due gran rupi segno a' naviganti. 

16** Quella non par, cho desiata avanti 14 

Fu da mille donzelle e mille amanti. 
Ah! dove or sono i suoi trionfi e i vanti? 33 
Volse e rivolse sol col cenno avanti; 
Chiamò d'essere amata, odiò gli amanti: 

17<* MaTarmlaquei d'Egitto hansimiglianti.21 
Corto non sono stabili abitanti; 
Trarne gli alberghi e le cittadi erranti : 

13** L* antichissima selva onde fu avanti 3 
(Qnal che sia la cagione) ora è d'incanti 
Ne v'è chi legno indi troncar si vanti; 
Quinci al bosco t'invia, dove cotanti 10 
Vincerai (questo so) mostri e giganti, 
Deh ! nò voce che dolce o pianga o canti, 
Volgeva i lumi, e scoloria i sembianti, 33 
E i soavi singulti e i vaghi pianti ; 
Intenerir potea gli aspri diamanti. 
Passa il Baglion vittorioso avanti, 83 

Ma fiamme allora fetide e fumanti 
Né dal sulfureo sen fochi mai tanti 

19° Restar non può marmo o metallo avanti 37 
Svelse dal sasso i cardini sonanti, 
Non l'ariète di far più si vanti; 
Vide tende infinite, e ventilanti 53 

E tante udì lingue discordi, e tanti 
E voci di cammelli e d'elefanti, 

20" Parea volar tra'cavalier, tra' fanti. 12 
Fulminava negli occhi e ne'sembianti. 
Ed all'audace rammentò i suoi vanti, 
Già fera zufl'a è nelle corna: e avanti 31 
Spingonsi già con la battaglia i fanti. 
Stavasi Armida in militar sembianti ; 61 
De' baroni seguaci e degli amanti: 
Con occhi d'ira e di desio tremanti. 
Incatenata al tuo trionfo avanti 132 

Quest'è il maggior de' titoli e de' vanti. 
Dolce or saria con morte uscir di pianti : 

auto 

l" Di rinforzar Gernsalem frattanto. 90 

Sol verso Borea è men secura alquanto; 
D'alti ripari il suo men forte canto: 

2" D'ambedue loro, e lacrimonne alquanto, 43 
Più la muove il silenzio, e meno il pianto. 
Ad un uom che canuto avea da canto : 

3" S'adatta in giostra, e fero in vista è tanto? 1 3 
Sulle labbraun 808pir,augli occhi il pianto : 
Ma non così, che lor non mostri alquanto: 
Goffredo è quel, che nel purpureo m;into')S 
Ha di regio e d'augusto in sé cotanto 
Già non si deve a te doglia, né pianto ; 63 
E qni, dove ti spogli il mortai manto, 
Vivesti qual guerrier cristiano e santo 
Or qui fu posto; e i sacerdoti intanto 72 
Quiete alPalma gli pregar col canto. 

4* Vago d'ogni mio ben si mostrò tanto, 43 



E d'immensa pietade ottenne il vanto: 
Celasse al lor sotto contrario manto, 

4" Le luci a terra, e stette immota alquanto ; 70 
Accompagnando ì fiobil atti al pianto: 
Vita mai gravo ed immutabil tanto. 
Ma se Goffredo di credenza alquanto 83 
Tanto sol disse: e basta lor ben tanto, 
Or che non può di bella donna il pianto, 
Stassi talvolta olla in disparte alquanto, 00 
Quasi dogliosa ;oinfin sugli occhi il pianto 
E con quest'arti a lagrimare intanto 

5" Tratto al tumulto il pio Goffredo intanto, 32 
Ste8oGernando,il crin di sangue e il manto 
Ode i sospiri e le querele e il pianto 
Di procurare il suo soccorso intanto 60 
Irrogava il giorno, e ponea in uso quanto 
Ma poi, quando stendendo il fosco manto 

6" Tosto fia che qui giunga: or se frattanto 11 
Non ce ne caglia, pur che '1 rogai manto 
Tu l'ardimento o questo ardore alquanto 
Ch'egli aita lo chieda: e, desta intanto, 65 
Si trova gli occhi e il sen molli di pianto. 
E tra sé dice sospirando : Oh quanto 82 
Quant'io la invidio ! e non le invidio il vanto 
A lei non tarda i passi il lungo manto, 

7" Tesser fiscelle alla sua greggia accanto, 6 
Ed ascoltar di tre fanciulli il canto. 
Parte narrò di sue fortune; e intanto 16 
Il pietoso pastor plauso al suo pianto. 
Ma veloce allo schermo ei non è tanto, 40 
Già spezzato lo scudo, e l'elmo infranto, 
E colpo alcun de' suoi, che tanto o quanto 

S° L'opra è degna di te: tu nobil vanto 4 
Così le parla: e basta ben sol tanto. 
Giunto è sul vallo do' Cristiani intanto 
Più e più ógnor s'avvicinava intanto 27 
Sì eh' a me giunse, e mi si pose accanto. 
E veggio duo vestiti in lungo manto 
Mentr'io le piaghe sue lavo col pianto, 84 
Gli aprì la chiusa destra il vecchio santo. 
Questa, a me disse, eh' oggi sparso ha tanto 

9" (3on gli altri io mon'andròdall'altro canto44 
A sostener l'impeto ostilo intanto. 
Vincitorlieto avrai gran tempo il vanto: 80 
Destra a giacer mi sarai steso accanto. 
Curi il Ciel, disse; or tu qui mori intanto. 
10° Così parlava; e l'eremita intanto 73 

Non un color, non serba un volto : oh quanto 
Pieno di Dio, ratto dal zelo, accanto 
11° D'in su le mura ad ammirar frattanto 12 
Que' tardi avvolgimenti e l'umil canto, 
Poiché cessò dello spottacol santo 
Tal saetta costei. Goffredo intanto 46 

Avea condotto ad una porta accanto 
Questa é torre di legno, e s'erga tanto 
Ed ingombra l'uscita; e grida intanto 62 
A Soliman, che si vedca da canto: 

12" Argante qui (né sarà vano il vanto) 10 
Io sarò seco; ed aspettiam soltanto 
Sollevò il re le palme, e un lieto pianto 
Piano i trionfi, od infelice il vanto ! 59 
Di quel sangue ogni stilla un mar di pianto. 
Sanguinosi guerrier posare alquanto. 
Alfin col nuovo dì rinchiudo alquanto <,)0 
Ilumi; e il sonno in lor serpo fra '1 pianto. 
sasso amato ed onorato tanto, [to. 9'.» 
Cho dentro hai le mie fiamme, e fuori il pian- 
Confnsamente si bisbiglia intanto 100 
Poi s'accerta e divulga, e in ogni canto 
Misto di gridi e di femmìneo pianto: 

13" Che sì? che sì?volea più dir;niaintantolO 



276 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Conobbe ch'eseguito era T incanto. 
13^ In gran iompesta di pen8ieri intanto. 50 

ÌChè tal lo stima) a ritentar T incanto; 
jontana più, ma non diffìcil tanto . 

14" Di me medesmo fui pago cotanto, 45 

Certa fosse e infallibile di quanto 
Ma, quando il vostro Piero al fiume santo 

15* Eccovi qui quanto ho promesso, e quanto! 
Paò della maga superar T incanto. 
Ed alle rose tenere : cotanto 46 

Puote sovra natura arte d' incanto. 

16** Onde si specchia in lui qual siasi, e quanto30 
Tutto odori e lascivie il crine e il manto ; 
Dal troppo lusso effeminato accanto : 
Misera! ancor presumo? ancor mi vanto 51 
Yolea più dir; ma T interruppe il pianto, 
Prendergli cerca allor la destra o il manto, 

17" Che, se noi sai, ti sono amico; e quanto 60 
Ch'essi, scorti da me, vinser V incanto. 
Or odi ì detti miei contrari al canto 
Poscia Tedaldo, e Bonifacio accanto 77 
Non si vedea virile crede a tanto 
Seguia Matelda, ed adempia ben quanto 

18" In cerchio quivi ai cari amici accanto, 6 
Or della guerra, or del silvestre incanto. 
Così gli disse l'eremita santo : 
Passa più oltre, ed ode' un suono intanto 18 
Vi sente d'un ruscello il reco pianto, 
E di musico cigno il flebil canto. 
Quinci s'invia verso le tende; e intanto 39 
Già vinto è della selva il fero incanto. 
Vedilo. Ed ei da lungo in bianco manto 
Oltre che,men ch'altrove in questo cantoI03 
Né tanto arte potè, che pur alquanto 
Fu l'alto sogno di vittoria intanto 

19** Per te cadesti; avventuroso in tanto, 24 
Ch'altri non ha di tua caduta il vanto. 
Le membra armato, e con purpureo am- 62 

(manto. 
Preme egli un'asta,e vi s'appoggia alquanto: 
Membruto ed alto, il qual gli era da canto. 
Alza alfìn gli occhi Armida; e pur alquantoTO 
E repente fra i nuvoli del pianto 
Signor, dicea, membrando il vostro vanto, 
E forza è pur che si conforti alquanto : 110 
Esequie, grida, ch'io ti fo col pianto; 
La lunga strada, e vo'morirti accanto. 

20** Pugna qual mai non vide Ida né Xanto. 43 
Fra Baldovino e Muleasse intanto; 
Appresso il collo, all'altro estremo canto. 
Così vince Goffredo; ed a lui tanto 144 
Ch'alia città già liberata, al santo 
Né pur deposto il sanguinoso manto, 

ansa 
1" Date ad un sol lo scettro e la possanza, 31 

E sostenga di re vece e sembianza. 
2" Ufficio oltra seguire abbia baldanza, 45 

Ch'ei non v'accuserà della tardanza. 

Da quella grande sua rogai sembianza. 
4** Sempre sovra natura egli ha possanza; 76 

Ma in virtù di costei sé stesso avanza. 
5" Goffredo ascolta, e in rigida sembianza 35 

Porge più di timor che di speranza. 
6° In tale stato che sperar le avanza, 60 

Di memoria vie più, che di speranza: 

Tanto ha 1* incendio suo maggior possanza 
7** Ode un corso appressar, cb'ognor s'avan-27 

[za: 

Vede uom che di corriere avea sembianza. 

Fendea il corno sul fianco a nostra usanza. 



8" Or quando del garzon la rimembranza 47 
Ecco molti tornar, che per usanza 
Conducean questi seco in abbondanza 

IO" E, caduti d'altissima speranza, 35 

Sol l'aiuto d'Egitto ornai n'avanza. 

13" Qualaltraselvaha di troncar speranza?.35 
Mai questo varco.Or,s' oltre alcun s' avanza, 
Fia d'effetto minor che di sembianza: 

14** Tra sotterranei chiostri è la mia 8tanza;43 
In aerea magion fo dimoranza: 
Venere e Marte in ogni lor sembianza; 
Altro che dirvi omai nulla m'avanza, 78 
E penetrar dell'intricata stanza 
Perchè non fia che magica possanza 

19** Diceva a'suoi lietissimo in sembianza: 51 
Fatto è il sommo de' fatti, e poco avanza 
La torre (estrema e misera speranza 
Par v'abbia d'amistade antica usanza, 77 
E ragiona in affabile sembianza. 

20" Ove il nemico, che di gente avanza, 9 
Di circondarlo aver potea speranza, [za: 
La polve ingombra ciò eh' al sangue avan-52 
Tanto i campi mutato avean sembianza! 
Or qual arte novella, e qual m'avanza 67 
Misera! e nulla aver degg'io speranza 
Anzi pur veggio, alla costai possanza 
E in arrivando (o che gli pare) avanza 107 
E di grandezza ogni mortai sembianza. 
Già non oblia la generosa usanza: 

anse 

3* Pur dava ai detti, all'opre, alle 8embianze,60 
Presagio omai d'altissime speranze. 

4" Capelli e fra sì tenere sembianze 24 

E già nell'arti mie me stesso avanzo. 
Seguiranno gli effetti alle speranze: 

anai 

2" Giuntaètua gloria al sommo; e per l'in- 67 
Ch'ove tu vinca, sol di stato avanzi, [nanzi 
Ma l'imperio acquistato e preso dianzi, 

ara 

2" Tu da un sol tradimento ogni altro inipa-73 

Insidie a voi la gente infida, avara, [ra; 

Per voi la vita esporre or si prepara? 
7° Altrui vile e negletta, a me sì cara, 10 

Né cura o voglia ambiziosa o avara 

Spengo la sete mia nell'acqua chiara, 
11" Delle macchine sue più non ripara; 33 

Fuori se n'esce, e sua virtù dichiara. 

Altri percuote i fondamenti a gara. 
14" Conclusion, che so eh' a te fia cara: 19 

Progenie uscirne gloriosa e chiara. 

Al vento, o nebbia al sole arida e rara; 
15" Quivi di cibi preziosa e cara 5S 

E scherzando sen van per l'acqua chiara 

Ch'or si spruzzano il volto, or fanno a gara 
16* Qual musico gentil, prima che chiara 43 

All'armonia gli animi al trai prepara 

Così costei, che nella doglia amara 
IS** Ma sovra ogni difesa Ismen prepara 47 

Copia di fochi inusitata e rara. 
19° Mi riconduca alla prigioa mia cara. S3 

Misera, vivo in libertade amara. 

Ti si fa incontro alta fortuna e rara: 
20" Ma, noi vedendo, freme; e far prepara 87 

No' seguaci di lai vendetta amara. 

arca 

4** Ad altri poi,ch'aadaoe il segno varca, S9 
De' cari detti e de'begli occhi ò parca, 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



277 



Ma fra lo sdegno, onde la fronte è carca, 
}** Stnpido il cavalier le ciglia inarca, 17 

lia nube e il carro ch'ogni intoppo varca 

L'altro, che di stnpor T anima carca 
4" £, perchè mal capace era la barca^ 58 

Gli scudieri abbandona, ed ui sol varca. 
0* E col grave fendente in modo il carca, 119 

€he il percosso la testa al petto inarca. 

archi 

!• Che son quasi di ferro in tutto scarchi: 50 
Suonano al tergo lor faretre ed archi: 
Alla fatica invitti, al cibo parchi. 

IO** Quinci le frombe,eleba1e6treegli archi23 
Esser tutti dovean rotate e scurcbi. 

arco 

1* Geme il vicino mar sotto V incarco 79 

Si che non s'apre mai securo varco 

Ch'oltra quei e' ha Georgio armati e Marco 
9^ La scimitarra al fianco, e il tergo carco 8 

Della faretra, e nello mani ha l'arco. 

Tosto s'opprime chi di sonno è carco: 18 

Che dal sonno alla morte è nnpicciol varco. 
Il" A costei la faretra e il grave incarco 28 

Ella già nelle mani ha preso l'arco, 

E desiosa di ferire, al varco 

Che gli portava un altro scudo e l'arco: 53 

Cotesto mono assai gravoso incarco; 

Su' dirupati sassi il dubbio varco : 
15" Nave, ond'io l'ocean secura varco, 6 

Tranquilla, e lieve ogni gravoso incarco. 

Il mio signor, del favor suo non parco. 
20" Poi tìerla gola, e tronca al crudo Al arco 33 

Della voce e del cibo il doppio varco. 

arda 

3" Dalla cittade intanto un che alla guarda 9 
Colà giuso la polve alzarsi guarda, 
Par che baleni quella nube ed arda, 
6* Ne poi, ciò fatto, in ritirarsi tarda; 43 

Ma si raccoglie e si ristringe in guarda. 
9° Confusa ancora e inordinata guarda 22 
Da' cavernosi monti esce più tarda. 
Folgore, che le torri abbatta ed arda, 

11* E già tra' merli a comparir non tarda 58 
E, mirando la vergine gagliarda. 
Correr le vedi, e collocarsi in guarda 

12* A voi, ch'uscir dovete, ora più tarda, 17 
Ch'alia macchina ostil s' appigli, o Tarda. 
Di quello stool che la circonda e guarda. 
Essi van cheti innanzi; ondo la guarda 44 
Ma più non si nasconde, e non è tarda 
In quel modo che fulmine o bombarda [da 

13* Oh quanti appaion mostri armati in guar- 28 
De'quai con occhi biechi altri il riguarda. 
Fugge egli alfine; e ben la fuga è tarda, 

15*^ Tal s'appresenta alla solita guarda; 48 
Né però de' guerrieri i passi tarda. 

18" Già suda e si rincrespa, e, se più^tarda 84 
Il soccorso del Ciel, convien pur eh' arda. 

19* Pietoso prigionier m'avesti in guarda, 82 
Ben dessa i'son,ben dessa i' son; riguarda. 
La bella faccia a ravvisar non tarda. 

ardi 

l** E celebrati son fra' più gagliardi 5t 

XJnGentonio,un Bambaldo, e duoGherardi. 
De' veraci romori e de' bugiardi, 81 

Che già s'è mosso, e che non è chi'l tardi : 
Narra il nome e il valor de'più gagliardi. 



3" Lampeggiar gli occhi, e folgorar gli 22 

[sguardi, 

Tancredi, a che pur pensi ? a che pur guardi ? 

Questo è pur quel bel volto, onde tutt'ardi; 
6° Od a morirne qui, corno codardi, 4 

Quando d' Egitto pur l'aiuto tardi. 

Armati, dice, alto signor; che tardi? 20 

E d'affrontarsi teco i men gagliardi 

E mille i'vidi minacciosi sguardi, 
7" Goffredo intorno gli occhi gravi e tardi 58 

Ne, perchè molto pensi e molto guardi, 

Vi manca il fior de'snoi guerrier gagliardi; 

E fero intoppo, acciò che il corso ei tardi. 107 

Di Baluavilia un Guido e duo Gherardi. 

Quanto ristretto è più da que'gagliardi; 
10* Nulrian gli amori e i nostri sdegni (ahi ! 60 

[tardi 

Troppo il conosco) or parolett<», or guardi. 
11** E van questi portando ai più gagliardi 26 

Calce, solfo, bitume, e sassi e dardi. 
14° E veggio come ogni altra presto otardi43 

Boti.o benigna o minaccevol guardi. 
15" L'invito accompagnò d'atti e di sguardi, 65 

S'accompagnano i passi or presti or tardi. 

L'alme a quo' vezzi perfidi e bugiardi; 
18" Son fantasmi ingannevoli e bugiardi 10 

Pur ch'altro folle error non ti ritardi. 

Né beltà che soavo o rida o guardi 
19° Si rode, e lascia i soliti riguardi; 15 

Che sua perdita stima il vincer tardi, [di. 

E il drizza all'elmo, ov' apre il passo ai g uar- 

Nè credo già ch'ai dì secondo tardi 124 

Ma tu, Rinaldo, assai convien che gnardi 

Che i più famosi in arme e i più gagliardi 

ardo 

3° E dice al Re, che in lui fissa lo sguardo: 37 

Eccoti il domator d'ogni gagliardo. 
6° E veloce così, che tigre o pardo 30 

Corre a ferire il Saracin gagliardo. 
Si scote allor Tancredi, e dal suo tardo 

16° Elei non mira; e, se pur mira, il guardo 42 
Volge furtivo e vergognoso e tardo. 

17° Ma innanzi a lui l'intrepido Aldoardo 73 
Da Monselce escludeva il re lombardo. 
Mostra vigor più che viril lo sguardo : 78 
Si dileguava il già invitto Guiscardo; 
Offriva al tempio imperiai stendardo: 

19° Tacque, e incontra si van con gran ri- IO 

(sguardo; 
Che ben conosce l'un l'altro gagliardo. 
Volgendo in Tisaferno il dolce sguardo: 72 
Risponde egli infìngendo: Io, che son tardo, 
Di questo tuo terribile e gagliardo. 
E, in voce forse della lingua, il guardo 96 
Manifestava il foco onde tntt'ardo. 

20** E ben sei vede il misero Odoardo, 96 

Mal fortunato difensor, non tardo. 
Che a terra vede il suo regal 8tendardo,137 
Cadere insieme Himedon gagliardo. 
Non vuol nel duro fin parer codardo; 

are 

l" Ei si mostra ai soldati; e ben lor paro 34 
E ricevo i saluti e il militare 
Poi ch'alte dimostranze umili e care 

3** Ha da quel lato, d'onde il giorno appare, 57 
E, dalla parte occidental, del mare 
Verso Borea è Betel, ch'alzò l'altare 

4° D'abito di beltà forme sì care: 29 

Traluco involta, or discoperta apparo: 



278 



RIMARIO dp:lla gkrusalemme liberata. 



Or da candida nube il Sol trasparo 
5" Mentre a ciò par ripensa, un messo anpareSG 
In atto d'uom ch'altrai novelle amaro 
Disse costui: Signor, tosto nel maro 
7* Nei seni di Comacchio il nostro mare, 46 
Cercando in placide acquo ove riparo ; 
In palustre prigion, né può tornare; 
9** E con più corna Adria respingo, e pare 46 
Che guerra porti, e non tributo, al muro. 
Come pari d'ardir, con forza pare 52 

Non ei fra lor, non cede il cielo o il mare, 
Cosi né ceder qua, né là piegare 

10" L' ombra, e vicino al suon dell' acque cbia-04 
E ricca di vivande elette e care. [re, 

Ciò che dona la terra, o manda il mare, 

il* Poscia in cima dol colle ornan T alture, 14 
E d'ambo i lati luminosa appare 
Quivi altre spoglio, e pur dorate e care, 
E in su la torre altissima angolare 27 

Sovra tutti Clorinda eccelsa appare. 

14* Della fallace opinion vulgare, 30 

Che vi fa gire indarno e traviare. 
Itene, dove un fiume entra nel mare: 
ninfa, o Dea, tarda sorgendo, appare. CI 
Ma sia magica larva, una ben pare 
Piaggia abitar l'insidioso mare; 

15" E nell'ampie voragini del mare 8 

Disperso, o divien nulla, o nulla apparo. 

17* L'odorata maremma e il ricco maro; 6 
Incontro al Sol che mattutino apparo. 
Il re, ch'or lo governa, illustri e chiare: 
Quella che terza è poi, squadra non paro, 17 
Non crederai ch'Egitto mieta od are 
Città, ch'alio Provincie emula e pare. 
Mossero i passi, e dier le spallo al mare. 57 
Un non so che di luminoso apparo. 
La netto illustra, e fa l'ombre più raro. 

18" Poiché le dimostranze oneste e caro 't 

Placido alfabilmente e popolare 
Né sarìa già più allegro il militare 

ari 

1" A quell'autorità, che, in molti e vari 30 

D'opinion, quasi librata, è pari 
5° Vario é ristesso error ne' gradi vari; 30 

E sol l'egualità giusta è co' pari. 
9" Agevolmente a sé gli Arabi avari 6 

Ladroni in ogni tempo o mercenari. 
Vo'su i corpi languenti entro ai ripari : 19 
E l'arti usar di crudeltato impari. 
Oggi libera l'Asia, oggi voi chiari. 

12° Cosi diss'egli; e l'aure popolari 105 

E, immaginando sol, temprò gli amari 
Oh vani giuramenti ! Ecco contrari 

17° Che tutto infestoran lo torre o i mari, 93 
Daran le leggi ai popoli più chiari. 
Da lor distrutti, e i violati altari; 

13' Al gran navilio saracin de'mari; 42 

E le marittime armi e i marinari: 
Ne'meccanici ordigni uom senza pari; 

19" Pur a fatica avvien che si ripari 49 

Che già, rotte le sbarre, ai limitari 
Desio di superar chi non ha pari 

aria 

2" Prontaaccorre alla fiamma,efaritrarla,44 
Che già s'appressa, ed ai ministri parla. 

arli 

10" Quando il mago gli disse: Or vuoi tu darli 48 
Agio, signor, che in tal maniera parli V 



arlo 

3* È tuo gran tempo; e tempo è ben che trarlo27 

Ornai tu debba; e non debb'io vietarlo. 
5" Ma con l'arme però di ricovrarlo 4S 

Non tentai poscia; e forse i'potea farlo. 
16" Mastro è di ferità; vo' superarlo 6i 

Nell'arti sue... Ma dove son? che parlo? 

arme 

5" Goffredo rende, e vuole imprìgionarmc, 4.3 

A carcere plebeo legato trarrne; 

Giudici fian tra noi la sorte e Tarme; 
8° Di' come e donde tu rechi qnest' arme 50 

E di buono o di reo nulla celarme. 
12" Quella fé seguirò che vera or parrae, 41 

Sugger mi festi,e che vuoi dubbia or farme: 

A magnanimo cor) l'impresa e rarme: 
17" Tu sol le schiere e i duci, e sotto l'armeO 

Mezzo il mondo raccolto, or puoi dettarmc. 

Per la fé, per la patria ad impiegarme. 43 

Già di reina il guerreggiar non parmo. 

Dansi airistessa man lo scettro e l'arme: 
18' vieni a muover guerra, a discacciariiie,.*?l 

Che mi celi il bel volto, o mostri l'arme? 
20" E canta in più guerriero e chiaro carme .39 

Ogni sua tromba, e maggior luco bau l'arme. 

armi 

1° Emulo di Goffredo, i nostri carmi n 

Intanto ascolta, e t'apparecchia «iirarmi. 

2° Mentre il tiranno s'apparecchia all'armi,! 
Ismen, che trar di sotto ai chiusi marmi 
Ismen, che al suon de' mormoranti carmi 
Keca tu la risposta; io dilungarmi 94 
Quinci non vo', dovo si trattan l'armi. 

4° Che suoni in altre lingue, e in altri carmi 11 
Si scriva,e incidain novi bronzi e in marmi .' 

6" Siche non sian dell' opre indegni i carmi, 31 
Ed esprima il mio canto il suon dell'armi. 
Come in voi solo il corco, e solo parmi liU 
Che trovar pace io possa in mezzo all'arm'. 

7" Che non portano già guerra quest'armi 7 
All'opre vostre, ai vostri dolci carmi. 

8" Io non sapea da tal vista levarmi, 3^ 

Mirando ora le lettre ed ora i marmi 
Corrono già precipitosi all'armi T5 

E già s'odon cantar bellici carmi 
Gridano intanto al pio Buglion che s'armi 

9" Al gran concento de' beati carmi .'i^ 

Chiama egli a sèMichele, il qual nell'armi 
E dico lui: non vedi or come s'armi 
12" Degno di te; ma sconvenevol parrai U 
Di voi, che siete i più famosi in armi. 
(Che degno è il sangue lor che si risparmi), 
13" Fra sé dicendo: Or qui che vaglion rarmi?34 
Devoratrice fiamma andrò a gettarmi? 
Del comun prò la chieda, altri risparmi: 
16" Non fia ch'in tua difesa io mi risparmi. 50 
Pria che giungano a te, paasoran l'armi. 
Che ti voglia ferir, per non piagarmi, 
Io n'andrò pur, die' ella, anzi che l'armi 73 
Ritentar ciascun' arte, e trasmutarmi 
Trattar l'arco e la spada, o serva farmi 
18° Già più di ritardar tempo non parmi; 54 
E fatica e sudor non si risparmi 
Duro fia si far colà strada all'armi: 
19" Però combatter teco, e riprovarmi; 3 
Quasi inventor di macchine tu parmi. 
Novi ordigni di guerra o insolite armi: 
Se non eh' io possa un bel trofeo dèli' armi 63 
Drizzar nel Cairo, e sottopor tai carmi: 



HIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



279 



20* Nova forma in cui possa anco mutarmi? 67 
Ne' cavalieri miei: che veder parmi, 
Tutte le forze frali e tutte l'armi. 
Per me stossa, crudol, spero t=ottrarmi 133 
E, se airincatenata il tosco o l'armi 
Veggio socuro vie, che tu vietarmi 



ame 



ir 



Sì che tra via s'allenta,e vuol poi trarno43 
Lo strale, e rosta il ferro entro la carne. 



aro 



1" Poi duo Pastor di popoli spiegare 3S 

Le squadre lor, Guglielmo ed Ademaro 

2° Questi unirsi coi Franchi, e rincontrare 55 
Appuuto il di che in Emaus entraro. 
Del famoso GoflFredo ammessi entrare; CO 
Fra snoi duci sedendo il ritrovaro; 
K di sé stesso a sé fregio assai chiaro. 

3" DalTalte mura in guisa iiiconiinciaro 49 
Tante saette agli archi ministrare, 
E i Saracin nulla cittade entraro. 
Di nobil pompa i fidi amici ornare 67 

Quando Goffredo entrò, le turbe alzare 
Ma con volto né torbido ne chiaro 
Qui per troncar le macchine n'andare, 74 
A cui non abbia la città riparo. 

8" Cade il garzone invitto (ahi caso amaro!); 24 
Voi chiamo in testimonio, e del mio caro 
Ch'aller non fui dqlla mia vita avaro, 

9" Parte l'amiche tenebro colare: 36 

Senza perder sé stesso, il vincer caro : 
Avidissimamente è fatto avaro; 
11* E chiudendole schiere ivano a paro 5 

I principi Guglielmo od Ademaro. 
E mescolati alle ruine al/aro, 64 

In vece del caduto, altro riparo 



12 Ma dove, oh lasso me! dove restaro 



'S 



Ciò che 'n lui sano i miei furor lasciare, 
Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caro 

13** Mosse r esempio assai, come al di chiaro 69 
Quei che seguir Clotareo ed Ademaro 
Poiché la fede eh' a color giurare, 

IG** Chiudesti i lumi, Armida; il Cielo avaro61 
Apri, misera, gli occhi; il pianto amaro 
Oh s'udir tu il potessi, oh come caro 

17^ Nella costa asiatica albergare; 16 

Pregio virtù, ma i titoli il fan chiaro. 
Né mattutine trombe anco il destare; 
Fra questi è il crude Alarco, ed Odemaro30 
E Kimodon, che per l'audacia è chiaro, 
E Tigrano, e Uapoldo il gran corsaro, 
Nèqnelli pur,ma qual più in guerra è chia-53 
S'offer.ser tutti a lei, tutti giurare (r«, 
Tanto centra il guerrior, ch'ebbe si caro, 

18* 11 foco ove i Pagan le tele alzare, 86 

L'ha immantinente, e n'arde ogni riparo. 
Dal gran Dio custodito, al gran Dio caro I 
AUor tutte le squadre il grido alzare 101 
E risonarne i monti, e replicare 
Kuppe e vìnse Tancredi ogni riparo 

19** Cosidiceagli Erminia: e insieme andaro 101 
La notte e il giorno ragionando a paro. 

arse 

1" Tutta,fuorchela fronte, armata apparse 47 
Per ristessa cagion di ristorarse, 
Sembianza, e d' essa si compiacque, e n' arso. 

2° Ma, poi che il re crndel vide occnl tarso 1 1 
Tutto in lor d'odio infellonissi, ed arse 
Ogni rispetto oblia; vuol vendicarse. 



2" Quindi son l'alto mura aporte ed arse, 84 

Quindi l'armate schiere uccise e sparse: 
3" E, le chiome dorate al vento sparse, 21 
Giovane donna in mezzo al campo apparse. 

10" Là 've presso vedoan le tende alzarse. 25 
In quante forme ivi la morte apparse! 
E di doglia il Soldano il volto sparse. 

1.3" E la temenza a mille segni apparse: 22 
Ch'osin di gire innanzi o di formarse; 
Son le difese loro anguste e scarso. 
Meraviglioso foco indi m'apparse 48 

Che sorse, e, dilatando, un muro farse 
Pur vi passai; che né rincendio m'arse, 
E le storili nubi in aria sparse 55 

In sembianza di fiamme altrui mostrarso. 

arsi 

l" Neir assalir son pronti e nel ritrarsi, 50 

E combatton fuggendo erranti e sparsi. 
2" Qui comincia il tiranno a rìsdegnarsi; 24 
Non la nascosi, a lui risponde; in l'arsi: 
Cosi almen non potrà più violarsi 
3" Cercò fruire, e sovra un braccio alzarsi : 46 
Gliocchiadombrò,chestanchialfinserràrsi: 
Irrigiditi e di sudor gli ha sparsi. 
4" Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi ? 14 
Ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi 
Ch'ove a noi tempio non solca serrarsi, 
6" Che dee l' aspra tenzon rinnovellavsi, 64 
Che sente il sangue suo di ghiaccio farsi. 
Sono occulti da lei gomiti sparsi: 
7" Ch'audace è si ch'ame vuole agguag1iarsi,54 
Bruttando nella polve i crini sparsi; 
Ad onta del suo l>io l'arme spogliarsi; 
8** Par che la sua viltà rimproverarsi 11 

E chi '1 consiglia, e chi 'l prega a formarsi, 
liiscliio non teme, fuorché '1 non trovarsi 

11" Sopra i nomici, e in paragon mostrarsi : 64 
E scudi ed elmi dissipati e sparsi. 
Che di lor parve quasi un monte farsi ; 

1,2" Fra le roto del fumo in ciel girarsi. 46 
J/incendio, e in un raccolga i fochi sparsi. 
De' Franchi, e tutti son presti ad armarsi. 
Non schivar, non parar, non ritirarsi 55 
Non danne ì colpi or finti, or pioni, orscarsi; 
Odi le spade orribilmente urtarsi 

15" Qui tacque: e già parca più bassa farsi 40 
L'isola prima, e la seconda alzarsi. 

16" Per l'onde, e i monti co' gran monti urtarsi;5 
Co' legni torreggianti ad incontrarsi- 
Vedi di nova strago i mari sparsi. 

18" Ma come furo in oriente apparsi 64 

S'avvidero i Pagani (e ben turbarsi) 
K mirar quinci e quindi anco innalzarsi 

20" Vedo, giacendo il conte, altri ritrarsi 83 
Altri del tutto già fugati e sparsi. 

arso 

1" Chèproposto ci avremmo angusto e Bcarso22 
Premio, e in danno dell'alme il sanguespar- 

[so. 

arte 

1" So intfisao fregi al ver, so adorno in parte2 
D'altri diletti, cho de' tuoi, le carte. 
Ma d'onor prima e di valore e d'arte. 52 
Terror dell'Asia e folgori di Marte. 
Erranti, che di sogni empion le carte; 

2" E dell'opre compagno ad aitarte. 4 

Tutto prometto, e ciò che magic' art« 
Costringerò dolio fatiche a parte: 



280 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



2" E la fama d'Egitto in ogni parte 62 

Del tuo valor chiaro novelle ha sparto 

3° lisciameli questa mischia :eiUn disparte 25 
r potrò teco, e tu meco provarte. 
I Palestini, o sìa temenza od arto. 29 

Vidole sventolar le chiome sparto, 
Per ferir lei nella sua ignuda parto; 
Mira intanto il Bnglion d'eccelsa parte 54 
Della forte cittade il sito e Tarto- 

4" Ma son del suo partir tra il vulgo ad arte 27 
Diverse voci poi diffuse e sparte. 
Trapassa il raggio. e noi divide o parto; 32 
Si penetrar nella vietata parte: 
Di tante meraviglie a parte a parto; 

5" Onde, tratto il rivale a sé in disparte 8 
Kagiona a lui con lu.singhevol urlo: 
Mille colpi vèr lui drizza o comparto: 30 
Tenta ferirlo, or alla manca parte: 
È in guisa tal, che gli occhi inganna e T arto; 
Del civil sangue tuo dunque bruttarte? 4t> 
Trafigger Cristo ond' ei son membra e party? 
Che, quaronda del mar, sen viene o parte, 
Si pienamente il suo disegno e l'arte, 00 
Di tanti eroi si riconsola in parte: 
Pensa condurli in più secura parto, 
Gli ammonisco quel saggio a parte a parte 73 
E mal sicuro pegno; e con qual art« 
Ma son le sue parole al vento sparto; 

6* Cossi Dio tantainfamia. Or quel che ad ar-1 
Soliman di ^'icea, che brama in parte [tu 
Degli Arabi lo schiere erranti e sparto 
Ampio e capace, e parea fatto ad arto 22 
Perdi' egli fosse altrui campo di Marte. 
Or di so discoprire alcuna parte, 42 

Tentando di schermir l'arte con l'arte. 
Vinta dall'ira è la ragione e l'arte, 4S 
Sempre che scende il ferro, o fora o parto 
Sparsa è d'armi la terra, e l'anni sparte 
Che dai giudizj dell'incerto Marte 55 

Vede pendor di se la miglior parto. 
Venneviun giorno ch'olla in altra parteSl 
Pur tra se rivolgendo i modi e l'arte 
Mentre in varj pensier divido e parte 
E più riposta via prendono ad arte: 94 
Veggion lucer di ferro in ogni parte: 
E, cedendo il sentier, ne va in disparte; 

7* Sempre (lui fur: né strepito di Marte 8 
Ancor turbò questa remota parto: 
Mirali loco il guorrier, che d'ogni parte 29 
Inespugiiabil fanno il sito e l'arte. 
Deirestraniaprigionl'ordigno e l'arte, 47 
Poi là rinchiuso, ond'uom por sé non parte. 
Ma fur le sue fatiche al vento sparto: 
Miri, e virtù n'apprenda: in te di Marte GS 
Splenda l'onor, la disciplina e l'arto. 
Poscia gira da questa a quella parte, 07 
E sempre, e quando riede, e quando parto, 
Quanto avea di vigor, quanto avea d'.u te. 

8" Lo spingeva un desio d'apprender l'arto 7 
Da te, SI nobil mastro; e sontia in parte 
Già di Rinaldo il nome in ogni parte 
Onde piace lassù, che, s'or la parte 35 
Oziosa non resti in questa parto: 
Che l'usi poi con eirual t'orza od arte, 
9° Odi qual uovo strepito di Marte 44 

D'uopo là tia che il tuo valore e l'arto 
Vanne tu dunque, e là provvedi; e parto 

10" Ma pria dirami il tuo nomo, e con qual ar t o 19 
Che, so pria lo stupor da me nou parte 
Sorrise il vecchio e disse: In una parte 
Siamo in forte città di sito e d'arte; 42 



Apparato si fa dalP altra parte. 
I giudizj incertissimi di Marte; 

IO" Qui n'accols' ella :e,non 80 con qual arte, 63 
Vaga è là dentro e ride ogni saa parte. 

li" Con molta provvidenza e con bell'arte; 31 
Obliquamente in duo lati il comparte. 
E gli altri ordigni orribili di Marte; 
Al dipartir del Capitan, si parte 57 

Cresce il vigor nella contraria parte, 
E l'ardimento col favor di Marte 

1 2* Premio v'ò l' opra stessa, e premio in partel l 
Vi da del regno mio non poca parte. 
Voglion costor,nè qui destrezza ha parte.'S 
Toglie l'ombra e il furor l'uso dell'arte. 
A mezzo il ferro; il pie d*orma non parte: 

13° Cosi gli dice; e poi di parte in parte 12 
Narra i successi della magic* arte. 

14° Che '1 vostro Piero, a cui lo Ciel comparto 18 
Saprà drizzare i messaggieri in parte 
E sarà lor dimostro il modo e l'arte 
Collocò dunque il corpo morto in parto 54 
Molto opportuna a sua ingannevol arto. 

15° Quel Dio che scese a illuminar le carte, 21 
A questa che del mondo è si gran parto? 
Piavi introdotta, ed ogni civil arto; 
La donna in sì solinga e quota parte 43 
Entrava, e raccogliea le vele sparte. 

16° Vola, fra gli altri, un che le piume haspar-13 
E lingua snoda in guisa larga, e parte [U 
Questo ivi allor CQntinovò con arte 
A lui commiato, e il bacia, e si diparte. 26 
Gli affari suoi, le sue magiche carte. 
Porre orma, o trar momento in altra parte: 
Che fa più meco il pianto ?altr'armi, al- 64 
Né l'abisso per lui riposta parte, [ir' arto 
Giàil giungo e'I prendo,e'lcorgli svello,e 

[sparte 
Purché le mie vendei te io veggia in parte,73 
Il rispetto l'onor stiasi in disparte. 

17" Evvi Orindo, Arimon, Pirga, Brimarte 31 
Domator de'cavalli; e tu, dell'arte 
E Tisaferno, il folgore di Marte, 
Nobile turba il re de' re sì parte: 41 

Raccoglie i duci, e siede egli in disparte, 
Né lascia inonorata alcuna parte. 

18° Fan lor macchine anch'ossi, e con molt*ar-4" 
E l'alzaron così da quella parte [te 

Ch'a lor credenza omai sforzo di Marte 
Onde Raimondo a' suoi : Dall'altra parte 104 
Vìnta ancor ne resiste? or soli a parte 
Ma il re cedendo alfin di là si parte, 

19° Le forze e l'ire inutilmente ha sparte; 24 
Se ne sottrasse; e si lanciò in disparte. 
N'andasti, Argante, e non potesti aitarte: 
Frale donzelle alquanto era in disparte. 63 
Ma gira gli occhi cupidi con arte : 
Talora insidia più guardata parte; 
In mio campion t'eleggo; ed in disparte, 79 
Come amie cavalier, vo'ragionarte. 

20° Fian, per lo più, senza vigor, senz'arto; 16 
Sol violenza or allontana o parte, 
Tremar veggio le insegne in quella parte: 
Ricevendo io piaghe in nobil parte: 57 
Ch'ogni ordinanza lor scompagna e parte. 
Sinché le ha in tntto dissipate e sparto: 
La vittoria e l'onor vien da ogni parto :72 
Sta dubbia in mozzo la Fortana e Marte. 



arti 

1^ Seco forse userà le solite arti, 
Torca in altre da noi lontane parti; 



69 



RIMARIO DELLA GKRUSALKMME LIBERATA. 



281 



In mio nome il dìRponi a ciò eho parti 
3* E la sna mento è tal: che s'appagarti 65 

Ve Gìndea molestar né T altre parti 

Ei promette air incontro assecurarti 
3* Sì del regnar, del comandar sa Tarti; 59 

Ma del doppio valor tutte ha le parti: 

più saggio di lui potrei mostrarti. 

4* Si furon questi per Io mondo sparti; 19 
Diversi e novi, ed ad usar lor arti. 
Mandassero ai Cristiani, e di quai parti; 
5*^ £ mandato ho pur ora in varie parti 53 
Alcun de* nostri araldi a ricercarti. 
Da più giusto elettore eletto parti? 82 
Titolo falso; ed usi inutil arti: 
Frai campioni legittimi meschiarti, 

12** Kè eia poteva allor hattcsmo darti; 25 

Che Tuso noi sosticn di quelle parti. 

19" E dagli umori in troppa copia sparti. 112 
Le sue ferite In sì solinghe parti. 
E di pietà le insegna insolite arti: 
E gli comanda il vo che provocarti 123 
Dehbia a pugna campai con tutte V arti. 

arve 

4" Onde Tempio suo cor chiaro trasparve: 49 
Leggergli scritta in fronte allor mi parvo. 
Turbati ognor da strani sogni e larve; 

13° Né sotto Parrai già sentir gli parve 36 
Ma pur, se fosser vere fiamme o larve, 
Perchè reponte, appena tocco, sparve 

18" Tronca la noce: è noce, e mirto parvo. 37 
Qui r incanto fornì, sparir le larve. 

esce 

2" Quindi r ardir, quindi la speme nasce, 85 
Non dall'armata, e non da quanto pasce 
Pur ch'ella mai non ci abbandoni e lasco, 

9** Dove sé stesso il mondo strugge e pascuBl 

E nelle guerre sue muore e rinasco. 
19° Vede che M mal dalla stanchezza nasc(>,112 
Ma non ha fuor eh' un velo, onde gli fasce 
Amor le trova inusitate fasce, 

asci 

3° Che, se mori nel mondo, in ciol rinasci :6S 
Di gloria Impresso alte vestigia lasci 
E come tal sni morto: or godi, o pasci 

ascia 

11*» E cVinaspra agitando ivi Tambascia; 55 
Onde sforzato alfin Tassalto lascia. 

asi 

19" Died'io di mo contozza, e il persuasi 100 
Quo' dì che con Armida ivi rimasi. 
E men sottrassi. Ecco i miei duri casi. 

20° Ch'altri per meraviglia obliò (piasi 115 
L'ire e gli affetti proprj o i proprj casi. 

aso 

1" Di sue dolcezze il lusinghior Parnaso; 3 

1 pin schivi allettando ha por.suaso: 
Di soave iicor gli orli del vaso; 

6° Scrivansi i vostri nomi, ed in un vaso 72 
Pongansi, disse; e sia giudice il caso. 

7" E lascia che degli altri in picciol vaso 69 

Pongansi i nomi, e sia giudice il caso; 
14* O chiunque tu sia, che voglia o caso 5S 
Meraviglia maggior TOrto o l'Occaso 
Pus:$a, 80 vuoi vederla. È persuaso 



assa 

7° Quasi montou eh' al cozzo il capo abbassa. $3 

Piegando il corso, e il fere in fronto,epassa. 

Ma quegli pur di novo a destra il lassa: 
9° Così mal concio la guerriera il lassa; 69 

Poi si volgo ad Achille, e il ferro abbassa, 
15° Trattasi in alto, invér le piagge lassa: Iti 

E la foce di Magra indi trapassa. 

Giace Malta, fra l'onde occulta e bassa; 
1 7° Ma quando poi,scomando,il mar s*abbassa,25 

Col piede asciutto il peregrin vi passa. 
1S° Entra da un lato, e fuor per l' altro passa 69 

Fuggendo, e nel fuggir la morte lassa. 

De' più alti edificj in aria passa. 91 

Restar, vedendo la città più bassa. 

Di pietre un nembo, il loco suo non lassa : 
19° E con ambe congiunte il ferro abbassa: 23 

La spada ostil, la sforza ed oltre passa; 

Molte ferite in un sol punto lassa. 

Apre Tancredi gli occhi, e poi gli abbassalll 

Dico Vafrino a lei: Questi non passa; 

Egli il disarma; ella tremante e lassa 
20** Declina il carro il cavaliere, e passa, 62 

Ma senza pugna già passar non lassa 

Chi il ferro stringe in lui, chi l' asta abbassa; 

asse 

2° Piange il fedel, main voci assai piùbasse.S? 
Par che nel duro petto al re trapasse: 
Piegarsi e gli occhi torse, e si ritrasse. 

3° Gli ordini diede, e poscia ei si ritrasse 12 
Si eh' è presso al bisogno, o son più basso 
Volle che quivi seco Erminia andasse; 

8" Quanto egli può, tanto voler osasse 71 
Nido di tradigion la pena entrasse 
E neir impeto suo ciascuno ei trasse. 

9^ La destinata guerra annunziasse, 6 

Die per tal uso, gli Arabi assoldasse 
L'oste accogliea, Soliman venne, e trasso 
10° Sospirò dal profondo, e il ferro trasse, 27 
Ma il vecchio incantatore a sé il ritrasse 
E fatto che di novo ei rimontasse, 
11° Il primo cavalier ch'ella piagasse 42 

Da' suoi ripari appena il capo ei trasso, 
E che la destra man non gli trapasse 
19° Distrnggitor deU'Asia.Ormondo trasso, 61 
Perché memoria ad ogni età ne passe. 
L'opora grande inonorata lasse: 



assi 



65 



3" Ed occupar fa gli opportuni passf, 
Onde da lei si viene, u da lei vassi. 

5° Ad ubbidire imparino i più bassi.' .37 

So vuoi che i grandi in sua licenza io lassi. 
Sol duce della plebe io comandassi? 

6° Che de'gran colpi la tempesta passi: 47 
Sen va co' giri e co' maestri passi; 
È forza aliìn che trasportar si lassi, 
L'inogual poso, e move lenti i passi; 93 
Che per appoggio andar dinanzi fassi. 
E ministran vigore ai membri lassi; 

7° Quegli con larghe rote aggira i passi 38 
Quosti.sebbene hai membri infermi e lassi, 
E là, donde liambaldo addietro fassi 
Che fa dunque Tancredi? e dovo stassi? 83 
Fidando sol ne' suoi fugaci passi. 
Che non fìa loco ove securo il lassi. 

8° Mi scorse, onde a gran pena il fianco trassi41 
Cava spelonca, raccogliemmo i passi. 
Col discepolo suo securo stussi : 



282 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



11*> Allor quanto più pnote affretta ì pa^si; 33 
E di quegli un coperchio al capo tassi; 
Che fan riparo al grandinar du* sassi; 
Parte che volse all'iinpcto de'sassi, 85 
Kuinosa pendendo arresta i passi. 
Lo stnol che la conduce e 8(»co stassì, 

12" Infin ch'ella aTancrodi il cor non passi, lOi 
E il cadavero infame ai corvi lassi. 

15° Insino al monte andar per voi potrassi. 45 
Poser nel lido desiato i passi : 
Agevol SI, che i pie non ne far lassi : 
Sentiansi alquanto affaticati e lassi; 55 
Lenti or movendo ed or fermando i passi: 
Le asoiatte labbra alto cader da'sassi 

16" Teco parte di me, parte ne lassi, 40 

Dà insieme ad ambe : arresta, arrosta i pa ssì , 
Non dico i baci : altra più degna avrassi 

13* Nova spianata or cominciar potrassi ; 54 
Per superar d'inverso l'austro i sassi. 
Pur far si può; notato ho il loco o i passi. 

19" Minaccia, e intento a proibirgli stassi 12 
Furtive entrate e subiti trapassi. 
Intanto noi signoreggiar co'sassi r,6 

Ed ogni calle onde al sepolcro vassi, 
Così, vigor porgendo ai cor già lassi, 
E, perchè fra' Pagani anco risassi 89 

Fer che le false insegne io divisassi : 
Queste son lo cagìon che il campo io lassi : 

20" Qnasi leon magnanimo che lassi, 43 

Sdegnando, uom che si giaccia, e guardi e 
Ai Sararini impauriti e lassi. [passi. V-3 
Che inaspettato sopraggiunga e passi. 
Vestigio etorno in dirupati sassi. 
Acciò che indietro tu la riportassi. IR) 
In zuffa co' nemici e solo il lassi? 
Che per la strada presa a morte vassi. 



asso 



5G 



I" Né Guasco, né Ridolfo addietro lasso. 
Non Eberardo e non Gernior trapasso 
Ove voi me, di numerar già lasso 

O** EdelorudoAlmansor,nè il gran Circasso 44 
Può sicuro da lui movere un passo. 

6" E non ritenne il frettoloso passo 19 

Finche non die risposta al fier Circasso. 
Già non mira Tancredi ove il Circasso 27 
Ma movo il suo destrier con lento passo, 
Poscia imniobìl si ferma, e paro un sasso : 
Siccome cerva ch'assetata, il passo 109 
Ove un bel fonte distillar da un sasso, 
Ho incontra i cani allor elio il corpo lasso 

7" Giunse dove sorgean da vivo sasso 25 

E fattosene un rio volgeva abbasso 
Quivi egli ferma addolorato il passo, 
10" Un destriorch'aluivolseorranteil passo;! 
E su vi salse, ancor elio afflitto e lasso. 
Lasciando Telmo inonorato e basso; 
Cava grotta s'apria nel duro sasso, 29 
Ma, disusando, or riturato il passo 
Sgombrai! mago gì" intoppi,e curvo ebasso 
Tacito si rimase il fior Circasso, óO 

Girando gli occhi, e non movendo il passo. 
Creano il volto, e il tion pensoso e basso. 
Si getta mai,chegiungainsino al basso; 02 
L'uom visornuotaoil duro ferro e il sasso. 
l'onte concede a' peregrini il passo. 
1 1 " Nell'elmo il coglie, o il risospinge abbasso;35 
E il colpo vien dal lanciator Circasso. 
E scender vodo Solimano abbasso, 52 

Tra le mine il periglioso passo; 
Clorinda in guardia, e il cavalier Circasso 



12" Nel mio ritorno mi rinchiuda il passo, 6 
E delle fide mie donzelle io lusso 
Le donne sconsolate e il vecchio lasso 
E, traendo a gran pena il fianco lasso, 80 
Colà rivolse vacillando il passo. 

19" Come più vuoi, ripiglia il fier Circasso: fi 
Che per dubbio svantaggio io non ti lasso. 
Movou concordi alla gran lite il passo: 
Pur s'incammina, e così passo passo 27 
Per le già corse vie move il pie lasso. 

asta 

17" se in arcione, o so pedon contrasta, 31 
se rota la spada, o corro l'asta. 

13" Col buio della notte è poi la vasta 63 

Ov'è mon curvo il muro, e men contrasta, 
E d'in sul colle alla città sovrasta 

20" Soletta a sua difesa ella non basta: 6S 
Nò s'assQcura (e presso Parco ha l'asta) 
Qual è timido cigno, a cai sovrasta 

ast^ 

7" Ei gli .stocchi e le mazze, egli dell'aste 111 
E solo par che 'ncontra tutti baste. 
Peste ha le membra, e rotte Tarmi e guaste, 
0" Che percosso dai flutti al mar sovraste 81 
Del cielo irato i venti e l'onde vaste ;fst.e: 
Tien salda incontro ai ferri e incontro all' a 
16" Animo ho bene, ho ben vigor che baste 49 
A condurti i cavalli, a portar l'aste. 

asti 

2" Tu per mille custodie entro ai più casti I") 
"Verginei alberghi il guardo altrui portasti. 

G" lleuditi vinto, e per tua gloria basti 32 
Che dir potrai che contra me pugnasti. 
Che le mie leggi infino ad or serbasti, 71 
Ti conservai la mente e i membri casti; 
Verginità che in prigionia guardasti? 
13" M'hai tu, Tancredi, offeso lortanto basti. 42 
Felico albergo già, mi discacciasti: 
Il mio duro destino, anco mi guasti? 

asto 

5" La bolla donna, ch'ogni cor più casto 64 

Oh come perdo or l'alterezza e il fasto! 

Uivolger le sue forze ove contrasto 
12" Le reliquie del corpo bello e casto? 7S 

Dal furor delle fere è forse guasto. 

Troppo, e pur troppo prezioso pasto! 
14" Umana è colà giù premio e contrasto! 10 

Solitudini è stretto il vostro fasto! 

E lui, ch'or ocean chiamate, or vasto, 
17" lo sterperògli il core; io darò in pasto 50 

Così parlava l'Indiano Adrasto; 

E, Chi sei, disse, tu, che sì gran fasto [sto 
20" Mailsentier gli attraversa, e fa contra- 101 

Su gli occhi delSoldano il grande Adrasto. 



ata 



6) 



1" Sì ch'ella giunga alla città sacrata 
Quant'ò possibii più, mono aspettata 

2» Se il fece, il narri. Io rho,8Ìgnor,fura1a2S 
(Ahi! tanto amò la non amante amata.) 

3" Kinaldo ha nome; e la sua de.stra irata ^9 
Or volgi gli occhi ov'io ti mostro, e guata 
Quegli è Dudono, ed è da lui guidata 

G" Ki prese quegli : Or si parrà se grata, 17 
formidabil fìa l'alta imbasciata. 
Diffidi più, ch*a lei non fa mostrata 97 
Dal frettoloso suo desir, T entrata 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



283 



,2 



46 



3 



25 



50 



8° Dico il corpo di Svono, a cai fia data 31 
La qnalo a dito mostra od onorata 
Ma leva ornai gli occhi ali» stelle, e guata 
Ilota Aletto fra lor ia destra armata, 
IjO sdegno, la follia, la scellerata 
E serpe quella peste, e si dilata, 

11 o Torre che, grave d* uomini ed armata, 
Mobile è su le rote e vion tirata. 
Capre n'insegna la virtù celata. 
Nel fìanco affissa la saetta aluta. 
In un momento l'angelo ha recata; 

12** Pensa mostrargli, poco dianzi nata. 
Dalle donne e da me solo abitata, 
Mente Tamaì, ti die non battezzata: 
Ma poi che intepidì la mente irata 
' Vide chiuso le porte, e intorniata 
Pur, veggendo ch'alcuno in lei non guata, 
Troncar la selva: ch'ella è sì' guardata, 23 
Abbia la reggia sua Pluton traslata 
Kicinto il cor chi intrepido la guatai 
Fero leon, che rngge,e torvo guata. 
Della bocca vorace apre e diluta; 
Ma non è pria la verga a lui mostrata. 
Potuto ha ritener la sposa amata. 
Per distornar la tua fatale andata. 
Del mar l'orrida faccia a te ila grata? 
Agii macchina sua colà traslata, 
Ch'angulosa non fa parte o piegata. 
Kairoondo ancor con la sua torre armata: 
La grand'oste del ciel congiunta guata 90 
Milizia ìnnumerabìle ed alata. 
In tre ordini gira, o si dilata : 

19" La virtù che il timore avea fugata: 
pur caggiono uccisi in su l'entrata. 
Il tramortito duce ai piò si guata, 
lia malo avventurosa era fermata, 
Per lo mezzo del cor fu saettata. 
Accorse in guisa d'ebra o forsennata. 

20" E inerme io vinta sono, e vinta annata 
Nemica, amauto ugualmente sprezzata. 



13' 



o 



17" 



18" 



50 



26 



63 



44 



104 



06 



ate 

1" Sol di Tripoli il re, che in ben guardateTO 

Forse le schiero franche avria tardate; 

lior con me?si e con doni anco placate 
2" Soggiunse allor Goffredo: Or riportate 02 

Che la guerra accottiam che minacciato; 

Accomiatò lor poscia in dolci e grate 
4" E de' doni del sesso e dell' etato, 27 

Parte, e tiene sol vie chiuso e celato: 

Vincer popoli invitti e schiero armate 
')" E saria la matura tarditate 6 

Che in altri è provvidenza, in noi viltate 
6° L'onorò, la servì, di libertate 57 

E le furo da lui tutte lasciate 

Ella vedendo in giovinetta etate 
7*^ Poscia dicea piangendo: in voi serbate 20 

Perchè se fia ch'alle vostr" ombre grate 

Senta svegliarsi al cor dolco piotate 
8** Ah non sia ver che tanta indognitato 80 

Me questo scettro, me delle onorate 

E per or la giustizia alla pietate 
10" E quindi occulto uscir della cittate 31 

E trarne genti ed introdur celate. 
12" Fallo per Dio, Signor; che di pietrite 6 

Ben è degno quel sesso e quella etate. 

Oh di par con la man luci spietate! 82 

Essa lo piaghe fé, voi le mirate. 

Di riverenza pieno e di pietate 0.') 

Visitò le sepolte ossa onorate. 
15** Scopriano alfin, men erte ed elevato; 35 



Così lo nominò la prisca etate, 
Che credua volontarie e non arate 

15" Ma, poi che già le nevi ebber varcato, 53 
Un bel tepido ciel di dolce state 
Aure fresche maisempre ed odorate 

16^ Macho?son colpe umane, e colpe usato: 54 
Anch'io parto fallii: so a me pietate 
Frale care memorie ed onorato 

17" E quinci alle campagne inabitate 5 

Va della Sabbia, e quindi al grand' Eufrate. 
Indarno a lui con mille schiere armate 94 
Ch'egli portar potrebbe oltra l'Eufrate, 
Ed oltra i regni ov'è perpetua state, 

19° Or, mentre qui tai cose eran passate, 56 
Errò Vafrin tra mille schiere armate. 

20" Qui vi depongo; e qni sepolte state, 123 
Poiché le ingiurie mie mal vendicate. 

ati 

1" Van con lui quattrocento; e triplicati ^40 
Conduce Baldovino in sella armati 
Venian dietro dugento in Grecia nati 50 
Pendon spade ritorte all'un de' Iati 
Asciutti hanno i cavalli, al corso usati 
Il capitan, che da' nemici aguati 74 

Molti a cavallo leggermente armati 
E innanzi ì guastatori avea mandati, 

3* S' eran all'alte mura avvicinati, 33 

E indietro si fur subito voltati; 
liitornaro a ferir le spalle e i lati : 

4" Qual i fumi sulfurei ed infiammati 8 

Tal della fera bocca i negri fiati. 
Mentre ei parlava, Cerbero i latrati 

6" Tacque, ciò detto: e, poiché furo armati, 22 
E giva innanzi Argante, e degli usati 
Loco fu tra le mura e gli steccati. 
Molti guerrier disposti avean gli aguati; 107 
Alcandro e Poliferno; e fur mandati 
Greggio non siano, e non sìan buoi menati : 

3" Trovammo, or violenza, ed or aguati; 13 
Or uccisi i nemici, ed or fugati. 
Le vittorie, e insolenti i fortunati; 

9" E sossopra cader fa d'ambo i lati 4S 

Cavalieri e cavalli, armi ed armati. 
Qui tacque: e il duce de' guerrieri alati 60 
Indi spiega al gran volo i vanni aurati 
Passa il foco e la luco, ove i beati 
10" Ch'ai re d'Egitto in don fra cento armati 70 

No conducova inermi e incatenati. 
15" Flavi, e l'erbetta morbida de' prati. 64 
Di lei che qui fa i servi suoi beati. 
Di quei ch'alle suo gioie ha destinati. 
16" I duo, che tra i cespugli eran celati, 27 
Scoprirsi a lui pomposamente armati. 
Quanto gira il palagio, udresti irati 6S 
Sibili ed urli e fremiti e latrati. 
17" Con fedel guardia i suoi Circassi astati ; 13 
Spade lunghe e ricurve all'un de'iati. 
Da eccelsa parte i popoli adunati. 
Stupisce il mondo, e va dietro ed ai lati, 35 
Meravigliando, esercito d'alati; 
In magnifico dono a te mandati: 45 

Di perpetua prigion per te guardati ; 
Di terminar, vincendo, i tuoi gran piati: 
Che con occhi di drago par che guati, 69 
Dirai che ringhi, e udir credi i latrati: 
Mirasi rifuggir tra gli altri armati; 
13' E, Guelfo e i duo Roberti a se chiamati, 65 

State, dice, a cavallo insella armati; 

19" Come con rischio disegnai fugati 32 

Sono egualmente pur nudi ed armati. 



284 



RIMARIO. DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



20" Stringe in mezzo i pedoni, e rende alati 8 

Con Tale de'ciiTalIi entrambi i iati. 

i 

ato 

1* Sereno e luminoso oltre r usato, 35 

Sotto r insegne ogni guerriero armato: 
Al pio Buglion, girando in largo prato. 
Oh maravigliai Amor, ch'appena è nato,47 
Già grande vola e già trionfa armato 

2** Qnel, cui T immondo tempio in guardia è 8 

( dato, 
Fu posta, e invan cerconne in altro lato. 
Di lui si mostra fieramente irato; 
Se del letto non fai: duolmi il tuo fato; 34 
Il mio non già, poich'io ti moro a Iato 
Ben veramente fu d'Olindo il fato, 53 
Petto alfin ha d'amore amor destato. 
Fatto di reo, non pur d'amante amato : 

3* Non fu il ritorno lor punto turbato; 54 
. 11 corpo di Dudon restò fraudato. 
Portarlo, caro peso ed onorato. 
Emalo, e d'alto sangue, e d' alto stato: 63 
Ed a quel petto colmo e rilevato. 
Già riveder non posso, eppur vi guato; 

4** Ne'bei seggi celesti ha l'uom chiamatolo 
L'uom vile, e di vii fango in terra nato. 
Ha il primo lustro appena avea varcato 44 
Quando il mio genitor cedendo al fato, 
Di me cura lasciando e dello stato 
Tu, cui concesso il Cielo, e dielti in fato 63 
A me salvar la vita, a te Io stato 
Fra numero si grande a me sia dato 

5" Ah quanto osa un signor d'indegno stato 19 
Signor, che nella serva Italia è nato! 

6* Ma quando pur del valor vostro usato 6 
Non di morir pugnando ed onorato, 
A incontrare i nemici e il nostro fato i 

7° Onde al buon vecchio dice: fortunato, 15 
Se non t'iuvidii il Ciel sì dolce stato, 
E me teco raccogli in questo grato 
Si che incontra al castello, ove in un pra-31 
Kitiene alquanto il passo, ed invitato [to 
Sul ponte intanto un cavaliere armato 
Ministra e serva è la fortuna e il fato. 70 
Kaimondo, e vuol anch' egli esser notato. 
E, poiché l'ebbe scosso ed agitato 
Quei di fine arme e di se stesso armato, 98 
E par senza governo in mar turbato 
Che pur contesto avendo ogni suo Iato 

8* E Baldovino innanzi a tutti armato 75 
Gli s'appresonta, e gli si pone a Iato. 

9" Arme arme replicar dall'altro lato, 43 
Intonar di barbarico ululato. 
Guida all'assalto, ed avo Argante a lato 
Ma far prova di lor non è lor dato; TI 
Ch'a nemico maggior le serba il fato. 
11" Di capitan, senza compagni a lato: 6 

Seguiva il campo a lor difesa armato. 
Delle trincero il popolo adunato;. 
Così della battaglia or qui lo stato 68 

E in questo mezzo il Capitan piagato 
Col buon Sigier, con Baldovino a lato, 
12° Partomi: e vèr l'Egitto ove son nato, 34 
E giungo ad un torrente, e riserrato 
Che debbo far? to, dolce peso amato, 
13' Cosi languia la terra; e in tale stato 61 
E il buon popol fedel, già disperato 
E risonar s'udia per ogni lato 
Avversità sofferte il campo amato; 73 
Siasi l'Inferno e siasi il mondo armato. 
E gli si vblga prospero o beato. 



13* Cangiar alle stagioni ordine e stato, SO 
Vincer la rabbia delle stelle, e il fato. 

14* Tacque; e'I Buglion rispose: Oh quanto 15 
Voi che vedete ogni pensier celato [grato 
Ma di', con quai proposte od in qual lato [to 
Splende ivi tntto ; od ei n' è in guisa orna- 48 
Ch'ogni suo fregio è non fatto, ma nato. 

15° De' naviganti ir per quest'acque è dato; 40 
E ridarlo del mondo all'altro lato. 
Superbir fora, e calcitrar col fato. 

16" Né te Sofia produsse, e non sei nato 57 
Del mar produsse, e '1 Caucaso gelato; 
Che dissimulo io più? l'uomo spietato 

17* E il buon germe roman con destro fato 79 
È ne' campi bavarici traslato. 

18" Tornò la selva al naturai suo stato; 33 
Piena d'orror, ma dell'orrore innato. 
Ch' esser non possa il bosco omai troncato: 
Tu, Raimondo, vogl'io che da quel lato 55 
Yo'che dell'arme mie l'alto apparato 
Sì che il nemico il veggia, ed ingannato 
Sul muro aveano i Siri un tronco alzato.SO 
E sovra lui col capo aspro e ferrato 
È indietro quel da canapi tirato, 

19° Un cotal atto suo nativo nsato. 73 

L'udì, guardollo, e poi gli venne a lato; 
Né ti dorrai d'amor male impiegato. 

20' Giunse Rinaldo ove sul carro aurato 61 
E nobii guardia avea da ciascun Iato 
Noto a più segni egli è da lei mirato [to, 
Par che sen dolga, e, più che il proprio fa- 9i> 
Di lei gì' incresca che gli more a lato: 

atta 

10° Di lunghissimi tempi avanti fatta; 29 
. Era tra i pruni e l'erbe ove s'appiatta. 

Per l'angusto sentiero a gir s'adatta: 
11° La gente Franca, impetuosa e ratta, 33 

E parte scudo a scudo insieme adatta, 

E parte sotto macchine s'appiatta 
13° Che la forte cittade invan si batta, 17 

Ed alcun' altra macchina rifatta; 

Ad uso tal pronta materia ed atta. 
15" E impaurita al suon, fuggendo ratta, 49 

Lascia quel varco libero e s'appiatta. 
18" De' nostri ordigni la materia tratta, 3 

Secreta stanza e formidabil fatta, 

Né vuol ragion che la città si batta 
10° Così la fraudo a te palese fatta 12*3 

Sarà da quel mcdesmo in chi s'appiatta. 

atte 

2" Signor, gran cose in picciol tempohaifat-66 
Eserciti e città, vinti e disfatte, [te, 

Sì eh' al grido o smarrite o stupefatte 

7" Ed in due parti o tre forate, o fatte 91 
Ed egli ancor le sue conserva intatte, 
Argante indarno arrabbia, a voto batte, 
Ella gridava a' suoi: Per noi combatte 117 
Dall' ira sua le facce nostre intatte 
E nella fronte solo irato ei batte 

9" Furor centra virtute or qui combatte 50 
Chi può dir come gravi e come ratte 
Passo qui cose orribili, che fatte 
11° Ch'ad altra guerra omai saran mal atte 65 

Tanto è il furor che lo percuote e batte. 
12" Se immacolato è questo cor, se intatte 27 
Per me non prego, che mille altre ho fatte 
Salva il parto innocente, al quale il latte 
1 8° E due torri in quel punto anco son fatte43 
Della prima ad immagino ritratte. 



RIMARIO DKLLA GERUSALEMME LIBERATA. 



285 



5" 



6" 



18« Tra qnella folta nubbia Vgon combatte 94 
£ delle torri i fondamenti abbatte. 

atti 

3* Quand'egli, Or ferma, disse, e siano fatti26 

Anzi la pugna della pngna i patti. 

20° I Normandi per lui furon disfatti; 112 

Gernior, Kuggier, Gberardo a morte ha trat- 

La vita breve prolungò co' fatti, [ti 

atto 

2° Divnlgossi il gran caso; e quivi tratto 27 
Clio, dubbia la persona, e certo il fatto. 
Come la bella prigioniera in atto 

3" Ma già Rinaldo, avendo il pie sottratto 49 
Al giacente destrier, s'ora qui tratto 

4" Pallida imago, e dolorosa in atto : 49 

Visto altrove il suo volto avoa ritratto ! 
Che ti sovrasta ornai; partiti ratto: 
E il gran nimico attendo; e il ferro trat-27 
Fermo si reca di difesa in atto. (to. 

Argante, che non vede alcun che in atto 2S 
Da desir di contesa io qui fui tratto, 
L'altro attonito quasi e stupefatto 
Pallida, esangue, e sbigottita in atto, 64 
Lo spavento e il dolor v'avea ritratto. 

9' Como sentissi tal, ristette in atto 93 

Se morir debbia, e di si illustre fatto 
pur, sopravanzando a) suo disfatto 
10" La fera destra in roinaccevol atto. 52 

Orribil faccia, muto e stupefatto. 
Cortesemente inverso il re s'è tratto: 
12' Aperta è l'aurea porta, e quivi tratto 48 
Per raccorre i guorrior da sì gran latto, 
Saltano i duo sul limitare, e ratto 
17" V'ora Almerico; e si vedea già fatto 75 
Devotamente il ciel riguarda in atto 
D'incontra, Azze secondo avea ritratto 
19" Già col più imbelle vulgo anco ritratto 33 
Nel tempio che, più volte arso e rifatto; 
Di Salomone; e fu per lui già fatto 
Grida a'suoi cavalier: Costui sia tratto 44 
Dentro alle sbarre, e prigionier sia fatto. 
20" Stette attonito alquanto e stupefatto 74 
£ desiò trovarsi anch'agli in atto 
Né pose indugio al suo dcsir; ma ratto 



ave 



aade 
Invece di castigo onore e laude; 



22 



(0 vergogna comune!) e chi gli applaude. 
Che di ciò eh' a te dossi egli ti fraudo 
Ma più d' ogni altro il Capitan gli applan- 7 1 
E gliannunzia vittoria.oglidùlaudo. [do 



aura 



10" Lodai! veccbioìsuoidotti;o,porphfìl'au- 14 
Un suo licer v'instilla, ondo ristuura [ra 
Quinci veggendo ornai ch'Apollo inaura 
£ disarma la fronte, e la restaura 59 

Al scavo spirar di placid'aura. 



14 



anre 



13" Nècosaapparchegli occhi almen risfau-56 
E in tutto è fermo il vaneggiar dell'aure, [re. 
Vento che move dalle areno maurc, 



anro 



irò 



Quinci il tnrcoopporriasie quindi il Man-94 
Ed oltra i gioghi del nevoso Tauro, [ro; 
La croce e il bianco augello e i gigli d'auro; 



2" Como guerra mortai si fu ego e pavé; 87 
Nò l'unirci con lui ne sarà grave: 
Tu il sai; perchè tal curaeidunque n'have? 
6° Né così di leggier si turba o pavé 69 

Ad ogni immagin di terror men grave. 
7" Ai gran colpi resiste e nulla pavé; 93 

Kotte vele ed antenne, eccelsa nave. 
Tenacemente di robusta trave. 
Che violato è il patto; e, perchè grave 103 
Stima la piaga, ne sospira e pavé; 
8** Questo gli sembra sol periglio grave; Il 
Degli altri o nulla intende, o nulla pavé 
Né già fu sonno il suo qucto e soave; 59 
Non men che morte sia profondo e grave. 
E riposo dormendo anco non avo; 

1 1" Ma, dalla casta melodia soave 13 

Né si volge a quo'gridi o cura n'ave 
Ne, perchè strali avventino, ella pavé 
Tuona por l'aria la nodosa trave: 7S 

V'oppon lo scudo Argante e nulla pavé. 

12" Tu ancora: al corpo no, che nulla pavé, 66 
Hattesmo a me ch'ogni mia colpa lave. 
Un non so che di flebile e soave 

13" Or nulla o poco refrigerio n'ave; 63 

Sì quello, onde si spira, è denso e grave. 

15" Appena ha tocco la mirabil nave 9 

Che spariscon le nubi, e cessa il grave 
Spiana i monti dell'ondo aura soave, 
E il mèi dicea stillar dall'elei cave, 36 
Con acque dolci e mormorio soave. 
Temprarvi sì, che nullo arder v'è grave ; 

1 6" Qui l'uva ha in fiori acerba, o qui d' or l'avel 1 
E di piropo, e già di nettar gravo. 

17" Ancor guerreggia por ministri: od ave 3 
Che della monarchia la soma grave 
Sparsa in minuti regni Africa pavé 

18" Ch'antcnnauntcmpoessorsolcadi nave;80 
Per traverso sospesa è grossa trave; 
Poi torna innan/i impetuoso e grave: 

19' L'uso a cui si serbava) eccelsa trave: 36 
Spiega l'antenne sue ligura nave. 
Con quella man, cui nessun pondoè gravo; 

20" Usa ci con gli altri poi sormon più grave: 111 
Fa centra il ferro chi del ferro pavé. 
La miglior parte, e speme anco pur ave. 
avi 

1" Col diadema di Piero e con le chiavi. 61 
Pedoni d'armo rilucenti e gravi 
Ove rinnovi il prisco onor degli avi 
5" Soggiunse a questo poi, che dalle navi 87 
I cavalli e i cammelli onusti e gravi 
E che i lor difensori uccisi o schiavi 
3" E rivedendo va le inciso travi, 85 

Già in macchino conteste orrende e gravi. 
II" La gente occulta; e tra i ripari cavi 37 
Le saette sostiene e i pesi gravi: 
Macchine grandi e smisurate travi, 
12" Tu con lingua di latte anco snodavi 32 

Voci indistinte, e incerte ormo segnavi. 
15" Poi del porto vedean ne' fondi cavi 11 

Surte e legate all'ancore le navi. 
18" Indigranpalleuscian marmoree e gravi, 63 

E con punta d'acciar ferrato travi. 
20" Fa' eh' io del sangue mio non bagni lavi; 26 
E i sepolcri e lo ceneri degli avi: 
Mostran la bianca chioma i vecchi gravi; 
asio 
10" Tale ei sen già dopo il sanguigno strazio2 
Della sua cupa fame anco non sazio. 



280 



RIMARIO DELLA GP^RUSALEMME LIBERATA. 



azsa 

7* E toglie ad un guerrior ferrata mazza ;10C 
La rota intorno e si fa, larga piazza: 
Ha il forro e l'ira impetuosa e pazza; 

17* 1 suoi guerriori indosso ban la corazza, 27 
La spada al fianco, ed alParcion la niav,7..t. 

19* Già fuggo ognun dalla sbarrata piazza, 42 
Dove vede appressar l'orribil mazza. 

ea 

1" E Tortosa espugnati; indi alla rea 6 

Stagion die loco, e il novo anno attondea 

2" Al re gridò: Non è, non è già rea 28 

Non ponsò, non ardi, uè far potea 
Come ingannò i custodi, o dolla Dea 

4° Temea, lassa! la morto, e non avea 51 

E scoprir la mia tema anco temea. 
Così inquieta o torbida traoa 
Al gran principio di suo frodi avea 86 

Dispon di trarre al fine opra si rea. 
Più che con Tarli lor Circe o Medea; 

5" Non cessò mai ringannatri(;e rea. 60 

L'arte e l'ingegno e la beltà potea; 
La notte in occidente il dì chiudea, 

C* Poi rimirando il campo ella dicea: 104 
Aura spira da voi cbe mi ricrea. 
Così a mia vita combattuta e rea 

7 ' E porgendola a lui così dicea : 72 

Kubollo di Sassonia oprar solca. 
La vita allor di mille colpo rea: 
Dio negli etorni suoi decri'ti avea 114 

Delle sante fatiche alfin giuugea; 
La tirannide sua cader vedea, 

8* Che là dove il cadavere giacca 3j 

Che, oorgendo, rinchiuso in sé l'avca, 
K in brevi noto altrui vi si sponca 

0° Questi fu re do' Turchi, ed in Nicoa 'ò 

La sodo dell'iniperio aver solca; 
<.;ii occhi frattanto alla battaglia rea "jj 
Dal suo gran seggio il Ko del Ciel vols^ija. 

14* L'espose in riva a un fiume ove dovei 53 
Stuol di Franchi arrivare ;e il provedea. 

17" Giada varie provincio insiom»* avea 2 
L' innumerabii oste all'assemblea. 
Jja turba ò appresso, cho lasciate avea 2'> 
l>a cui pescando già racc»*)r solca 
Sono i negri con lor, su l'eritrea 
Huniasi : e ([uindi la città sorgea, 71 

De'magnanimi Kstiiusi esser dovea. 
Contra Odoacro aver poi sorte rea, 

ebbe 

C* Così, se il corpo libertà riebbe 5y 

Ilen moltu a lei d'abbandonar») increbbo 
jMa Tonestà regal che mai non debbe 
lo" Ma questo è sì leg[i[ier, cho'l so.sterrebl'o7 
Qual altro rio per novo umor meu crebbe. 

obbia 

IC Ma pur dirò, perchè piacer ti debbia, 21 
Ciò cho oscuro vcjjg'io quasi per nebbia. 

ebe 

1" Alcasto il terzo vien.qual presso aTeboGS 
Seimila Klv<v/j, audaco e* fera plebe, 
Che il l'erro uso a i'.ir solchi,afrauger glebe 



occe 



1:3' Talv<dta ri miri ani Deo boschori'cco 
Con bei coturni o con disriolto trecce; 
rigliu dolio solvalichu cor tocco; 



27 



eoohio 

7° Ma sovra tutti gli altri il fero vecchio 63 
Armato è già: sol manca all'apparecchio 
A cui dico Goffredo: vivo specchio 



eco 



51 



2 II miracol dell'opra; ed ai la fece 

Keligion contaminar non leco ; 

Egli a cui le malio son d'arme in vece: 
4** Alle leggi degli altri, elegger di«co 79 

Difensori del giusto a te ben lece: 
5" Stupido chiede: Or qui, dove men lece, 32 

Chi fa ch'ardì cotanto, e tanto foce? 
14° Di questo campo; e sostener sua vece 13 

Altri non puote, e farlo a te non lece. 
15° Così parlando, assai presso si fece 37 

A quella che la prima è delle diece. 
iC Diècorpoachinonrebbe;e,qaandoilfecc,24 

Tempre mischìò.ch'altrui mescer non lece: 
20" Che il Cielo eterna sua compagna foce. 100 

Forman sospiri di parole in vece : 

Si stringo all'altro, mentre ancor ciò lece: 



Ari 

4« 



0* 



10" 
13» 

20" 



eco 

T'affida forse il re malvagio greco 71 
li qual dai sacri patti unito è teco? 
Sì, ch'io non disponessi all'aor cieco, 53 
La patria e il zio fuggendo, andarne seco. 
Farò fiumi di sangue. Or tu sia meco 12 
K reggi l'armo mie por l'aer cieco. 
Spera, gli dico, alto Signor; ch'io reco 52 
Non poco aiuto; or Solimano è teco. 
Cosii Franchi dicean: ma il duco greco, 6S 
Porche morir qui? disse: e perchè meco 
Se nella sua follia Goffredo è cieco, 
Felice me, se nel morir non reco 126 

Kostine amor; venga sol sdegno or meco, 
Or ritorni con lui dal regno cieco 

eda 

r II buon popol di Cristo unqua si veda, 5 
Corchi ritor la grande ingiusta preda) 
li' alto imperio de' mari altri conceda 
5** Ella, sebben si duol che non succeda Ctì 
Pur fatto avendo così nobil preda 
E pria che di sue frodi altri s'avveda, 
6" Non sei di mo tu degna: e ti concoila 72 
Vulgaro agli altri, e mal gradita preda. 

11° Mapriacheil pio Buglione il campo ceda,&3 
E già non lascia a'suoi nemici in preda 
Pur salva la gran torre avvion che ricda, 

16° Solo ch'io segua te mi si conceda; 4S 

Non lascia indietro il predator la preda: 
Mo fra l'altre tuo spoglie il campo veda. 

10" Ma ritrovarlo avvion che lor succeda. HO 
Qua.si una sede, ov'oi s'appoggi e sieda. 
Il valoroso Argante ai corvi in preda? 

20" Ma trascorre ilSoIdano, o che sei cretlaSO 
Morto dol tutto, o il pensi agovol preda. 

ede 

1° lìaldovin poscia in mo.stra addur si veJc li) 
Cho lo sue genti il pio fratel gli cedo 
Il conto de'Carnuti indi succede, 
Del gran ducato di Lincastro erede; ÓJ 
(^bi fa dello memorio avaro prede: 
Involi Achille, Sforza o Palamede; 
Popolo alberga di contraria fedo: S-1 

La grande e forte, in Macometto crede 
E vi cercò di stabilir la sode, 

2° D'una cittado entrambi o d'una fedo. IO 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



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14 



5" 



t 



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Brama assai, poco spera, e nulla chie<le, 
lo sprezza, o noi vede, o non s'avvedo. 
2" Ho petto anch'io, ch'aduna morto credo 30 
Di bastar solo, e compagnia non chiede. 
Per più alta cagione il tempo chiedo. 30 
Qaal Dio prometta ai buoni ampia mercede ? 
£ lieto aspira alla superna sode. 
L'amicizia e la p:ice a te richiede: 
Sia la virtù, s'esser non può la fede. 
Periscacciar l'amico suo di sede, 
Kiechissimo ad Alate un elmo diede, 
Ch'a Nicea conquistò fra l'altro prede: 
3" Ali ha ciascuno al core ed ali al piede. 
Ma, quando il Sol gli aridi campi fiodo 
Ecco apparir Gernsalem si vedo 
Un Franco stuolo addur rustiche prode 
Or con gregge ed armenti al campo riedo 
Il duce lor, ch'a so venir la vede 
Turbate inchina, e poi le innalza, e chiede:6 1 
La sopravvesta, e seco a par si vode: 
Sebbone alquanto di statura code. 
4" Sol per farne più danno, il Figlio diedo 
E porre osò no'regni nostri il piede, 
E riportarne al cìel sì ricche predo. 
Fra le cupide turbe, e so u' avvede: 
E no disegni alte vittorie e predo. 
Che la conduca al capitan richiede, 
Ed io cho nacqui in sì diversa fedo, 
]*or te spero acquistar la nobil Hedc 
E s'altri aita ai suoi congiunti chiede 
Che, se in petto mortai pietà risiedo. 
Esser certo dovea dulia sua fedo. 
Così levarsi la vergogna erode, 
L'onor del sangne e della regia sede: 
(ìli sia lo scettro, ond'io son vera credo 
Consentendo ciascun, risposta diede: 6 
Questa lenta virtù cho lungo vedo, 
Quasi dubito a noi, da noi si chiedo : # 
Che in lui strada sì larga aprir si vede, 18 
De'suoi pensieri lusingando siede: 
Inacerbisco, e il cor stimola e fiede; 
Ma, se a' meriti miei questa mercede 43 
Pur com'io fossi un uom del vulgo, e credo 
Venga egli o mandi, io terrò fermo il piede: 
Quel che negar non si potea, concodu; CU 
In sé tornar l'elezion no vedo: 
Con insolita instanza ossur richiedo; 
Loco sccuro il duce a te concede 
Così gli dico : e l'arme esso richiede ; 
Quanto virtù cavalleresca chiede. 
E il destro fianco nel pa.«^.sar gli nodo; 
Che "1 ferro sanguinoso indi ne riodo: [piiulc; 
La destra,ai guardi l'occhio, ai passi il 42 
Or gira intorno, or cresce innanzi, or cede; 
Dove non minacciò, ferir si vede; 
Là nella bolla Italia ov*è la suilo 77 

Del valor vero e della vera Fede. 
Ciò ch'a lor uopo nece.fsario crede. 91 

Si spoglia, cho le scende insino al piede: 
E snella sì ch'ogni credenza eccedo: 
E ch'ossa ha in lui sì certa e viva fctlo 100 
Di' sol questo a lui solo; e, s'altro ei chiodo, 

10 (cho questa mi par secura sode) 
Così parla costei ; che non prevedo lOG 
Ella era in parte ove per dritto fiede 
Sì cho da lungo il lampo lor si vede 
E dica: Ah troppo ingiusta empia morcede 20 
Die fortuna ed amoro a sì gran fodoi 
Ed in eccelsa parto Armida siede. 
Onde, senz'esser vista, od odo o vode. 

11 vincitor noi seguo più, nò '1 vedo; 



6" 



20 
34 



30 






8- 



10^ 



11' 



12" 



13" 



45 



U" 



E move dubbio o mal socuro il pio<lo. 
A caso mette, né d'entrar s'avvede; 
E ben rotta la spada aver si credo 94 

E il buon Raimondo ha la medesma fede. 
Ma, però ch'egli disarmata vedo 
Ed ispicciarne fuori il sangue vede; 103 
Rimprovera al Pagan la rotta foie. 
Dall'amato Raimondo, alter s'avvede 
Stupido lor riguardo, e non ben crede 29 
Onde Tun d'essi a me: Di poca fede. 
Verace corpo è quel che in noi si vedo: 
Che deve della spada essere erode. 33 

Il pregio di fortezza ogni altro cedo. 
L'alta vendetta il Cielo o il mondo chiede 
Della morte di lui varia si credo, 50 

Duco di quei che ne portar le prede, 
Veracissimo e schietto; ed a lui chiede: 
Taccio eh' ove il bisogno e il tempo chiude 65 
Alcuno ivi di noi primo sì vedo 
Quando le palmo poi, quando le prode 
Ecco tra via le sentinelle ei vede 20 

Né ritrovar, come secura fede 
Volgon quello gridando indietro il piode. 
S'inchinò riverente al divin piede: 60 

Rapido sì ch'ance il pensiero eccede: 
Hanno lor gloriosa iramobil sode; 
Desto il Soldano alza lo sguardo, e vedo 9 
Col ritorto baston del vecchio piede 
E chi sei tu (sdegnoso a lui richiedo) 
Quinci attendéa,col fierNiceno ei siede: 15 
Ambo i corsieri alternamento fiodo. 
Non ritien della ruota orma o dol piede: 
Finita l'accoglienza, il re concedo 51 

Egli poscia a sinistra in nobil sodo 
E, mentre seco parla ed a lui chiede 
' Scorre più sotto il re canuto a piede 29 
Ciò che prima ordinò cauto rivede, 
E qui gente rinforza, e là provvedo 
Ma non lunge da' merli a Palamede, 45 
Yj su por gli erti gradi indrizza il piede 
E, trapassando por la cava sedo 
Ho coro anch' io, che morto sprezza, o erodo 3 
Ben no fosti, diss'ella, eterna ledo 
Pure io femmina sono, e nulla riodo 
Ch' egli avria del candor ,cho in te si vo le, 24 
Argomentato in lei non bianca fedo. 
Como l'alma gentile uscita oi vedo 70 
E l'imperio di se libero cede 
Ch'ai cor si stringe, e, chiusa in breve sei s 
Fu scolto almeno il sasso, e chi gli diodo Jl 
Figura, quanto il tempo ivi concedo. 
Quale in nubile cicl dubbia si vnde, 2 

Se il dì alla notte, o s' olla a lui succedo. 
Al suo disegno, al re lieto sen riedo: 12 
Che ornai secura è la rogai tua sede; 
L'alte macchine sue, com'olla credo. 
Del sermon di Seria ch'ei boa po.ssi.ìde. 30 
Osasti por, guerriero audace, il piedy. 
Deh! non turbar questa secreta sede. 
Talo il timido amante appien non credo t4 
Ai falsi inganni; e pur no temo o cedo. 
A giorno reo notte più rea succedo, 53 
E dì peggior di lei dopo lei vede. 
Deh! con quai forze superar si crede 65 
Onde macchine attendo? ei sol non vedo 
Della sua mento avversa a noi fan fedo 
Ren so l'odo Goffredo, e ben sei vede, 70 
Ma gli schiva od abborro; e con la foJo 
Devotamente al Re del mondo chiodo 
Di richiamar l'alto campion si diede: 29 
Tra cui Uoomondo ha la sua regia sedo; 



288 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



2° 



3" 



i 



12" 



Opinion, ch'egli vi sia si crede. 

14** Spelonche ov'ho la mia secreta sede; SG 

E ciò eh' a voi saper più si richiede. ! 20" 

ICd ella tosto si ritira e cede; 

Volge intorno lo sguardo e nulla vede, 59 

Onde quasi schernito esser si crede: 

Guise l'allotta, ch'ei si ferma e siede, 

15** Si ch'uom sompro diversa a sé la vede 4 
Quantunque volte a riguardarla riede. • 
In curvo lite poi Tunisi vede 19 

Tunisi ricca ed onorata sede 
A lui di costa la Sicilia siede, 
. E *n somma ognun che in qua da Calpo 8Ìe-28 
Barbaro è di costumi, empio di f(!do. (de 
Carlo incomincia allor: Se ciò concede US 
Lasciami omai por nella terra il piede, 
Veder le genti, e '1 culto di lor fedo, 
Che di quel monto in su la cima siede. 44 
Torpe il campion della cristiana fedo. 
Su per quell'erto moverete il piodo: 

1 j" Fino alfin posto al vagheggiar richiede 26 
Ella por uso il d'i n'esce e rivede 
Egli riman; che a lui non si concede 
Sarò tuo cavalier, quanto concedo 54 

La guerra d'Asia, e con Toner la Fedo. 
Questa bellezza mia sarà mercede 66 

miei famosi amanti, ecco si chiedo 
Io, che sarò d'ampie ricchezze erede, 

17° Si sottrasse l'Egitto, e mutò fedo, 4 

Sen fé tiranno, e vi fondo la sedo. 
Obi tien lo scettro al nome anco succede. 
Gradi eburnei s'ascende, altero siedo; 10 
Porpora intesta d'or preme col piede; 
In abito rogai splender si vede : 
Quasi, sotto Alarcon passar si vede 19 

l'iaggo gran tempo sostentò di prede. 
Battaglie, di Zumara il re succede; 
Ma, già tolte lo mense, ella che vedo 42 
E eh' a" segni ben noti omai s'avvede 
Sorge, e si volge al re dalla sua sede 
Quella eh' io posso dar maggior mercede. 48 
In moglie avrà so in guiderdon mi chiede. 
Cosi ne giuro inviolabil fedo. 
Brcsso, quasi custode, un vecchio siede, 5S 
Che centra lor sen va come li vede. 
È dostin della patria. Ecco l'erede 70 

Che all'italico onor campion succede. 
Poi riparava in più secura sede, 
Ha Carlo, il quale a Ini del regio eredo S3 
La destinata spada allor gli diede: 
E solo in prò della cristiana fede 

13" Cosi ne va fino al suo albergo: e siedo 6 
E molto lor risponde, e molto chiede 
Ma, quando ognun partendo agio lor diede. 
Era nella stagion cb'anco non cedo 12 
Ma l'oriente rosst?ggiar si vede, 
Quando ei drizzò vèr l'Olivete il piede, 
E già le mura d'occupar si crede; 83 

Lanciarsi incontra immantinente ei vede: 
Il cavernoso Mongibel fuor diede; 

19' E di man velocissimo e di piede; 11 

Di grossezza di membra Argante eccede 
Per avventarsi e sottentrar si vede; 
Ond'ei,che il .suo svantaggio e il rischio 18 
Si sviluppadairaltro,esaltain piede.[vode, 
Ben ei darà ciò che per te si chiede; 64 
Ma con giunta l'avrai d'alta mercede. 
Tanta strage vedendo e tante predfi, 93 
Armato por nella mia roggia il piede; 
Invitto vincitor, pietà, mercede! 

20^ L'impeto novo e il minacciar procede; 3 



14° 

16° 

19" 
20? 



r 



8" 
10° 
11° 
13° 
14" 
19° 



Il poderoso campo indi si vede. 

In quo' petti feroci, e pugna chiede. 

L* occhio al moto deluso il falso credo; 5.5 

E il terrore a que* mostri accresce fede. 

Ben rimirò la fuga: or da lui chiede 122 

E gli sovvien che si promise in fede 

Si drizza ov'elia fagge, ov'egli vede 

ed! 

Signore.o chiedi il furto, o il ladro chiodi: 24 
Quel non vedrai in eterno, e questo il ve<1i. 
In queste sqnadre, ond'ora cinto siedi. 73 
Di vincer anco agevolmente credi; 
Tra le guerre e i disagi, e tu tei vedi ; 
Senza difesa il petto: or che noi fiodi? 28 
Trarmì l'usbergo or or, se nudo il chiedi 
I suoi dolori il misero Tancredi : 
Langue, o fera ed ingrata,il pio Tancredi:74 
E tu dell'altrui vita a cura siedi. 
Mirava Argante, e non vedea Tancredi, 84 
Fecesi il conte innanzi, e: Quel che chiedi, 
Non superbir però che me qui vedi. 
lo la guardo e difendo; io spirto diedi 37 
Misero te, se al sogno tuo non credi, 
Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi, 
Risponde la feroce: Indarno chiedi 61 
Ma chiunque io mi sia, tu innan/.i vedi 
Arse di sdegno a quol parlar Tancredi, 
Sorridoa quegli ; e. Non già corno credi 7 
Semplice forma e nudo spirto vedi 
Questo è tempio di Dio : qui son le sedi 
Manca il parlar : di vivo altro non chiedi: 2 
Ne manca questo ancor,se agli occhi i redi. 
Dàquanto ei puote,o prende (e tu noi vcdi!)61 
Pietoso in vista gii ultimi congedi. 
Onde gridò: Cosi la fo', Tancredi, 2 

Mi servi tu? cosi alla pugna or riedì? 
l{imedon,questainsegnaate non diedi,110 
Dunque, codardo, il capitan tno vedi 
Che brami ? di salvarti? or meco riedi; 

edo 

Togl io, affrettando il suo partir, congedo; 70 
E tregua fa co' suoi pensier Goffredo. 
Già già mi par eh' a giunger qui Goffredo 48 
Ch'impieghi io te: sol di te degne credo 
Sovra i nostri guerrieri a te concedo 
Affrettato al partir preso ha congedo, 53 
Ov'egli stima ritrovar Goffredo 
Guelfo, dicendo, appunto or te richiedo; 
S'erano armati intanto; e da Goffredo 77 
Toglieano i diece cavalier congedo. 
Ma se quel nobil tronco è quel ch'io credo 56 
Cosi detto, Aliprando ebbe congedo, 
Bimase grave e sospirò Goffredo: 
Ma che fìa, se più tarda? Orsù, eoncedo 44 
La vittoria però, però non vedo 
Combatteremo, o re, con quel Goffredo 
Maggior virtù ti salva: un angel, credo,75 
Che di celeste mano i segni vedo. 
Avido di battaglia il pio Goffredo 
Pur l'oste che dirà, se indarno i' riodo? 33 
Né intentato lasciar vorrà Goffredo 
Forse l'incendio, che qui sorto i'vodo, 
Ma pensando che chiesto al pÌQGoffredo22 
E riguardando a me che'n grazia il chiedo, 
Agevolmente d'impetrar mi credo 
Sei cosi tu di dar morte a Goffredo? 63 
Non tornar mai, se vincitor non riedo: 
Al congiurare ; e premio alto non diiedo, 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



289 



ega 

2* E i snoi demon negli empj nfflcj impiegai 
Pur come servi, e gli discioglie e lega 
E gli avvince a sua voglia e gli disl('ga?76 
Te solo adendo al ino voler si piega? 
E le Perse e le Tarche unite in lega 

4* Siche i pensati inganni alfine spiega, 38 
In SQon che di dolcezza i sensi lega. 
S'al consenso coman,chebramaeprega,78 
Arrendevole alquanto or non si piega. 

5* Dell'audace garzon si volge e piega; 51 
Fuor di quell'oste a' fidi suoi non nega. 
E seco andarne ognnn procura e prega: 

9** Ma, come prima egli ha veduto in piega 94 
E con messi iterati instando prenda 
La fera coppia d'eseguir ciò nega, 
11° Indi la voce in chiaro suon dispiega, 14 
Sé stosso accusa, e Dio ringrazia e prega. 
Or, mentre la città s'appresta e prega, 30 
Le genti e l'arme il pio Buglìon dispiega. 
12* Memoria de' suo' ufficj instando prega 19 
Che dell'impresa cessi; ed ella il niega. 
Quivi sovente ella s'atterra, e spiega 23 
Le sue tacite colpe, e piange e prega 

14o Cose SI tutto il lor pensier s'impiega, 40 
La voce Ubaldo, e la sua scorta prega: 
Ci guidi, e tua condizion ne spiega: 

18** Riverente perdon richiedi, e spiega 8 

Le tue tacite colpe, e piangi e prega. 
Mentre riguarda, e fede il ponsier nega 25 
Vede un mirto in disparte, e là si piega 
L* estranio mirto i suoi gran rami spiega, 

egge 

2« Ama iì valore, e volontario elopge 63 

Teco unirsi d'amor, se non di legge. 
3" Gli ordìna,grincamnjina,ein suon gli reg-2 
Rapido si, ma rapido con legge. [gè 

12* Resse già l'Etiopia, e forse regge 21 

Il qual del figlio di Maria la logge 
Quivi io Pagan fui servo, e fui tra gregge 

14" Ceda il rigore; e sia ragione o legge 25 
'Ciò che '1 consenso universale elegge. 

17* Quegli Agri calte, e questi Osmidaregge, 23 
Che schernisce ogni fede ed ogni legge. 

18** Quanto devi al gran Ko che '1 mondo regge ! 7 
Ei te smarrito agnel fra la sua gregge 
E per la voce del Bnglion t'elegge 

20* Cosa insolita in lui : ma che non regge 104 
Degli affari quaggiù l'eterna legge? 

eggia 

7* Tempo già fa, quando più V uom vaneggiai 2 

E disdegnai di pasturar la greggia, 
. E vissi in Menft un tempo, e nella reggia 
9* Lieta risuona la celeste reggia. 58 

Di lucido diamante arde e lampeggia; 

Centra la mia fedel diletta greggia 
10" E, rivolgendo in sé quel che far dcggia, 3 

In gran tempesta di pensieri ondeggia. 
13* Così dic'egli: e il Capitano ondeggia 50 

Pensa s'egli medesmo andar là deggia 

se pur di materia altra provvcggia 
14* E stabilirsi in lor cristiana reggia 8 

In cui regnare il tuo fratel poi deggia. 
16* Contro al gran fiume che in diluvio ondeg-7 1 

Che ne'fnturi secoli la reggia [già. 

Par che rompa gli Alani, e che si veggia 
18* E sovra tutti gii arbori frondeggia 25 

Ed ivi par del bosco esser la reggia. 



19* Deh! per Dio! rasserena, e il dnolo al1eg-71 

Di quel Rinaldo a pie tronca ti veggia; (già; 

Ultriee mano, ove prigion tu il chieggia. 
20" Che d'ora in ora più di sangue ondeggia, 92 

Ch'ivi i trionfi suoi spiega e passeggia. 

Senza rottor, trascorso ò fuor di greggia; 

eggìo 

5° Io, fratel di Goffredo, a chi più deggio 9 

Cedere ornai ? se tu noi sei, noi veggio. 
10" Rispondo: Oh rome lieto or qui ti veggio. 5fl 
Non sento il danno; e ben tornea di peggio. 
Puoi ridrizzare il tuo caduto seggio, 

eghi 

2* L'irato cor difficilmente pieghi 52 

Ragione, e il move autorità di preghi. 
E nulla a tanto intercessor si neghi 

4° Vanne al campo nemico: ivi s'impieghi 25 
Bagna di pianto, e fa melati i preghi; 
Beltà dolente e miserabil pieghi^ 
Con atto che in silenzio ha voce e preghi fio 
Fra pensier varj, e non sa dove il pieghi 
Che non è fedo in uom ch'a Dio la neghi. 
Non han più forza in uman petto i preghi. 7 1 
Che te non mosse, il reo tiranno pieghi? 
Perchè il picciol soccorso a me si neghi; 

5" Ne mancherà qui loco, ove s'impieghi 11 
Or io procurerò se tu noi neghi. 
Ma perchè non so ben dove si pieghi 

7* Né morendo impetrar potrà co" preghi 54 
Che in pasto a' cani le sue membra i'uoghi. 

8" Forse aspettate ancor eh' a voi mi pieghi, 79 

Fi ragioni v'adduca, e porga preghi? 
10° Mach'io8coprailfutaroech'iodispieghi20 
Troppo è auduce desio, tropp' alti preghi: 
Ciascun qua giù le forze e il senno impieghi 
12" Nostra sventuraèben chequi s'impieghi 60 
Ma, poiché sorte rea vion che ci neghi 
Pregoti (se fra l'arme han loco i preghi) 
14° Cos'i pregava; e ciascun altro i preghi 25 
Onde Goifredo allor, quasi egli pieghi 
Cora' esser può dicea, che grazia i' neghi 
16° Poi cominciò:Nonaspettarch'iopreghi,44 
Tai fummo un tempo: or, se tal esser neghi, 
Come nemico almeno ascolta: i preghi 
18" Con tenere lusinghe il cor ti pieghi; 10 

Ma sprezza i finti aspetti e i fìnti preghi. 
20" Credi, dicea, che la tua patria spieghi 23 
Per la mia lingua in tai parole i preghi: 

egi 

1" Enstazìoèpoifra'primi;ei proprj pregi 54 

Oernando v'è, nato di re Norvegi 

Kuggier di Balnavilla infra gli egregi 
2* Verginità, d'alti pensieri e regi, 14 

tanto sol, quant' onestà sen fregi; 

D'augDsta casa asconde i suoi gran pre^rì : 
4" Sen vola adorno di si chiari fregi, lisi 

Recansi a 'gloria le provinrio e i regi; 

Sin dai nemici avvien che s'ami e pregi 
5° Sceso Gernando è da' gran re Norvegi 16 

E le tante corone e scettri regi 

Altero è l'altro do' suoi propri pregi 
13* Le vincitrici spoglie e i ricchi fregi fi2 

Par che quasi vii soma odii e dispregi. 
17° Ma, poi ch'ella è passata, il re de* regi 37 

Che lui preporre a tutti i duci egregi. 

Quel, già presago, ai meritati pregi 
20" I libici tiranni e i negri regi 56 

Dier sovra gli altri i suoi compagni egr'^gi, 

Cadeane con orribili dispregi 



Tasso. * 



Vi 



290 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



egio 

1* Sotto Clotareo, capitano egregio 37 

A cui, se nulla manca, è il sangue regio. 
2° Ebbe Argante una spada; e il fabro egregio93 

Con magistero tal, che perde il pregio 

Poiché la tempra e la ricchezza e il fregio 
3* È Gernando, il Tratel del re Norvegie; 40 

Qaesto sol de' suoi fatti oscura il pregio. 

Ed han bianco il vestir, bianco ogni fregio 
5" E insieme mostrerà d'aver nel pregio, 2 

In cui deve a ragion lo stuolo egregio. 
6* Dono lo fece il cavaliere egregio; ' n7 

Le gemme e gli ori e ciòch'avea di pregio. 

E in leggiadri sembianti animo regio, 

Si poco stimi, e d'onestate il pregio, 72 

Notturna amante a ricercar dispregio? 

Perdesti il regno, e in un T animo regio; 
16* Deh! non voler che segni ignobil fregio 55 

Tua beltà, tuo valor, tuo sangue regio. 
17* E di furtivi agguati è mastro egregio, 15 

E d*ogui arte moresca in guerra hall pregio. 

egli 

16° Ella del vetro a se fa specchio, ed egli 20 
Gli occhi di lei sereni a se fa spegli. 

eglio 

17° Ma fra gli altri, mi disse. Alfonso io 8ee-90 

[«Ho, 
Che nascer dee quando, corrotto e veglio 
Questi tia tal, che non sarà chi meglio 

egna 

1* Nostro e suo bone ; e di' che tosto vegna69 

Che di lui fora ogni tardanza indegna 
2* (Che tal parca) d' alta sembianza e degna; 38 
Che di lontan peregrinando vegna. 
Tutti gli occhi a sé trae : famosa insegna: 
5* Ma se stimate ancor che mal convcgna 4 
E se pur generoso ardire sdegna 
Non fia ch'involontarj io vi ritegna, 
Soggiunse allor Tancredi : Or ti 80vvogna36 
, Qual per sé stesso onor gli si convegua 
E per Guelfo suo zio. Non dee chi regna 
A sua ritenzion libero vegna; 56 

Ma s'egli sta ritroso, e se no sdegna. 
Tu di condurlo, e provveder t'ingegna 
Katto ei ver lei si move; ed all'insegna 81 
Che ricerchi fra loro, e perchè vegna. 
Ned ella avrà da me, se non la sdegna, 
7" Geme cruccioso, e incontra il Ciol si sde- 26 
Ma della donna sua, quand' ella vegna [gna 
Di rivolgersi al campo alfln disegna, 
8" Ha quel Signor che in ogni parte regna; 30 
Meraviglioso ed alto ei non isdegna: 
Qael corpo in cui già visse alma si degna ; 

10" E forza é pur che duri, ancor ohe vegna 43 
L'oste d'Egitto il di ch'ella disogna. 
Onde piace lassù eh' a questa degna 77 
Impresa, onde partì, chiamata vegna. 

12* Misero mostro, a cui sol pena e degna 76 
Dell'immensa empietà la vita indegna. 

13" Non cred'io che tentar più ti convegna 15 
Non vuole, e,benchéonesta,ancola sdegna, 
Trova modo pur tu eh' a freno il tegna ; [gna, 
Che n'andiam noi, turba negletta, inde- 66 
Pur ch'ei lo scettro imperiai raantegnu? 
Eassembra quella di colui che regna, 

14° E in lui m'acqueto. Egli comanda e i ORO- 47 
Né già per ucatro mezzo oprar disilegna[gua, 



Or sarà cura mia ch'ai campo regna 

14* Se gli altri sciolse, ei serra, ed ei 8ostegna52 
Né qaesto anco mi basta; i'vo'che vegna 
Cosi fra sé dicendo, ordir disegna 

17** Comanda ch'Emireno a sé ne vegna; 37 
E duce farlo universa! disegna. 
Con fronte vien che ben del grado è degna: 
Spiega il gran Carlo la sua augusta iuse-74 
Ministro o capitan d'impresa degna, [gna, 
Centra il nopote che in Italia regna: 

18' Il Capitan, che più indugiar si sdegna, 97 
Toglie di mano al fido alfier T insegua; 

19* Mio giudizio è però che a te convegna 129 
Che per te vince l'oste, e per te regna: 
E, perchè i traditor non celi insegna, 

egne 

10* Ahi con quanto dispregio ivi le degne 23 
Mirò giacer sue già temute insegne! 

16* Squarcio.ssi i vani fregi, e quelle iadegne 34 
Pompe di servitù misere insegne; 

egni 

1* L'Ocean, che non pur le merci e i legni 43 
Ma intere inghiotte le cittadi e i regni. 
Mostra, quasi d'onor vestigi degni, 53 
Di non brutte ferite impressi segni. 

2" degno sol cui d'obbedire or degni 62 
Che per l' addietro ancor le palme e i regni 
Il nome tuo, che non riman tra ì segni 

4" Tartarei numi, di seder più degni 9 

Che meco già dai più felici regni 
Gli antichi altrni sospetti e i feri sdegni 
Vuol che costei della sua grazia degni; 66 
Che nell'imperio di Damasco regni 
Ed agevoli il corso a' suoi disegni 

5° Oh come il volto han lieto egli occhi pre-74 
Questi tre primi eletti, i cui disegni; [gni 
D'incerto cor, di gelosia dan segni. 

8° Sangue era forse di città, di regni, 84 
Che provocar del Cielo i tardi sdegni. 

9" La gloria di qua giu80,e l'oro e i regni,57 
Né, diva, cara i nostri umani sdegni 
Che v'abbaglian la vista anco i più degni: 
10" Bieco minacci, e il vero ndir si sdegni), 46 
11 nemico fatale a certi segni; 
Impedirlo cosi, ch'alfin non regni 
15* Giace l'alta Cartago; appena i segni 20 
Muoiono le città, muoiono i regni; 
E l'uom d'esser mortai par che si sdegni. 
Tempo verrà che fian d* Ercole i segni 30 
¥j i mar riposti or senza nome, e i regni 
Fia che 'I più ardito allor di tutti i legni 
17** Della matura età pregi men degni 92 
Mantener sne città, fra Parme e i regni 
Nutrire e fecondar l'arti e gl'ingegni 
18* Poi, sforzato a ritrarsi, ei cesse i regni 42 
Ed ora al campo condncea dai legni 
Ed era questi infra i più indnstri ingegni 
20° Duri ed acerbi, e i fatti onesti e degni 91 
Consacrerò fra' pellegrini ingegni, 
Di virtute e d'amor, v'additi e segni; 

egno 

1° Ma vede in Baldovin cupido ingegno 9 
Vede Tancredi aver la vita a sdegno; 
E fondar Boemondo al novo regno 
Ma fu de' pensier nostri ultimo segno 23 
E sottrarrò i Cristiani al giogo indegno 
Fondando in Palestina un novo regno 
Aladin dotto ò il re, che di qnel regno 83 



BIMAEIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



291 



TJom già cmdol.ina il sno feroce ingegno 
Egli che de' Latini udi il disogno 

2" Talor nomarmi; e qui, signor, no vegno 46 
Della fede comune e del tuo regno. 
L^alte non temo, e Tumili non sdegno: 
Di forte corpo e di feroce ingegno ; 55 
Seco ritien, siccome ostaggi, in pegno. 
Fersi, e più che il timor potè lo sdegno. 
Alete è Tnn, che da principio indegno 53 
Ha r innalzare ai primi onor del regno 
Pieghevoli costumi, vario ingegno, 
Uè mai grave ne fia per fin si degno 82 
Esporre onor mondano e vita e regno: 

3** Dunque in si gravo occasion di sdegno 50 
Esser può fragil muro a noi ritegno ? 
Benché dentro ne frema, e in più d' un so- 53 
Dimostri fuore il mal celato sdegno, (gno 

4** Ora il mio buon custode ad uom si degno 47 
E farlo del mio letto e del mio rogne 
Usò la lingua e Tarte, usò T ingegno 
Che sol, s'io caggio, por fermo sostegno 60 
Con le mine mie puote al suo regno. 
Ben ti prometto (e tu per nobil pegno 69 
Che, se mai sottrarremo al giogo indegno 
Di ritornarti al tuo perduto regno, 
Qui tacque; e parve eh' un regale sdegno 74 
E il pie volgendo, di partir fea segno, 
Il pianto si spargea senza ritegno, 

5" E se ne cruccia si, cfa'oltra ogni segno 17 
Di ragione il trasporta ira e disdegno. 
Ài suon di queste voci arde lo sdegno 23 
Né capendo nel cor gonfiato e pregno, 
Ciò che di riprensìbile e d'indegno 
In cui tra il riso lampeggiò lo sdegno, 42 
Chi servoè, disse, o d'esser servo è degno: 
Priacheman porgao piede a laccioindegno : 
Ch'avendo iopresodiCiliciail regno, 48 
Baldovin sopraggiunse, e con indegno 
Che, mostrandosi amico ad ogni segno, 

6" Ed a te sé medesraa or porge in pegno, 8 
Cho,se'l confidi in lei, salvo è il tuo regno. 

7** Al silenzio, all'aspetto, ad oi^ni sogno 60 
E tutto pien di generoso sdegno 
E disse: Ah, ben sarei di vita indegno, 

8** Impetuoso e fervido d'ingegno, 58 

Nelle risse civil d'odio e di sdegno : 
Empiè di sangue, e depredò quel regno 
Ciò che sofferto abbiam d'aspro e d'iude-64 
E tal ch'ardor di scorno.arder di sdegno [gno 
Taccio che fu dall'armi e dall'ingegno 

9* Del gran campo che giunge e del disugno, 14 
E del notturno assalto e l'ora e il sugne. 
Fisso è nel Ciel, ch'ai venerabil segno 64 
A che pugnar col fato? A che Io sdegno 
Itene, maledetti, al vostro regno. 
Indi il capo e la gola; e dello sdegno 87 
Di Soliman ben quel gran colpo è degno. 
Di novo ancora il nostro esilio indegno; 99 
Tnrfar sua pace e il non mai stabil regno, 
Delle mie offese eterno anco il mio sdegno 
IO" In parte è noto il tuo novel disegno; 10 
Che tu forse non pensi, a te ne vugno. 
Perchè della virtù cote è lo sdegno. 
Ben potete schivar l'aspro mio sdegno, 69 
Farvi pagani ; e per lo nostro regno 
Bicusàr tutti, ed aborrir l'indegno 
11" Chiamano; e te che sei pietra e sostegno 8 
Ovverà il novo successor tuo degno 
E gli altri messi del celeste regno, 
Non di sangue plebeo, ma del più degno; 41 
Che sprezza queir altera ignobil segno. ] 



U" L'arti sue non seconda, ed al disegno 72 
E nel piagato eroe giunge a tal segno 
Or qui l'angel custode, al duolo indegno 

12" Gl'invita al foco,al sangue un fer98degno.43 
Grida la guardia, e lor dimanda il segno. 
bella destra, che il soave pegno 83 

Quali or, lasso! vi trovo? e qual ne vegno? 
Del mio ferino e scellerato sdegno 
Agli atti del primiero ufficio degno 87 
Che lasciasti per farti (ahi cambio indegno !) 
Seconda avversità, pietoso sdegno 

13° Piante che numerato a voi consegno. 8 
Così d'alcun di voi fia ciascun legno; 
Ne' primi colpi, e tema il vostro sdegno. 

14" Né già ritorna di Damasco al regno, 69 
Ma ingolosita di si caro pegno 
Nell'oceano immenso, ove alcun legno 
Chèa tal vista potran vergogna e sdegno 77 
Scacciar dal petto suo l'amore indegno. 

16" Corre, e non ha d'onor cura o ritegno. 38 
Costei d'Amor,qnanto egli è grande, il regno 
£ così pari al fasto ebbe lo sdegno. 
Misera Armida, allor dovevi, e degno 65 
Che tu prigion l'avesti: or tanto sdegno 
Pur, se beltà può nulla, o scaltro ingegno. 
Tutto si rechi a lui ciò che d'indegno 74 
Fei per amore, o che farò per sdegno. 

17" Ma non depose il suo guerriero ingegno 7 
Né d'onor il desio vasto e di regno. 
Duo satrapi, i maggiori : alza il più degno 12 
L'altro il sigillo ha del suo ufficio in segno. 
Opra civil ne' grandi affar del regno; 
re supremo, dice, anch'io ne vegno 43 
Donna son io, ma rcgal donna; indegno 
Usi ogni arte rogai chi vuole il regno 

18* Che avventate con arte incontra il legno, 81 
Quello funi troncar ch'orau sostegno. 

19" Penso, risponde, alla città, del regno 10 
Che vinta or cade; e indarno ewser sostegno 
E eh' è poca vendetta al mio disdegno 
Guardar vi puoi la tua salute e il regno. 40 
Strugge dal fondo suo barbaro sdegno; 
Vissi, e regnai; non vivo or più né regno. 
Questi (checché lor muova, odio o disde-87 
Quel dì.che in lite verrà d'Asia il regno [gno) 
Avran su l'armi della croce il segno, 
Quelmirendè.ch'èviemencaroe degno; 95 
Ma s'usurpò del core a forza il regno. 

20" E parve al capo irgli girando: e segno 20 
Alcun pensollo di futuro regno. 
Spingea le mani, e incrudelia lo sdegno :62 
Ma la placava, e n'era amor ritegno. 
Mentre Raimondo il vergognoso sdegnosa 
Vede l'usurpator del nobil regno, 
E il fero in fronte, e nel medesmo segno 
Con la sinistra man corre al sostegno: 97 
L'altra ministra ei fa del suo disdegno. 
Che nemico veder non sa più degno: 188 
Di valor disperato ultimo sogno. 
Ecco per le tuo mani a morir vegno; 



egra 



9^ 



Liberato da lor, quella sì negra 66 

Faccia depone il mondo, e si rallegra. 

13" Né pur l'umana gento or si rallegra, 78 
Ma la terra, che dianzi afflitta ed egra 
La pioggia in sé raccoglie, e si rintegra, 

18° Giungi aspettato a dar salute all'egra, 29 
Questa selva, che dianzi era sì negra. 
Vedi che tutta al tuo venir s'allegra, 



292 RIMARIO DELLA GEHUSALEUME LIBERATA. 

•era I Vai) ■ portit salala al ti« Mda. 

IO" DellBiiinpiagh6,agr».tile(irpoBdelro,5 !«* Mirar «Iterainnante or I» erodala 



r Cb'alSndag 

Ed è aoierrh 

15* Che II Biadi 



V UtperchApi 



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9 Fra gli «tinti compagni io B 


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2° Edlmniseinal 
Abbia futto qo< 
Kiccoi dovroal. 
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Amor, eh' or 




A^o. ora 



Qnando Goffredo i maggior doei appell.i, 



a, Olindo aElia-appalli 
sl,an'anirdÌBCa:ad'el' 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



293 



Quanto pnò sdegno antico, ira novella, 

9** Corre innanzi il Soldano, e giange a qnella22 
Rapido sì, che torbida procella 
Fiume, ch'arbori insieme e case svella, 
Le squadre d'Occidente apre e flagella, 71 
De'Saracini suoi strage men fella. 
L'ardimento e il valore in qaestae in quella: 
Un paggio del Soldan misto era in quella 81 
A cui non anco la stagion novella 
Paion perle e rugiade in su la bella 

10° Gli rompo quel silenzio, e lui rappella; 17 
Ond'ei si scote, e poi così favella: 
Tien su la spada mentr'ei sì favella, 52 
Biroan ciascuno a quel parlare, a quella 
Poscia con vista men turbata e fella 

11" Quegli ancor la cui penna o la favella 9 
E la cara di Cristo e fida ancella 
E le vergini chiuse in casta cella, 
Tale inciampa la torre; e tal da quella 85 
Frange due rote debili, sì ch'ella 
Ma le soppone appoggi, e la pantella 

12** Alle fere avventar dardi e quadrella, 4 
Mostrarmi qui tra'cavaliflr donzella! 
S'io neson degna, e non mi chìndo in cella? 
Tu, celeste guerrier, che la donzella 2S 
S'accesi ne'tuo'altari umil facella, 
Tu per lei prega, sì che fida ancella 
Virtù ch'or Dio le infonde; e se rubella 65 
In vita fu, la vuole in morte ancella. 
Di cavalier di Cristo ei ti rappella, 87 
Drudo d'una fanciulla a Dio rubella. 
Con leve sferza di lassù flagella 

14° E questo antiveder potea ben ella, 54 

Onde spesso del campo avea novella, 
Oltreché con gli Spirti anco favella 
Che breve è sì, di vostra età novella ? 63 
Ciò che pregio e valore il mondo appella 
Voi, superbi mortali, e par sì bella. 
Quivi in grembo alla verde erba novella 76 
Giacerà il cavaliere e la donzella. 

15" Vider piccola nave, e in poppa, quella 3 
Che guidar li dovea fatai donzella. 

16° Dal verde suo modesta e verginella, 14 
Quanto si mostra men, tanto è più bella. 
Dispiega; ecco poi langue, e non par quella, 
Allor ristette il cavaliere: ed ella 42 

Dolente sì che nnlla più, ma bella 
Lui guarda, e in lui s'affisa, e non favella: 

17" Con squadre d'arco armate e di quadrella: 25 
Persico è cinta, nobil terra e bella; 
Del gran flusso marino isola anch'olla; 
Al paganesmo nell'età novella 32 

Fu già elemento, ora Emiren s'appella. 
• Sovra quanti per lui calcar mai solla: 
Mentre la donna in guisa tal favella, 49 
Tolga il Ciel, dice poi, che le quadrella 
Che non è degno un cor villano, o bella 

18" Libera il prence la colomba: e quella 53 
Come esser creda al sue signor rubella. 
Ma il sopran duce i minor duci appella, 

19** Ito se n'è, che di David s'appella; 39 

E sbarra intorno e questa strada e quella: 
Come il Soldan lui vede, a lui favella: 
Gli ordini danno di salire in sella 85 

Parte Vafrin del padiglione: ed ella 
Di scherzar fa sembiante, e pur favella 
£ colà vissi in solitaria cella, 98 

Cittadina di boschi e pastorella. 
Vista la faccia scolorita e bolla, 104 

^on scese, no, precipitò di sella; 
E forse squadra anco migliore è quella 122 



Che la squadra immortai del re s'appella. 
20** Si prepara ciascun della novella 5 

Non fu mai l'aria sì serena e bella, 
L'alba lieta rideva, e parea ch'ella 
La donna di percossa in modo fella, 43 
Cadca; ma il suo fedel la tenne in sella. 
Tanto bastogli ; e non ferì più in ella: 



elle 



91 



2o E incotal atto il rimirò Babelle 
Alzar la fronte e minacciar le stelle. 

4° Or colui regge a suo voler lo stelle, 9 

E noi Siam giudicati alme rubelle. 
Non aspettar già l'alme a Dio rubelle 13 
Ma fuor volando a riveder le stelle 
Come sonanti e torbide procelle 

6** E il re pur sempre questo parti e quelle 2 

l'aureo sol risplenda, od alle stelle 
E in far continuamente armi novelle 

7* Né quivi ancor dell'orride procelle 122 
Ma sono estinte or queste faci, or quelle. 
Squarcia lo tele, e spezza i pali, e svelle 
8° Vaghi d'udir dal peregrin novelle 5 

Volea baciar, che fa tremar Babelle: 
Termini la tua fama e con le stelle, 
Corre il vulgo dolente alle novelle 43 

Del guerriero e dell'arme, e vuol vedelle. 
9" Essi gemendo abbandonar le belle 65 

Begion della luce, e l'auree stelle; 

10° Ciò che l'arte condisce: e cento belle 64 
Servivano al convito accorte ancelle. 

II* Le ministre di Fiuto empie sorelle, 66 
Lor ceraste scotendo e lor facelle. 

13° Udite, udite, o voi, che dalle stelle 7 

Sì, voi che le tempeste e le procelle 
Come voi che alle inique anime felle 
Signoreggiano in lui crudeli stelle, 53 
L'aria d'impression maligne e felle. 
Più mortalmente in questo parti e in quello. 

14° Altrui sì vaghe immagini o sì belle, 4 

1 secreti del cielo e delle stello. 
Ciò che là suso è veramente in elle. 

15° Altre*i remi trattar veloci e snelle; 12 
Spumar percosso in questepartieinquello. 
Il lido e il mar sia delle genti felle. 
Diversi han riti ed abiti e favelle: 28 

Comune madre; il Sole altri e le stelle: 
Le mense ingombra scellerate e felle: 
Mosser le natatrici ignudo e belle 59 

Sì cho fermarsi a riguardarle ; ed elle 
Una intanto drizzossi e le mammelle 

16° Mirasi qui fra le meonie ancelle 3 

Se l'inferno espugnò, resse le stelle 
Mirasi Jole con la destra imbelle 
Specchio t'è degno il cielo, e nelle stelle22 
Puoi riguardar le tue sembianze belle. 

17** Veggiono a un grosso tronco armi novelle 53 
E fiammeggiar, più che nel Ciol le stelle, 
E scoprono a quel lume immagin belle 

18** Fra sé stesso pensava: oh quante belle 13 
Ha il suo gran carro il dì : le aurate stollo 
Ma non è chi vagheggi o questa o quelle; 

19" Fra cavalieri Armida e fra donzelle, 67 
Fra sé co' suoi pensier par che favelle; 
E china a terra l' amorose stelle. 

elli 

2° Dura divisioni Scaccia sol quelli 55 

Ma il mansueto sesso e gli anni irabolli 
Molti n'andare errando, altri rubelli 

7° Non si destò finché garrir gli augoUi 5 



294 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



E mormorar il fìnme e gli arboscelli, 
Apre i languidi lumi, e guarda quelli 

10<* De' figli i figli, e chi verrà da quelli 76 

E da' Cesari ingiusti e da'rubelli 
Premer gli alteri, e sollevar gr imbelli, 

20** Insanguinossiin mandra,otragli augel]i,78 
Come la spada del Soldan tra quelli : 

elio 

1" Tigone esser solea del re fratello: 37 

Fra quattro fiumi ampio paese e bello. 
Segui l'usata insegna il fior drappello 

3* Qnel di Dudone avventurier drappello, 37 
Binaldo, il più magnanimo e il più bello. 
Ben tosto il portamento e il bianco augello 

6** Gli apparseinsieme Armida, e ilsuodrap-80 
Bove unborgolor fu notturno ostello.fpello, 

7" 11 buon duceBuglion chiama il fratello,108 
Ed a lui dice : Or movi il tuo drappello; 

9" 6iun8e6ue1foopportuno,eilsuodrappel-55 
E sostenne il faror del popol fello. [lo; 
Correa egualmente in questo lato e in quello. 
10** E perchè conosciuto avea il drappello 58 
Esser de' suoi più cari, ed esser quello 
E Tancredi con lor, che nel castello 
17" Segue il suo stuolo, ed Aradin con quello 35 
Come allor che '1 rinato unico augello 
Vario e vago la piuma, e ricco e bello 
Ben si conosce al volto Attila il fello, 69 
Ed ha faccia di cane, ed a vedello 
Poi, vinto il fero in singoiar duello, 
19* Questo 80 ben, ch'assai vario da quello 80 
Che tu dicesti, è il nome ond'io m'appello. 
Pensa intanto Vafrin come all'ostello 115 
Ed ecco di guerrier giunge un drappello : 
Quando affrontò il Circasso, e per appello 
20° de' nemici di Gesù flagello, 14 

Ecco l'ultimo giorno, eccovi quello, 
Né senza alta cagion, che il suo rubollo 

«1»« [mo, 

3" Ma queir altro più inlà, eh' aurato ha rel-62 

Bel re britanno èilbuonfigliuolGug ielmo. 

eie 

1* Giù i decreti del ciel porta, ed al cielo II 
Riporta de' mortali i preghi e il zelo. 
Bio messaggier mi manda: io ti rivelo 17 
Aver d'alta vittoria, oh quanto zelo 
Tacque ; e, sparito, rivolò del cielo 

2** Ben è pietà, che la pietade e il zelo 9 

Uman cedendo, autor sen creda il Cielo. 

3" Gli aprì tre volte, e i dolci rai del cielo 46 
E tre volte ricadde; e fosco velo 
Si dissolvono i membri, e il mortai gelo 

4** Argo non mai, non vide Cipro o Dolo 29 
B'auro ha la chioma,ed or dal bianco velo 
Cosi qualor si rasserena il cielo. 
Bai dì ch'ella spogliossi il mortai volo, 44 
Forse con lei si ricongiunse in cielo: | 

Al fratel ch'egli amò con tanto zelo. 
Che, poiché legge d'onestate e zelo 73 
A cui ricorro intanto? ove mi celo? 
Nessun loco sì chiuso è sotto il cielo. 
Ch'innamorò di sue bellezze il cielo, 84 
Asciugandosi gli occhi col bel velo. 

S" Potranno in te più che la fedo e il zelo 46 
Di quella gloria che n'eterna in cielo? 

6** Ah perchè forti a me natura e il cielo 83 
Onde potessi anch'io la gonna e il velo 
Che non si riterrebbe arsura o gelo. 



6** Era la notte, e il suo stellato velo 103 
E già spargea rai luminosi e gelo 
L'innamorata donna iva col cielo 
7" Come tntt' arda di paterno zelo ; 17 

Che di conforme cor gli ha dato il Cielo. 
S'ammanta, e cinge al crin ruvido velo; 
Kè più sperar di rivedere il cielo, 32 

Per volger d'anni o per cangiar di pelo, 
"Se van le schegge e le scintille al cielo, 43 
E passa al cor del traditore un gelo. 
Bagli occhi de' mortali un negro velo 115 
Negro vie più ch'orfor d'inferno il cielo; 
Fremono i tuoni; e pioggia accolta in gelo 
8** Ma, più ch'altra cagione, il mosse il zelo? 
Non del terren, ma dell' onor del Cielo. 
Che l'inaspria l'aura notturna e il gelo 26 
In terra nuda e sotto aperto cielo. 
Egli ch'ode l'accusa, i lumi al Cielo 76 
Signor, tu che sai ben con quanto zelo 
Tu squarcia a questi della mente il velo, 
9** Ma giàdistendon l'ombre orrido velo, 15 
La terra in vece del notturno gelo 
S'empie di mostri e di prodigj il cielo; 

10" Ciò mi fa dir (sia testimonio il Cielo) 46 
Bel signor, della patria amore e zelo. 
Io, per me, gli risponde, or qui mi celo 49 
Ciò disse appena; e immantinente il velo 
Si fende, e porga nell'aperto cielo; 

11" Tal già credean la vergine di Belo 28 
Tra l'alte nubi saettar dal cielo. 
E sassi e dardi, ch'oscuronne il cielo. 48 
Talor respinto, onde partiva, il telo. 
Balla pioggia indorata in freddo gelo, 
Un tremor freddo, e strinse il sangue in 76 
Egli alzò tre fiate il grido al cielo, [gelo: 

12* Ben della gelosia s'agguaglia il gelo. 22 
Nel tormentoso petto il folle zelo, 
Vorria celarla ai tanti occhi del cielo. 
Se tu medesmo non t'invidii il Cielo, 93 
Vivi, e sappi ch'io t'amo, e non tei celo. 
Così dicendo, fiammeggiò di zelo 

13" Giunge le palme,e fiammeggianti in zelo 70 
Gli occhi rivolge eie parole al cielo: 

H" Perocché non ognor lungo dal cielo 43 
Ma sul Libano spesso e sul Carmelo 
Ivi spiegansi a me senz' alcun velo 
Lievemente raccoglie in un suo velo; 67 
Gli va temprando dell'estivo cielo. 
B' occhi nascosi distempràr quel gelo 

15'' Mostrò,dal seno in suso, aperto al cielo: 59 
E il lago all'altre metnbra era un bel velo. 



17 Ch'io l'intesi da tal, che senza velo 



SS 



I secreti talor scopre del Cielo. 
20" E il lume usato accrebbe, e senza velo 5 
Tolse mirar l'opere grandi il cielo. 
Fede prestar, della mia fede il zelo. 135 
Biporti ginro; ed oh piacesse al Cielo 
Bel paganesmo dissolvesse il velo, 

else 

13" Bel fero bosco mai ramo non svelse 6 
Somministrava lor macchine eccelse. 
Alto silenzio della notte scelse. 

elsi 

20" Non se' tn quel eh' a sostener gli eccelsi 109 
Segni del mio signor fra mille i'scelsi? 



eira 

12" Poiché sazia ti vede omai la belva 
Bel suo latte, si parte e si rinselva: 



31 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 295 



20« 



elve 

2*» Seguì le guerre; e in quelle e fra le 8elve,40 

Fera agli nomini parve, uomo alle belve. 
6" Fuggi la luce, e va* con l'altre belve 37 

A incrudelir ne' monti e tra le selve. 
9* Nel cacciator cbe le natie lor selve 29 

Turba, e fuggir fa le men forti belve. 
12" Ahi sfortunato! in cui l'ombre e le selve 78 

Irritaron me prima, e poi le belve. 
15** Tre deserte ne sono; e v'han le belve 41 

Sicurissima tana in monti e in selve. 

Par qui tutto raccolto, e quante belve 61 

L'Ercinia ha in sen, quante l'ircane selve. 

orna 

1" Ha il proyido Buglion senza ogni tema 66 
Non è però, benché nel cor la prema: 

12° Tace; e in colui dell' on morir la tema 89 
Nel cor dà loco a que' conforti, e scema 
Ma non così, che ad or ad or non gema, 

13** Da vari affetti, che s' agghiaccia e trema ; 45 
Gli cade il ferro, e il manco è in lui la tema. 
L^offesa donna sua, che plori e gema; 

!?• Che in lui si pregi, è il libero diadema: 27 
Ardir congiunge a gagliardia suprema. 
Ed è ragion che insino ad or ne tema. 
dell'arme sostegna o del diadema 90 
Gloria del sangue tuo somma e suprema. 
Ma tenterò nella caduta estrema 138 

Che la ruina mia ti colga e prema. 

embo 

Austro portar le suol piovoso nembo, 57 
Bótelom che il gran parto accolse in grembo. 
Che giù cadean sin della veste al lembo, 75 
Se pur gì' irriga un rugiadoso nembo, 
Spiegano all'aure liete il chiuso grembo; 
Usciva ornai dal molle e fresco grembo 1 
Aare lievi portando e largo nembo 
£, scotendo del vel l'umido lembo. 
Della marina allor turbata il lembo, 9 
Noto, cbe minacciava oscuro nembo. 
E solo increspa il bel ceruleo grembo; 
Che sovra il capo suo scotea dal grembo 15 
Della bell'alba un rugiadoso nembo. 

embra 

Ma nel moto degli occhi e delle membra 17 

Non già di boschi abitatrice sembra. 

(Oh miracol gentile!) Anzi mi sembra 28 

Piene di vigor nuovo aver le membra. 

E in dosso ha il cuoio del leon,che8embra3 

Kuvido troppo a sì tenere membra. 

E nell'atto degli occhi e delle membra 7 

Altro che mortai cosa egli rassembra. 

embri 
Chiedo solite scuse: ognun qui sembri 



14" 



1-0 
O 



18" 



8" 
16" 
20" 



20' 



E l'usato suo zelo abbia, e rimembri 
Ite, abbattete gli empj, e i tronchi membri 

eme 
Cedon le turbe; e i duo legati insieme 42 
Mira che l'una tace, e l'altro geme. 
Pianger lui vede in guisa d'uom cui preme 
Non, s'esercito grande unito insieme 47 
Fosse in mio scampo, avrei più certa speme. 
Com'egli suol le meraviglie estreme: 63 
Sono non sol, ma con diletto insieme; 
Amando in te ciò ch'altri invidia e teme; 



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20" 



Ma forse hai tu riposta ogni tua speme 73 
Quei che aparsi vincesti, uniti insieme 
Sebben son le tue schiere or molto sceme 
E fuor n'uscì con le sue voci estreme 20 
Misto un 808pir,che indarno ella già preme 
Che fla tal gaerra,e del suo danno teme 22 
Il poter do' Cristiani in parte sceme. 
Dalle sue genti e dall'Egizie insieme 
Ch'avara fame d'oro e sete insieme 58 
Gravo m'è sì, ma vie più il cor mi preme. 
L'empio, che i popolari impeti teme, 
Tutto l'ordine sno concorde freme; 82 
Co'preghi il Capitan circonda e preme. 
Al concorso di tanti uniti insieme: 
Furon vedute fiammeggiar insieme 28 
D'ogn'intorno v'accorre, e s'urta e preme. 
Un snon per l'aria sì raggira e freme, 
Così non fosse in voi spento ogni seme, 6 
Ma di vita e di palma anco avrei speme. 
Andianne pur deliberati insieme; 
Erminia, benché quivi alquanto sceme 95 
Che d'essere scoperta alla fin teme. 
Ma pur giunta alla porta il timor preme, 
E dall'irsute mamme il latte preme, 18 
E in giro accolto poi lo stringe insieme. 
Della salute sua peno ogni speme. 44 

Lamangli8tende,eil pie col pie gli preme; 
Sparir le faci ed ogni stella insieme. 
Ma così l'urta il popol denso e il preme. Ili 
Ch'alfin lo svolge, e seco il porta insieme. 
Armearmofremeil forsennato, e insieme 71 
La gioventù superba arme arme freme. 
D'augei pasto e di cani; indi lui preme 80 
Col piede, e ne trae l'alma e il ferro insieme; 
Ma ben vedete voi quanto la speme 36' 
Dunque voi tutti ho qui raccolti insieme, 
Qni tacere, quasi in bosco aora che freme, 
Seppe impetrardai Franchi e regno insie-47' 
pur servii catena il pie gli preme, [me! 
Si va serbando alle miserie estreme :- 
Però ch'altronde la città non teme 26 
Quivi non pur l'empio tiranno insieme 
Ma chiama ancor alle fatiche estreme 
Qui tace, e piange; ed ella pensa e teme; 40 
Che un altro simil sogno il cor le preme. 
Vergine minacciando incalza e preme. 65 
Movendo, disse le parole estreme: 
Spirto di fé, di carità, di speme; ' 
Con applauso seguir le voci estreme: 105 
L'aspettata vendetta in quel che geme 
Seguir tosto gli effetti all'alta speme;' 
Che par rimbombo di terren che tremo;21 
E il pianto d'onda che fra scogli geme. 
Com'urla il lupo, e come l'orso freme, 
E fugge Antonio; e lasciar può la speme 6 
Non fojfgo no, non teme il fior, non teme; 
Vedesti lui simile ad uom che freme 
Dono infelice, io ti rifiuto; e insieme 67 
E l'esser nata mai ; sol fa la speme 
Così in voci interrotte irata freme. 
Scudi risnona, e minacciando freme. 36 
Fatta un Ciclope orrendo: ed ei non teme; 
Che pur, come animata, ai colpi geme. 
Riavuto dal colpo anco ne geme. 53 

A'suoi ragiona,e il duol nell'alma preme: 
Invitti, insin che verde é fior di speme; 
Sente la donna il cavalier che geme; HO 
Apri gli occhi Tancredi, a queste estreme 
Riguarda me cho vo' venirne insieme 
La gioventute altera accolta insieme 8 
Dà, grida, il segno, invitto duce; e freme. 



20G 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



20" 



Pugnammo nn tempo, e trionfammo insie-lS 
D! chi di voi non so la patria e il seme?[me; 
Benché per Paria ancor sospesa treme, 
Qaestie molti altri, che in silenzio preroe35 
Stringonsi i Persi, e Tante addosso insieme, 
Ma lo sposo fedel, che di lei teme. 
Chi fa vii, chi fa canto, or nnlla teme: 76 
Opera di furor più che di speme. 
Bitornan gli Aquilani, e tutti insieme 83 
Lo stuol che dianzi osava tanto, or teme; 
Cede chi rincalzò; chi cesse or preme. 



emi 



33 



7" 
8* 



92 



20" 



Né vo* eh' alcun d'autorità lo scemi: 
Ora diverse impor le pene o i premi. 
Non separar dagrinfìmi i supremi. 
Librar con giusta lance e pene e premi 
Mirar da lungi e preveder gli estremi. 
Per lo parti di mezzo e per gli estremi :24 
Mesce lodi e rampogne, e peno e premi- 
Mostri, soldato, il volto? e di che temi? 

emme 

20* Me l'oro del mio regno. e me le gemme 142 
Replica a lui Goffredo : Il Ciel non diemmo 
Ciò che ti vien dall'indiche maremme, 

omo 

5" Ben tosto fia, se pur qui centra avremo 50 
Ch'assai più chiaro il tuo valore estremo 
E senza te parranno il campo scemo. 
Cortole ch'io spero) alta vittoria avremo 2 
Di campo mal concorde e in parte scemo. 
Oh' appo r opre il parlare ho scarso e sce- 5 1 
Parlavi tu, parlavi il dotto estremo, [mo. 
Distendendo la destra, il re sapremo. 
Usa la sorte tua; che nulla io temo, 22 
Come face rinforza anzi l'estremo 
Tal, riempiendo ei d'ira il sangue scemo. 



9" 

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16" 
19» 
20» 



9" 



17' 



19' 



empi (o empj) 

1** Ma noi farà; provonirò questi empj 87 
Gli ucciderò, faronne acerbi scempj, 
Arderò loro alberghi e insieme i teinpj : 

4" Per questi piedi onde i superbi e gli emfi62 
Per l'alte tue vittorie, e per qua' tempi 
Il mio desir, che tu puoi solo, adempì; 

10" Quinci avran chiari e memorandi esempj; 76 
Difenderan le mitre e i sacri tempj. 
Difender gl'innocenti e punir gli empj, 

12° Passa pur questo potto, e feri scempj 76 
Ma forse, usata a fatti atroci od empj 
Dunqne i'vivrò tra memorandi esempj 
Tutta mini, e il foco e i nemici (>mpj 100 
Volino per le case e per li torapj 

16* OCii'lo,oDei,perchè8offrirquesti empj; 58 
Fulminar poi le torri e i vostri tumpj? 

n* Oh, s'avvenisse mai che cohtra gli empi?3 
E della pace in quei miseri tempi 
Duce sen gisse a vendicare i tempi 

20* Guarda tu le mie leggi e i sacri tumpj 26 
Assecnrale vergini dagli empj, 
A te, piangendo i lor passati tempi, 

empie 

13° Chi se ne spruzza il volto, echiletompie; 77 
Chi scaltro a miglior uso i vasi n'empie. 

empio 

2* E il disse in atto si feroce ed empio, 90 
Che parve aprir di Giano il chiuso tempio. 



Signor, tu che drizzasti ineontrs Tempio 73 
Si eh' ei ne fa, che d'Israel fea scompio, 
Tu fa ch'or giaccia (e fia pari l'esempio) 
Ma che ? Felice è cotal morte e scempio 44 
Né dar l'antico Campidoglio esempio 
Essi del ciel nel laminoso tempio 
Daria con la saa morte e con lo scempio 70 
Agli altri mostri memorando esempio. 
Ed eccitati dal paterno esempio 23 

Dice egli loro: Andianne ove quell'empio 
Né già ritardi il sangainoso scempio, 
Masene van le afflitte madri al teropio29 
A ripregar nome bugiardo ed empio. 
Io non ho dnnqae? Ahlsegnirò par rempio;64 
Né '1 ciel sarà per lai secnro tempio. 
Le membra appendo, ai dispietati esempio. 
Sagl i on verso occidente ov' è il gran tem-3 1 
Rinaldo corre, e caccia il popol empio, fpio, 
Sovra gli armati capi, e ne fa scempio. 
E veggia Armida il desiato scempio: 113 
Macon, s'io vinco, i'voto Tarme al tempio. 

empre 

7° E par su Telmo il coglie,e indarno sempre;33 
Che Telmo adamantine avea le tempre. 

ena 

1" Fnr cinquemila alla partenza: appena 42 
(De' Persi avanzo) il terzo or qui ne mena. 

4* Che non somigli tn cosa terrena. 35 

Cotanto il ciel di sua luce serena; 
Qual tua ventura o nostra or qui ti mena? 
Esce da vaghe labbra aarea catena 83 
Che Talme a suo voler prende ed affrena. 

5* Non però sfoga Tira, o si raffrena 24 

Quel cieco impeto in lui eh' a morte il mena; 
SegaeEustazio il primiero,e puote appenaSO 
Vassene frettoloso ove nel mena 
Errò la notte tepida e serena: 

6* Argante il corridor dal corso affrena, 3ó 
Che se n'accorge il suo nemico appena. 
Tremar le gambe, indebolir la lena, 
Estrema forza o infatieabil lena, 4ò 

Che ne trema la terra, e il ciel balena: * 
Onde si copra, onde respiri appena; 
7* Spento era ornai, s'i che vedeasi appena,36 
Che no fa l'aria lucida e serena. 
Sol fra notturne pompe altera scena; 
Di fucina mortai tempra terrena 93 

D'eterno fabro), e cade in sa T arena. 
Minutissime parti, il crede appena; 

12* E t'espon salva in sa la molle arena: 35 
Stanco, anelando, io poi vi giungo a pena. 
Miralo, prego, e te raccogli, e frena SS 
Quel dolor eh' a morir doppio ti mena. 

13" Onde qui caldo avrem ,qual T hanno appo- 1 4 
Pur a noi fia men grave in città piena [na 
Ma i Franchi in torra asciutta e non ameni 

14° Profondità sotto quel rio lor mena. 37 
Qoal,tra'boschi,diCintiaancor non piena: 
Veggiono, onde tra noi sorge ogni vena, 
Cosi dal palco di notturna scena 61 

Questa, benché non sia vera Sirena, 
Di quelle che già presso alla tirrena 

1.50 Sovra ha di negre selve opaca scena: 43 
D'edere d'ombre e di dolci acque amena. 
Morso le stanche navi àncora frena. 

16" Or che farà? dee su l'ignuda arena 6S 
Cortesia lo ritieu, pietà T affrena. 
Parto; e di lievi zefQri è ripiena 

17* Sa quella via che inveì: Pelasio mena, 1 



KIMABIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



297 



Immemie solitudini d'arena, 
Nesce il turbo spirante; onde a gran pena 
17** Ma prence degli eserciti, e con piena 12 

Possanza è T altro ordinator di pena. 
18° Egli sen va sovra nndestrier ch'appena 60 

Segna nel corso la più molle arena. 
19" Alfin lasciò la spada alla catena 17 

Fa ristesso Tancredi; e con gran lena 
Né con più forza dall'adulta arena 
Dentro alle porto; e le risorra appena, 49 
Rinaldo vion, nò quivi anco s'alfrena. 
In opra d'arme, e giuramento il mena; 
La bella fronte sua torna serena; 70 

Un soave sorriso apre e balena. 
Il' anima mia pnote scemar la pena, 
£ in lui versò d'inossiccabil vena 105 

In che misero punto or qui mi mena 
Dopo gran tempo i'ti ritrovo appena, 
20" Sovra gli altri ferisce, e tronca e svena.Sl 
Kicerca poi, come furore il mena, 
Qual da povera mensa a ricca cena 
end» 
2* Ma, s'animosità gli occhi non benda, 70 
Scorgerai ch'ove tu la guerra prend/i, 
Che fortuna qua giù varia a vicenda, 
3" Polvere i'veggio! oh come par che splonda! 10 
S'armi ciascun veloce, e i muri ascenda: 
La voce : ognun s' affretti, e T armi prenda : 
4* Né degna cura fia che il cor n'accenda? 13 
Il suo popol fedele in Asia prenda ? 
Che il nome suo più si dilati e stenda? 
Ahi, che fiamma dal cielo anzi in me scen- 57 
Santa ouestà,ch'io le tue leggi offenda! [da, 
5* Che dal vostro piacer libero penda. 5 

Successor novo; e di voi cura ei prenda, 
Non già di diece il numero trascenda; 
QuantoToreeil dominio oltre si stenda, 17 
Cui titolo rogai chiara non ronda; 
Seco di merto il cavalier contenda; 
6* S'indugi pure, e Soliman s'attenda; 12 
Ei, che perde il suo regno, il tuo difonda. 
E vuol che '1 suo valor con chiara emenda 36 
Copra il suo fallo, e, come suol, risplenda. 
8** Né lodo io già che dubbia via tu prenda, 45 
Pria che di lui eerta novella intenda. 
La terra piena del mio nome intonda: 80 
Opre mie la memoria e il ver difenda: 
Ceda, né sovra i rei la pena scenda. 
1 1" Alla cura di lui vuol che si prenda: 69 
E largamente, si risechi e fenda. 
Non sia col dì prima eh' a lei mi renda. 
13" Ma s' alcun v'è.cuinobil voglia accendasi 
Vadane pure, e la ventura imprenda. 
Così diss'egli; e la gran selva orrenda [da 
14" Deh ! consenti ch'ei rieda.e che, in ammen-22 
Del fallo, in prò comune il sangue spenda. 
18" Or vegno a' tuoi richiami ; ed ogni emenda 1 
Son pronto a far, che grato a te mi renda. 
Con le macchine tue le mura offenda : 55 
Centra la porta aquilonar si stenda ; 
Indi il maggior impeto no.stro attenda : 
19" Or ricomincian qui colpi a vicenda: 19 
La pugna ha manco d' arte, ed è più orrenda. 
Vafrin vi guata.e par eh' ad altfo intenda, 61 
Come sia cura sua conciar la tenda. 
E pur anco tornò di tenda in tonda 66 
Per udir cosa, onde il ver meglio intenda. 
ende 
1** Scorge che dalla bocca intento pende 10 
DiGaelfo,eichiariantiquie8empj apprendo. I 



1** Nelle Bcole d'Amor,che non s'apprende? 57 
Va sempre affissa al caro fianco ; e pende [de 
Colpo,cb'adun8olnuoccia,unquanonscen- 
Va più sempre avanzando, e in alto ascen- 73 
Tremuli e chiari, onde le viste offende [de, 
E quasi d'alto incendio in forma splende: 
Così leou domestico riprende 85 

L'innato suo furor, s'altri l'offende. 
2** Ma, perch'oltra il meriggio il Sol già 8cen-56 
Qui fa spiegare il Capitan le tende, [de, 
* Dirai: L'armata in mar cura ne prende. 75 
Dai venti adunque il viver tuo dipende? 
3" Nò sì dal ferro a riguardarsi attende, 24 
Ond'amor l'arco inevitabil tende. 
Talor che la sua destra armata stende; 
Poi che intorno ha mirato,a'suoi discendo;64 
S'oppugneria dove il più erto ascende. 
Che con lei si congiunge, alza le tende; 
4" Terrore accresce, e più superbo il rende; 7 
Come infausta cometa, il guardo splende; 
Ispida e folta la gran barba scende; 
Dove spiegate i Franchi avean le tende. 28 
Nasce un bÌBbiglio,eil guardo ognun v'in- 

[tende, 
Non più vista di giorno in ciel risplende: 
Ciò detto tace, e la risposta attende 65 
Goffredo il dubbio cor voi ve e sospendo 
Temei barbari inganni e ben comprende 
Mail cielo accuso, onde il mio mal di8cen-71 
Che in te pietate inesorabil rende. [de, 
Le belle gote e il seno adorno rende, 76 
Petti serpe celato e vi s'apprende. 
Traggo dol pianto,e i cor nel Pacqua accende! 
L'uom ch'innocente vergine difende; 80 
Che d'ucciso tiranno altri gli appende. 
Quell'util certo che da lei s'attende, 
5** E d'eccelso e d'illustre in lui risplende 24 
Pur come vizio sia, biasma e riprende; 
Emulo suo, pubblico il snon n'intende: 
Di finissimo acciaio adorno rende; 44 

E la fatale spada al fianco appende; 
Come folgore suol, nell'armi splende. 
Egli tutti ringrazia, e seco prende 51 

Sol duo scudieri, e sul cavallo asconde. 
E quante insidie al suo bel volo tende 62 
L'infido amor, tutte fallaci rende. 
Ciascuna delle parti, e in nulla pende, 72 
Al vaneggiar de' cavalier s'accende; 
Novo consiglio in accordarli prende: 
Illegittimo servo. E chi, riprende 82 

Cruccioso il giovinetto, a me il contende? 
Ne trapassa la fama e si distende; 89 

Ha della fame, che vicina attende. 
Solito loro in essi or non comprende, 
6** Questo popolo e quello incerto pende 49 
E fra tema e speranza il fin n'attende, 
E non si vede pur, né pur s'intende 
Col durissimo acciar preme ed offende 92 
E la tenera man lo scudo prende, 
Così tutta di ferro intorno splende, 
Spingesi alfine innanzi, e in parte ascen - 1 02 
Onde comincia a discoprir le tende, [de. 
Giunge al campo tal nova, e se n' intende 1 13 
Il primo suon nelle latine tende. 
7" Mentr'ei così ragiona, Erminia pende 14 
E quel saggio parlar, ch'ai cor le scende. 
Dopo molto pensar consiglio prende 
Senza molto mirarle egli le prende, 52 
E la solita spada al fianco appende, 
Qual con le chiome sanguinose orrende 
Che d' ogn' intorno orribile s' intende. 57 



298 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Olioreceìiieil cor degli ascoltanti offende. 
Nella tenda maggior deiraltre tende: 

7* Dalla grave faretra nn qnadrel prende, 101 
£ su Tarco T adatta, e Tarco tende. 

8" Anzi dal Sol notturno nn raggio scende, 32 
Qnasi aureo tratto di pennel si stende: 
Ch'ogni sua piaga ne sfavilla e splende; 
E passa fra gli Elvezj, e vi s* apprende, 72 
£ di là poscia agl'Inghilesi tende. 

9* Per 81 profondo orror Terso le tende J6 
Ha quando a mezzo del sno corso ascenoe 

* A mon d'un miglio ove riposo prende 

Cui dal collo la coma anco non pende, 29 
Cresciuti, e Tarme della bocca orrende, 
E con Tesempio a incrudelir gli accende 
Poi fere Albin là Ve primier s'appronde63 
Nostro alimento, e il viso a Gallo fende. 

11* Con larghi giri si dispiega e stende, 10 
Monte che dairOlive il nome prende; 
Cfi'oriental centra le mura ascende; 
Delle acute quadrella al tergo pende 28 
E già lo strai v*ha sulla corda, e il tende; 
La bella arciera i suoi nemici attende. 
E ben cadeva alle percosse orrende, 40 
Ha sin da'merli il popolo il difende 
Ch' ovunque la gran trave in lui si stende. 
Così ragiona: e in guisa tal s'accende 62 
Che quell'ampia città ch'egli difende 
E si lancia a gran salti ove si fende 

12** Darlati, se la cerchi; e ferma attende. 53 
Ha il suo nemico, usar cavallo, e scende. 
Ed aguzza l'orgoglio, e l'ira accende; 

IS" Sorge non lungi alle cristiane tende 2 
Foltissima di piante antiche, orrende. 
Qui nell'ora che '1 Sol più chiaro splende, 
Che fu suo caro cibo, a schifo prende: 62 
Cervice dianzi, or giù dimessa pende: 
Kè più nobìl di gloria amor raccende; 
So dal ciel pioggia desiata scende, 76 

Con rauco mormorar lieto l'attende, 
Alcuna di bagnarsi in lui si rende, 

14" Daquestaorquel,ch'alpio6ng1iondiscen-3 
L'ali dorate inverso lui distendo. [de, 

Un'isoletta la qnal nome prende 70 

Quinci ella in cima a una montagna ascende 
E, per incanto, a lei nevose rende 

lo* Raccolte haqueste: or le lontane attende:13 
Il vasto imperio suo molto si stende. 
Fatto avrem noi che mova egli le tende; 
Ove si curva il lido, e in fuori stende 42 
XJn ampio seno, e porto un scoglio rende. 
Che vien dall'alto, e la respinge e fende. 
Pinsuso alquanto il passo a lor contende 50 
E i velli arriz7.a,e le caverne orrende 
Si sferza con la coda, e Tire accende. 

17" A destra ed a sinistra in se comprende 6 
E fnor dell'Eritreo molto si stonde 
LMmperiohain sé gran forze,e piùlorende 
La guardia de' Circassi in due si fonde, 37 
E gli fa strada al seggio: ed ei v'ascende; 
Di varie genti investigando intende. 55 
Che lor dall'orto il quarto Sol risplende; 
La nave terra finalmente prende. 
Tempo è, dieea, di girne ove t'attende 85 
Or n'andiampnr; che alle cristiane tende 
Così dice egli: e poi sul carro ascende, 

IS" La raccoglie Goffredo, e la difende; 51 
Che dal collo ad un filo avvinta pende 
La disserra e dispiega; e bene intende 
E mostra fa del nudo collo, e prende 59 
D'intorno al capo attorcigliate bende. 



18" E sale il maro, e il signoreggia, e il rende 78 
Sgombro e seeuro a chi di retro ascende. 
Qaal fiamma nera, e qnal sangaigna 84 

[splende: 
Accieca il fumo; il foco arde e s'apprende. 
Schermo alla torre; appena or la difende. 

19** E con la manca al dritto braccio il prende ; 16 
Di punte mortalissime gli offende 
11 vinto schermitor risposta rende. 
Egli ferrata mazza a due man prende, 42 
E stassi al varco intrepido, e difende 
Eran mortali le percosse orrendo; 
Per le vie, per le piazze e per le tende. 60 
L'arti e gli ordini osserva,e i nomi apprende: 
Spia gli occulti disegni, e parte intende. 
E già spari an le Saracino tende, 86 

Del pio Goffredo altri le insidie tende. 
L'iniqua tela a lui dispiega e stende. 

20" Cosi lo sfida; e di percosse orrende 103 
L'elmo fatai (che non si può) non fende; 
Rinaldo lui sul fianco in guisa offende. 
Da tergo ei se le avventa, e il braccio 127 

[prende, 
Che già la fera punta al petto stende. 

e 

ondi 

7" Freme il Circasso irato e dice: Or prendi 86 
E tosto e si parrà come difendi 
Cosi mossero in giostra, e i colpi orrendi 
12" E incominciò Clorinda: sire, att^endi 9 
Aciòche dir vog]iamti,eingrado il prendi. 
Con gli altri, prego,in su le porte attendi: 16 
Ritornino essi, e desti abbian gl'incendi, 
Lui risospingi, e lor salva e difendi. 
La pargoletta man secura stendi : 31 

Di nutrice, s'adatta; e tu le prendi 
Com'nom furia nuovi prodigj orrendi. 

endo 

3° Già questi seguitando, o quei fuggendo, H.3 
Quando alzare i Pagani nn grido orrendo, 
E fecero un gran giro, e poi volgendo 
7* Così spinge le genti; e, ricevendo 113 

Urta i Fr.-mcosi con assalto orrendo. 
Ed in quel tempo Argante anco volgendo 

11° E tal del sno valor dà segno orrendo, 67 
Che chi vinse e fugò, fugge or perdendo. 
E in Goffredo il ritorce: A te, dicendo, 79 
Rimando il tronco, e l'armi tue ti rendo. 

13* Crollava il capo, e sorridea, dicendo: 25 
Io sol quel bosco di troncare intendo. 
Già noi mi vieterà fantasma orrendo, 

18" E procurate voi che mentre ascendo 66 
Schiera non sia che subita venendo 
Tacque: e già da tre lati assalto orreado 
Ha venirne Rinaldo in volto orrendo, 99 
Or che farò? se qui la vita spendo, 
E, in sé nove difese anco volgendo, 

19* Ha in questo dir sorrise, e fé ridendo 79 
Una deir altre allor qui sorginngendo 
Disse: Involarti a ciascun' altra intendo: 

20" Tal che (strano spettacolo ed orrendo!) 39 
Ridea sforzato, e si moria ridendo. 
Onde il re cade, e con singnlto orrendo 89 
La terra, ove regnò, morde morendo. 

ene 

1" La sua mente in sno nome. Oh quanta spe-K 
Dell' oste a te commessa or ti conviene! (ne 
Alle parti più eccelse e più serene. 
Pendano poi de' premi e delle pene, 31 



EIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



299 



Itì errante il governo esser conviene. 
Fate un capo, che gli altri indrizzi e frene; 
1° Legger potria: questi arde, e faor di spene 49 
Basse le ciglia, e di mestizia piene 
Lasciar le piagge di Campagna amene, 
Passati i cavalieri, in mostra viene 61 
Beggea Tolosa, e scelse infra Pirone 
Son quattromila, e bene armati e bene 
2** Signor, dicea, senza tardar sen vieno 3 
Ha facciam noi ciò ohe a noi far conviene ; 
Ben tu di re, di duce hai tatto piene 
L^altera donna,e innanzi al re sen viene; 19 
Ma il fero aspetto intrepida sostiene. 
Prego sospenda, e il tno popolo affrene), 
Diss'ella: è giusto; esser a me conviene ,23 
Se fui sola all'onor, sola alle pene. 
£ che in disprezzo suo sprezzin le pene 32 
Vinca, e la palma sia qnal si conviene 
A legar il garzon di lor catene. 
Fuggir le dubbie guerre a te conviene ; 67 
Né tua gloria maggior quinci diviene ; 
£ Tonor perdi se il contrario avviene. 
3** Ben con alto principio a noi conviene, 13 
Dicea, fondar dell'Asia oggi la spene. 
Chi è dunque costui, che così bene 18 

A quella invece di risposta viene 
Pur gli spirti e le lagrime ritiene: 
4* L' alma, e i pensier per diffidenza affrene, 88 
Volge le luci in lui liete e serene; 
Sprona, ed affida la dubbiosa spene: 
In riso e in pianto, e fra paura e spene, 93 
L'ingannatrice donna a prender viene; 
Osa parlando d'accennar sue pene, 
5* Ove gli stringa poi d'altre catene, 66 

Che non son quelle end' or presi li tiene. 
Ch'assecuri la via che dall'arene 88 

Del mar di Palestina al campo viene. 
6° Tancredi alfine a risvegliar sua speue 60 
Sovra Gerusalemme ad oste viene. 
E curar il nemico a lei conviene: 63 

Succo sparger in lui, che l' avveleno; 
Trattar l'arti maligne, e se n'astiene. 
Oh! con quanta fatica ella sostiene 93 
Ed alla fida compagnia s'attiene. 
Ma rinforzan gli spirti amore e spene, 
Essere, o mio fedele, a te conviene 99 

Vattene al campo, e fa' eh' alcun ti mene 
A cui dirai che donna a lui ne viene, 
7** Botti da un chiaro suon eh' a lei ne viene, 6 
Misto e di boscherecce incnlte avene. 
E vede un uom canuto all'ombre amene 
11 perfido Pagan già non sostiene 43 

Sente fischiare il ferro, e tra le vene 
Fugge dal colpo, e il colpo a cader viene 
8" Sai quanto ciò rilevi e se conviene 3 

Scendi tra i Franchi adunque; e ciò ch'a bene 
Spargi le fiamme e il tosco entro le vene 
Confida in quel Signor ch^a'pii sovviene, 27 
E con la grazia i preghi altrui previene. 
Tacque; e dal Cielo infuso ir fra le vene 77 
Colmo d'alto vigor, d'ardita spene 
E da'suoi circondato oltra sen viene 
9" Porge pietoso il braccio e lo sostiene: 32 
Altrui la sua medesma a giunger viene; 
Ed atterra con lui chi a lui s'attiene. 
Di verso il colle e la città ne viene: 44 
I primi assalti de' nemici affrene. 
Vo^che di questi miei teoo ne mene: 
Della guerra ai guer rier, cui ciò conviene; 59 
Piagge del ciel conturbi ed avveleno: 
Suo degno albergo, alle sne giuste pene; 



9** Percote, e lor percosse anco sostiene, 91 
La fortuna de' Barbari e la spene; 
Che folgori di guerra in grembo tiene; 
10*^ Come dal chiuso ovit cacciato viene 3 
Che, sebben del gran ventre ornai ripiene 
Àvido par di sangue anco fuor tiene 
11° Tu movi, Capitan, Tarmi terrene; 1 
Ma di là non cominci onde conviene. 
Nò la dura corazza anco il sostiene; 79 
Il sangue Saracino a sugger viene. 
Dall'arme il ferro affisso e dalle vene, 
Da' gran perigli uscita ella sen viene 84 
Ma qual nave talor eh' a vele piene 
Poscia ih vista del porto, o su le arene, 
12" Tu, come al regio onor più si conviene, 16 
E, quando poi (che n'ho secura spene) 
Se stuol nemico seguitando viene, 
Mi getto a nuoto; ed una man ne viene 34 
Bompendo l'acqua, e ie l'altra sostiene. 
13* Con ciascuna di lor notturno viene; 4 

E chi forma d'un irco informe tiene: 
Snole allettar di desiato bene 
Lasciali pensiero audace: altri con viene 51 
Qià già la fatai nave all'erme arene 
Già, rotte le indegnissime catene, 
E de^suoi danni a ristorar si viene; 78 
Di fessure le membra avea ripiene, 
E la comparte alle più interne vene; 
14" Torni Rinaldo : e da qui innanzi affrene, 26 
E risponda con l'opre all'alta spene 
Ma il richiamarlo,o Guelfo, a te conviene: 
Così con lor parlando, al loco viene 43 
Questo è in forma di speco, e in so contiene 
£ ciò che nudre entro le ricche vene 
Lequai fioriau per quelle piagge amene,63 
Lente ma tenacissime catene. 
Così l'avvinse, e così preso il tiene: 
15** Ed eranvi le piaggio allor ripiene 10 

Quasi d'uomini sì, come d'arene. 
Si lascia, e costeggiando Africa viene, 17 
Fertil di mostri e d' infeconde arene. 
Dove cinque cittadi ebbe Cirene. 
Che mortali perigli in sé contiene, 57 
Ed esser cauti molto a noi conviene. 
Di queste del piacer false sirene, 
16** Dopo vaneggiar lungo in sé riviene, 31 
Ma sé stesso mirar già non sostiene; 
Guardando a terra, la vergogna il tiene. 
Dissegli Ubaldo allor: Già non conviene 41 
Di beltà armata e de'suoi preghi or viene, 
Qual più forte di te, se le Sirene, 
Ma sui mari sospeso il corso tiene, 71 

Infin che ai lidi di Seria perviene. 
17** Ed accresciuto in guisa tal, che viene 5 
Da'marmarici fini e da Cirene; 
Corso del Nilo assai sovra Siene ; 
Ma ungeste immensa ; e campi e lidi tiene. 17 
Per tanti: e pur da una città sua viene: 
Mille cittadinanze in sé contiene: 
Tra fonti e fior, tra Ninfe e tra Sirene, 61 
Della virtù riposto é il nostro bene. 
Dalle vie del piacer là non perviene. 
E s'arma frettoloso, e con la spene 82 
Già la vittoria usurpa e la proviene. 
18" Il cavalier(pnr come agli altri avviene) 19 
E v'ode poi di Ninfe e di Sirene, 
Onde maravigliando il pie ritiene. 
Ben caro giungi in queste chiostre amene, 28 
della donna nostra amore e spene. 
Che la soda testuggine sostiene 74 

Ciò che di rniaoso in giù ne viene. 



300 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



enna 



1" Forse nn di fla che la presaga penna 4 
Osi scriver dì te quel ch'or n'accenna. 

3** 11 buon Tancredi, a cui Goffredo accenna, 16 
Sua squadra mosse, ed arrestò V antenna. 



enne 



14 



1" Pria sul Libano monte ei si ritenne, 
E si librò sa T adegnate penne; 
£ Boemondo sol qui non convenne. 20 

E tra gli alberghi suoi Tortosa tenne. 
(Glorioso senato) in dì solenne. 

4° Figlia i'sond'Arbilan, che il freno tenne43 
Ha la bella Cariclia in sposa ottenne, 
Costei col suo morir quasi provenne 

6° Sin da quel dì ch'emulo tuo divonne; 20 
Questi già con Gernando in gara venne. 
11 nobi) grado cl\e Dudon pria tenne; 
Tancredi, e più fra lor non si ritenne: 40 
Un suo destrior, che parve aver le penne. 
L'orgoglio e ralma,alpadig1ionsen venne. 

6" I duo guerrier le noderose antenne; 40 
Né fu mai tal velocità di penne. 
Quinci Tancredi, e quindi Argante venne. 
Che d'Antiochia già l'imperio tenne, 56 
Fra l'altre prede, anch' ella in poter venne 
Che nulla ingiuria in sua balìa sostenne; 



F»0 



Pagan si fece, e difensor divenne 



33 



Di quell'usanza rea ch'ivi si tenne. 
3" Sinché nell'Asia a guerreggiar sen venne 58 

E per fama miglior chiaro divenne. 
10" Poi nel castello istesso a sorte venne 70 

Ma poco dopo in carcere ci tenne 

Di seco trarne da quell'empia ottenne 
Ì2" Nel sangue del nemico, e in sé rivenne, 50 

Sé da' nemici; e morta allor si tenne. 

Nov'arte di salvarsi le sovvenne: 
15" Lontano sì le fortunate antenne, 32 

La fama e' ha mille occhi e mille penne. 

Basti a' posteri tuoi ch'alquanto accenno; 
17** E tributario al Calife; ma tenue 24 

Santa credenza il terzo, e qui non venne. 
20" Quando quel campo e questo a fronte ven - 2d 

Di muover già, già d'assalire accenno; [ne, 

E ventolar su i gran cimier le penne; 

Nò chi pur lungo d'assalirlo accenno. 41 

Né da quel dubbio paragon s'astenne. 

Imbracciò scudo o maneggiò bipenne, 

Che vive il foco suo ch'ascoso tenne. 63 

Tre volte essa inchinolla, e si ritenne. 

E fé volar del suo quadrel le penne. 

Che noi sentì quando da prima ei venne. 123 

Torse le luci disdegnosa, e svenne. 

Piegando il lento collo : ei la sostenne 

enni 

5" Anch'io fui provocato, e pur non venni 47 
Co'Fedeli in contesa, e mi contonni; 

enne 

1" L'approvargli altriresser sue parti denno33 
Imponga ai vinti legge egli a suo senno 
Gli altri, già pari, ubbidienti al cenno 
20" Ecco r anelila tua; d'essa a tuo senno 136 
Dispon, gli disse, e le fia legge il cenno. 

eno 

1" BeggeCarintia,epressorrstroe ilReno41 
Ciò che i prischi Suevi e i Reti avieno. 
Disegni loro, e sfogherommi appieno; 87 j 
Svenerò i figli alle lor madri in seno, j 



Questi i debiti roghi ai morti fieno ; 

2" Ed oh mia morte avventurosa appieno ! 35 
8' impetrerò che giunto seno a seno 
E, venendo tu meco a un tempo meno, 
Ma la destra si pose Alete al seno, 61 

E l'onorò con ogni modo appieno. 
Cominciò poscia; e di sua bocca useieno 

3" Poi stringe il ferro ; e quand' ei giunge ap-34 

[pieno, 
Sempre uccide, od abbatte, o piaga almeno. 
Della cittade il terzo, o poco meno: 65 
(Cotanto ella volgea) cingerla appieno: 
Tenta Goffredo d'impedirle almeno; 

4" Né della vista del natio terreno 54 

Potea partendo saziarle appieno- 
Fra sue bevande a mescolar veneno, 57 
Chi legge mi prescriva, o tenga freno; 
Volea raccormi a mille amanti in seno 

5o Ma centra l'arme di costei non meno 65 
Però ch'altro desio gl'ingombra il seno, 
Che siccome dall' un T altro veneno 

6° Ma, più ch'altra cagion, dal molle seno 70 
E crederia fra l' ugno e fra il veneno 
Pnr, se non della vita, avere almeno 

7" Non può far quel magnanimo eh' al meno 1 13 
Che non ha la paura arte, né freno, 
11 pio Buglion, che i suoi pensieri appieno 

S* Ministra, e t' armerò la destra e il seno. 62 
Spirito novo di furor ripieno. 
Gli occhi gonfi di rabbia e di veneno; 

9" Vedete là di mille furti pieno 17 

Che quasi nn mar nel suo vorace seno 
Queste ora a voi (né già potria con meno 
A Gilberto, a Filippo Ariadeno 40 

Toglie la vita, i quai nacquer snl Beno. 
Tal suol, fendendo il liquido sereno, 62 
Stella cader della gran madre in seno. 
Non lontana è Clorinda, e già non meuo6S 
Caccia la spada a Berlingier nel seno 
E quel colpo a trovarlo andò sì pieno, 
10** Ben veder ponno i duo dal cavo seno 16 
La nebbia intorno, e fuori il ciol sereno. 
Apriva allora nn picciol uscio Ismeno; 34 
A cui luce mal certo e mal sereno 
In sotterraneo chiostro alfin venieno 
Il suo medesmo soglio al gran Niceno. 54 
Si pone, ed al suo fianco allnoga Ismeno: 
Di lor venuta, ed ei risponde appieno, 
E quanto sovra voi l'imperio ho pieno. 63 
Perda in prigione eterna il oiel sereno; 
Faccia e germogli nel terrestre seno; 
12° Or questa or quel teneramente al seno. 12 
La generosa invidia ond'egli è pieno, 
Yerravvi a paro, o poco dietro almeno. 
Degne d'un chiaroSoÌ,degned'ttn pieno54 
Notte, che nel profondo oscuro seno 
Piacciati ch'io nel tragga, e in bel sereno 
Ma come giunse, e vide in quel bel seno.SI 
E, quasi nn ciel notturno anco sereno, 
Tremò così, che ne cadea, se meno 
E dalli tu, poich'io non posso, almeno 97 
Alle amate reliquie e' hai nel seno. 
14<* Pareagli esser traslato in un sereno 4 
Candido, e d'auree fiamme adorno e pieno. 
15" Altre spiegar le vele, e ne vedieno i2 
E da essi e da'rostri il molle seno 
Disse la donna allor: Benché ripieno 
16" La forma lor, le maraviglie appieno, 21 
Più che '1 cristallo tuo, mostra il mio seno. 
Non entra Amor a rinnovar nel seno, 62 
V'entra piotate in quella veee almen«i 



j 



KIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



301 



E Ini commoTe in gnisa tal, eh' a freno 

17" Poi duo Regi 80i;getti anco venieno 25 
Un soldano è d'Ormus, che dal gran seno 
L'altro di Boecan: qnesta è nel pieno 
Oh, come tratto ho fuor del fosco seno 87 
Così potessi anco scoprir appieno 
E,priach*essiaprangli occhi al bel soreuo 

IS" Già neir aprir d'nn rustico Sileno 30 

Ma quel gran mirto dalT aperto seno 
Donna mostrò ch'assomigliava appieno 
Giungi i labbri alle lahbra.il seno al seno ; 33 
Porgi la destra alla mia destra almeno. 
£ macchine Todean; ma non appieno 46 
Kiconoseer lor forma indi potieno. 

Id" Ogni cosa di strago era già pieno : 30 

Là i feriti sui morti, e qni giacieno 
Fnggian, premendo i pargoletti al seno, 
Qnararti di congiura, e quali sieno 65 
IjO mentite armi, e noi comprese appieno. 
Sfortunato silenzio! avess' io almeno 97 
S'esser poscia dovea lentato il freno, 
Partirmi in somma, e le mie piaghe in seno 

20" Ai novi albori, e tien gli audaci a freno; 4 
Vnol che si tentin gli avversarj almeno. 
Fatiche un giorno io vi ristori appieno. 
Scendesse un lampo lucido e sereno, 20 
Scuoter dal manto suo stella o baleno : 
Ginso il mandasse dal più intorno sono: 
Qni tacque; e di furor pitiche mai pieno, % 
Ch'o8Ò,rompendoogn' arme, entrar nel seno 
Ella, repente abbandonando il freno. 
Una di sangue oggi si bagni almeno? 124 
Oserete piagar femminil seno. 
I pregi vostri e le vittorie sieno 

ensa 

2** Quel che peccato de' Fedeli ei pensa, 11 
D'ira e di rabbia immodorata, immensa: 
Segna che pnote, e sfogar l'alma acconsa. 
7» E qnesta greggia e l'orticel dispensa 10 
Cibi non compri alla mia parca mensa: 

10** Apprestar sn l'erbetta ov'è più densa 64 
Foce di scolti vasi altera mensa. 
Era qni ciò ch'ogni stagion di.^pensa, 

11" Che di gran cena al sacerdote è mensa; 14 
Sublime lampa in lucìd'oro acccnsa. 
Prende Guglielmo, e pria tacito pensa; 

13" Ma cadde appena in cenere Timmonsa 1 
Ohe in se novi argomenti Ismen ripensa. 
Onde ai Franchi impedir ciò che dis).ensa 

17" £ fra le grida e i suoni in mezzo a densa 41 
E, giunto alla gran tenda, a lieta mensa 
Onde or cibo, or parole altrui dispensa, 

18** Gran parte orando il pioBuglioniiispcnsa;62 
E pascali pan dell'alme alla gran mensa. 
Dimostra, ove adoprarle egli meo pensa: 

enei 

4" Donna, se pnr tal nome a te eonviensi, 35 
Kè v'è figlia d'Adamo in cui dispensi 
Che da te si ricerca? e donde viensi? 
E di doppia dolcezza inebria i sonsi^ 92 
Kon prima nsata a quei diletti immensi. 
L'assenzio,.eiImel cheto fra noi dispunsi, 

8" Vivo; né vivo forse è chi mi pensi: 25 
Kidir, sì tutti avea sopiti i sensi. 
Ch'eran d'atra caligine condensi, 
Kicopriva del cielo i campi immensi, 57 
Lusingando sopìa le cnre e i sensi : 
D'aspro dolor, volgi gran coso, e pensi ; 

0" DairaUraparte.ei gnerrier folti densi, 53 



Tutti han pieni dell'aria i eampi immensi. 

Non è chi indietro di rivolger pensi; 
12" E non travii col vaneggiar de' sensi, 93 

Quanto più creatura amar eonviensi. 

Per gli occhi, fuor del mortai uso aceensit 
18" Qnantae qnal 8Ìaqueiroste,e ciòcho pensi59 

Yantomi in lui scoprir gl'intimi sensi, 

Così parla Vafrino, e non trattiensi; 
20" Volgonsi nel suo nor diversi sensi: 106 

Non che fuggir, non che ritrarsi pensi. 



enao 



12 



Che la pugna e la calca e l'aer denso 49 
Ai cor togliea la cura, agli occhi il senso. 

13" Caldo o ferver, comò di foco intenso; 36 
Mal potè giudicar si tosto il senso: 
Quel simulacro; e giunse un nuvol denso, 

14° Risponde: Siete voi nel grembo immen8o41 
Né già potreste penetrar nel denso 
Vi scorgo al mio palagio, il quale accenso 

18" Drizza pur gli occhi a riguardar 1' immen-93 
Ch'io dinanzi torrotti il nuvol denso (ho 
Adombrando t'appanna il mortai senso, 

enta 

2" Soletto Tsmeno nn dì gli s'appresenta; 1 
Può corpo estinto, e far che spiri o senta; 
Sin nella reggia sua Plnton spaventa, 

5" Ma per le voci altrui già non s'allenta 29 
Sprezza i gridi e i ripari e ciò che tenta 
£ fra gli uomini e l'armi oltre s'avventa, 

6" Qual nelle alpestri selve orsa, che senta 45 
E centra l'arme sé medesroa avventa, 
Tale il Circasso indomito diventa, 
Ad or ad or la turba e la sgomenta: 65 
Sì strane larve il sogno le appresenta. 
Lacero e sanguinoso; e par che senta 
Parte si vede, alquanto il corso allenta; 97 
Né d'esser ritenuta ornai paventa. 
Non bene aveva, ed or le s'appresenta 

7" E de' corsieri l'impeto sostenta; 111 

Ed ora a questo, ed ora a quel s'avventa. 
E sudor versa e sangue, e par noi senta 

8" La vita no, ma la virtù sostenta 23 

Ripercote percosso, e non s'allenta; 
Qnand'ecco furiando a lui s'avventa 
Che la Furia crudel gli s'appresenta 59 
Sotto orribili larve e lo sgomenta. 
Né, perchè d'arme e di minacce ei senta 77 
Fremito d'ogn' intorno, il passo allenta. 
10° E r una man precede e il varco tenta, 29 

L'altra per guida al principe appresenta 

11" Ma il fortissimo eroe, quasi non senta 55 

Dal cominciato corso il pie non lenta, 

Pnr s'avvede egli poi che noi sostenta 

16° Ella sei vede, e invan pnr s'argomenta 36 

Di ritenerlo, e l'arti sue ritenta. 
18° Non è la turba di Seria già lenta 65 

Ove il Bnglion le macchine appresenta. 
Ma il Capitan, eh' a tergo aver rammenta 
19° Mentre il Latin di sottentrar ritenta, 14 
Vibra Argante la spada, e gli appresenta 
Ma lei sì presta allor sì violenta 
20° Sfogar ne' campi più sublimi tenta, 89 
Che fra' primi combatte, e gli s'avventa: 
Tocca e ritocca, e il sno colpir non lenta;^ 

ente 

1° Già il sesto anno volgea, che in Oriento 6 
E Nicea per assalto, e la potente 
L' avea posciainbattaglia,incontro a gente 



302 



BIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



1* Quando a paro col Sol, ma più lacente, 15 
L^ÀDgelo gli appari dall' Oriente; 
Finché invaghì la giovinetta mente 69 
La tromba cUe s'adìa dalP Oriente. 
Forse, che non parrebbe il mal presente : 82 
Ogni orecchia sospesa ed ogni mente; 
Trascorre i campi e la città dolente. 

2" Sì disse, e il persuase: e. impaziente 7 
E sforzò i sacerdoti, e irriverente 
£ portoUo a qnel tempio, ove sovente 
La fama tra'Fedeli immantinente, 13 
11 timor della morte ornai presente: 
Lo scusar o il pregar ardisca o tonte 
Alza Sofronia il viso, e umanamente 30 
A che ne vieni, o misero innocente? 
Non sono io dunque senza te possente 

3** IScoo da mille voci unitamente S 

Gerusalemme salutar si sente. 
Quel villan, che destriero ha più corrente,36 
Troppo è trascorsa la sua audace gente; 
Volgendo il freno, e là s'invia repente: 
Ultimi vanno, e l'impeto seguente 43 

Sì che potean meu perigliosamente 
Segue Dudon nella vittoria ardente 

4" Giudicò questi (ahi ! cieca umana mente,21 
Ch'ai l'esercito invitto d'Occidente 
Però, credendo che l'Egizia gente 
Che giàprescrittos'ha il tiranno in mento;61 
Che dal mio lagrimar non fiano spente, 

10 misera fanciulla, orba, innocente; 

Di pietade e d'amore è più fervente, 78 
Si traggo avanti, e parla audacemente : 
Del suo primo proposto è la tua mente, 
5" De* nostri affari alcuna cosa sente, 21 

11 buon vecchio Dudon si mostri ardente. 
Ed al suo temerario ardir pon mente, 

Ai lor consigli la sdegnosa mente 51 

Tal ch'egli di partirsi immantinente 
Molta intanto è concorsa amica gente, 
s'altri v'è di sì maligno dente, 58 

Che punì Tonta ingiusta ei giustamente. 

6** Tacque; e rispose il re: Giovene ardente, 9 
Non sono al ferro queste man sì lente. 
Ch'anzi morir volessi ignobilmente, 
E se ne cinge intorno, e impaciente 21 
Disse a Clorinda il re ch'era presente: 
Mille dunque con te di nostra gente 
Prende, giovane andace e impaziente 29 
L'occasione offerta avidamente; 
Né già d' andar fra la nemica gente 69 
E viste guerre e stragi avea sovente, 
Sì che per l'uso la femminea mente 
Soleva Erminia in compagnia sovente 79 
Seco la vide il Sol dall'occidente, 
E, quando son del dì le luci spente. 
Sì potrò, sì; che mi farà possente 87 

Da cni spronati ancor s' arman sovente 
Io guerreggiar non già vo' solamente 
E seppe in guisa oprar, eh' amicamente, 101 
E poi condotto al cavalier giacente, 
E già lasciando ei lui, che nella mente 
Onde r infermo core è sempre ardente, 110 
Credeva, e riposar la stanca mente; 
E il suon del ferro e le minacce sente, 

7" Vedendo quivi comparir repente 7 

Ma li saluta Erminia, e dolcemente, 
Seguite, dice, avventurosa gente, 
Porgendo intorno pur l' orecchie intente 23 
Se calpestio, se romor d'armi sente. 
Lasciando eh' un Pagan così vilmente 60 
Calpestasse l'onor di nostra gente! 



7** Se ne dimostra cupido ed ardente. 68 
Degli altri arnesi il fino elmo lucente. 
Del valor prisco, in te la nostra gente 
Qui r asta si conserva onde il serpente 81 
E quelli ohe invisibili alla gente 
E qui sospeso è in alto il gran tridente, 
Buggioro infra gli estinti egro e lan- 103 

[gnente. 
D'uomini e d'arme cerchio aspro e pungente. 
Si mantenea fra l'nna e l'altra gente, 

8" Tomba a tanto valor conveniente; 31 

Ancor sarà della fntnra gente. 
Là splender quella, com' un Sol lucente: 
Questo lor ragionar nell'altrui mente 46 
E v'è chi dice: Ahi! fra pagana gente 
E non v' è quasi alcun che non rammento. 
In un zendado dall' arcion pendente. 55 
Ch'erano cavalier di nostra gente. 
Che piansi nel sospetto amaramente, 
(Se così parvi) illustre ed innocente: 70 
Fosse ora in voi quanto dovrebbe ardente, 
Il pregio e il fior della latina gente, 
9" Quo' già torbidi cori, e l'ire spente; I 
Svolger non può dell' immntabil Mente; 
Secca, e pallido il Sol si fa repente; 
Bimanean vivi ancor Pico e Laurente 34 
Similissima coppia, e che sovente 
Ma, se lei fé natura indifferente 
Or mentr'egli ne viene, ode reponte 43 
Ed in un tempo il cielo orribilmente 
Questa è Clorinda che del re la gente 

10** Smontare allor del carro, e quel repente 28 
Nella solita nube occultamente 
Sinché giunsero là, dove al ponente 
Delle cose e de' tempi han sì prudente, 41 
Dove costui se ne trascorre ardente; 
Col periglio vicino, anzi presente. 
Io, di cui si ragiona, or son presente, 50 
Ed a costui, ch'egli è codardo e mente, 
Io, che sparsi di sangne ampio torrente, 

II" Prende in sé le percosse e fa più lente 40 
La materia arrendevole e cedente. 
S'apre lo scudo al frassino pungente, 79 
Che rompe tutte l'armi; e finalmente 
Masi svello il Circasso (e il duol non sente) 

12** Da stimoli di gloria acuti sente. 7 

Qui lascerai tra la vnlgare gente? 
Mirar il fumo e la favilla ardente? 
L'empie d'un caldo fiume.EUa gìàsente64 
Morirsi, e il piò le manca egro e languente. 
Con vari ufficj al cavalier giacente; 74 
E le mediche mani e i detti ei sente 
Non s'assecura attonita la mente. 

13** E, pria domi dal cielo, agevolmente 14 
Fian poi sconfitti dall'egizia gente. 
Esce allor dalla selva un suon repente 21 
E il mormorar degli austri in lui si sente. 
Come rngge il leon, fischia il serpente, 
Allor, quasi di tomba, uscir ne sente 41 
Un indistìnto gemito dolente; 
Che ritener si cerca avidamente 66 

A danno ancor della soggetta gente? 

14" È cristallina porta in oriente, 3 

Che si dischiuda l'uscio al dì nascente. 
Mandar per grazia a pura e casta mente: 
E i rinforzati muri, e d'Oriente 14 

Supererà l'esercito possente. 
Infuso avea nell'ispirata mente 21 

Disse a Goffredo: principe clemente, 
È perdon di peccato anco recente; 

15" Andò la navicella inver poneste; 10 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



303 



io" 



ir 



I8« 



Che fu porto di Gaza anticamenio : 

Città divenne assai grande e possente; 

Ella mostrando già ch'airoriente 41 

E che largo è fra lor qaasi egoal mente 

Pònsi veder d* abitatrice gente 

Ha r altro grida a Ini: Cho fai ? che tento ? 49 

Vincer avvisi il difensor serpente? 

Sì che la belva il sibilar ne sente ; 

Delle soe noie, e quel piacer si sente 63 

L'antica e senza fren libera gente. 

Potete omai depor secaramente, 

16° E i famelici sguardi avidamente 19 

S'inchina, e i dolci baci ella sovente 
Ed in qnel pnnto ei sospirar si sente 
Tal si fece il garzon quando repente 29 
Qnel si gnerrier, qnel si feroce ardente 
Benché tra gli agi morbidi languente, 
Latra '1 sangue e le morti egro giacente 60 
Per nome Armida chiamerai sovente 
Or qui mancò lo spirto alla dolente 
Stato di cose or tu mi reca a mente; 3 
Qnal serva avesse e qual compagna gente, 
Le forze e i regi, e T ultimo Oriente: 
Nel primiero squadrone appar la gente 15 
Ch'abitò il lido vólto all'occidente, 
Araspe è il duce lor, duce potente 
Tutte le viste in sé iisse ed intente, 43 
Che sparso è il suo velen per ogni mento, 
Con atto insieme altero e riverente; 
Ascese: e quivi, inchino e riverente, 14 
E le luci fissò nell'oriente. 
Mira con occhio di pietà clemente, 
E se nel porta in giù l'acqua ropente 21 
L'acqua ch'è, d'un bel rio, fatta un torrente. 
Quella lui mira in un lieta e dolente : 31 
Poi dice: Io pur ti veggio: e finalmente 
A che ne vieni? A consolar presente 
Per le facili vie destra e corrente 45 

Gravida d'armi e gravida di gente, 
Stanno le schiere rimirando intente 

19" Che privata cagion fé cosi ardente, 29 
Per la città sul popolo nocente. 
Potrebbe appien l'imagine dolente 
Male amor si nasconde. A te sovente 96 
Yeggendo i segni tu d'inferma mentA: 

10 tei negai; ma un mio sospiro ardente I 
Vista non son da te, benché presente ; 105 ' 
E trovando ti perdo eturnamente. | 
Mostri amico volere e saggia mente; 130 | 
Uscirem contro alla nemica gente; 

11 campo domator dell'Oriente. 
Campo mio, domator dell'Oriente, 
Che già tanto bramaste, omai presente. 
Popolo in un s'accoglia, il Ciel consento: 
Dio più morti che colpi; e pur frequente 55 
Qnal tre lingue vibrar sembra il serpente. 
Tal credea lui la sbigottita gente 
Torria ben ella che il quadrel pungente 64 
Tanto poteva in lei, benché perdente. 
Ma di tal suo peusier poi si ripente, 
Che spira in lui la furiosa mente, 75 
Imperio le reliquie in tutto spente: 
D'andarle incontro stimular si sente; 
Placido è fatto; e gli si reca a mente 121 
La donna che fuggia sola e dolente. 

enti 

Ch'altra impresa non par che più ram- 10 
E spirti di riposo impazienti: [menti: 
Ma d'onor brame immoderate, ardenti j 
Temo cen privi, e favola alle genti 26 i 



JO^ 



Quel sì chiaro rimbombo alfln diventi. 

1** Sono altrettanti i cavalier seguenti 33 
E d'arme e di sembianza indifferenti 
Che principe nativo è delle genti. 
E con la man, che guardò rozzi armenti 63 
Par che i regi sfidar nulla paventi. 
Come fu caro alle feroci genti 71 

L'altero snon de' bellici istrumenti. 

2" Come i ministri al duro ufficio intenti 27 
Vide, precipitoso urtò le genti. 
Amico, altri pensieri, altri lamenti S6 
Che non pensi a tue colpe e non rammenti 
Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti ; 
Comanda forse tua fortuna ai venti, 76 
Il mar, ch'ai preghi è sordo ed ai lamenti, 
non potranno pur le nostre genti, 

3** Avea tutti del giorno i raggi spentì, 71 
Ponea tregua alle lagrime, ai lamenti. 
Non crede senza i bellici tormenti, 

4** Mentre fan questi i bellici strumoiiti, 1 
Il gran nemico dell'umane genti 
E lor veggendo alle bell'opre intenti, 
Deh! non vedete omai com'egli tenti 12 
Tutte al suo cult» richiamar le genti? 
Che tu abbassasti e ch'or d'opprimer ten-40 
E lo scettro regal de' miei parenti: [ti, 
I Centra il furor delle straniere genti. 

Giusto non é, con iscemar le genti, 68 
Che di nostra vittoria il corso allenti. 
E in voce di sirena ai suoi concenti 86 
Addormentar le più svegliate menti. 

ò^ Qui tacque Enstazio, e questi estremi ac- 1 2 
E i mal celati suoi pensieri ardenti [centi 
Ma porch'a lui colpi d'amor più lenti 
Quasi in quel pnnto mille spade ardenti 23 
Che varia turba di mal caute genti 
D'incerte voci e di confusi accenti 
Fera tragedia vuol che s'appresenti 43 
Per lor diporto alle nemiche genti. 
D'ira, di gelosia, d'invidia ardenti 76 
E te accusano, Amor, che le consenti 
Ma, perché instinto è dell' umane menti 
Con qnesti detti le smarrite monti 92 

Ma preme mille cure egre e dolenti 
Come possa nutrir si varie genti 

6" Ma d'altra parte le assediate genti 1 

Ch'oltra il cibo raccolto, altri alimenti 
Ed han munite d'armi e d'instruraenti 
Fra le spade interpor de' combattenti 51 
L'antichissima legge delle genti. 
Con pari onor, di pari ambo possenti. 
Ma son, mentr' ella piange,! suoi lamenti 6 
Che sembra ed è di pastorali accenti 
Bisorge e là s' indrizza a passi lenti 
E fuor della visiera escono ardenti 42 
Gli sguardi, e insieme lo strider de' denti. 
Geloso amor con stimoli pungenti, 55 

Gli spirti in sé risveglia e l'ire ardenti; 
Co' vani colpi alla battaglia i venti; 
8' Nella pugna inegual (però che venti 13 
Molti d'essi piagati e molti spenti 
Mail numero degli egri e de 'cadenti 
9° Così gli disse; e le sue furie ardenti 1 1 
Spirògli al seno, e si mischiò tra' venti. 
Qnel primo stnol delle francesche genti 24 
Di mille rivi gli Arabi correnti. 
E misto il vincitor va tra' fuggenti, 
Là incrudelite, là sovra i nocenti 65 

Fra i gridi eterni, e lo strider de' denti, 
Disse, e quei ch'egli vide al partir lenti, 
10" Soliman, Solimano, i tuoi sì lenti 3 



I 

14 ! r 



304 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Che sotto il gioffo di straniere genti 
In questa terra dormi, e non rammenti 

10" Or solo a me degli uomini viventi. 32 

I più sa^gi a consiglio e i piti potenti 
Più forse che non dee, par che paventi. 
E con ]e biade e co* rapiti armenti 55 

Aita porse alle affamate genti. 

li** Ma il Capitan delle cristiane genti 1 

Giva apprestando i bellici istramenti 
E, trattolo in ditiparte, in tali accenti 
E quelle altre, magnanime ai tormenti 9 
Sprezzatrici de'regi e delle genti. 
Fa indietroriportar gli egri e i languenti; 83 
L*aTanzo de'snoi bollici tormenti: 
Primo terror delle nemiche genti; 

12* Col sonno ancor le faticose genti : 1 

Stavano i Franchi alla custodia intenti; 
Gian rinforzando tremule e cadenti, 
A te, diletta mia, strani accidenti. 40 

Ch'altri impugni la fé de'suoi parenti: 
Depor quest'arme e questi spirti ardenti. 
E vansi a ritrovar, non altrimenti ó3 

Che duo tori gelosi e d'ira ardenti. 

13" Dove insolite larve abbia presenti; 13 

Immaginando pur mostri e portenti: 
. Siasi quella però cbe gli sgomenti; 

15" Spingon la vela in verso il lido i venti: 8 
E rotte dietro mormorar le senti. 
Qneta in letto maggior Tonde correnti, 

IC" Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti; 13 
E fermare i susurri in aria i venti. 
Se m'odii,e in ciò diletto alcun tu senti, 45 
Giusto a te pare, e siasi. Anch'io lo genti 
Nacqui pagana; usai vari argomenti, 

17" Punte di ferro, e 'n su destrier correnti 22 
Se pur han turbo sì veloce i venti. 
Aldino in guardia ha le seconde genti; 
Tacque; e seguì co' popolari accenti 40 
Misto un gran snon di barbari istrumenti. 
Soglion portarne ogni saetta i venti; 47 
Drizza l'armi talor centra i nocenti. 
Tronchi il capo odioso e mei presenti, 
Ed a suo senno or tepide, or ardenti 63 
Le faccia, ed or le affretti, ed or le allenti. 
Mostragli Caio, allor eh' a strane genti 67 
Prendere il fren de' popoli volenti, 
Ed a lui ricovrarsi i men potenti 

18" Non sa veder chi formi umani accenti 24 
Né dove siano i musici stromenti. 
Tanto furor le Saracino genti 70 

Pieghevol tela, e coso altre cedenti; 
Non trova, e vien che vi si fiacchi e lenti: 
Solve d'un monte o svelle ira de' venti, 82 
Le selve, e con le case anco gli armenti; 
L'orribil trave e merli ed arme e genti. 
A te guerreggia il Cielo; e ubbidienti 86 
Vengon chiamati a suon di trombe i venti. 

19" Ai padiglion delle accampate genti; 8 

Li porta per secreti avvolgimenti; 
Tra piò colli giacer, non altrimenti 
Ma ne versa il Pagan quasi torrenti. 20 
Siccome fiamma in debili alimenti. 
Girar i colpi ad ora ad or più lenti. 
Che, nella sorte prospera insolenti, 55 
Ed agrìngiuriosi abbracciamenti: 
Tra gli stupri e le prede, oppressi e spenti, 

20° Insino al ciel l'assediate genti, 2 

Tanno a stormi le grn ne' giorni algenti, 
Fnggon stridendo innanzi ai freddi venti : 
Ove il barbaro duce delle genti 48 

Pugna in personal o seco ha i duo potenti. 



ento 

3" Ecco io chino le braccia, e Rappresento 23 
Vuoi ch'agevoli l'opra? io son contento 
Distinguea forse in più lungo lamento 
Piena di si terribile ardimento, 52 

Ai dìfensor, d'insolito spavento. 
Sopravvien chi reprime il suo talento: 

5" Dunque lo starne e il girne i'son contento 5 
Ben vo'che pria facciate al duce spento 
E tra voi scelga i diece a sno talento ; 
Questo,ch'io posso, a'merti suoi con8ento.56 
(Conosco quel sno indomito ardimento) 
Ch'ei non iaforzi nom roansneto e lento 
Prende, vedendo ciò, novo argomento; 70 
Di gelosia per forza e per tormento; 
Senza quest'arti, e divien pigro e lento, 
D'unainun'altralingoa in un niomento89 
E il vulgo de' soldati alto spavento 
Il saggio Capitan che l'ardimento 
6" Fra queste mura in vile assedio e lento? 3 
D'elmi e di scudi e di corazze io sento: 
Scorrono i eampi e i borghi a lor talento: 
Avrà la fera lite avvenimento; 53 

se cede l'audacia all'ardimento. 
La bella Erminia n'ha cura e tormento 
7° Di questo altier l'orgoglio avrei giàspen-G.') 
Il core in me, né vecchio anco pavento, [to. 
Né il Pagan di vittoria andrà contento: 
L'avida madre del guerriero armento, 76 
Nel cor le istiga il naturai talento, 
Raccoglie i semi del fecondo vento; 
Sendole ciò permesso, in un momento 114 
L'aria in nubi ristrinse, e mosse il vento. 
3" La qaal gli parve, rimirando intento, 51 
D'uora giovinetto, e senza peli al mento: 
L'arme, e molti con l'arme il mal talento: Si) 
A varie cose, a nove imprese intento: 
Pria che '1 secondo o '1 terzo dì sia spento: 
9" E rincora parlando il vile e il lento; 13 
Accende il campo a seguitarlo intento. 
Di sua man propria il gran vessillo al vento. 
Son cinquanta guerrier che in puro argen-92 
Non io, se cento bocche e lingoe cento [to 
Narrar potrei quel numero che spento 

10" Noi (se lice a me dir qnel ch'io ne sento) 42 
Ma di macchine grande e violento 
Qnel che sarà non so ; spero, e pavento 
E guizzò meco in quel vivace argento. 67 
Vano e torbido sogno, or nien rammento. 
Ma tra la meraviglia e lo spavento 

lì" Va Piero solo innanzi, e spiega al vento 5 
E segue il coro a passo grave e lento, 
Alternando facean doppio concento 
Or da tai segni in te ben argomento 21 
Che sei di gloria ad nmil meta intanto. 

13" Né tremoto, né folgore, né vento, 24 

Né s'altro ha il mondo più di violento. 
Così dicea quel motto. Egli era intento 40 
Fremere intanto ndia eontinno il vento 
E trarne un suon che flebile concento 
Nulla forma turbò d'alto spavento; 46 
Falsa immago deluse e van lamento. 
Portò del bosco impetuoso vento. 
Puro vide stagnar liquido argento, 60 
Per alpe, o in piaggia erbosa a passolento; 
E ministra materia al suo tormento: 

14" Non mancar qui cento ministri e cento, 49 
Né poi in mensa magni Aca d* argento 
Ma quando sazio il nséaral talento 

15" Un nom della Lignria avrà ardimento 31 
Né U minaecevol fremito del voato. 



EIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



305 



Né scaltro di periglio o di spavento 

6** Per Ventrata maggior (però che cento 2 
Le porte qni d'effigiato argento 
Fermar nelle fignre il guardo intento; 
Gnernito è sì, eh* inutile ornamento 30 
Sembra, non militar fero istrnmento. 
Giunta agli alberghi suoi chiamò trecento68 
8* empie il ciel d'atre nubi, e in un momento 
E sofila e scote i gioghi alpestri il vento. 

7** Egli in sublime soglio, a cui per cento IO 
E sotto Tombra d*un gra.n ciel d'argento 
E, ricco di barbarico ornamento, 

8** N* attendeva un gran tuon d' alto spaven- 19 
D*anre,d'acque e d'augei dolce concento; [to; 
E poi sen va tutto sospeso e lento, 
Scala drizzò di cento gradi e cento; 75 
Ch'agile è men picciola canna al vento. 
D'alto discende: ei non va su più lento; 

O** Quel doppia il colpo orribile,edalvento24 
Perchè Tancredi, alla percossa intento, 
Tu dal tuo peso tratto in giù col mento 
Disse: Oh foss' io signor del mio talento! 73 
Che tosto e'si parria chi sia più lento. 
Ha il Cielo e il mio nemico amor pavento. 

!0° Buppe l'aste e gl'intoppi, e il violento 60 
Le sparse e l'atterrò: tempesta o vento 
Lastricato col sangue è il pavimento 
Seguono il duce al vendicarsi intento. 83 
Audacia passa ov' era pria spavento: 
Così varian le cose in un momento. 

entre [s'entro, 

20" Vanno alle mandre, e spian come in lor 44 
La dubbia coda restringendo al ventre. 
Che ne stordisce in su la 8el]a:e, mentre 139 
Bisorger vuol, cade trafitto il ventre. 

entro 

16" Si chiuderebbe sotto il mare e dentro 31 
Il foco, per celarsi, e giù nel centro. 

enza 

2" E dirò sol eh* è qui comun sentenza 50 
Ma discord' io da voi, né però senza 
Fu delle nostre leggi irriverenza 
5° Cade ogni regno, e ruinosa è senza 39 

La base del timor ogni clemenza. 
E che l'insano ardire e la licenza 88 

Che in gnisa d'un diluvio intorno senza 
Onde convien eh' a porre in lor temenza 
6" E poiché giunse alla rogai presenza 17 
Chiese: signore, a'messaggier licenza 
Dassi, rispose il Capitano; e senza 

12" La vide, e la conobbe; e restò senza 67 
E voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza! 

13" A noi che noce? E, senza tór licenza, 68 
Notturna fece e tacita partenza. 

20" L'altra resiste sì, ma non é senza 82 

Segno di fuga omai la resistenza. 



eo 



96 



4" Prender furtivamente ella poteo 

Ed a forza d'Amor serve le feo 

D'Amor fu preda, ed Ercole e Teseo, 
6* Fn dal tiranno del paese ebreo: 59 

Della sua genitrice il fato reo. 

Né l'esilio infelice unqna poteo 
12* Con nobil pompa accompagnar la feo; 95 

Vi spiegò sopra in forma di trofeo. 

Nel dì seguente If cavalier poteo, 
18* Crebbe in gigante altissimo, e si feo 35 

Con cento armate braccia un Briareo. 



era 

1** Che fea l'armi cessar, lungo non era; 7 
Ch'è nella parte più del ciel sincera. 
Tanto è più in su della stellata spera, 
Delle cose custode e dispensiera, 36 

Di quel campo ogni duce ed ogni schiera : 
Fatta dagli anni omai tacita e nera; 
Ella d'elmo coprissi; % se non era 48 

Partì dal vinto suo la donna altera, 
Ma rimagine sua bella e guerriera 

2° Purché il reo non si salvi, il giusto pera 11^ 
E colpevol ciascun; né in loro schiera 
S'anima v'é nel nuovo error sincera 
Il furor pazzo e la discordia fera, 91 

La gran face d'Alette e di Megera. 
L'alta mole d'error, forse tal era 

4" La bella Armida, di sua forma altera, 27 
L'impresa prende; e in su la prima sera 
E in treccia e in gonna femminile, spera 
Si ch'altri teme ben, ma non dispera 89 
E più s'invoglia, quanto appar più altera. 
Ei si riman qnal cacciator eh' a sera 95 
Perda alfin Torma di seguita fera. 

5" Raimondo, imitator della severa 39 

Con quest'arti, dicea, chi bene impera 
Che già non é la disciplina intera, 

6" Anima sola, ancor ch'audace e fera, 8 
Che la ragion da me difesa pera. 
Darti la destra mia vittoria intera: 
K, i nemici assalendo all'aria nera, 10 
Darne soccorso e vettovaglia spora. 
Ove Argante l'attende, anco non era; 26 
S'offerse agli occhi suoi l'alta guerriera. 
Avea le sopravveste, e la visiera 
Ch' ella, eh' é duce, e non é sol guerriera, 113 
Per opportunità che sia leggiera: 
Egli farà ciò che da lui s'impera. 
7** Argante, il tuo periglio allor tal era, 99 
Questi di cava nube ombra leggera 
E la sembianza di Clorinda altera 
9° Mentre così l'indomita guerriera 71 

Non fa d'incontra a lei Gildippe altera 
Era il sesso il medesmo, e simil era 

10* E, mentre ancor dorniia, voce severa 7 
GÌ' intonò su le orecchie in tal maniera: 
SeguìfraglialtriOrmus8e,ilquallaschìe-55 
E, mentre la battaglia ardea più fera, [ra 
Ch'aiutando il silenzio e l'aria nera, 

12* Ed in tua vece una fanciulla nera 25 

E, perchè fu la torre, ove cbius'era» 
A me, che le fui servo, e con sincera 

13° Così costui parlava. Alcasto v'era, 24 
Uom di temerità stupida e fera. 
Che non avria temuto orribil fera, 
Drago, cinta di fiamme alta Chimera, 44 
Che simulacro sia, non forma vera. 
Spavento la sembianza orrida e fera: 

15° Città, la quale in Siria appar primiera 15 
Sterilìssima vien di Kinocera. 
Che sporge sovra '1 mar la chioma altera, 

17* Del re d'Egitto è la città frontiera 2 

E, però ch'opportuna e prossima era 
Lasciando Menfi, eh' è sua roggia altera 
Armida apparve,e dimostrò sua schiera..33 
Succinta in gonna e faretrata arciera: 
Col natio dolce in quel bel volto s'era, 
Taciti se ne gìan per l' aria nera ; 86 

Veduto hai tu della tua stirpe altera 
E, sebben ella dall'età primiera 

18* Che quel rischio di lui degno non era; 72 
Per le comuni vie col volgo in schiera: 



Tasso.* 



2.Q 



30G 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Sol jfli piace tentar, ch'altri dispera. 

19* Indi partissi; e quella notte intiera 66 
Ma, quando poi di novo ogni bandiera 
Anch' ei marciò con V altra gente in schiera; 
Agiato il porti anzi più fosca sera; 1 15 
Conosce ei ben che di Tancredi è schiera. 
Di battaglia chiamollo, insieme egli era: 

20* Quindi sovra un corsier di schiera in 12 
Tuttoilyoltoscopriaper la visiera: [schiera 
Confortò il dubbio e confermò chi spera; 
E il suo onor abbandona e la sua schiera : 69 
Purché costei si salvi, il mondo pera. 
Drizzò percossa temeraria e fera, 96 

Che de'colpi d'Amor degno sol era. 
Sembiante fa d'uom che languisca o pera: 
Fugge.non ch'altri.omai la regia schieralo» 
Già fu detta immortale; or vien che pera 
Emireno a colui e' ha la bandiera, 

erba 

2" Tutti sprezzò sin dall'età più acerba; 39 
Inchinar non degnò la man superba; 
Che ne'campi onestate anco si serba: 
3" La città dentro ha lochi, in cui si serba 56 
Ma fuor la terra intorno è nuda d'erba, 
Né si vede fiorir lieta e superba 
5* Questa feroce tua mento superba: 47 

Ch'a questo ceder tuo palma si serba; 
E la mia giovinetta etade acerba, 
7* Oh! pur avessi fra l' etate acerba 69 

Come ardirei vincer Babel superba. 
Ma cedi or, prego, e te medesmo serba 
8' L'armi del buon Rinaldo; e con superba 63 
In tai detti divulga e disacerba: 
Che non prezza ragion, che fé non serba, 
9* Ove all'uso doil'armi si riserba, 75 

Vatragliarmentio al fiume usato, all'er- 
si scote la cervice alta e superba; [ba; 
10 Hotta è la sopravvesta, e di superba 1 
Pompa regal vestigio alcun non serba. 
Vive; e la vita giovenetta acerba 74 

^ A più mature glorie il Ciel riserba. 
12 Sovra un arbore i'salsi, e te su l'erba 30 
Giunse Torribil fera, e la superba 
Mansuefece e raddolcì© l'acerba 
E s'uccidea: ma quella doglia acerba, 83 
Col trarlo di sé stesso in vita il serba, 
13* Langue il corsier, già sì feroce; e l'erba, 62 
Vacilla il piede informo; e la superba 
Memoria di suo palme or più non serba, 
15° Dell'alte sue mine il lite serba. 20 

Copre i fasti e le pompe arena ed erba; 
Oh nostra mente cupida e superba! 
S'ascende alla sua cima alta e superba: 46 
Sparsa ogni strada; ivi ha poi fiori ed orba. 
Frondeggia, e il ghiaccio fede ai gigli serba 

erhe 

6* Qual più secreta sìa virtù dell'orbe, 67 
Sani ogni piaga, e il duo! si disacerbe 
Nelle figlie dei re par che si sorbe), 

erbi 

9* nel disprezzo no' tormenti acerbi 63 
Dell'estrema miseria anco superbi. 

erbo 

6° Cade il Cristiano; e bene il colpo acerbo,32 
Ma il Pagan di più forza e di più nerbo 
Indi con dispettoso atto superbo 



20° Ov'è dell' Oriente accolto il nerbo, 109 
Ad onta di quel titolo superbo. 
Tronca la fuga, e parla in modo acerbo: 

erchi 

14" Veduti Ubaldo in giovinezza, e cerchi 23 
Peregrinando dai più freddi cerchi 
E com'uom che virtute e senno merchi, 

erco 

20° Chèdella vita altrui prezzo non cerco: 142 
Guerreggio inAsia.e non vi cambio mèrco. 

erde 

16* Della vita mortale il fiore e il verde; 15 
Si rinfiora ella mai, né si rìnverde. 
Di questo dì, che tosto il seren perde: 

18° S]ammolliacon le scorze, e si rinverde* 23 
Più lietamente in ogni pianta il verde. 

ere 



80 



ì 2^ 

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18 



61 



9° 
10° 
11° 
12° 
13° 
16' 
17' 



Con saldissimi lacci in un volere 
Di ciò eh' è d'uopo alle terrestri schiere- 
I passi do' nemici alle frontiere, ' 

Chi sa come difende, e come fere, 8ó 

Soccorso ai suoi perigli altro non chere. 
Risolve alfin, benché pietà non spere, 2.> 
Vuol ch'ella sappia eh' un prigion suo fere 
Onde le dice: tn,cbe mostri avere 
E di fosse profonde e di trincero, 
Dall'altra oppone a correrie straniere. 
Vols'egli il corpo di Dudon vedere: 
* Con parole magnifiche ed altere. 
Al suo parlar quelle feroci schiere; 
Dura impresa intraprende il cavaliere* 
Nazioni e sì indomite e si fiere: ' 

E lieta vagheggiò le squadre altere; 
Cercando gìo fra quelle armate schiere : 
E, più che altrove, impetuoso fere 89 
Alle percosse le minacce altere 
Di qua, di là si volge, e sue leggiere 
Così pregava il conte; e le preghiere, 79 
S'alzar volando alle celesti spore, 
Le accolse il Padre eterno, e fra le schiere 
E con la fronte le sue genti altere, 104 
Vedi tosto Inchinar giù le visiere, 
E quasi in un sol punto alcune schiere 
Negli occhi aiFranchi impetuosa fere; 116 
Con un terror quasi fatai le schiere. 
(Che veder non le puote) alle bandiere: 
Mentre il fanciullo, a cui novel piacere 83 
Di qua turba e di là tutte le schiere, 
Cauto osserva Argillan tra le leggiere 
Né parlo io già così, perch'io dispere 
Che dubitar se le promesse vere 
Ma il dico sol, perchè desio vedere 
Il grido universal di cento schiere. 
La gran corazza usata e le schiniere; 
In armi speditissime e leggiere : 

D'argento,e l'elmo adorno e l'armi altere;l3 
(Infausto annunzio) rugginose e nere; 
Occulta andar fra le nemiche schiere.* 
Tarde non furon già queste preghiere, 72 
Ma sen volare al ciel pronte e leggiere, 
Le accolse il Padre eterno, ed alle schiere 
Vaghezze allettatrici e lusinghiere, 17 
Sé stessa indura ai vezzi del piacere 
Penetra, e vede, pargli di vedere; 
Tutte a'suoi pie, nel trapassar le schiere 18 
thman, quasi adorando, armi e bandiere. 



38 



20 



i 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 307 

ir Darà, hneinllo, In F»tie Immagin fan 



Porto il fogli» 
IV E, eoi grido iw 



Kottigliatiieoi.fpm 
1° I semplici fsnciolli,! 









Plìi ai diliU qninlo più s-loturiia; 
Gli si BielB il fntoro. noli' etoina 71 
Sorie dagli anni e doll'eti o'inUrna. 
i* NoW e SBrsnl a qgolle piigge altórn»; Si 

Aiaorrodor.l'onbraallBpiuDteeleruJi»' 

I* Cblams eli obititor deirombre etems J 
Ttomnn lo spuiote .tre ci.erna, 



308 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



ernl 

1 2" Levòalfin gli occhi, e disse: ODio che scer-26 
L'opre piò occulte, e nel mio cor t'interni, [ ni 

17** Più fero assalga gli avversari esterni; 63 
Le cupidigie, empi nemici interni. 
Le impieghi il saggio duce e le governi; 

erno 
1° E il fine ornai di quol piovoso inverno 7 
Quando dall'alto soglio il Padre Eterno 
E quanto è dalle stelle al basso inferno 
A questo, che retaggio era materno, 42 
Quindi gente traea che prende a scherno 
Usa a temprar ne' caldi alberghi il verno, 
4o Vincitor trionfando,e in nostro scherno,! I 
L'insegno ivi spiegar del vinto inferno. 
Preso dunque di me questi il governo, 45 
Che d'incorrotta fé d'amor paterno 
che il maligno suo pensiero interno 
5" Talché il maligno spirito d' Averne 18 
Tacito in sen gli serpe, ed al governo 
E qui più sempre l'ira, e l'odio interno 
7" Sol nelle spalle l'impeto d'inferno, 118 
£ i vani colpi lor si prende a scherno. 
Fa de' già vincitori aspro governo: 
9** Mentre it6oldan, sfogando l'odio interno,40 
Gli Arabi inanimiti aspro governo 
L'inglese Enrico e il bavaro Oliferno 

10" Molti rivolga il gran pianeta eterno, 22 
E del fecondo Egitto avrà il governo. 
Mille virtù, che non ben tutte io scerno: 

14° Allor ripigliò l'altro: Il Rege eterno, 16 
Tuoi che da quegli, onde ti die il governo, 
Però non chieder tu; (né senza scherno 

16" Con lingua orrenda deità d'Averne. 68 
Impallidisce il gran pianeta eterno; 
Ecco già sotto i pie mut^ghiar l'inforno: 

17° Che dopo un corso di fortuna alterno 75 
Vinceva, e dell'Italia avea il governo. 

20" Meraviglie quel dì fé Tisaferno 112 

Fé de' Fiamminghi strano empio governo; 
Poi eh' alle mete dell'onore eterno 
Questa miapeste ad infestar l'inferno ! 126 
E sia dell'ombra mia compagno eterno: 
A colai che di me fé l'empio scherno; 



ero 



IO 



1 E cotanto internarsi in tal pensiero. 
Scorge in Rinaldo ed animo guerriero 
Non cupidigia in lui d'oro o d'impero, 
Ma sorse poscia il solitario Piero, 29 

Sedea, del gran passaggio autor primiero. 
Né loco a dubbio v'ha, sì certo è il vero, 
Ufficj già trattò pio ministero 39 

Esercita dell'arme or l'uso fero 
Quattrocento guerrier scelse il primiero; 

2" Tra mura inespugnabili il tuo impero 6 
Sicuro fia per novo alto mistero. 
Così al pubblico fato il capo altero 22 
Magnanima menzogna! or quando è il vero 
Kiman sospeso, e non sì tosto il fero 
Mentre sono in tal rischio, ecco un guer- 33 
E mostra, d' arme e d' abito straniero [riero 
La tigre, che sull'elmo ha per cimiero, 
L'altroèil circasso Argante, uom che stra-59 
Ma de' satrapi fatto è dell'impero [niero 
Impaziente, inesorabil, fero 

3" Kudo ciascuno il pie calca il sentiero ; 7 
Serico fregio e d'or, piuma, o cimiero 
Ed insieme del cor l'abito altero 
Egli è il prence Tancredi: oh prigioniero 20 



Vivo il vorrei, perchè in me desse al fero 
Così parlava: e de' suoi detti il vero 

3" Ch'esser vols' egli il feritor primiero: 34 
E sossopra in un fascio il suo destriero : 
Molti cadendo compagnia gli fero: 
Che Goffredo lor manda il buon Sigiero,52 
De' gravi imperj suoi nunzio severo. 
Veramente è costai nato all'impero 59 
E non minor che duce, è cavaliero. 
Né fra turba sì grande nom più guerriero 

4* Gli spirti in voi di quel valor primiero, 13 
Pugnammo già centra il celeste impero. 
Pur non mancò virtute al gran pensiero: 
Come per acqua o per cristallo intero 3? 
Per entro il chiuso manto osa il pensiero 
Ivi si spazia, ivi contempla il vero 
Fea r istesso cammin l' occhio e il pensie- ó3 
Sì come nave, ch'improvviso e fero [ro, 
La notte andammo e il dì segnente intiero 
Ch'adopri indegnamente arme odestriero,Sl 
il nome usurpi mai di cavaliero. 

5" Che nel mondo mntabile e leggiero, 3 
Costanza è spesso il variar pensiero. 
Che di molte Provincie ebber l'impero; 16 
E del padre e degli avi il fanno altero. 
Più che dell'opre che i passati fero; 
E quanto di magnanimo e d' altero 24 
Tutto (adombrando con mal' arte il vero) 
E ne ragiona sì che il cavaliero. 
Scettro impotente e vergognoso impero: 37 
Se con tal legge é dato, io più noi cbero. 
Ad esser delle leggi e dell'impero 56 

Vendicator, quant'è ragion, severo. 

6" Ottone innanzi allor spinse il destriero, 28 
E noir arringo vóto entrò primiero. 
Con orribile imago il suo pensiero 65 

E, vie più che la morte, il sonno è fiero; 
Parie veder l'amato cavaliero 
Col mio signor pugnato tu primiero: 84 
E forse or fora qui mio prigioniero, 
Giogo di servitù dolce e leggiero; 
Già sparso intorno divenir più nero, 90 
Secretamente un suo fedel scndiero 
E parte scopre lor del suo pensiero: 
Onde si ferma, e da miglior pensiero 93 
Fatta più cauta, parla al suo scndiero : 
FuggeErminiainfelice;eilsaodestrierolll 
Fugge ancor l'altra donna; e lor quel fiero 
Ecco che dalle tende il buon scudiero 

7° La notte che precede, il Pagan fero 51 
E sorge poi che il cielo anco e sì nero. 
Recami l'arme, grida al suo scudiero: 
E disse a lui rivolto: Ah! non sia vero 62 
Duce sei tu, non semplice guerriero; 
In te la fé s'appoggia e il santo Impero; 
Baldovin la domanda, e con Ruggiero 66 
Guelfo, i duo Guidi, e Stefano e Gerniero, 
Di loro indugio intanto è quell' altero 73 
gente invitta, o popolo guerriero 
Venga Tancredi omai, che par sì fero, 
Ma doro ad impedir viengli il sentiero 107 
Si trova incontra Orroanuo, e con Ruggiero 
Kon cessa, non s'allenta, anzi è più fero, 

8** Esser non può da noi) quel cavaliero 2 
Del sovran difensor del nostro impero: 
E de' compagni ai Franchi il caso fero, 
Stuol di scelti compagni audace e fiero; 8 
Alla città che sede è dell'impero. 
Qui poi giunse in tao nome un messaggiero: 
L'anima sbigottita il certo e il Tero; 29 
Che dabbii?oche yaieggia il tao peosioro? 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



309 



Servi Siam di Gesù, che il Insinghioro 
$• Anzi a noi por, nostro saranno, io spero; 69 
Né co'Franchi comune uvrera l'impero. 
Con muggito scotoa superbo e fero, 83 
La natia ferità del core altero, 
E teme le minacce e il duro impero; 
9* D' Asia in un picciol cerchio il grande im- 50 
Le spade son, quanto il duello e fero? [pero. 
Fnron, ma le coprì queU'aer nero; 
Ma che prò, se doppiando il colpo fero, 84 
Di punta colse ov'ogli errò primiero? 

10" Scoter le forze del francese itnp'.'ro, 21 
Che strettamente oppugna il popol fero, 
Osa, soffrì, confida; io bene spero. 
Dalla concava nube il Turco fero 33 

Ed ode il re frattanto, il qual primiero 
Veramente, o miei fidi, al nostro impero 
Tancredi; od egli ancor fu prigioniero. 70 
La falsa maga: e (s'io n'intesi il vero) 
Del signor di Damasco un messaggiero, 
Di Rinaldo concetto il saggio Piero 78 
Il pio Buglione immerso in gran pensiero. 
Della terra distendo il velo nero: 

11* Volto avendo all'assalto ogni pensiero 1 
Quando a Ini venne il solitario Piero 
Gli parlò venerabile e severo: 
Quinci gli araldi a suon di trombe fero 18 
Dee con la nova luce ogni guerriero. 
Giorno si diede all'opro ed al pensiero; 
Onde rivolto dice al buon Siglerò, 53 

Ora mi porgi, o fedel mio scudiero. 
Che tenterò di trapassar primiero 

12** Così gli disse; e con rifiuto altero 13 

Ma '1 re il prevenne, e ragionò primiero 
Ben sempre tu, magnanimo guerriero 
Senape ancor con fortunato impero; 21 
Osserva, e l'osserva anco il popol nero. 
D'ancelle avvolto in femminil mestiere, 

13* Ciò che dicean dello spettacol fero 47 

E del suon paventoso, è tutto vero. 

14° Fora a me che tornasse il cavaliere! 15 
Sapeta s'amo lui, se dico il vero. 
Si deve a lui mandarne il messaggero? 
Quivi il buon Guelfo, che '1 novo! pensiero 21 
Incominciando a ragionar primiero. 
Perdono a chieder ne vegn'io, che in vero 
È nostra mente ai rai del primo Vero; 46 
Che già cotanto insuperbir mi fero : 
Le solite arti e l'uso mio primiero. 

15" Dunque a lei replicava il cavaliere, 29 
Vnole ogni raggio ricoprir del vero 
No, rispos'ella; anzi la fé di Piero 
Gli rispose colei : Ben degna in vero 39 
S'egli osta inviolabile e severo 
Che ancor vòlto non é lo spazio intero 

16** L'uno di servitù, l'altra d'impero 21 

Volgi, dicea, deh volgi, il cavaliere, 
Che son, se tu noi sai, ritratto vero 
Mi pagherai lo pene, empio guerriero. 60 
Negli ultimi singulti: udir ciò spero.... 
Né quest'ultimo snono espresse intero; 

17** Poscia che, ribellante, al greco impero 4 
Del sangue di fifacon nato un guerriero 
Et fu detto Calisto: e del primiero 
Barba appar venerabile e severo; 11 

Spira l'ardire e '1 suo vigor primiero: 
La maestà degli anni e dell'impero, 
Le terze guida Albiazar, ch'é fiero 22 

Omicida ladron, non cavaliere. 
Dell'aurora venuto Adrasto il fero, 28 
11 cuoio verde e maculato a nero; 



Preme così, come si suol destriero. 

17° Né creder che sia questo il dì primiero 4t 
Che in prò di nostra legge e del tuo impero 
Ben rammentar dèi tu s'io dico il vero, 
Vaprimain predai! giàìnclinatoimpero,67 
E farsi d'Este il principe primiero; 
Vicini, a cui rettor facea raestioro. 
E d'emula virtù l'animo altero 82 

Che cièche immaginando ha nel pensiero, 
Pur, come sia presente, e come vero, 

18" A quel che il senso gli oflTerìa per vero, 25 
Ore in gran piazza termina un sentiero: 
Più del cipresso e della palma altero, 
Colà gridava il solitario Piero: 33 

Già sen ritorna il vincitor guerriero; 
Comparia venerabile od altero; 
E ne ridica il numero e il pensiero fro, 57 
Soggiunse allorTancredi: Ho un mìoscndie- 
Uom pronto e destro, e sovra i pie leggiero : 

19* S' è non picciolo stnol del più guerriero 33 
Si noma ancor, dal fondator primiero. 
Di cedri e d'oro e di bei marmi altero: 
Crollando Tisaferno il capo altero, 73 

Libero avessi in questa spada impero! 
Kon temo io te, nei tuoi gran vanti,© fero ; 
Non che de'vincitor l'aspetto altero, 131 
Fermo stabilimento al nostro impero. 
Altri noi vieti, il prenderla é leggero. 

20° Qui tacque: e, stabilito il suo pensiero 127 
Qnaiido giunse e mirolla il cavaliere 
Già compostasi in atto atroce e fero, 

erra 

1° Io qui l'eleggo; e il faran gli altri in terra,l2 
Già suoi compagni, or suoi ministri in gner- 
NativonoijSe il creder mio non erra, [ra. 22 
Ed ai perigli di lontana guerra, 
Vulgare, e posseder barbara terra; 
Vo'che tu faccia nella greca terra. 63 

Chi mai per uso in avvisar non erra) 
Ch' a farsi vien nostro compagno in guerra : 
Mura genti, tesori ed armi serra, 70 

Ma non osò di provocarle in guerra. 
Ricettò volontario entro la terra; 

2** Insegna usata da Clorinda in guerra ; 38 
Onde la credon lei, né il creder erra. 

3° Gardoaquel fero 8ControèspintoaterraI5 
Ch'allor tutti gridar, di quella guerra 
Spronando addosso agli altri ella si serra; 

4** Né sì scossa giammai trema la terra, 3 
Quando i vapori in sen gravida serra. 
Ad oscurar il cielo, a portar guerra 18 
Ai gran regni del mare e della terra. 

5° Qual capitan, ch'inespugnabil terra 64 
Stanco abbandoni, e porti altrove guerra. 
Sarò riposta in regno; e la mia terra 68 
Sempre avrai tributaria in pace e in guerra. 

6** Tratte le spade i gran mastri di guerra 41 
Lasciar le staffe e i pie fermaro in terra. 
Né porta alcuna in tal rischio di guerra 78 
Senza grave cagion mai si disserra, 
Néstanza al giunger suo giammai si serra,SO 
Siavi Clorinda, o siain consiglio o in guerra. 

7° Dispensi alfin con disperata guerra 41 
Citta lo scudo, ed a due mani afferra 
E col nemico suo si stringe e serra. 
Più stretta zuffa,alnis*avventae serra. 89 
Teme d'andar col suo destriero a terra. 
Intorniando con girevol guerra; 
Uccide Ormanno, piaga Guido, atterra 108 
Ma centra lui crescon le tnrbe, e il serra 



310 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Mentre in virtù di Ini, pari la gaerra 
8** E, dopo lun^a od ostinata guerra 23 

Con Taita di molti alfin l'atterra. 
9" Che sprezzò d' euro e d' aqnilon la guerra, 33 
Oli arbori intorno minando atterra ; 
Che più d*nn seco traggo a cni s'afferra: 
Cade, e condenti T odiosa terra 73 

Pieno di rabbia in sul morire afferra. 
Smontato del destriero, anco fa guerra; 83 
Fn duro colpo, infellonito afferra. 
Incrudelir nelPinsensibil terra! 
Ferma le genti; e il re le sue riserra, 96 
Non poco avanzo d'infelice guerra. 

11" Con lunghe falci; onde cadendo a terra 50 
Lasciava il ronro disarmato in guerra. 
Medico per te fatto, è sceso in terra; 75 
Prendi Tarme; che tardi ? e riedi in guerra. 
Già nell'ostro le gambe avvolge o serra: 

12" La mole iromensa.e sìtemnta in guerra, 46 
Cade; e brev'ora opre sì 1 uniche atterra 
Del caso reo nella rinchiusa terra: 100 
Della città smarrita il romor erra 
Non altramente che se prosa in guerra 

13" Spirti, parte che in aria alberga ed erra, 11 
Caliginoso e tetro della terra: 
Che impedì loro il trattar T arme in guerra ; 
Ecco subite nubi; e non di terra 75 

Ma giù dal ciel, che tutte apre e disserra 
Ecco notte improvvisa il giorno surra 

14" China (poi disse e gli additò la terra) 9 
Oli occhi a cièche qnel globo ultimo serra. 

15° Se'l mar qui è tanto.ove il terreno il serra,23 
Che ila colà dov'egli ha in sen la terra? 

16** Va TAsia tutta, e va l'Europa in guerra; 32 
Travaglia in arme or nella siria terra: 
Del mondo, in ozio, un breve angolo serra: 

13" Sopra il turbato ciel, sotto la terra 37 
Vengono i venti e le procelle in guerra, 
Ma par mai colpo il cavalier non erra, 

10" Mentre qui segue la solinga guerra, 29 
L'ira de'vincitor trascorre ed erra 
Or chi giammai dell'espugnata terra 
Vano trofeo d'abbandonata terra 54 

Abbiansi i Franchi; alfin perdan la guerra. 

20° Bisposer l'altre, ed accettar la guerra. 31 
Da lor fu il Cielo; indi baciar la terra. 
L'un con l'altro nemico omai si serra. 
Impetuoso e rapido disserra 75 

La porta, e porta inaspettata guerra. 
Poiché il Soldan, che spesso in lunga 108 
Più fero ognora, alfin calcò la terra [guerra, 
E Fortuna, che varia e instabii erra, 

erri 

3° L^nn l'altro esorta che le piante atterri, 75 
Caggion recise da' taglienti ferri, 
I funesti cipressi, e i pini e i corri, 

4" Fa ch'io sappia chi sei, fa eh' io non erri 85 
Neil' onorarti, e, s'è ragion, m'atterri. 



erro 



ir 



Cosi dice; e, premendo il lungo corro 69 
D'una gran lancia, offre la gamba al ferro. 



ersa 



6" 



Né cessò mai, finché nel seno immersa 31 
Cade il meschin sulla ferita, e versa 
L'arme ripone, ancor di sangue aspersa 
9** Nèquesta è già quell'oste onde la Persa 18 
Perchè in guerra sì lunga e sì diversa 
E, 8' anco integra fosse, or tatta immersa 



13" Che la destra del Ciel pietosa versa, 77 
La chioma averne, non che 'Imanto.aspersa; 
Chi tien la man nella frese* onda immersa; 

15** Ma esce, non so d'onde, e s'attraversa 47 

Fiera, serpendo, orribile e diversa. 

• 

erse 

2° Viene or costei dalle contrade Perse, 41 
Bench' altre volte ha di lor membra asperse 
Or quinci in arrivando a lei s'offerse 
3° Insegne e prigioniere armi diverse, 73 
Alle genti di Siria ed alle Perse. 
In mezzo il grosso tronco si coperse. 
4** Che sotto l'ombre amiche ne coperse; 54 
Compagne elette alle fortune avverse; 
Pur le luci volgea di pianto asperse; 
9** A quel grido, a quel colpo, in lai converse 38 
Oli aprì l'usbergo, e pria lo scado aperse, 
E il ferro nelle viscere l'immerse. 

11** Uscì del chiuso vallo, e si converse 76 
Sopra di polve il ciel gli si coperse; 
E lontano appressar le genti avverse 

14** Nulla mai vision nel sonno offerse 4 

Com' ora questa a lui, la qual gli aperse 
Onde, siccome entro uno speglio, ei scorse 

16" In lieto aspetto il bel giardin s'aperse: 9 
Fior vari e varie piante, erbe diverse. 
Selve e spelonche in una vista offerse; 

17° Qnestior co'Tarchi,or con le genti Perse7 
Fu perdente e vincente; e nelle avverse 
Poiché la grave età più non sofferse 

18" Così disse egli: e 'l cavalier s'offerse 4 
Ma negli atti magnauimi si scerse 
E verso gli altri poi lieto converse 
Vide da borea incoutra sé converse, 87 
Per sforzar la natura e l'aure avvcr.<:e: 
Si fer, sul muro agli occhi altrui s'offerse; 

20" Spinse il suo contra lui,che in atto scersel 15 
Fé lor gran piazza in mezzo, e si converse 
Tante tur le percosse, e sì diverse 

ersi 

1** Sai che là corre il mondo, ove più versi 3 
E che il vero condito in molli versi, 
Così all'egro fancinl porgiamo aspersi 

2" Sarete uniti, or quando iTnrchi eiPersi65 
Potranno unqua sperar di riaversi ? [si, 

4" E questo pianto, end' ho i tuoi piedi asper-6l 
Vagliami sì che il sangue io poi non versi. 
10** Che tante volte han già rotti e dispersi 44 
Oli Arabi, i Turchi, i Soriani e i Persi. 

erse 

3° Sanguinosi il terrea lasciasti asperso, 8 
In sì acerba memoria oggi io non verso? 
Per gli occhi, e stilli in lagrime converso? 
4" Sia destin ciò eh' io voglio : altri disperso 17 
Altri in care d'amor lascive immerso, 
Sia il ferro incontro al suo rettor converso 

12° D' un bel pallore ha il bianco volto asper- 69 
Egli occhi al cielo af fi8a;e in lei conver8o[so, 
E la man nuda e fredda alzando verso 

16° Intanto Ubaldo oltra ne viene ; e il terso 29 
Adamantino scudo ha in lui converso. 

18" E della carne tu di moto asperso, 3 

Non ti potrebbe far candido e terso 
Può render puro: al Ciel dunque converso, 

19" Dimostra arto simile, atto diverso. 12 
E cerea il ferro no, ma il corpo avverso. 
Questi gli ha il ferro al volto ogaor converso; 
Fra questi è il valoroso e nobil Perso; lió 



HIMAEIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 311 



Mtfi appoggia le tcale, « t« p»r l'"^i>;_ 
Xi pusiò 1« Colonne, s p«r Tiperta £t 



ùogli empi il ' 



.e°r?o. l'to 



IB° «n»! meandro fi. 
19* Ilciderdilitrkle 



1* EÌTSti1oiigbienii>i[e,eip: 
E da coi Ht.ua l cbiosl pa» 

9' Ed'elnsUiediEDDdierin 
Dl«pirtoi»idaci,eiatntli 



2° HoYflcw 
Indaoli 



fcKn6rr).rd;alloit 
G ho dogli aT'BDtai 



Cheinlintieididii 
llsimqlaeroadOrn 
OramgBDOradin.cli 



£ili a deetra B'allnnei.or'è l'aperto 
Il nttor dell» tDtbe e l'nn Roborte 49 
Ha l'InJia» deli-altro ha l'elmo apoito, 
Tieaferno nen hanenioo certo 

10" aipoai a miglior tempo ornai rieorya: S 

Che iniepólte do'tooi l'oaea coneervaf' 

li' Spieitata ancella, a chi fo più eoniierva40 

RaccorSerelli: al titolo di aeria 

Te Munirò, qn^ndo lardor pifi tetri 

17° Eiinindoeomlir.che pini.TmnpIaferTaflS 

Poi di Tancndi nn tempo, «'tua eonisrci. 
Par la prime catene anco liierià 100 



B' in pie gami 






312 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Di Persia innnmerabile, difesa; 

2" lo son Clorinda, disse: hai forso intesa 46 
Per ritrovarmi teco alla difosa 
Son pronta, imponi paro, ad ogni impresa; 
Ha il consiglio di tal, cai forse pena 6S 
E l'aver sempre vinto in ogni impresa, 
E sempre è più ne' cor più grandi iicttosa, 

3* Allor gridava: Oh qual por l'aria stesa 10 
Sa,sue>o, cittadini: alla difesa 
Già prosente è il nemico. E poi ripresa 
Ma d'altissime mura è più difesa 55 

La parte piana e incontra Borea stesa. 

4" Che la città, del ver dubbia e sospesa, 53 
Sollevata non s'armi a mia difesa. 

6° Posto in lance col prò che il contrappesa,? 
Con la donzella all'onorata impro:>a. 
Cerca di ricoprir la mente accesa 
Chi conta i colpi, o la dovuta offesa, 57 
Mentre arde la tenzon misura e pesa? 
Preparoria sue forze alla difesa, 67 

Né cosi agcvol poi fora l'impresa. 

7° Volge con mente allor dubbia e sospesa ; 58 
Atto gli s'oifre alcuno a tanta impresa. 
Di Tancredi non s'è novella intesa: 

8"* Questi appien gli narrò come già presa 8 
Fosse Antiochia, e come poi difesa: 

9" La viltade e il timor? La fuga è presa: 95 
Disarma; impaccio è il ferro, e non difesa. 
Dall'occidente al mezzogiorno è stesa: 

12" Ma poiché la gran torre in sua difesa 15 
Che da poche mie genti esser offesa 
La coppia che s'offerse all'alta impresa, 
14" Il bosco, c'ha gl'incanti in sua difesa; 14 
Di gente, inabil sembra a tanta impresa, 
Prenderà maggior forza a nova impresa : 
Vera istoria, da voi non anco intesa. 51 
La preda sua, già con taut'arte presa, 
E frase disse di disdegno accesa: 
16" Poi le rispondo: Armida, assai mi pesa 53 
Del mal concetto ardor l'anima accesa 
Né vo' vendetta, né rammento offesa; 
13** Desiando e sperando, all'alta impresa. 11 
La notte : e, pria che 'n ciel sia l' alba accesa, 
Nova, ed estrania di color, s'ha presa; 
Ma non togliea però dalla difesa 70 

Contra quelle percosse avean già tesa 
L'impeto, ch'in lor cado, ivi contesa 
Grida: compagni, è la città già presa. 104 
Non sarem noi di sì onorata impresa? 
Perch'ivi disperata è la difesa; 
19* Ma trovan dura e faticosa impresa; 45 
Kaimondo, e corron tutti in sua difesa. 
Pugna, né vii cagiono è di contesa: 
E il vulgo umil,nonlaciltadehan presa; 54 
Nelle man vostre è la città compresa 
Veggio che ne circonda alta difesa. 
Sebben allor della futura impresa 119 

In bilance i consigli appendo e pesa. 

esca 

4" Prendi, s'esser potrà Goffredo all'osca 26 
S'i eh' all' uomo invaghito ornai rincresca 
S'esso non puoi, gli altri più grandi adesca ; 

5" Ed all'uno dicca: Deh! non t'incresca 83 
Ch' a te compagno, a me campiou s'accresca. 

6** £ tosto io eroder vo'che gliene incresca 18 

Sì che d'ui)po non fia che il quinto n'esca. 

12** Percosse il lor disegno alfìn riesca. 45 

S'appreser tosto all'accensibil esca. 

Chi può dir come serpa e come cresca 

13** Sacco le interne parti arse rinfresca; 79 



A cai le membra sne far cibo ed esca, 
Fu nella sua stagion più verde e fresca; 

esce 

2° Sebben novo nemico a te s'accresce, 73 

E co' Porsi e co' Turchi Egizj mesce. 
4* E il rossor dello sdegno insieme n'esce 94 

Con la vergogna, e si confonde e mesce. 
6° E le forze il furor ministra e cresce. 43 
piastra o maglia; e colpo invan non esce. 
Di sangue, e il sangue col sudor si mesce. 
7** Feraèla pugna; o.quanto più si mesce 105 
E stringe insieme, più s' inaspra e cresce. 
8** E col foco il venen ne' petti mo'sce. 72 
Sete del sangue ognor più infuria e cresca; 
E degli alberghi italici fuor n'esce, 
9" E la notte i tumulti ognor più mesce 2ò 
Ed occultando i rischi, i rischi accresce. 
E d'altra parte ancor la turba cresce, 73 
Sì che la pugna si confonde e mesce. 
10^ M'accorcio e stringo: esu la pelle cresce66 
Squamoso il cuoio; e d'nom son fatto un pe- 
li** E l'odorata panacea vi mesce. [sce. 74 
Volontario per sé lo strai se n'esce, 
Fuggono dalla gamba, e il vigor cresce. 
13° Segue la pioggia impetuosa; e cresce 75 

II rio così, che fuor del letto n'esce. 
18° E fuor da lei su per la cima n'esce 44 
Torre minor, cho'n suso è spinta, e cresce. 

ose 

1° Perch' egli avea corte novelle intese 67 
In verso Gaza, bello e forte arnese 
Né creder può che l'uomo, a fere imprese 

2° Così parla alle turbe; e se n'intese 13 
Ch'attoniti restar: sì li sorprese 
E non èchi la fuga o le difese. 
Così parlava. Ella rendea cortese 43 

Grazie per lodi : indi a parlar riprese: 
La fede greca a chi non è palese? 72 

Anzi da mille: perchè mille ha tese 
Dunque chi dianzi il passo a voi conteso, 
Indi il suo manto per lo lembo prese, 8) 
Così pur anco a ragionar riprese, 
sprezzator delle più dubbie imprese, 

3" Della città Goffredo e del paese, 53 

Sia il muro ostil più facile all'offese; 
Al re pagano, e così a dir riprese: 
Quinci e quindi fra i rami erano appese 73 
Già da lui tolte in più felici imprese 
Della corazza sua, dell'altro arnese 

4° Chi non ha già l'ingiurie nostre intese? 12 
Ch'egli cessasse dall'usate imprese? 
Pensar dobbiamo alle presenti offese. 
Di cavalier, né nobil arte appreso; 46 
Gli piacque mai, né mai tropp'alto intese; 
E in cor superbo avare voglie accese; 

5° Ma già non meno esso da te n'attese: 20 
Costui scemò suo pregio allor cheM chiese. 

6° Nascondo altrui, vo'ch'a te sia palese. lU 
Di vendicarle ricevute offese, 
Ilaccolte ha fin dal libico paese; 
Questi un fu di color cui dianzi accese 29 
Pur cedette a Tancredi, e in sella ascese 
Or veggondo sue voglie altrove intese, 
E, perocch'ella dalla madre apprese 67 
E con qnai carmi nelle membra offesa 
(Arte che per usanza in quel paese 
Tancredi, cui dinanzi il cor sospese 114 
Pensa: Deh ! forse a me venia cortese, 
E parte prende sol del grave arnese, 



RmARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



313 



T D*a1to incendio di guerra arde il paese 8 
Senza temer le militari offese? 
La mia famiglia e la mia greggia illese 
Che più r altro non sia pronto alle offese. 40 
£ forato e sanguigno avea T arnese: 
Impiagasse il nemico, anco non scese; 
Tingi nel sangne del ladron francese: 101 
Premio al gran fatto egnal dal re cortese 
Tosto che il suon delle premesse inteso : 

8* Benedicendo, sovra me distese: 28 

Voci allor poco ndite e meno intese. 
Sorgo, e non sento le nemiche offese; 
Ne potevan parer sì fatte offese; 66 

Ferità leggerissimo le ha rese. 
L*alte leggi divine han vilipese. 

9* E spinto a forza dal natio paese, 5 

Ch' oste gli fa magnanimo e cortese. 
Gli s'offrisse compagno ali* alte imprese. 
Con Tarme di pietà fea sue difese, 84 

E di natura il più bel pregio offese. 
Il ferro, che si volse, e piatto scese: 

10" Svelto sarà nell'ultime contese: 23 

Giro sospinte, e sol dal mar difese. 
Mago si tacque: e quegli a dir riprese: 
Alfìn giungemmo al loco ove già scese 61 
E di natura vendicò l'offese 
Fu già terra feconda, almo paese; 

11* Il Capitano il suo pensier comprese: 21 
Ov'è, signor, l'altro ferrato arnese? 
Che vada con sì debili difese. 
Deh ! spezza tu del predator francese 30 
E lui che tanto il tuo gran nome offese. 
Così dicean: né fnr le voci intese 
Fa l'erede minor del rege inglese. 42 

Che la mortai percossa in lui discese; 
11 guanto dell' acciar nulla contese; 
E mille si vedean fiaccole acoese, 86 

Onde soppesi il tutto, o si comprese. 

12" Lasciai; tanta paura il cor mi prese. 30 
Testa volgendo, in te lo sguardo intese; 
Vista con atto placido e cortese; 
Quel e' ho per uso di non far palese. 61 
Uà di qne'duo che la gran torre accese. 
E, in mal punto il dicesti, indi riprese : 
Qnivi da faci, in lungo ordine accese, 95 
E le sue armi, a un nudo pin sospese. 
Ha come prima alzar le membra offese 

13* Già per virtù del Sole in alto ascese; 75 
Le porte sue, veloci in giù discese : 
Nell'ombre sue, che d'ogn' intorno ha stese. 

14** Ei molto per sé vedo, e molto intese 31 
Già gran tempo, da me; so che cortese 
Così lor disse: e più da lui non chiese 

16** Dal fianco dell' amante (estranio arnese) 20 
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese. 
Con luci ella ridenti, ei con accese, 

17* Imperio il cavalier la verga prose : 39 

Di8se,e voce' tuo' auspizi all'alte imprese; 
Dell'Asia vendicar le gravi offese: 
Incontra ì raggi della Luna appese; 58 
Gemme nell'elmo aurato e nell'arnese; 
Nel grande scudo in lungo ordine stese. 
Della città, donna del Po, marchese. 75 
Di contemplante, il fondator di chiese. 
Far centra Berengario aspre contese; 

18** S'apparecchia in tal modo alle difese, 49 
Vista è passar sovra lo stuol francese. 
Quelle liquide vie con l'ali t-ese: 
Venne colui chiamato; e, poi che intese 53 
Alzò ridendo il volto, ed intraprese 
Tosto sarò dove quel campo tese 



18* 
19» 



20" 



8" 
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14- 

19» 



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12" 
13* 



17' 
19° 



20° 



A trasportarne là molte difese, 65 

Da quella parto ove primier l'attese. 
L'oste d'Egitto, ha quelle vie già preso; 
E il sangne espresso dilagando scese. 25 
Ritto sovra un ginocchio alle difese. 
Senza noiarlo, il vincitor cortese. [se. 

Queste arme in guerra al Capitan franco- 64 
Quando gli trasse l'alma; e lo sospese. 
Non fìa, l'altro dicea, che il re cortese 
Sì ch'ei distinto e manifesto intose 76 
Come le insidie al pio Duglion sian tese. 
Col timor le speranze eran sospese. 50 
Di rotti scudi e di troncato arnese; 
Altre confitte, altre per terra stese; 
L'cnnelsangnedell'altroa morte steso.56 
Cui d'emulo furor l'esempio accese. 
LMnfedel plebe, e non facea difese 
Sorse amor centra l'ira e fé palese 63 
La man tre volte a saettar distese. 
Pur vinse alfin lo sdegno; e l'arco tese, 
A quelle prime viste, e poi s'accese, 71; 
Nel periglioso campo all'alte imprese: 
D'elmo s'armò; ch'aveva ogni altro arnese: 

esi 

Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi 82 

Grande che può coprir genti e paesi 

E sogliono da questo esser difesi 

Né i passi più difficili, i paesi 

Schivar si cerca de' nemici offesi. 

Così concluse: e i cavalier francesi 

Gli altri principi ancor men gravi arnesi 

Ma i pagani frattanto erano ascesi 

Vari costami avea, vari paesi. 

Del nostro mondo agli etiopi accesi, 

Le favelle, le usanze e i riti appresi; 

Nella dolce prigìon due lieti mesi 

E mi servisti in bei modi cortesi. 

Lo scadier,comepria v'ha gli occhi intesi, 

eso 

Vengo a scoprirti, e vengo a darti presola 
Quel reo che cerchi, onde sei tanto offeso. 
E, perchè i Franchi han già il sermone ap- 6 1 
Della Seria, fu ciòch'ei disse inteso. [preso 
Su l'altro scudo, ond'è colui difeso: U4 
Che non sa già chi sia dal ciel disceso 
La man nemica, si'riman sospeso 
Vedeasi in alto il fiero Elvezio asceso 35 
Segno a mille saette, e non offeso 
Quando un sasso ritondo e di gran poso. 
Sul pomo della spada appoggia il peso. ÓS 
Al primo albor ch'é in oriente acceso. 
Del suo nemico, e sé non tanto offeso. 
E già calcato avrebbe il suol difeso, 26 
Ma gli s'oppone (o pargli) un foco acceso. 
Senza materia in un istante appreso; 4S 
Parve, e d'armati mostri esser difeso. 
Né dal ferro mi fu l'andar conteso. 
Cui né catnmin per aspra terra preso, 61 
Né domò ferro alla lor morte inteso; 
Giacciono a sé medesme inutil peso: 
Fian l'arme al braccio tuo più caro peso,26 
Che'l picciol figlio, ai dolci scherzi inte.so? 
Qui si formano entrambi: e pur sospeso 9 
Vede Tancredi che il Pagan difeso 
Poscia lui dice : Or qual pensier t' ha preso ? 
Che in fronte il colse, e l'atterrò col peso,43 
Supin, tremante, a braccia aperte steso. 
Pur ripercosso ove fu prima offeso; 80 
A cui soverchio è de' gran colpi il peso. 
Oppugnato in quel tempo anco e difeso 



12 



25 



23 



82 



EIMAEIO DELLA GEEUSALEMME LIBEEATA. 

novrl. e i tegii impnut. 



A liberar Gerì 

All'ilU itnpr 

8' ContolUciù 

sitagli cotica 



>Ì cu»? 12 >r K*,^ 
ìid'eiiL 



Fi»tiiiwjggii.i,cli-ogiiondirebl.e:Èii(ss». 

V VèpoùnilDrblipilrctlCHUs tpe».:;2 

Gont» Cloriadiil f^rrn, e le B'uppraBBs; 

La fa» spada uil liei eHnco. ed (se> 

II' CoaidiceegliisperoBoaimooeeua 37 



Della eoa feda il» del Cie]. 



indi traesse 91 



_ Qasl grande già.chB 
Che il mio candido e 






D'arni e di membra perfotita e Unsi: 
OndecaderlasdDlli: ed egli presse '■ 



raddoppiagli ultimi tm plus 



13° Della nelle elle pTOiilma I 



E cb' «f II ■ qael crudele «Tea ntsmeuii S3 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



315 



Di porgermi il veien quel giorno stesso. 
4** Ed ambo fece rei di queir eccesso 56 

Che commettere ia me volle egli stesso. 
6** Vengane a te, quasi celeste messo 13 

ChMo,qQanto a me,bastar credo a me stesso, 
Or nei riposo al trai siami concesso 
Cercollo invan sovente, ed anco spesso 61 
Baffignrollo e disse : Egli è pur desso. 
Mail piùsaggio fratello il quale anch'es-1 12 
Non la volle soguir,ch'era men presso; [so 
E mandò con ravviso al campo un messo, 
7** Questo r angelo prende, e vien con esso 82 
Occultamente al suo Raimondo appresso. 
Cala un fendente; e il conte è così presso, 92 
Non sottraggeasi, e rimaneane oppresso; 
Non mancò lui di quel superno messo, 
8" Venirne a te vorrei più lieto messo : 5 

Qui sospirava ; e soggiungeva appresso: 
9** FattointantohailSoldanciòch'èconce8so97 
Tutto è sangue e sudore ; e un grave e spesso 
Langue sotto lo scudo il braccio oppresso; 

11** E da sembiante colpo al tempo stesso 59 
Còlto è Raimondo, onde giù cade anch'esso. 
Difendendo ostinata il varco fesso 77 

Dal buon Tancredi e da chi vien con esso. 

12" Uniti vanno a passo lungo e spesso, 43 
La macchina nemica, ornai son presso. 
Kè può tutto capir dentro a sé stesso: 
Così portati, e Tuno e Taltro appresso, 73 
Ha ili differente stanza, alfine è messo. 
Temerò me medesmo, e da me stesso 77 i 
Sempre fuggendo, avrò me sempre appresso. 
O Tancredi, Tancredi, o da te stesso 86 
Chi sì t'assorda? e qual nuvol sì spesso 
Questa sciagura tua del cielo è un messo: 

13** D'anfiteatro; e non è pianta in esso, 38 
Quasi eccelsa piramide, un cipresso. 
Ch'era di vari segni il tronco impresso, 

14" E pronto esecutor rendi a te stesso: 24 
Ha rendi insieme la sua gloria ad esso. 
Sia testimonio a sua virtù concesso; 
Scorgo comete e fochi altri sì presso, 44 
Ch'io soleva invaghir già di me stesso. 

16° Qnaluomdacnpo egrave sonno oppres80,3I 
Tal ei tornò nel rimirar sé stesso. 
Giù cala il guardo ; e timido e dimesso. 
Non ten vengo a privar; godi pur d'esso. 45 
Cristiane odiai, noi nego, odiai te stesso. 
Che per me fusse il vostro imperio oppresso ; 
Non accusi già me, biasmi sé stesso 74 
Ei l'alma baldanzosa e il fragii sesso 
Esso mi fé donna vagante, ed esso 

17" Azzo si vede, e il suo fratel con esso, 72 
Dappoiché fu il tiranno erulo oppresso. 
Segue l'estense Epaminonda appresso, 
A Beatrice sua poi v' era espresso. 77 

» Betaggio, a sì gran padre esser successo. 
Difetto par noi numero e nel sesso; 

18** Così gli disse : ed ei prima in sé stesso 9 
Poi, chinato a'suoi pie, mesto e dimesso 
Il ministro del Ciel, dopo il concesso 
Tu drizzerai, Camillo, al tempo stesso 56 
Tacque: e Raimondo che gli siede appresso. 
Disse: Al consiglio da Goffredo espresso 

19** Che il giorno omai dellabattagliaèpre8S0.65 
Queste parole, e il duce tacque od esso. 
Sospeso e dubbio; e rivolgea in sé stesso 
Ha, poiché qnel desio che fu riprcsso 99 
Tornarmi ritentando al loco stosso, 
Fuggir non potei già; eh* era omai presso 

20" Così Emirenglischiera,ecorreanch'esso24 



Per interpreti or parla, or per sé stesso; 
Talor dice ad alcun : Perchè dimesso 
20" Giace il cavallo al suo signore appresso ;5l 
Giace il nemico appo il nemico ; e spesso 
Non v'é silenzio, e non v'é grido espresso; 
Accettino i compagni; esce sol esso, 76 
E sol fra mille intrepido s' è messo. 
Segnon poi gli altri, ed Aladino stesso. 

osta 

1" Mostra passate, e l'ultima fa questa; 65 
E la sua mente lor fa manifesta 
Vo'che l'oste s' invìi leggiera e presta 

2" Il re ne fa con importuna inchiesta XO 
Ed a chi gli nasconde, o manifesta 
E il mago di spiarne ancor non resta 
S'ode l'annunziointanto.e che s'apprestai 7 
A lei, che generosa é quanto onesta 
Hove fortezza il gran pensier; l'arresta 
Mie son quelle catene, e per me questa 29 
Fìammas'accende, e il rogo a me s'appresta. 
D'indugio impaziente; ed a chi resta 95 
Già non men la dimora anco è molesta. 

3* Già l'aura messaggiera erasi desta 1 

Ella intanto s'adorna, e l'aurea testa [sta, 
Quandoilcampo,ch'airarmeomais'appre< 
Va di Tancredi, e pon la lancia in resta. 21 
Volare, e parte nuda ella ne resta; 
(Mirabil colpo!) ei le balzò di testa; 
Che nulla teme la sicura testa 51 

di sassi di strai nembo o tempesta: 
Ma il pietoso Buglion poi che da questa 74 
Tutti i fabri del campo alla foresta 
Ella è tra valli ascosa, e manifesta 

4" Onde il foco d'amor si nutre e desta: 31 
Parte altrui ne ricopre invida vesta: 
L'amoroso pensier già non s'arresta, 

5" Germoglieranfra quella parte e questa.35 
Tutto ciò che o piotate o sdegno desta. 
E la causa del reo dipinse onesta. 
E l'emulazion che in lor si desta 69 

Più importuni li fa nella richiesta. 

6" Va men ratto talor per la foresta, SO 

Che d'altra parte la gran lancia arresta. 
Pensier, quasi da un sonno alfin si desta; 
Lo scndiero fedol subito appresta 91 

Erminia intanto la pomposa vesta 
E in ischietto vestir leggiadra resta 
Con prontissimo piede il suol calpesta Ili 
Con molti armati di seguir non resta 
Con la tarda novella arriva in questa, 

7° Il magnanimo eroe frattanto appresta 37 
Né sul debjl cavallo assiso resta, 
Vien chiuso nello scudo,e l'elmo haìn testa, 
Son le parole onde virtù si desta. 66 

Hanno la lingua or baldanzosa e presta. 
Ha ella omai da molti a gara é chiesta. 
E con la lingua a vendicarlo desta. 104 
Lentare i freni e por le lance in resta, 
Da quella parte moversi e da questa. 
L' acquain un teropo,il vento e latempe-116 
E l'improvvisa violenza arresta [sta 

La minor parto d' esse accolta resta 

8" Ma seguitato e preso, alla richiesta 54 
Che il giorno innanzi uscir della foresta 
E eh' un d'essi tenea recisa testa 
9" §ì che la prima guardia è da lor desta,[sta.20 
Che,com'può meglio, a guerreggiar s'appre- 
Onde il fanciullo di lontan l'infesta, 33 
Che giù tremante il batte, indi il calpesta. 
Con gran contrasto l'alma, e lasciò mesta 



316 RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA, 



29 



14* 



15* 



9° E tra '1 collo e la nuca il colpo assesta: 70 j 
Gìo rotando a cader prima la testa, 
Che giù cadesse il tronco: il tronco resta 
10" Qui con lo scettro e col diadema in testaSl 

Mesto sedeasi il re fra gente mesta. 
11" Non è questa Antiochia; e non è questa 61 
Vedete il chiaro Sol, la gente desta, 
Dunque favilla in voi nulla più resta 
Come che sia dall'orrida tempesta 83 

Sdruscita anch' ella in alcun loco e pesta. 
12" Quanto me'fora ìu monte od in foresta 4 
Ch'ove il maschio valor si manifesta, 
Che non riprendo la femminea vesta, 
Ah! rispose Clorinda, andremo a questa 12 
Impresa tutti? e, se tu vien, chi resta? 
Io piangendo ti presi, e in breve cesta 
Con arte si gentil, che né di questa 
Me n'andai sconosciuto; e, per foresta 
13* Tra solitario valli alta foresta, 2 

Che spargon d'ogni intorno ombra funesta. 
È Ince incerta e scolorita e mesta, 
Vanno costor su l'alba alla foresta; 17 
Ma timor novo al suo apparir gli arresta. 
Allor s*arretra,e dubbio alquanto re8ta34 
Nelle fauci de' mostri, e 'n gola a questa 
Non mai la vita, ove cagione onesta 
Amici, dura e faticosa inchiesta 35 

Che '1 cercato guerrier lungi è da qnesta 
Quanto, oh quanto dell'opra anco vi resta! 
Entrate, dice, o fortunati, in questa 6 

Cui destro è ciascun vento, ogni tempesta 
Per ministra e per duce or me vi appresta 
La maggior Sirte a' naviganti infesta 18 
E '1 capo di Giudeca indietro resta; 
Tripoli appar sul lido: e'ncontro a questa 
16° Picciola fra" nemifi anco richiesta. 4S 

Va il trionfante, il prigionier non resta. 
Ed all'altre tue lodi aggiunga questa. 
Del troncator dell'esecrabil testa. 66 

Difficil 81, da voi, ma impresa onesta. 
D'una vendetta in gniderdon son pre8ta._ 
Lalingua al vanto habaldanzosa e presta.53 
Vendetta far su l'esecrabil testa: 
Arme or costei commovc, e sdegni desta. 
Cosìil consiglia: e il cavalier s'apprestali 
Passa pensoso il dì, pensosa e mesta 
Le belle armi si cingo, e sopravvesta 
Il bel candor della mutata vesta 
Poscia verso l'antica alta foresta 
Era là giunto ove i men forti arresta 
Tuona; e fulmina quello,e trema questa : 37 
E gli soffiano al volto aspra tempesta. 
Né per tanto furor punto s'arresta. 
Tutti gli scudi alzar sovra la testa, 74 
Facean centra l'orribile tempesta. 
Va di gran corsa; e nulla il corso arresta: 
Rende misera strage atra e funesta 33 
giustizia del Ciel, quanto men presta, 
Dal tuo secreto provveder fu desta 
L'irreparabil turbo e la tempesta 43 

D'arme ingombrando e quella parte e que- 
Nella gran torre, ed egli ultimo resta; [sta. 
Risponde l'Indian: La fronte mesta 71 
Ch'assai tosto avverrà che l'empia testa 
menerolti prigionier con questa (sta: 
Seguian molti altri la medesma inchie- 116 
Delle stesse lor braccia essi han contesta 
Disse Tancredi allor: Adunque resta 
20" Ad altri: valoroso, or via con questa 25 
L'immagine ad alcuno in mente desta, 
Della pregante patria, e della mesta 



20" 



1" 
4" 
5- 
60 

8° 



1 



73 



9" 
12° 



17 



18 



13 



17 



14- 

1 

18" 
19' 

i 



19 



! OO 



Sembra d'alberi densi alta foresta 2 

Son tesi gli archi, e son le lance in resta; 
Ogni cavallo in guerra anco 8'appr<jsta, 
Perchè il destrier, se dalla spada resta aS 
Alcun mal vivo avanzo, il morde e pest.i. 
Faceano or mostra spaventosa e mesta :5J 
Nulla vaghezza ai bei color più resta. 
Ne' cimieri e ne' fregi, or si calpesta; 
Morto il duce Emi reno, ornai sol resta 140 
Segue i vinti Goffredo, e poi s'arresta, 
Conmezza8pada,econ mezzo elmo in testa. 

oste 
Infaticabilmente agili e preste: 14 

Sovra la terra e sovra il mar con queste, 
Parti del mondo il messaggier celeste: 
E novella speranza in lei si deste, 91 

Edi gioia la fronte adorna e veste; 
Il chiaro sguardo il bel riso celeste 
Meco passati in quelle parti e in queste,90 
Della Cristiana sua fede nasceste; 
E i monti e i mari e il verno» e le tempeste, 
Qual dolente fortuna a lei s'appresto. 106 
L'armi sue terse il bel raggio celeste; 
Col bel candor che le circonda e veste; 
Già cheti erano i tuoni e le tempeste, 
E l'alba uscìadoll» magion celeste 
Ma quei che le procelle avean già deste, 
Ha la corazza indosso, e nobil veste 
Nudo è le mani e il volto, e di celeste 
Scote l'aurato scettro, e sol con queste 
Va seco Aletto; e poscia il lascia, e veste U 
E nell'ora che par che il mondo reste 
Entrain Gerusalemme; e, tra le meste 
Depon Clorinda le sue spoglie inteste 
E senza piuma o fregio altre ne veste 
Però che stima agevolmente in queste 
Ed ecco, in sogno, di stellata vesto 
Bella assai più, malo splendor celeste 
E con dolce atto di pietà le mesto 
Prendete in guardia questa selva,equeste8 
Come il corpo è dell'alma albergo e veste, 
Onde il franco ne fugga o almen s'arreste 
Soggiunse appresso: Òrcosa aggiungo al3 
Sappi che tosto nel leon celeste [questo 
Né tempreran le fiamme lor molesto 
Dicea, son cinto di terrena veste ; " 

Qui cittadìn della città celeste. 
De'suoi guerrieri; e tu avrai loco in queste. 
Si disperser così le inique teste, 89 

Soglion poco le biade uscir più peste. 
L'aria serena e il bel raggio celeste. 
Ch'io so vostri usi ed armi e 8opravfeste,89 
E fui costretta ad opere moleste. 
Fuggo le imperiose altrui richieste; 
est! 

' Principi, io vi protesto (i miei protesti 23 
Gli odono or su nel cielo anco i Celesti) 
Men diviene opportun, più che si resti: 
Tatin regge la schiera, e sol fu questi 51 
Oh vergogna! oh misfatto! or non avesti 
E pur quasi a spettacolo sedesti. 
Ma il fanciullo Rinaldo e sovra questi, 5S 
Dolcemente feroce alzar vedresti 
L'età precorse e la speranza; e presti 
Fargli che vilipeso egli ne resti, 33 

Credasi, dice, ad ambo; e quella e qnesti 
Indi accenna ai sergenti, i quai son presti 
Messagger, dolcemente a noi sponesti SI 
Se il tuo re m'ama, e loda i nostri gesti, 
A quella parte poi dove protesti 



13 



91 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



317 



4^ A disprezzar forse i mlSi preghi onesti, 42 
Kè dritto par, ch'ella delusa resti. 
Ch'altrui più giusta aita unqua uon desti. 
La sferza in quelli, il freno adopra in quo- 87 
Come lor vede in amar lenti o presti, [sti, 

6° Né t'ò di noi chi mai lor passo arresti, 3 
Né tromba che dal sonno almen li desti. 
Parte ancor poi nelle sue Iodi avresti, 77 
Ond'egli te d'abbracciamenti onesti 
Poi mostra a dito ed onorata andresti 

7** £ ben questo Aquilin nato diresti 77 

se veloce sì, ch'orma non resti, 
se '1 vedi addoppiar leggieri e presti 

8** Che viva in te serbò si manifesti 37 

Che nel diletto tuo signor vedesti; 
L'arme con tale esempio altri si desti; 

0** E quali sian, tu '1 sai, che lor cedesti 45 
E sì spesso le spalle anco volgesti, 
E il sa Clorinda teco, ed io con questi: 

2** E 80 che fuori andando opre faresti 1 4 
Che tutti usciate, e dentro alcun non resti, 
Né men consentirei ch'andasser questi 
Misero, di che godi? oh quanto mesti 59 
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti) 
Così tacendo e rimirando, questi 
jy amicizia e di pace a me porgesti ! 82 
E voi, leggiadre membra, or non son questi 
Vestigi miserabili e funesti? 
Del mortai mondo, per egror, togliesti ; 92 
Per pietà, di salir degna mi fosti. 
Spero che per te loco anco s'appresti, 

3** Padre e Signor, se al popol tuo piovesti 71 
Se a mortai mano già virtù porgesti 
Un vivo fiume; or rinnovella in questi 

6" Srelte nuotar le Cicladi diresti 5 

L*impetoètanto,onde quei vanno e questi 
Già volar faci e dardi, e già funesti 
Questi da te. Che tomi, empio, se resti? 40 
Potrai negar, poiché fuggir potesti. 

7<* Cnri le cose tue, chiedilo u questi; 60 

Ove tu vita misera traesti. 
Delle Sirene, e non ti sian molesti; 
Là d'nn gran ramo estense ei par eh' inne- 80 
Quel ne' suoi Guelfi rinnovar vedresti [sti 
E col favor de' bei lumi celesti 
Che de' futuri eroi già non vedresti 87 
L'ordin men lungo,o pur men chiarii gesti. 

IO" Ai magnanimi amanti usar vedresti: 36 
Difende intentamente, e quella e questi. 
Che vengono al suo caro aspri e molesti : 
Grande, ma breve aita apportò questi 93 
Grande, ma breve fulmine il diresti, 
Ma del suo corso momentaneo resti 

osto 

6° Ch* nn cavaliero,ilqual si degna in questo 1 5 
Vuol far con l'armi in campo or manifesto, 
Che non zelo di fede od altro onosto 
Per dare spazio alle lor piaghe onesto, 53 
Stabilirò il mattin del giorno sesto. 
Quell'avviso primiero, udendo or questo,! 1 4 
E in periglio è per me. Né pensa al resto; 
Monta a cavallo, e tacito esce e presto; 

8** Ch'a discerner le cose io fossi presto; 26 
Gli occhi, mezzo tra il sonno e l'esser desto: 
Più cominciava a f armisi molesto; 

9*> Albazàr con la mazza abbatte Ernesto 41 
Ma chi narrar potria quel modo o questo 
Sin da que' primi gridi erasi desto 

il» Tolsor essi congedo; e manifesto 13 

Ch'essor all' armi apparecchiato o presto 



12« 
14" 



18' 



19" 



2" 
4° 



11* 

20" 



19" 
20" 



9" 



10" 
12° 
13" 

14" 

10» 
18" 



Così in parte al ristoro, e in parte questo 
E la torre arderò: vogl'io che questo 5 
EfiTetto segua; il Ciel poi curi il resto. 
Vuoi eh' io preghi, o comandi? e come qne-l5 
Atto sarà legittimo ed onesto? [sto 

Esen va più che strai, corrente e presto. 33 
Venerabile appare un vecchio onesto, 
Vestir che di lin candido é contesto. 
E barbarico sembra ogni suo gesto. 60 
Ed in diverse lingue esser sì presto, 
L'avria creduto e quel popolo e questo. 
Tagliate, amici, alle mie spalle or questo 93 
Ponte; che qui non facil preda i'resto^ 
Ma sovra ogni altro feritore infesto 2 
Ben é il Circasso a riconoscer presto 
Lui che pugnò già seco, e il giorno sesto 
Riguarda me; non ten fuggir sì presto: 110 
L'ultimo don ch'io ti domando é questo. 

estra 

Tenera ancor con pargoletta destra 40 
Trattò Tasta e la spada, ed in palestra 
Poscia per via montana o per silvestra 
D'essi parte a sinistra, e parte a destra 6 
Siede Pluton nel mezzo, e con la destra 
Né tanto scoglio in mar, né rupe alpestra, 
E con la man, nell'ira anco maestra, 30 
Or al petto, or al capo, or alla destra 
E impetuosa e rapida la destra 
Ma chi dàlegge al vul>?o, od ammaestra 95 
Altri gittalo scudo; altri la destra 
Valle è tra '1 campo e la città eh' alpestra 
Grida Erotimoallor: L'arte maestra 74 
Te non risana, o la mortai mia destra: 

estro 

Comincian qui le due feroci destre 48 

Ma segue altrove aspra tenzon pedestre 
Né ferve men l'altra battaglia equestre 

estro 
Passa veloce allor col pie sinestro, 16 
E con la destra intanto il lato destro 
Questa, diceva, al vincitor maestro 
Mette loro in disparte al lato destro, 10 
E Rinaldo ne fa duce e maestro. 

età 

Che non corriamo alla città eh' è mèta 27 
D'ogni nostra vittoria? e che più il vieta? 
Ogn'isola de'Greci a lui sol mieta, 73 
E Scio petrosa gli vendemmi, e Creta. 
Si discioglie nel sonno, o pur s'accheta; 97 
Omai nel ciel l'alba aspettata e lieta. 
Alla città ch'ai gran passaggio é meta: 
Dalla soave bocca intenta e cheta; *14 
De' sensi in parte le procelle acqueta. 
In quella solitudine secreta 
Ma con la faccia baldanzosa e lieta 36 
Sorgendo Argante il mormorare accheta. 
Mira come son bella, e come lieta, 91 

Fedel mio caro; e in me tuo duolo acqueta. 
E, fra pochi sedendo a mensa lieta, 67 
Mescolar l'onde fresche al vin di Creta. 
Ha Tacque sì, che i riguardanti asseta: 74 
Di tosco estran malvagità secreta. 
Inebria l'alma tosto, e la fa lieta: 
Meco venir; chi mi conduce, il vieta. 56 
E, come saggia, 1 tuoi consigli acqueta. 
Non trova loco, torbida, inquieta: 
Tornò sereno il cielo, o T aura cheta; 39 



318 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME 'LIBERATA. 



\ 



Non d* incanti terribile, e non lieta; 
Kitenta il rincitor s'altro più vieta 
20" E ben la fuga di costei secreta 118 

Tisaferno segaia; ma l'altro il vieta. 

ete 

2* Su sn, fedeli miei, su vìa, prendete 12 

Le fiamme e il ferro, ardete ed uccidete 
5" Della fame i disagi e della sete 90 

Superaste, voi dunque ora temete? 
6" Né molestate son le cene liete; 4 

Traggon con sicurezza e con quiete. 
A darvi vinti a lungo andar sarete, 
Cos'i costei che delTamor la sete, 110 

Spegner nelle accoglienze oneste e liete 
Or che centra le vien chi gliel diviete, 
7* Solo si pasce, e sol di pianto ha .«^oto: 4 
E col suo dolce oblio posa e quieto. 
Dispiegò sovra lei placide e chete: 

10" Altìn, quando già tutte intorno chete 7 
Vinto egli pur dalla stiinchf.'zza, in Lete 
£ in una breve e languida quiete 

II* ^Fu in lor riprosso e l'importuna sete, 17 
Tutti all'assalto voi pronti sarete; 
Questo sia d'apparecchio e di quiete: 
L'impetuoso il batte aspro ariete; 51 

A discoprir l'interne vie secreto. 
Al conquassato e tremulo parete, 

13° Onde tanto indugiar? forse attendete 9 
Voci ancor più potenti e più secreto? 
Non ha poscia la notte ombre più liete, 57 
E di travi di foco e di comete 
Né pur misera terra, alla tua sete 

14* Se non ch'assai securi ir ne potrete, 78 
Nelle più interno parti e più secrote: 
A voi ritardi il corso o il passo viete; 

15® Qui Tolomita, o poi con l'onde chete 17 
Sorger si mira il fabuloso Lete. 
Aqucsteor vienladonna; ed, Omai siete 37 
L'isole di Fortuna ora vedete, 
Ben sono elle feconde e vaghe e liete; 
E sacrarle in quest'ombra alla quiote; 63 
Ohe guerrieri qui sol d'Amor sarete : 

17® Non fìano stabilir pace e quiete; 92 

Di possenti vicin, tranquillo e chete; 
Celebrar giochi illustri e pompe liete; 

19° Donatomi più volte, anco togliete? 74 
Dovria tal nome a por tra voi quieto. 
Nell'oflese l'offesa: e voi il sapete. 
Perchènon bastanl'acquealla lorseto, 121 
£ poco è lor ciò che la Siria miete. 

eti 

2° De' regni altrui l'acquisto ei non ci vieti, 87 

E regga in pace i suoi tranquilli e lieti. 
9" Mail gran mostro infornai, che vede quoti 1 
E cozzar centra il fato, e i gran decreti 
Si parte, e dove passa, i campi lieti 

IO" V'è l'aura molle, e il ciel sereno, e lieti 63 
Ove tra gli amenissimi mirteti 
Piovono in grembo all'erbe i sonni quoti 

15* Faran che '1 generoso entro ai divieti 31 
D'Abila angusti l'alta mente acqueti. 

IS" Catapulte, baliste ed arieti, 43 

Possa, e spezzar le sode alto pareti; 
Ch'entro di pin tessuta ora e d'abeti; 

eto 

5** E sprezzato il suo impero, e quel divieto 33 

Che fé pur dianzi, e che non è secreto: 
6* Già cedea ciascun altro; e non secreto 25 



Vanne, a lui disse; a te Paseir non vieto; 

£i tutto in volto baldanzoso e lieto, 
6" Questo sol tiene Erminia a lei secreto; 80 

Keca ad altra cagion del cor non lieto 

Or in tanta amistà senza divieto 
12" Così l'un re diceva, e l'altro cheto 16 

Rimaneva al suo dir, ma non già lieto. 
13° Tancredi; e poi che vede il tntto cheto, 37 

Soglie, e spia della solva ogni secreto. 

Né trova alcun fra via scontro o divieto; 
14® Quinci a lui n'inviava nn sogno lieto, 2 

Perchè gli rivelasse alto decreto. 
17* Cosi parlava; e l'altro, attento e cheto 64 

Fea de' detti conserva, e mansueto 

Ben vide il saggio veglio il suo secreto, 

L'arbore di Guelfon eh' è per sé vieto: 80 

Scettri e corone d'or, più che mai lieto; 

Andar poggiando, e non aver divieto: 
18* E fra via non ritrova altro divieto, 19 

Che quel d'un fiume trasparente e cheto. 
19* Rapir più oltra, e incrudelire i' vieto L2 

Or divulghin le trombe il mio divieto. 

Sovra le piume; e il prese nn sonno cheto>119 

Ritrova albergo assai chiuso e secreto. 

Entra; che non gli è fatto alcun divieto; 

etra 

2* Ma la sua man che i duri cor penetra 83 

Soavemente, e gli ammollisce e spetra, 
3* Non badò prima, or leiveggendo impetra ;23 

Si ricopre, e l'assale; ed ei s'arretra. 

Ma però da lei pace non impetra, 
4* Lagrime vere, e i cor più duri spetra. 77 

Se mercè da Goffredo or non impetra, 

E il produsse in aspr'alpe orrida pietra, 
16" Di schernita beltà che nulla impetra? 51 

Che qual fonte sorgea d'alpina pietra. 

Supplichevole in atto; ed ei s'arretra: 
18* So non che, in vece d'arco e di faretra, 27 

Ohi tien lento, e chi viola o cetra. 
20* Non fere, non fa schermo e non s'arretra: 46 

(E fu cotanto audace), or gela e impetra. 

E si vota in lor soli ogni faretra. 

etre 
3* I difensori a grandinar le pietre 49 

E quasi innumerabili faretre 
Cho forza è pur che il franco staci s'arretre; 

etro 
7* Ma sente poi che suona a Ini di retro 45 
La porta, e in loco il serra osonro e tetro. 

atta 

1" Giàlastagion eh' al guerreggiar s'aspot-16 
A liberar Gerusalem soggetta? (ta: 

Tu al fin dell'oprai neghittosi affretta. 
E v'accogliea gran quantitade in frettai 
Di gente mercenaria e di soggetta. 

2" La vergine tra il vulgo uscì soletta; 18 
Raccolse gli occhi, andò nel vel ristretta, 
Non sai ben dir se adorna, o se negletta, 

3* Dell'estinto Dudone aspra vendetta: 50 
Or quale indugio è questo ? e che s' aspetta? 
Che non corriamo a vendicarlo in fretta? 

5* Mentre in tal guisa i cavalieri alletta 1 
Né solo i diece a lei promessi aspetta, 
Volge tra sé Goffredo a cni commetta 
£ che gli offesi poi quella vendetta 34 
Vorranno far che a'gindici s'aspetta: 

6* Ed opportuna la stagionò aspetta 11 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



319 



Alla tna gloria ed alla mia vendetta. 

6" Fa Talma sempre in servitnte astretta, 53 
Il signor caro e la prigion diletta; 
Da magnanima donna esser negletta. 
Contai lusinghe al suo piacer T alletta: 73 
Kè d'aspro e freddo scoglio, o giovinetta, 
VA a fnggir ognor qnel che diletta; 
Dalle fnrie d*amor più non aspetta ; 89 
L'arme involate di portar s'affretta. 
Die loco ogni altro, e si restò soletta; 
Sì che giungono al loco ove le aspetta 93 
-Lo scudiero, e in alcion salgono in fretta. 

7" Né gli avidi soldati a preda alletta 9 

La nostra povertà vile e negletta: 
Che dairira del Ciel ministra eletta 34 
È qnesta destra a far in te vendetta. 

8** Egli medesmo sna fortuna affretta; 12 
Però ch'appena al suo partire aspetta 
E per miglior la via più breve eletta; 
E con lei faccia, perchè a lei s'aspetta, 35 
Di chi Sveno le uccise aspra vendetta. 

IQp Bompi i brevi lor sonni? e che s'aspetta 9 
A te la mia vergogna o la vendetta? 

11** L'asta,ch' offesa orporta ed or vendetta, SO 
Ma già colui non fera ov'è diretta; 
Coglie il fedel Sigiero, il qual ricetta 

12** Che battezzi l'infante : ella è diletta 36 
Dal Cielo; e la sua cura a me s'aspetta. 
L'onta irrita lo sdegno alla vendetta, 56 
Onde sempre al ferir, sempre alla fretta 
D'or in or più si mesce, e più ristretta 
Il tuo dir e il tacer di par m' alletta 61 
Barbaro discortese, alla vendetta. 
Odi, Gerusalem, ciò che prometta 104 

Fnlmina sul mio capo: io la vendetta 
Che per la costei morte a me s'aspetta; 

14° Qual canta cacciatrice, Armida aspetta 57 
Ove nn rio si dirama, e, un' isolotta 
£ 'n sa la riva una colonna eretta 
Fuor tutti i nostri lidi; e quivi eletta 69 
Per Bolinga sua stanza è un' isoletta: 

16* Vede pur certo il vago e la diletta, [ta. 17 
Ch'eglièin grembo a1Iadonna,e8sa al Terbet- 
La tua virtudo? o qual viltà l'alletta? 33 
Te la fortuna e la vittoria aspetta. 
La ben comincia impresa; e l'empia setta, 
Condonando il piacer della vendetta 50 
A questa, qual si sia, beltà negletta. 
mìa sprezzata forma, a te s' aspetta 65 
(Che tua l'ingiuria fu) l'alti vendetta. 

17" Anzi pur adunate omai le affretta 9 

Franca, nelle vittorie omai sospetta. 
Nell'ora appunto alla rassegna eletta. 
Che vigor dàlie; e crnda ed acerbetta 33 
Par che minacci, e minacciando alletta. 
Ma qual sia la mia ingiuria,a lungo detta 46 
Saravvi; or tanto basti: io vo' vendetta ; 
E fa del primo suo signor vendetta, 83 
Che t'amò tanto; e ben a te s'aspetta. 
Qual ei giusta faria grave vendetta 93 
Sul gran tiranno e sa l'iniqua setta! 
19° Il Soldano, ostinato alla vendetta: 46 
doppio scudo, tempra d'elmo eletta : 
Di qua di là vede arrivare in fretta; 
Che d'esser vendicata in breve aspetta: 7.0 
E dolce è Tira in aspettar vendetta. 
20° Ma capitano i'son di gente eletta : 13 

E poscia nn tempo a mio voler l'ho retta. 
Quale spada m'ò ignota? o qual saetta, 
Yi fa dell' onor suo: da roi s'aspetta 27 
Acerba, ma giustissima veBdetta, 



Le varie genti alla battaglia alletta. 
20" L'uno e l'altro di lor l'altrui vendetta. 37 
Per cai di Boecan l'isola è retta; 
Ch'osò pur di colpir la sua diletta 
Ma non fu la percossa invun diretta, 65 
Duro ben troppo a ferominil saetta. 
Egli le volge il fianco: ella negletta 
E s' indirizza alla gran pugna in fretta. 82 
Riman, che i suoi nemici han già concetta; 
Quella vittoria ch'ei lasciò imperfetta; 
A varie parti in un tempo l'affretta: 97 
Quella a pigliar del percussor vendetta. 
Che non sia l'ira o la pietà negletta. 
Or rimosa nel carro era soletta : 117 

Dispera la vittoria e la vendetta. [tu: 

Scende.ed ascendo un suo destriero in fret* 

'ette 

7" Qui fa prova dell'arte, e le saette 101 

Ch'oltrail perpetuo onor,vo' che n' aspetto 
Cosi parlò, nò quegli in dubbio stette, 

11" Mentre con tal valor s'erano strette 41 
Curvò Clorinda sette volte e sette 
E quante in giù se ne volar saette, 

12** Qaella macchina eccelsa arder promette. 10 
Che stanchezza maggiore il sonno alletto. 
Giù per le crespe guance a lui cadette: 
Consolato ei si desta e si rimette 94 

E intanto seppellir fa le dilette 
E se non fu di ricche pietre elette 

15° Tatto con ordin lungo eran dirette, 41 
Quello spazio di mar che si frammette. 
Case e culture, ed altri segni in sotte: 

20* Le meglio armate genti e le più elette; 10 
Uso a pugnar tra'cavalior frammette. 
E d'altri altronde scelti, e presso il mette; 
E col grave suo scudo, il qual di sette, 86 
E che alle terga poi di tempre elette 
Tien dalle spade, e tien dalle saette, 

«*** fpotti 

1" Qui tacqne il veglio. Or quai pensier, quai 32 
Inspiri tu dell'eremita i detti. 
Sgombri gl'inserti, anzi gl'innati affetti 
Giunge al vecchio timor novi sospetti, 83 
E de'nemici pavé e de'soggetti. 

2° Oh come lascian mesti i pargoletti 54 

Figli, e gli antichi padri, e i dolci letti ! 
Che non ambiziosi avari affetti 83 

Sgombri il Padre del Ciel da' nostri petti 
Nò soffra che l'asperga, o che l'infetti 
Al vostro re che venga e che s'affretti, 92 
E s'ei non vien, fra il Nilo suo n'aspetti. 
Maniere; e gli onorò di doni eletti: 

3" Ditegli che vederne omai s'aspetti 43 

E, quando d'assalirne ei non s'affretti. 
Irritati i Cristiani ai feri detti 

4" Ogni arte fomminil, ch'amore allotti: 25 
Tronca e confondi co' sospiri i detti: 
Al tno volere i più ostinati petti: 
Si stanno qui de' popoli soggetti, 79 

E sian gli uffici lor da lor negletti; 
Senz'alcun proprio peso, e meno astretti 
Pur trova in voi, temprate i vostri affetti. 83 
Perchè ciascun qual ch'ei concedo accetti. 
Ed in lingua amorosa i dolci detti? 

5"* Duce io pur sia, sarai tu dogli eletti. 15 
Do'suoi compagni al suo voler gli affetti. 
Quel grado; e,^OTLcV N>x\jvW^\\i\xx\^sì.«»\.W, 
Rigida anUcV\tà, \o9iVj^ \ ^«i\.V.\ , ^^ 

Si rende 'veaoTaXìW© «à ao%^Q\»\.\\ 



320 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Oy' uom perdono e non castigo aspetti. 

5" Non è poro eh' all' esca de' diletti 61 

Il pioGoflfredo lusingando alletti. 
CoHÌ dicova; e il Capitano ai detti 69 

Sebben, oT'ella il suo partire affretti, 
3Ia nel numero ognan de' dieci elotti 
6" Soggiunse l'altro allora: Età prometti 53 
Perch'altrimenti non fia mai ch'aspetti 
Cos'i ginraro: e poi gli araldi eletti 
9" vii feccia del mondo, Àrabi inetti, 76 
Ond'è ch'or tanto ardire in toì s'alletti? 

13° Varia e confonde sì le cose e i detti, 19 
"Se son creduti i mostruosi effetti. 
E forte squadra di guerrieri eletti, 
Adompi di tua grazia i lor difetti, 71 

E giovi lor che tuoi guerrier sian detti. 

14» Ma y bnon romito, che lor mal diretti 29 
Conosce, entra fra loro, e tronca i detti ; 
Godali corpo securo; e in lieti oggetti 64 
Obblii le noie andate, e non affretti 
Knlla curi se '1 ciel tnoni o saetti; 

lo" Do'duo guerrieri alquanto i duri petti; 59 
Seguìan pure i lor giochi e i lor diletti. 
E tutto ciò che più la vista allotti 

19° Prese i nemici han sol le mura e i tetti, 54 
Che nel capo del re, ne'vostri petti. 
Veggio il re salvo, e salvi i suoi più eletti; 

etto 

1° Chi venne, chi mandò, che gli fu detto, IS 
Fino alla guerra, ond'egli è duce eletto: 
D'aura d'ambizion gli gonfi il petto; 
Pur non segue ponsier sì mal concetto: 33 
E di viltà, non di pictade effetto: 
Il ritien più potente altro sospetto; 

2" Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto, 21 
I^arra, ei le dice, il tutto: eccolo commetto 
Ed ella: il roo si trova al tuo cospetto: 
Chieser questi udienza, ed al cospetto 60 
E in umil seggio e in un vestire schietto 
Ma verace valor, benché negletto, 

3° Dolcemente spirò nell'altrui petto, 5 

Di timoroso e riverente affetto : 
Vèr la città, di Cristo albergo eletto 
Vien feroce e leggiadro il giovinetto, 17 
Che sia guerriero infra gli scelti eletto: 
E che già sente palpitarsi il petto: 
Ned a Corban robusto il forte elmetto; 44 
Che ne passò la piaga al viso, al petto: 
L'alma uscì d' Amurate e diMeemetto 

4° Orrida maestà nel fero aspetto 7 

Kosseggian gli occhi, e di venuno infetto, 
Gl'involve il mento, e su l'irsuto p^tto 
Ma d'altra parte in lui pietoso affetto 65 
Si desta, che non dorme in nobil petto. 
E celò sì sotto mentito aspetto 85 

Il suo pensior, ch'altrui non die sospetto. 

5° Che il sommo pregioin arme hai giovinetto,9 
Di cui parte noi siamo, in duce eletto? 
Per l'onor dell'età, vivea soggetto, 
Di spirto invece, o forma ogni suo detto 25 
Esca aggiungendo all'infiammato petto. 
S'aduna sempre un bel drappello eletto; 
Ch'egli ti voglia all'obbligo soggetto 41 
De' rei comune, e in suo poter ristretto. 
Consola, e con sereno e lieto aspetto; 92 
Altamente riposte in mezzo al petto. 
Pensa fra la penuria e fra il difetto; 

6° Alcun però dal pio Goffredo eletto, 24 
Ben si vedean con desioso affetto 
£ dichiarato infra i miglior perfetto 



6° Onde si ferma; e d'ira e di dispetto 31 
Perchè ad onta si reca ed a difetto, 
Maintantoamezzo il corso in sa l'elmetto 
Così pareva a forza ogni suo detto 38 
Tonando uscir dall' infiammato petto. 
Quinci vide la pugna, e il cor nel petto 63 
Che parea che dicesse: 11 tao diletto 
Così d'angoscia piena e di sospetto 
E ben n'avresti tu gioia e diletto^ 76 

Avvicinassi al valoroso petto: 
Colorirebbe il suo smarrito aspetto: 
Altrettanto non feri e membra e il petto,83 
Cangiar nella corazza e nell'elmetto? Ito, 
Non turbo o pioggia il mio infiammato affet- 
7° La vista pur di sì feroce aspetto: 43 

Già gli sembra d'averlo e in mezzo al petto. 
Dove un pilastro è coatra il ponte eretto: 
ìE quale allora fui quando al cospetto 64 
Del secondo Corrado, apersi il petto 
£ fu d'alto valor più chiaro effetto 
L'angelo, che fa già custode eletto 80 
Insin dal primo dì che pargoletto 
Or che di novo il Re del ciel gli ha detto 
Del campo tu, che in vece sua t'accetto: 86 
L'alta follia del temerario detto. 
Parimente drizzaro ambi all'elmetti: 
8° Anzi l'un d'essi, ch'Astagorre è detto, I 
Così parlava alla compagna Aletto: 
Del vecchio genitor, sì degno affetto 6 
Intepidir nel generoso petto. 
Quivi da' precursori a noi vien detto 14 
. E visto insegne e indizj ond' han sospetto 
Non pensier,non color, non caogia aspetto. 
Me per ministro a tna salate eletto 30 
Che per ignobil mezzo oprar effetto 
Né men vorrà cho sì resti negletto 
Molte ferite avea dal tergo al petto: 53 
Le candide ali, giacea il vóto elmetto. 
Un villanel sopragginngea soletto. 
Col sangue suo lavi il comun difetto 81 
Che, mosso a leggerissimo sospetto. 
Lampi e folgori ardean nel regi^ aspetto, 
9° Ma non perciò nel disdegnoso petto 67 
Benché suo foco in Ini non spiri Aletto, 
Kota il ferro crudele ov'è più stretto 
Fuma del sangae aacor del giovenetto, 87 
E le lagrime sae stagna nel petto. 
Parte lo scudo opposto, indi l'elmetto, 

10* Che dall'armi latine èintorno astretto, 12 
Senza che spada impugni, io ti prometto. 
Contrasto aver ti fia gloria e diletto: 
E temo che s'a noi più fia ristretto 42 
L'assedio, alfin di cibo avrem difetto. 

11° A lui parlava: Io me ne vo costretto: 56 
£ di mia lontananza empi il difetto. 
Vado e ritorno. E si partia, ciò detto; 

12° Stupisce Argante, e ripercosso il petto 7 
Tu là n'andrai, rispose, e me negletto 
E da socnra parte avrò diletto 
Son queste membra e il maritai mio letto,27 
Malvagità; son vile al tuo cospetto: 
Nega la madre del materno petto; 
Così parla quel misero, e gli è detto 80 
Rischiarar parve il tenebroso aspetto, 
E dai riposi sollevò del letto 
Miserabil di gemito e d'aspetto. IDI 

Il duol, che troppo è d'indurato affetto; 
Si sparge e brutta, ofiede il volto e il potto. 

13° Ma pure è fuga; e pur gli scote il petto 23 
Timor, sino a quel punto ignoto affetto. 
Vassene il Taloroso, in sé ristretto, S3 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



321 



6 



E sosilen delU selra il fero aspetto, 
£ nulla sbigottisce; e sol nel petto 

14* Edei glirispondea: Quel novo aspetto 
Dall'antica notizia il mio intelletto 
Qli stendea poi con dolce amico affetto 
A Ini sol di troncar non fia disdetto 14 
E da Ini il campo tuo che, per difetto 
E par che sia di ritirarsi astretto, 
E sgombrò il sonno, e gli lasciò nel petto 19 
Di gioia e di stnpor confuso affetto. 
Sìcbe non pnò capir dentro al sno letto, 33 
Mentre essi stan sospesi, a lor d' aspetto 
Coronato di faggio, in lungo e schietto 
Ch'ei la m'impose: e giàgran tempo aapet-47 
11 venir rostro, a me par lui predetto, [to 
Non lungo un sagacissimo valletto 55 
E impose luì ciò ch'esser fatto o detto 
Questi parlò co' vostri, e di sospetto 
Vita seco ne mena il suo diletto. 71 

Priglon trar voi dovete il giovanetto; 
Le guardie ond'è difeso il monte e il tetto: 

15" E dolce campo di battaglia il letto 64 

Noi meneremvi arni il regale aspetto 
Che v'accorrà nel bel numero eletto 

16' I duo guerrier, poi che dal vago obbietto 7 
Bivolser gli occhi, entrar nel dubbio tetto. 
Stimi (sì misto il culto è col negletto) 10 
Di natura arte par che per diletto 
L'aura, non ch'altro, è della maga effetto, 
Un cristallo pendea lucido e netto. 20 
Ai misteri d'Amor ministro eletto. 
Mirano in vàri oggetti un solo oggetto. 
Sì di tante mie colpe in te il difetto, 47 
Di questo, al borgo tuo già sì diletto. 
Struggi la fede nostra: anch'io t'affretto. 
Il già sì caro della patria aspetto. 72 

Ov'è tra l'onde il suo castello eretto. 
Di sua presenza, e sceglie ermo ricetto, 

17" Né te, Altamoro, entro al pudico letto 26 
Pianse, percosse il biondo crine e il petto, 
Dunque,dicea,crndel,piùche'l mio aspetto, 
E, chino il capo e le ginocchia, al petto 38 
Te'questo scettro: A te, Emiren, commetto 
E porta liberando il re soggetto, 
E sparve in monche non si forma un detto. 56 
Confondea i vari aspetti un solo aspetto. 
Essi veder non ponno o muro o tetto ; 
Signor, te sol, gli disse, io qui soletto 59 
In cotal ora desiando aspetto: 
Di Bonifacio parlo : e fanciulletto 73 

Già di destra viril, viril di petto. 
Non lungo, ferocissimo in aspetto. 
Lietamente accoglieva il giovinetto, 95 
Un tacito pensier sentia nel petto. 
E ilciel cangiava in Oriente aspetto; 

IS" Il duce loro, a voi ridir prometto : 59 

E i secreti pensier trargli dal petto. 
Ma cangia in lungo manto il suo farsetto, 
Oinnsersi tutti seco a questo detto; 74 
E gli uniron cosi, che ftrreo tetto 
Sotto il coperchio il fero stnol ristretto 

19* Si mnovon quegli ad eseguir l'effetto, 45 
Perchè non è d'alcun de' suoi negletto 
Quinci furor, quindi pietoso affetto 
Ma ciascun terrà cosa in su l'elmetto, 88 
Quando fia poi rimescolato e stretto 
E insìdieranno al valoroso petto, 
Ella è detta immortai, perchè difetto 1 23 
Ma empie il loco voto, e sempre eletto 
Il capitan del campo, Emiren detto, 

20" A te )» nogììe le mammoJle e il petto, 26 

Tasso. * 



Le cune e i figli e il maritai sno letto. 
20" E di mezzo la tema esce il diletto : 30 

Sono agli orecchi lieto e fero oggetto. 
Par di snon più mirabile e d'aspetto; 
Barbarico diadema in su V elmetto; 42 
Suo capo a forza egli è chinar costretto. 
Al re pagano ; e n' ebbe onta e dispetto : 
In color, che restar, vario è l'affetto: 90 
Disperato nel ferro urta col petto; 
E là rifugge ov'ebbe pria ricetto. 

•va 

16* Ella sul carro sno, che presto aveva, 70 
S' asside, e, com' ha in uso, al ciel si leva. 

18" E, come palma suol, cai pondo aggreva, 73 
E nella oppression più si solleva: 
L'aste e gl'intoppi che d'incontro aveva: 

20" Il Gnascon ritirandosi cedeva; 83 

Eran presso all'albergo, ove giaceva 
Dal letto il fianco infermo egli solleva, 

ève 

1° Succhi amari ingannato intanto oi beve, 3 
E dair inganno suo vita riceve. 

2" Soggiunse poscia: Io là, donde riceve 29 
Di notte ascesi, e trapassai per breve 
A me l'onor, la morte a me si deve; 

5" Ma sia con esso voi, com' esser deve 4 

Il fren del nostro imperio lento e lieve. 
E che per legge è reo di morte, e deve, 34 
Si perchè il fallo in sé medesmo è greve, 
Che se dell'error sno perdon riceve. 
Come la fé Pagana è incerta e leve, 74 
Le insidie e i casi avversi nom fuggir deve: 
Né consiglio d' uom sano amor ricove. 

6" Troppo ogni indugio par noioso e greve, 1 02 
E pensa : Or giunge, or entra, or tornar deve ; 
Men del solito assai spedito e leve. 

8" Lo qnal con essa ancor , lucido e leve 30 
E immortai fatto, riunir si deve. 

9" Pur or nell'Appennin caduta neve: 32 
Bapido sì, com'è quel pronto e leve. 
La spada al fianco tien ritorta e breve: 
10* Questo è lo stagno in cui nulla di greve 62 
Ma in guisa pur d'abete o d'orno leve 
Siede in esso un castello; e stretto e breve 
12" Che il viver di Clorinda al suo fin deve. 64 
Che vi s' immerge, e il sangue avido beve ; 
Le mammelle stringea tenera e leve, 

14" Or chiuderò il mio dir con una breve 19 
Sarà il tuo sangue al suo commisto, e deve 
Qui tacque, e sparve come fumo leve 

16" Cradel, te, come amante amante deve. 44 
E di ciò la memoria anco t'è greve, 
D'un nemico talor l'altro riceve. 

17" Che la man, che la spada ora riceve, 84 
Paghi con lei ciò che per lei si deve. 
Lunghe grazie ristrinse in sermon breve. 

essa 

4" Te chiamo ,ed in te spero;o in queira1tezza4 1 
Né la tua destra esser dee meno avvezza 
Né meno il vanto di pietà si prezza^ 

9** Non ci aspetta egl),e non ci teme,esprezzal 1 
Né creder mai potrà che gente avvezza 
Ma fieri li farà la tua fierezza 
Sì questa mano,eingnisaella8Ì sprezza,37 
A provocare in me la tna fierezza? 
Che le piastre e le maglie insieme spezza, 
11"* Giungendo a loco ornai 4\ «v<swtftx.ia.. %V 
Gorre U max pxowWoao^ft V oti^^ ^^^^-ltan 
ani f&Waci acogWuxv ^toi^o u^^ta^n 



322 



EIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



12° L* etate ornai cadente alla veccbiezza, 33 
Noi partir diemmi con refi^ale ampiezza, 
Nella patria ridarmi ebbi vaghezza, 

16" Bimasa, segno pur ehi fogge e sprezza ; 30 
Rifiatato per so di sua bellezza. 
Qael gelo intoppo e qneir alpina asprezza; 

17** Ch*a ciònobilm'invogliaalta vaghezza; 4 
Son io già prima a militare avvezza. 
Che d'alcan* opra nostra hai par contezza; 

18" Qnal gran sasso talor.cheo la vecchiezza 82 
Kninoso dirupa, e porta e spezza 
Tal giù traea dalla subliniu altezza 

essi 

13" Lenta poi s* avvicina, e ti fa vozzi 30 

Con la lingua; e tn ridi, e T accarezzi ; 



ia 

1* Mirò tutte le cose, ed in Seria 8 

E con quel guardo suo, ch'addentro spia 
Vede Goffredo che scacciar dosia 
Che B^è d'Egitto il re già posto in via 67 
Da fronteggiare i regni di Seria: 
Avvezzo sempre, or lento in ozio stia; 
Le schiere sne d'assecnrar desia 74 

A scoprire il paese intorno invia; 
Da cai si debba agevolar la via, 
Spietatamente è canto : e non oblia 90 

Da tre lati fortissima era pria 
Ma da'primi sospetti ei le mania 

2* Poi verso il re si mosse; e lui tra via 45 
Ella trovò, che incontro a loi vonia. 

3* E l'ano all'altro il mostra, e intanto oblia 4 
La noia e il mal della passata vìa. 
Opra si tolse dolorosa o pia, 74 

Con buona scorta di soldati invia 
L'avea fatta ai Francesi nom di Soria 

4* E traggon tatti per veder chi sia 23 

Sì bella peregrina, e chi l'invia. 
S'hai, come pare, alma cortese e pia 37 
L'altro ti gnidi, e intercessor ti sia. 
Non è vile appo lui la grazia mia: 
Spesso l'ombra mat>erna a me s'offria, 49 
Quanto diversa, oimè, da quel che pria 
Faggi, figlia, dicea, morte sì ria 
Né pur r usata saa pietà natia 66 

Ma il'move ntile ancor: ch'ntil gli fia 
Chi da Ini dipendendo apra la via 
In Francia, e dove in pregio è cortesia 81 
Per cagion così giusta e così pia. 
Qui mi scingo la spada; e più non fia 

5" Con geloso occhio il figlio di Sofia, 8 

Che in sì bel corpo più chiara venia. 
Canti pensier l'astuta gelosia: 
Impetro or io da te, eh' a voglia mia 11 
segna poscia Armida, o teco stia. 
Voce incerta di fama o certa spia, 63 

Alcnni pochi, e meco or or gì' invia: 
L'opre mortali, o l'innocenza oblia, 
Chiaman gli altri fortnna ingiusta e ria; 76 
Che nell'imperio tuo giudice sia. 
Che ciò che più sì vieta uom più desia. 
Così parlando, ad or ad or tra via 84 

Alcnn nuovo campion le sorvenia. 

6** Spinge il destriero in questo, e tutto oblia 34 
Fngge il Franco l'incontro, o si desvia, 
Ed è sì grave la percossa o ria, 
E la vendetta far tanto desia, 45 ^ 

Che sprezza i rischj, e le difeso o\>\u. l 
Ella ramato loedicur desia -, ^ \ 



Pensa talor d^erba noceaie e ria 
Ma schiva poi la man vergine e pia 

6* E la notte i suoi fratti ancor copria, 89 
Ch'ai ladri amica ed agli amanti uscia. 
Ir tra feri nemici è gran follia; 93 

Ch'ai sao signor ginngesse, altrni vorria 
Con sicura onestà giunger desia. 

3" Rosseggiando noi ciel già n'apparia. 20 
Che r orror delle morti in sé copria, 
Con vista accrebbe dolorosa e ria; 
Che t' agevolerà per T aspra via 36 

L'alta destra di lai ch'or là t'invia. 
Quanto in dne giorni nn messaggero an-51 
Chioso tra colli alquanto è faor di via; [dria, 
Tra pianta e piantana finmicel s'invia, 
9* Vinca, alfin disse, il fato ; e questa mia 93 
Fuga il trofeo di sua vittoria sia. 

10" L'alta donzella ad onorare in pria 54 
Vien Solimano: ogni altro indi seguia . 

11* Gnglielmo ed Ademaro; e vostra sia 3 
La cura della pompa sacra o pia. 
Sì chiaramente replicar s'ndia li 

Or di Cristo il gran nome or di Maria. 
E qninci cauto rimirando spia, 52 

E porsi alla difesa ove s'apria 
E rimaner della sablime via 
Che del nostro valor giudice fia. 63 

Cerchi il pregio sovran chi '1 più desia. 
Precipitosamente a prova ascia; 
Così Goffredo impone, il qnal desia 86 
Ed occupando qnesta e qnella via. 
Ma il soon della città chiaro s' udia 

12o D' ogn' intorno traendo, or la seguia 19 
Del gran rischio s'accorge ov'ella già; 
In lei servendo ha fatto, e per la pia 
Dopo occulto mi^atto, e si desvia; 51 
Favorita e nascosa ella sen già. 
Egli qnivi è sorgiunto alquanto pria; 

13" Da lui licenza, il cavalier s'invia; 26 
Quel che da lei nave rimbombo ascia: 
Masecaro e sprezzante è come pria; 
Del caro albergo e del signore* obblia; 63 
Sempre anelando, aure novelle invia. 
Perchè il caldo del cor temprato sia, 

14" L'ampiezza, i moti, i lumi e T armonia, 5 
Un cavaliere incontro a Ini venia; 
Qual più dolce è qua giù, parlar l'udia: 
Con favorevol fremito seguia. 25 

La mente a cosa non pensata in pria. 
Che da voi si dimanda e si desia? 

15" Rideva insieme, e insieme ella arros8Ìa;62 
E nel riso ilVossor che le copria 
Mosse la voce poi sì dolce e pia, 

17* Che Idraote assoldò nella Soria. 35 

I suo' Etiopi a visitar s'invia. 
Di monil, di corona anrea natia, 
E che marchese dell'Italia fia 76 

Detto, e Toscana tntta avrà in balìa. 

18** Tale era il canto : e poi dal mirto ascia 2^ 
Un dolcissimo saono; e qnel s'apria. 
Gnglielmo, il duce lignre, che pria 41 
Signor del mare corseggiar solia : 
Ciò che Goffredo e il sno signor desia, 5S 
La cura, e disse : Or or mi pongo in vìa; 
Le tende avrà, non conosciata spia; 
Gli è a mezzo il corso dal Soldan la via. 93 
Virtù che in pochi colpi ivi apparia. 
Dono e consacro io qui la vita mia: 

19" Così abasi, fellon, la pietà mia? 26 

Nella visiera, ove accertò la via. 



RIMARIO DELLA 'GERUSALEMME LIBERATA. 



323 



19** Cosi il Pagran, ohe già yenir sentia 43 
Che di fremiti orrendi il ciel feria; 
Le custodite genti innanzi invia 
Air esercito avverso eletto in spia, 57 
E corse escara e solitaria via 
Ascalona passò che non ascia 
E là s'interna, ove mal canto apria 69 
Fra dae mamme an bel vel secreta via. 

20" l'ai che il volgo fedel della Seria 77 

Tnmultnando già quasi fnggia. 
Combatta qui chi di campar desia: 110 
La via d*onor della salute è via. 
Pietà, che n'abbia cura e cortesia; 122 
8ao cavalier qnando da lei partia. 
Il pie del palafren segnar la via. 

ie» 

1" Mente, degli anni e dell' oblio nemica 36 
Vagliami tna virtù si ch'io ridica 
Snoni e risplenda la lor fama antica, 
4** Ah! non sia ver per Dio che si ridica 81 
Che si fugga da noi rischio o fatica 
Io per me qui depongo elmo e lorica; 
6** La costrinse a partirsi, e con l'antica 58 
Madre a ricoverarsi in terra amica. 
Dunque il titolo tn d'esser pudica 72 

Che te n'andrai fra nazion nemica, 
Onde il superbo vincitor ti dica: 
3° E gli uffici comparte e la fatica: 16 

£i medesmo gli arnesi o la lorica. 
Ch'è più del sonno e del silenzio amica, 

11** Sinché fé nova tregua alla fatica 13 

La cheta notte del riposo amica. 

12* Cinta gli appar la sospirata amica: 91 
L*orna, e non toglie la notizia antica. 
Luci par che gli asciughi, e così dica: 

13** A seppellir la sua diletta amica; 32 

E mal atto a portar elmo e lorica, 
£i non ricusa il rischio o la fatica; 
Ch'a'suoi disegni, a'suoi guerrier nemica,52 
Insop^ortabil rende ogni fatica. 

16** Che ragion congelò, la fiamma antica; 52 
Pur compagna d'amor, benché pudica; 
Può ritener le lagrime a fatica. 

18° Con brevi detti al rischio e alla fatica; 4 
Ch'assai farà, benché non molto ei dica. 
La destra e il volto all'accoglienza amica: 

19*> Ov'è, signor, la tua virtude antica? 41 
Tolgaci regni pur sorte nemica; 
Ma colà dentro omai dalla fatica 
Me sulla piaggia di Biserta aprica 81 

Tosco, disse ella, ho cojioscenza antica 
Non ti celar da me, ch'io sono amica, 

20° Né Ha maggior il rischio o la fatica. 15 
In veder così grande oste nemica; 
E negli ordini suoi sé stessa intrica; 

ice 

1° Ma precorsa è la fama, apportatrice 81 
Ch'unito è il campo vincitor felino, 
Quanto e quai sian le squadre fila ridice 

2" Né pur minima parte, ella gli dico; 23 
Sol consigliera, e sola esecutrice 
Caderà l'ira mia vendicatrice. 

4* Poi distingue i consigli; alfln le dice: 26 
Per la fé, per la patria, il tutto lice. 
Questo finto dolor da molti elice 77 

Ciascun con lei s' affligge, e fra sé dico : 
Ben fu rabbiosa ti^re a lui nutrice, 

6** Quando ciò non atvenga, assai felice 103 
Io mi (errò se in voi servir mi lice. 



7" Sia lo spirito in morie almen felice; S2 
Goda quel ch'or godere a me non lice. 
Fonti di pianto da'begli occhi elice 
Questa, che meco ognor fu vincitrice, 72 
Prendi; e sia così teco ora felice. 
Ch'io di lui posso sostener la vice, 84 

venir come terzo a me qui lice. 

8** (Il Ciel che n'ode, e che ingannar non lice),63 
Spirito errante il vidi ed infelice. 
Quai frodi di Goffredo a noi predice ! 
9" Al nobil Guelfo, che sostien sua vice, 43 
Allor si volge il Capitano, e dice: 

10" Ecco a voi noto è il mio poter, ne dice, 68 
Pende d|tl mio voler ch'altri infelice 
Altri divenga augello; altri radice 

12* Sagittaria, noi nego, assai felice. 3 

Dunque sol tanto a donna, e non più lice? 
Rasserenando il volto, alfin gli diee: 41 
Che tu col latte già della nutrice 
Né per tomenza lascerò (né lice 
Onorata per me tomba e felice, 79 

Ovunque sia, s'esser con lor mi lice. 

13° Che quanto in cielo appar, tutto predico 13 
Aridissima arsura ed infelicei. 

15" Oh fortunati peregrin, cui lice 62 

Giungere in questa sede alma e felice! 

16** Rimanti in pace ; i' vado : a te non lice 56 
Rimanti, o va' per altra via felice. 
Ella, mentre il guerrier così le dice, 

17" Dell' Arabia Petrèa, della Felice, 20 

Non sento mai se il ver la fama diee; 
Ove rinasce l' immortai fenice, 
Giunge la destra: e il re così gli dice: 38 
Le genti, e tu sostieni in lor mia vice; 
Su' Franchi l'ira mia vendicatrice: 
Quando al garzon si volge il vecchio, e di- 86 

1 rami e la vetusta alta radice: [ce: 
Stata è fertil d'eroi madre e felice, 

13° Che de'secretì fu rivelatrice, 53 

Non ardì più tornar nunzia infelice. 
E lor mostra la carta, e così dice: 
E il pastore Ademaro, alma felice : 95 

Vedi eh' ancor vi segna e benedice. 

iche 
9** Mille Turchi avoa qui, che di loriche 89 

Indomiti di corpo alle fatiche, 

E furon già delle milizie antiche 
13" E di sì gravi lor rischi e fatiche 72 

Gì' increbbe, e disse con parole amiche: 
16** Sinché non giunge ove le schiere amiohe75 

Coprian di Gaza le campagne apriohe. 

ioi 

1" Ove un sol non impera, onde i gindìci' 31 
Onde sian compartite opre ed n^ci 
Deh! fate un corpo eoi di membri amici; 
Troncar lo vie d'accordo, e de* nemici 83 
Troppo teme irritar l'arme vittrici. 

2° S'empie in tal guisa ogni altro i propri affi -3 
Tomba fia questa terra a' tuoi nemici, [ci. 
Di natura, d'amor, de' cieli amici 18 

Le negligenze sne sono artifici. 

3" Tornar le schiero indietro, e da'nemici 54 
Né in parte alcuna degli estremi uffici 
Su le pietose braccia i fidi amici. 

7" E dissi: corte, addio. Cosi, agli amici 13 
Boschi tornando, ho tratto i dì felici. 

8" Qui, disse il vecchio, appresso ai fidi amici40 
Mentre gli spirti amando in Ciel felici 
Ma tu col pianto omai gli estremi affici 



324 



RIMARIO BELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



9' Seguir d'Arabia l 8uo*errori infelici, 89 

Nelle fortune avverse ancora amici. 
10' Spesso calcar de'saoi più noti amici; 26 

L'armi spogliare e gli abiti infelici; 

Gli amati corpi degli estremi affici; 
11** Dnnqne, poscia che flan contra i nemici 24 

E ch'appieno adempito avrò gli affici 

Ben è ragion (nò ta, credo, il disdici) 
13" Fa richiamata agli odiosi affici. • 84 

L'aspre sue angosce e i snoi casi infelici. 

Torba v'accorre de'più degni amici. 
15* Ma giunti al letto del suo fiume: Amici 2 

Io v'accomiato, ei disse; ite felici. 

Ecco altre isole insieme, altre pendici 33 

Ed eran queste l'isole Felici:' 

A cui tanto stimava i cieli amici, 
16' Ha quando l'ombra co' silenzi amici 27 

Traggono le notturne ore felici 

Or, poiché volta a più severi uffici 
19" Si che salvo il nemico infra gli amici 7 

Traggo dall'arme irate e vincitrici. 

Potrem della città gli alti edificj : 56 

Torran le nostre macchine ai nemici. 

La speme rinnovò negl'infelici. 

ioo 

1** Ma d* averlo aspettando aspro nomico, 67 

Parla al fedel sno messaggero Enrico: 
2" E l'innocente Ma qual giusto io dico? 12 
Uom fu giammai del nostro nome amico. 
Basti a novella pena un fallo antico. 
Così di messagger fatto ò nimico, 93 

La ragion delle genti ei'uso antico 
Senza risposta aver, va per l'amico 
5" Ridolfo, ed aKidolfo indi 01 dorico; 73 
E il bavaro Eberardo, e il franco Enrico; 
Fede cangiar, fatto a Gesù nemico. 
6" Ch'era di Solimano emulo antico; 12 

Che tanto sen prometta il rege amico. 
Farai, signor; nulla di ciò più dico. 
E secretarj del suo amor antico 103 

Fea i muti campi e quel silenzio amico. 

10' Volle freno ai soggetti, il re ch'io dico ;31 
Ch'egli Antonia appellò dal chiaro amico. 
Dentro la soglia del gran tempio antico; 
E con l'armi e con l'impeto nemico 41 
I tuoi novi ripari e il muro antico. 

13" Che molto non andrà che '1 Ciclo amico 15 
A te pace darà, guerra al nemico. 

14*> Quivi fìa che v'appaia uom nostro amico 30 
Credete a lui; ciò ch'ei diravvi, io '1 dico. 

16" Sovra il nascente fico invecchia il fico: Il 
L'altro con verde, il novo e il pomo antico: 
La torta vite ov'è piò l'orto aprico: 
Quali cose tralascio o quai ridico? 58 

Quasi buon vincitor di reo nemico 
Odi come consiglia! odi il pudico 

17" E ch'egli a me scoperse, io a te predico : 89 
Progenie,inqnestoo nel buon tempo antico, 
A te chiari nepoti il Cielo amico; 

18* Io già non preparava ad uom nomico; 32 
Sgombrando i dumi e ciò ch'a'passi è intrico. 
Egli occhi agli occhi miei se arrivi amico; 

19" Ch'è proprio mio più che comnn nemico 5 
Qnesti, ed a lui mi stringe obbligo antico. 

Ida 

1** Stnpia dell'armi peregrine; e guida 77 
Ebbe da lor Goffredo amica e fida. 
Varaci segai in questa turba infida: 86 
Sol nei pianto comun par eli' ella vida; 



Bivolgendo fra sé come m'accida 

2" Ne spronare all' impresa, e ne fnr guida. SS 
Peste sì rea, se in alcun pur s'annida; 
Di venen dolce, che piacendo ancida. 

3" Che minacciosa il segae.e, Volgi, grida: 23 
E di due morti in nn punto Io sfida. 
Venia per far nel barbaro omicida 50 
E fra' suoi giunto alteramente grida: 
Poich'ò morto il signor che ne fu guida, 

4** Lodata passa e vagheggiata Armida 83 
Noi mostra già, benché in suo cor ne rid:i, 
Mentre, sospesa alquanto, alcuna guida 

5** Nell'amor suo l'insidiosa Armida, 1 

Ma di furto menarne altri confida: 
La dubbia impresa,ov*ella esser dee guida; 
Tosto Bambaldo il riconosce, e grida 81 
Vengo, risponde, a seguitarne Armida; 
Men pronta aita, o servitù men fida. 

7" Errò senza consiglio e senza guida, 3 
Che le lacrime sue, che le sue strida, (du, 
Scioglie i corsieri,e in grembo al mar s'aniii- 
E voce intanto udì, che. Indarno, grida, 47 
Uscir procari, o prigionier d'Armida. 
Impaziente, e li minaccia; e grida: «3 
D'Europa, un uomo solo è che vi sfida 
Se nella sua virtù tanto si fida; 

8" Ch'uccise me, voi, cari amici, affida? CI 
E pensa sol come voi meco accida. 
Aspira, e in sua virtù tanto si fida, 

9" Il popol di Gesù, dietro a tal guida 51 
E de'HUoi meglio armati all'omicida 
Né la gente fedel più che l'infida. 
Che passa a caso il palestino Osmida, 73 
La qual vien che la fronte a lui recida. 
Di quella gente ch'jei conduce e guida; 
10" Ch'aiutò lui contra la gente infida, 3S 
Che già seguì l'insidiosa guida, 
Prigion restò della fallace Armida; 
11" Par che per nulla via fortuna arrida; 72 
L'aspro martir, che n'è quasi omicida. 
Mosso di lui, colse dittamo in Ida: 
14" Note in parte a voi son dell'empia Armida:50 
Molti guerrier ne trasse, e lor fu guida. 
Gli avvinse poscia, albergatrice infida; 
Più che non vola il folgore; né guida 72 
La troverete al ritornar men fida. 
Né potrà pur (cotal virtù vi guida) 7S 
Il giunger vostro antivedere Armida. 
18" Al caro tronco, e s'interpone e grida: 31 
Oltraggio tal che l'arbor mio recida! 
Pria nelle vene all'infelice Armida: 
Seco ha il nepote: e lui fortuna or guida, 67 
Perchè il nomico a sé dovuto nccida. 
Né di tagliare il ponte anco diffida, 91 
E gli altri, che temean, rincora e sgridai 
19" Vienne in disparte pur tu che omicida 5 
L'uccisor delle femmine ti sfida. 
E fa ritrarli dall'offesa, e grida: 
Tacque; e sorgeva Adrasto a far disfida: 73 
Ma la prevenne, e s'interpose Armida. 
Pensa all'esempio della falsa Armida. SI 
Vuole e disvuole: é folle uom che sen fida. 
Al fin le disse, io ne sarò taa guida. 
20" Muleasse fra loro i fanti guida 22 

E in mezzo è poi della battaglia Armida. 
Ma voler e poter che si divida, 9S 

Talché né sostien lei né l'omicida 
Anzi avvien che il Soldano a lui recida 
Egualmente crudele, or chi ti guida? 131 
E di vita cagion sia l'omicida. 
K cvu«\\^«VL« è riservata Armida? 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



325 



ide 

4" Ma mentre dolce parla e dolce ride 92 
Quasi dal petto lor Talma divide. 
Ahi erodo Amor, ch'egaalmente n*ancide 
6* Gode Amor, eli" è presente, e tra se ride 92 
Cora'allor già ch'avvolse in gonna Alcide. 
7* Vol.a il pennato strai per Paria, e stride: 102 
Si conginngon le fibbie, e le divide: 
Qnivi si ferma e sol la pelle incide: 
0** Dura distinzion ch'alPan divide 34 

Dal basto il collo, all'altro il petto incide. 
Ed Agricalte e Maleasse nccide, 79 

Con esse un colpo Aldiazil divide: 
Atterra, e con parole aspre il deride. 

14* Ma quando in lai fissò lo sgaardo, e vide 66 
E ne' begli occhi nn dolce atto che ride, 
Pria s'arresta sospesa, e gli s'asside 
Torcete voi dall'acque empie omicide; 75 
V'allettin poi, né le donzelle infide, 
E dolce aspetto che lusinga e ride: 

15* E d'an dolce seren diffaso ride 9 

Il ciel, che sé più chiaro nnqaa non vide. 

16* Favoleggiar con la conocchia Alcide. 3 
Or torce il fuso; Amor sei guarda, e rìde. 
Per ischerno trattar l'armi omicide, 

18" Di vaghezze e d'odori, olezza e ride; 20 
Che tra '1 suo giro il gran bosco s'asside: 
Ma nn canaletto suo v'entra, e '1 divide: 
Né lo spettacol grande ei più rivide: 97 
Scorge che a tutti la vittoria arride. 
Salìano: ei già salito i Siri uccide. 

20* L'uno atterra stordito, e l'altro uccide. 34 
La manca al braccio, ad Ismael recide: 
Sugli orecchi al destriero il colpo stride: 

idi 

3^ quale infra gli scogli, o presso ai lidi 6 

Sibila il mar percosso in rauchi stridi. 
9" E distendeva incontro ai greci lidi 4 

Ove albergar già Misi e Frigi e Lidi, 
Ma, poiché centra i Turchi e gli altri infidi 

10* (Che sa le vie, nò d'uopo ha di chi '1 gnidi) 4 
Di Gaza antica agli arenosi lidi. 

14* Seguite; e d'uopo è ben eh' altri vi guidi; 35 
Terra, in paesi inospiti ed infidi. 
Quanti mar correrete e quanti lidi! 

15** Trascorser poi le piagge ove i Numidi 21 
Trovar Bugia ed Algeri infami nidi 
E costeggiar di Tingitana i lidi 
Donna, quell'alta impresa ove ci guidi, 33 
E veder questi inconoscinti lidi, 
E tutto quello ond'uom saggio m'invidi, 

16" E invia per messaggeri innanzi i gridi, 39 
Né giunge lui, pria eh' ei sia giunto ai lidi. 

18" Ha con sonoro replicar di gridi; 40 

Dal pio Buglion : e non é chi T invidi. 
Bosco n'andai, come imponesti, e il vidi; 

20* Alzano allor dall' alta cima i gridi 2 

Con quel romor con che dai tracii nidi 
£ tra le nubi a' più tepidi lidi 

ido 

l» Già non lasciammo i dolci pegni e il nido 22 
Né la vita esponemmo al mare infido. 
Per acquistar di breve suono un grido 

2* A chiamar guerra in un concorde grido, 90 
Dal magnanimo lor duce Goffrido. 
Ed, a guerra mortai, disse, vi sfido; 

3" Che mova a ricercare estranio lido 4 

Provi l'onde fallaci e il vento infido, 
Il salata da lange in lieto grido; 



8" Lasciano al suon deirarme,al varlogrìdOiTS 

E le fere e gli angei la tana e il nido. 
4** Ricorro al pio Goffredo, e in lui oonfido; 36 

Tal va di sua bontate intorno il grido. 

Ch'avendo i padri amici e il popol fido, 63 

Bastan questi a ripormi entro al mio nido. 
IO" Alla sua patria, alla sua fede infido, 51 

Buon re, sia con tua pace, io qui V accido. 

E le colombe e i serpi in un sol nido, 
13* Dove costui non osa, io gir confido; 25 

Che di torbidi sogni è fatto nido. 

Né di selva o d'augei fremito o grìdo; 
14* E dice: oavalier, seguendo il grido 80 

Duce seguite temerario e infido, 

Or d' Ascalona nel propinquo lido 
16* Ed io pur anco l'amo? e in questo lido 63 

Invendicata ancor piango e m'assido? 
20* Che puote un centra cento? io mi confido 24 

Sol con l'ombra fugarli e tol col grido. 

le 

2** L'alta vostra moschi ta e Tanra e il die, 29 
Foro, tentando inaccessibil vie. 
Non usurpi costei le pene mie: 

10* Avea seguiti, e libere le vie, 67 

L'ultimo onor di sacre esequie e pie: 
A dar l'assalto nel secondo die; 

11* Allor sen ritornar le squadre pie 15 

Per le dianzi da lor calcate vie. 

12^ Bai miro ancor di questo infausto die? 75 
Che rimprovera a me le colpe mie! 
Tu che sai tutte del ferir le vie, 
Ove al gran Sole e nell'eterno die 93 

Vagheggerai le sue bellezze e mie. 

20* E si cela in un punto ad ambi il dio; 100 
E congiunte sen van l' anime pie. 

ìei 

S" Ch'ai Ciel lungo dai laghi averni e stigi 21 

N'han segnati col sangue alti vestigi 
9* Non meno intanto son feri i litigi 53 

Mille nuvoli e più d'angioli stigi 
E dan forza ai Pagani: onde i vestigi 

13** Poi disse : Or ciò che fia? Forse prestigi 30 
Son questi, o di natura alti prodigi? 

14* Né in virtù fatte son d' angioli stigi 42 
(Tolga Dio, ch'usi note o suffumigi 
Ma spiando men vo da' lor vestigi 

18* Sembran dell'aria i campi i campi stigi : 36 
Tanti appaiono in lor mostri e prodigL 



isu 



82 



1* Ma il vecchio re ne' già vicin perigli 
Volge nel dubbio cor feri consigli. 

4* Questa a sé chiama, e seco i suoi consigli 23 
Comparte, e vuol che cura olla ne pigli. 

6* Che spesso avviencb e ne' maggior perìgli 6 
Sono i più audaci gli ottimi consigli. 

9* Cosi feroce leonessa i figli 29 

Né con gli anni lor sono i feri artigli 
Mena seco alla preda ed ai perigli; 
10** Che della fera avrà tolte agli artigli: 75 

E ben di lui nasceran degni i figli. 
12* Viva, e sol d'onestate a me somigli; 27 

L'esempio di fortuna altronde pigli. 
20* Vide ei Rinaldo; e, benché omai vermigli 118 
E insanguinati l'aquila gli artigli 
Ecco, disse, i grandissimi perìgli: 

iglia 

2* Così dice piangendo: ella il ripiglia 35 
Soavemente, o in tai detti il consiglia; 



32G 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



S* Tua si» reiezione: or ti consiglia 89 

Sens* altro indugio, e qnal più yaoi ti piglia. 
Sr Presagio ahi troppo veroIEqnile cigliasi 

Dimmi ehi nia colai ch'ha par vermiglia 

Oh, qnanto di sembianti a lai simiglia, 
5* Arder credeva ad nn girar di ciglia, 64 

E quale ha di ciò sdegno e meraviglia! 

Men dnro trovi, alfln si riconsiglia; 
7' E vede intanto con serene ciglia 25 

Sorger T aurora candida e vermiglia. 

E de' tepidi flati (oh meraviglia!) 76 

Cupidamente ella coneepe e figlia. 
11* Airarme all'arme subito ripiglia 20 

Sorge il forte Goffredo, e già non piglia 

Ne veste un'altra, ed un pedon somiglia 
IT (E tu fosti colei) candida figlia. 24 

Quasi d'un nuovo mostro ha meravìglia. 

Celargli il parto alfin si riconsiglia; 

Con parole gravissime ripiglia 85 

Il vaneggiar suo lungo, e lui consiglia: 
13' Percote l'alta pianta. Oh meraviglia! 41 

E fa la terra intorno a sé vermiglia. 

Il colpo, e '1 fin vederne ei si consiglia. 
15" Crinita fronte ella dimostra; e ciglia 4 

E nel sembiante agli angioli somiglia ; 

La sua gonna or azzurra ed or vermiglia 
16** Quasi approvando, il cauto indi ripiglia 16 

Ogni animai d'amar si riconsiglia; 

E tutta la frondosa ampia famiglia, 
18^ A maggior novitate allor le ciglia. 26 

Apre feconda il cavo ventre, e figlia ; 

Ninfa d'età cresciuta (oh meraviglia!), 
20^ Ei che si sente in suo poter la briglia, 34 

Fugge a traverso, e gli ordini scompiglia. 

Oiunge in campagna tepida e vermiglia,92 

Si che il regno di morte ornai somiglia, 

Vede un destrier che con pendente briglia, 

igliO 

1" Disse; e ai detti seguì breve bisbiglio: 29 
Che privato fra' principi a consiglio 
Ciò ch'esorta Goffredo, ed io consiglio: 

2f* Io, quanto a me, ne vengo, e del periglio 4 
Ciò che può dar di vecchia età consiglio. 
Gli angeli, che dal cielo ebbero esigilo, 
Ha il sospettoso re stimò periglio 54 

Onde, com'egli volse, ambo in esigilo 
Ei, pur seguendo il suo crudel consiglio, 
D^oro e d'armi potente e di consiglio ; 71 
Il Perso e il Turco e di Cassano il figlio; 
Bitrovar potrai scampo al tuo periglio? 

i* Ma che giovava, oiroè! che del periglio 50 
Se irresoluta in ritrovar consiglio 
Prender fuggendo volontario esigilo, 

6" Al vostro grado il rifiutar periglio; 4 

Quel che troppo gli par cauto consiglio; 
Nò quel che già vi diedi or mi ripiglio; 

6* E s'udia non oscuro anco il bisbiglio ii 
E l'approvava il Capitan col ciglio. 

7** Parte miri ozioso il mio periglio. 61 

Gli fu recata in un girar di ciglio. 
Parimente maturo avea il consiglio, 
Ed impiaga la man eh' a dar di piglio 96 
Venia più fera che ferino artiglio. 

S° Paleserà gran cose; ond'è periglio 2 

Che si richiami di Bertoldo il figlio. 
Sveno, del re de' Dani unico figlio, 6 

Esser tra quei bramò, ohe 'I tuo consiglio 
Né timor di fatica o di periglio 
Quel lume,e insieme un tacito bisbiglio.27 
Alzo allor, benché appena, il debll ciglio. 



Tener due faci; e dirmi sento: figlio, 
8" Ma tu, eh' alle fatiche ed al periglio 45 
Devi gioir de'lor trionfi, e il ciglio 
E, perchè chiedi di Bertoldo il figlio, 
9" Credi al tuo vecchio Ara8pe,il cui censi- 10 
E nel regno provasti e neU'esiglio. [glio 

10" A me sempre miglior parrà il consiglio, 19 
Ov' ha più di fatica e di periglio. 
Lontana sia da sì vicin periglio. 36 

Perch' ognun porti in mezzo il ano consiglio. 
Suona d'intorno un picciolo bisbiglio: 
Alfin del re britanno il chiaro figlio 59 
Ruppe il 8Ìlenzio,e disse,alzando il ciglio: 

1 1* Mentre ardito dispresza ogni periglio, 45 
Cala il settimo ferro al destro ciglio; 
E tra' nervi dell'occhio, esce yermiglio 

12" Poi tuo desir ti gnidi, o mio consiglio. 20 
Ei segue; ed ella innalza attenta il ciglio. 
Ahi! che s'io allora usciva, o dal periglio 103 
chiusi, ov'ella il terrea fé vermiglio, 
Ma che poteva io più? parve al consiglio 

14" Sol che richiami dal lontano esigilo V2 
Il figliuol di Bertoldo, io ti consiglio. 

17" Alle parole sue d'alto consiglio, 64 

Volgeva a terra e vergognoso il ciglio. 
E gli soggiunse : Alza la fronte, o figlio, 
Cader seco Alforisio ; ire in esigilo 72 
E ritornar con l'arme e col consiglio, 
Trafitto di saetta il destro ciglio, 

19" Ultimo parte, e sì cede al periglio, 43 
Ch'audace appare in provido consiglio- 
Delie fiorite guance il bel vermiglio 106 
Ov'è fuggito? ov'è il seren del ciglio? 
Poscia inalzando il Capitano il ciglio, 127 
Chiede aRaimondo:Orquarèiltuoconaiglio? 

20" Ma con men di terrore e di scompiglio 7S 
Dal Guascon, benché prossimo al periglio 
Nessun dente giammai, nessuno artiglio 

igua 

17" E sovente avverrà che il crin si cigna 91 
Or di lauro, or di quercia, or di gramigna. 

igno 

9" Che di rossi vapor si sparge e tigne: 13 
Bagnan rugiade tepide e sanguigne; 
S' odon fremendo errar larve maligne; 

igni 

18* In pezzi minutissimi e sanguigni S9 

Che di sotto ai pesanti aspri macigni 
Lasci&r gemendo i tro spirti maligni 

il 

18" Lodosolo, oltra ciò, ch'alcun s'invii 56 
Nel campo ostil, che 1 suoi secreti spii; 

ile 

4" Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai ndstile 46 
Nulla di pellegrino o di gentile 
Sotto deforme aspetto animo vile 

6" Sebben me vedi in grave età senile, 9 
Né sì quest' alma è neghittosa e vile, 
Che di morte magnanima e gentile, 
E con uno e con duo del campo ostile; 16 
Sia di vulgare stirpe, o di gentile: 
Al vincitor, come di guerra è stile. 
Passi innanzi gridando: Anima vile, 37 
Qaal titolo di laude alto e gentile 
Fra i ladroni d'Arabia, o fra simile 
E qnanto ò in lei d'altero e di gentile; 13 



7" 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



327 



Per gli atti ancor delV esercizio nmile. 

Con la povera verga al chioso ovile; 
7* Diece altri di valore al tuo Rimile 69 

E la croce spiegar da Battro a Tile. 

A maggior opre, e di virtù senile, 
10* Ma se più questi o s'altri a lui simile 51 

Motto osa far d'accordo infamo e vile, 

Gli agni e i lupi fian ginnti in nn ovile, 
15* Così piuma talor, che di gentile 5 

Mai non si scorge a sé stessa simile. 

Or d'accesi rnbin sembra nn monile, 
16* Di questa chioma or eh' a te fattaèvile?49 

Vo' portamento accompagnar servile. 

Della battaglia, entro la torba ostile. 
17* Disse ad Armida poi : Donna gentile 51 

Ben hai tu cor magnanimo e virile : 

Illa 

7» Sìche'l picchio rimbomba in snon di sqoil-42 
Tal ch'egli si rannicchia e ne vacilla [la: 
E negli occhi di foco arde e sfavilla 

0* Sebben Telmo percosso in soon di sqQÌ11a23 
Bimbomba, e orribilmente arde e sfavilla. 
20* Ch' amore e sdegno da' begi i occhi stilla, 1 34 
In coi pudica la beltà sfavilla; 
Armida, il cor turbato ornai tranquilla: 

ille 

3* Del bianco collo il bel capo ferii le 30 

Bosseggiaron cosi d'alquante stille. 
Per man d'illostre artefice sfaville. 
4*> Qoi mille immonde arpie vedresti, e mille 5 
Molte e molte latrar voraci Scille, 
E vomitar chimere atre faville; 
Mail chiaro umor che di sì spesse stille 76 
Opra effetto di foco, il quale :n mille 
rairacol d'Amor, che le faville 
Queste fnr l'arti onde roill'alme e mille 96 
Anzi pur furon l'armi onde rapille, 
Qual meraviglia or fia,8e il fero Achille 
6* Kupper l'aste su gli elmi, e volar mille 40 
E tronchi e schegge e lucide faville. 

12* E forza è pur che fra mill'arme e mille 45 
Scoprirò i chiusi lumi, e le faville 
Ch'ai legni poi le avvolse e compartille. 

15* Cortesi e favorevoli e tranquille: 4 

Tanta Incoivi par ch'arda e sfaville. 
Diresti; e si colora in guise mille; 
E da una larga vena, e con ben mille 55 
Zampilletti spruzzar l'erbe di stille. 

16** Teneri sdegni, e placide e tranquille 25 
Sorrise parolette, e dolci stille 
Fuse tal cose tutte, e poscia unille, 

17* Poi raccoglieva una città di mille 70 

In vai di Po case disperse in ville. 
Rinaldo sveglia, in rimirando, mille 81 
Spirti d'onor dalle natie faville: 



ilio 



64 



1« Vedi appresso spiegar l'alto vessillo 
Qui settemila aduna il buon Camillo 
Lieto eh' a tanta impresa il ciel sortillo, 

ima 

4* Ma, perchè sanguinosa e cruda estima 22 
Ei va pensando con qual arto in prima 
8ì che più agevolmente indi s' opprima 
Grave era sì, ch'io fea minore stima 50 
Di chiuder gli occhi ove l'apersi in prima. 

^o Ma poi ch'Erminia in solitaria ed ima 97 
Che i primi rischi ayer passati estima, 



Or pensa a quello, a che pensato in prima 
7° E debil vecchio or la superbia opprima, 78 

Come debil fanciul T oppresse in prima. 
12° Vuol nell'armi provarla: nnuom Iastima52 

Va girando colei l'alpestre cima . 

Segue egli impetuoso: onde assai prima 
14" Poi vie maggior (se dritto il ver s'estima) 73 

Troverete il periglio in su la cima. 
15* All'incognito corso esporsi in prima: 31 

Né r inospito mar, né il dubbio clima 

Più grave e formidabile or si stima, 
16* Fa di sospir breve concento in prima, 43 

Per dispor l'alma in cni le voci imprima. 
1 9" Sorge più tardi ,e un gran fendente, in pri-1 d 

Ma come all'euro la frondosa cima [ma 

Così lui sua virtù te alza e sublima, 

ime 

1* Ali bianche vestì, e' han d'or le cime, 14 
Fonde i venti e le nubi e va sublime, 
Così vestito indirizzossi all'ime 
Impeto fan nelle battaglie prime 62 

Ma di leggier poi langue e si reprime. 
3° In lor s'arresta alquanto e si reprime 43 
Quelle genti fuggir che faggian prime. 
1 fuggitivi, e il fler Tigrane opprime 
7* D'innocente pastor salvi e sublime; 9 
In basso pian, ma su l'eccelse cime. 
Sol de' gran re l'altere teste opprime; 
9* Sguardo; ha la fronte intrepida e sublime;76 
Sì che d'orme la polve appena imprimo: 
Pur com'uom che tutt'osi, e nulla stime: 

1 r Con novo assalto i difensori opprime. 46 
Delle macchine sue la più sublime. 
Che può del muro pareggiar le cime; 

17° Or vorrai tu, lungi dall'alte cime 61 

Giacer, quasi tra valli augel sublime? 
Di guerra, indizio di valor sublime; 91 
E negli arringhi avrà le lodi prime: 
Palme vittoriose e spoglie opime; 

18** Così pensando, alle più eccelse cime 14 
Alzò il pensier sovra ogni oiel sublime. 
La prima vita e le mie colpe prime 
Organi e cetre, e voci nmane in rime: 18 
Tanti e sì fatti suoni un suono esprime. 
More alcuno, altri cade; egli sublime 77 
Tanto é già in su, che le merlate cimo 
Gran gente allor vi trae,rurta,il reprime, 

19* S'eran le turbe in loco ampio e sublime, 34 
Difese apparecchiate in su le cime, 
^ Tutto il mirò dall'alte parti all'ime, 

20" Alfin colà fermossi ove le prime 13 

E cominciò da loco assai sublime 
Come in torrenti dalle alpestri cime 

imi 

1" Sì che Guglielmo e Guelfo i più snblimi 32 
Chiamar Goffredo per lor duce i primi. 

5° Onde così rispose: i gradi primi 14 

Né, purché me la mìa virtù snblimi. 
Ma s'all'onor mi chiami, e che lo stimi 
Bisponde il Capitan: Dai più sublimi 37 
Mal, Tancredi, consigli ; e male stirai, 
Qual fora imperio il mio, s' a' vili ed imi, 

9* Miete i vili e i potenti, e i più sublimi 67 
E i più superbi capi adegna agl'imi. 

imo 

5* Che non sopporti in questo impeto primo 49 

A' suoi giudizi assai securo stimo. 
Il* Non era il fosso di palustre limo 34 



328 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Onde Tempiano, ancorché largo ed imo, 
L* audacissimo Alcaste intanto il primo 
l?" Il popol dell'Egitto in ordin primo 14 
Duo dell'alto paese, e duo dell' imo, 
Al mare usurpò il letto il fertil limo, 
ina 

1" mostri almen ch'alia virtù latina 64 
nulla manca, o sol la disciplina. 

8* Tanta virtù congiunta aver vicina; 54 
Oltre ai termini andar di Palestina. 
Bandisce altri Fedeli, altri confina. 

4** Allo splendor della heltà divina; 34 

Che dolcemente atto modesto inchina; 
Come da fnoco suole esca vicina; 

6* Ed onorata fn nella mina 56 

Deiralta patria sua, come reina. 

7* Rivolse il corso alla selva vicina; 23 

Nera e fólta così l'ombra dechina, 
L^orme noveUe,ein dubbio oltre cammina, 

8" Disse; e lieto, cred'io, doUa vicina 22 

Incontro alla barbarica mina 
Tempra non sosterrebbe, ancor che fina 

9" Degl'inimici il fior Soldan cammina. 16 
La notte, onde poi rapida dechina. 
Il secnro Francese, ei s'avvicina: 
Aramante il fratel che giù mina, 32 

Vana e folle pietà! ch'alia mina 
Che il Pagan su quel braccio il ferro inchina, 
Della profonda strage oltre cammina. 49 
Beute venir, noi fugge, e noi declina; 
Levando per ferirgli s'avvicina. 
Mentr'ei così la gente saraci na 91 

E in nulla parte al precipizio inchina 
Nuova turba di polve ecco vioiùa 
10** Deh! dimmi qual riposo oqual mina 18 

Ai gran moti dell'Asia il Ciel destina. 
11** E sovra la confusa alta mina 81 

Ascende, e move ornai guerra vicina. 
12** Ma, sondo io colà giunto ove dechina 33 
Bieco e sazio dell'or che la regina 
Da quella vita errante e peregrina 
15** Trascorse oltre Ascalona, ed a mancina 10 
E tosto a Gaza si trovò vicina. 
Ma poi, crescendo dell'altrui rovina, 
16** Ecco (uè punto ancor la pugna inchina) 5 
Ecco fuggir la barbara reina. 
Così ragion pacifica reina 41 

De^ sensi fassi, e sé medesma affina. 
17<* Quel eh' a lui rivelò luce divina, 89 

Non fu mai greca o barbara o latina 
Kiooa di tanti eroi, quanti destina 
18" E già la messaggiera peregrina 49 

Dall'alte nubi alla città s'inchina: 
La sua Camillo a quel lato avvicina, 63 
Che dal borea all'occaso alquanto inchina. 
19** Di Giudea antichissima regina, 10 

10 procurai della fatai mina; 

11 capo tuo, che il Cielo or mi destina. 

E quando il più leggier se gli avvicina, 13 
D'alta parte minaccia alta mina. 
20** E il bel volto e il bel seno alla meschinal29 
Quale a pioggia d'argento e mattutina 
Tal ella, rivenendo, alzò la china 

indi 

16** Quinci Augusto i Romani, Antonio quindi 4 
Trae l' Oriente, Egizi, Arabi ed Indi. 

ine 

1" Tra giovane e fanciullo età confine 13 
Prese, ed ornò di raggi il biondo crine. 



1* Quando sia poi di tanti moti il fine 24 
Non fabbriche di regni, ma ruiae? 
XJhe, Greco, accompagnò Tarmi latine. 51 
Tu, Grecia, quelle guerre a te vicine? 
Lenta aspettando de' grand' atti il fine. 
4* Reggea Damasco e le città vicine 20 

Che sin da* suoi prim'anni all'indovine 
Ma che giov&r, se non poteo del fine 
Ci ricovrammo in un castello alfine, 55 
Che siede del mio regno in sul confine. 
pur le luci vergognose e chine 94 

Sì che viene a celar le fresche brine 
Qual neirore più fresche e mattutine 
6" Sarian pugnando ad immaturo fine; 50 
Che nascondea le cose anco vicine. 
Per dipartirli, e li partirò alfine. 
belle ai;li occhi miei tende latine! 104 
E mi conforta pur che m* avvi cine: 
Qualche onesto riposo il Ciel destine, 
9" Dal Sangario al Meandro il suo confine, 4 
E le genti di Ponto e le Bitine : 
Passar nell'Asia Tarmi peregrine. 
La Giudea scorre, e fa prede e rapine; 7 
Dall'esercito Franco alle marine: 
E dell'imperio suoTalte mine, 
E ben d' nom sì feroce è degno fine, 39 
Che faccia ancor morendo alte mine. 
14° Fruttò risse e discordie, e quasi al fine 55 

Sediziose guerre e cittadine: 
15" La fertil Gade, e T altre due vicine. 24 
Dell'onda il ciel, del ciel Tonda è confine. 
N'hai,donna,in questo marche non ha fine, 
Veggion che per dirupi e fra mine 46 
E eh' è fin là di nevi e di pruine 
Presso al canuto mento il verde crine 
16° Deh! che del fallir nostro or qui sia il fino, 55 
Ed in questo del mondo ermo confine 
Sola in Europa e nelle due vicine 
17" Gaza è città della Giudea nel fine 1 

Posta in riva del mare, ed ha vicine 
Le quai, com' austro suol Tonde marine. 
Disse la donna allor: le Palestine 53 

^ Piagge son qui: qui del viaggio è il fine. 
18 Quinci notturne e quindi mattutine 12 
Bellezze incorruttibili e divine. 
Una selva di strali e di mine 76 

Scuote una man le mura a sé vicine. 

L'esempio all'opre ardite e peregrine 
L'anime fa,tte in cielo or cittadine, 94 

Si trovan teco al glorioso fine. 

Vedi, di rotte moli alte mine, 
19° E Tore della morte omai vicine 22 

Volse illustrar con generoso fine. 

E il predator, di spoglie e di rapine 80 

Carco, stringea le vergini nel crine. 

E certo i'son che perderanla alfine; 55 

Fian volti agli omicidj, alle rapine, 

E saran di leggier tra le mine, 
20" Ma già tacciono i duci; e le vicine 27 

Schiere non parte omai largo confine. 

inga 
9* Di gloria il petto giovenil lusinga, 83 
E lui non è chi tanto o quanto stringa* 

oA« S"® "*® ^! ^^"'P** ^^ ^^o» *' asta sospinga: 
20 Cessaomai da'tiioi vezzi.Ah! par ch*ei 133 
Deh! come le speranze egre lusinga! [tìnga! 

inge 

4' E il volto e gli atti suoi compone e finire90 
Tragge sovente e poi dentro il respinge: 



EIMABIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



329 



Seco miiralme semplicette astringe; 

4** S' ancor chi per Gesù la spada cinge, 96 
L'empio ne' lacci saoi talora stringe? 

5** Ma grida : Menti; e addosso a lui si spinge,26 
E nudo nella destra il ferro stringe. 

6" Scopre il disegno della fnga, e finge 90 
Ch'altra cagione a dipartir l'astringe. 

7" Stretto neir armi,e colpi accenna e finge; 33 
Va risoluto, e gli s'appressa e stringe: 
Velocissimamente egli si spinge, 

8** Neil' arme, innanzi a tutti oltra si spinge; 17 
Di color d'ardimento infiamma e tinge. 
Da tutti i lati ne circonda e stringe; 

9** De' cinque, e Solimano assale e cinge; 30 
Spirito quasi sei lunghe aste spinge: 
L'asta abbandona e con quel fior si stringe; 
Audace or divenuto, oltra si spinge; 51 
Soldano intorno un denso stuol si strìnge. 
Né più questa che quella il campo tinge; 
Quinci una,e quindi l'altra urta e sospin- 72 
Ma il generoso Guelfo allora stringe [gè, 
E calando un fendente alquanto tinge 

10** Meraviglie dirò: s'aduna e stringe' 16 
Si che il gran carro ne ricopre e cinge; 
Nò sasso che murai macchina spinge, 

12** Sì parla il re canuto, e si ristringe 12 
Il Soldan, eh' è presente, e non infinge 
Disse : Né questa spada invan si cinge : 
Tre volte il cavalier la donna stringe 57 
Da que' nodi tenaci ella si scinge. 
Tornano al ferro, e l'uno e l'altro il tinge 

.3** Se non che '1 timor forse ai sensi finge 13 
Maggior prodigi di Chimera o Sfinge. 

.5* Amorosa colomba il collo cinge 5 

Ma in diversi colori al Sol si tinge: 
Or di verdi smeraldi il lume finge ; 

16" Pur quel tenero affetto entro ristringe, 52 
E, quanto può gli atti compone e infinge. 

ìO" Con la destra viril la donna stringe, 33 
E centra i Persi il corridor sospingo, 
Coglie Zopiro là, dov'uom si cinge, 
Tutte sue forze aduna, e si ristringe 114 
S otto l 'arme all' assai to, e il destrier spi n gè. 

ingi 

2" Vibra centra costei la lancia, e stringi 74 
La spada, e la vittoria anco ti fingi. 

Ingo 

17° Lungo precorso il loco erto e solingo: 65 
Per questo della gloria illustre arringo. 
Bla sferza e spron quel eh' io colà dipingo 

ingua 

1" Tolto da' tuoi tesori orni mia lingua 36 
Ciò ch'ascolti ogni età, nulla l'estingua. 

17° Ma li serba nel cor, finché distingua 60 
Meglio a te il ver piò saggia e santa lingua. 



ini 



39 



V L'nno e l'altro di lor, che ne' divini 
Sotto l'elmo premendo i lunghi crini, 
Dalla città d'Orango e dai confini 
Dell'alte navi e de' più lievi pini; - 70 
Nel mar Mediterraneo ai Saracini: 
Ne'veneziani e liguri confini, 

2* Ed a' voli tropp' alti e repentini 70 

Sosrlieno i precipiti esser vicini. 

3** Pur non cri tutto invano, e ne' confini 30 
Fu levissima piaga; e i biondi crini 
Come rosseggia l'or che di rubini 



6** Come volle sua sorte, assai vicini 107 
E n'eran duci duo fratei latini, 
Per impedir che dentro ai Saracini 
8° Quando un dì ci accampammo ove i confinilS 
Non lungo erano ornai de' Palestini. 

11** Che bipartito sovra i bianchi lini 4 

S'affibbia al petto; e incoronare i crini. 
Confortava all'assalto i suoi Latini, 67 
E la gemina fiamma, e i duo gran pini» 
A frenar il furor de' Saracini; 

17** Fan, torti in mille fasce i bianchi lini 10 
Alto diadema i^ nova forma ai crini. 

18** Ma non eran frattanto ai Saracini 40 

Perchè nell'alte mora ai più vicini 
Questi gran salmerie d'orni e di pini 
La gran mole crescente oltra i confini 91 
Attoniti a quel mostro i Saracini 
Ma il fero Turco, ancor che in lui mini 



ino 



41 



l» Occupa Guelfo il campo a lor vicino 
Conta costui per genitor latino 
Ma german di cognome e di domino, 
40 eh' a peggio mi serbi il mio destino, 52 
Che il re mio padre s'allevò bambino, 
Dal tiranno prescritto era vicino; 

6" Ed a quel largo pian fatto vicino, 26 

Quando in leggiadro aspetto e pellegrino 
Bianche vie più che neve in giogo alpino 
7** Alfin tra mille colpi il Saracino 92 

Che forse il velocissimo aquilino 
Ma l'aiuto invisibile vicino 
8** Deh! chi non sa quanto al valor latino 67 

Portin Goffredo invidia e Baldovino ? 
9** Quinci per varj casi e Saladino 79 

E dall' un fianco all'altro a lor vicino 
Trafitto a sommo il petto Ariadino 
Mentre ne van precipitosi al chino, 96 
Ma, poscia che salendo omai vicino 
Non vuol Guelfo d'alpestre erto cammino 

10° Al gran re dell' Egitto il tuo cammino, 11 
Avrai, se innanzi segui, io m'indovino; 
E tosto mosso il campo Saracino: 

14** Che, senza indugio alcun posti in cammi- 32 
Dove ai lidi si frange il mar vicino: [no. 
Il reco ed alto fremito marino, 

15" Così parlò la donna; e più vicino 6 

Fece poscia alla sponda il curvo pino. 
Se non se in quanto il gelido e l'alpino 52 
Delle rigide vie tarda il cammino. 

17** Altrove è la sua morte; e il suo destino 70 
Del padre grande il gran figlio Acarino, 
Cedeva ai fati, e non agli Unni, Aitino; 

19<» Che sorto ei sia, vien sopra al Saracino. 19 
Piega e in un tempo la solleva il pino; 
Quand'ei ne già per ricader più chino. 
Già dechinando il Sol, partì Vafrino; 57 
Notturno e sconosciuto peregrino. 
Dal bai con d'Oriente anco il mattino: 
Il più osato sentier lasciò Vafrino, 102 
Giunsero in loco alla città vicino, 
E trovaron di sangue atro il cammino; 

20** Come vide spuntar l'aureo mattino, 6 
Ma pon Rinaldo intorno al Palestine 
Che del paese di Seria vicino 
che sia forse il provveder divino 73 
Perchè quel giorno sian del palestino 
che sia ch'alia morte omai vicino 
D'assalitor, il cavalier latino. 115 

Allo spettacol fero ogni vicino. 
Dell' italico oroei del Saracino, 



330 



RIMARIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



iBBe 

1* Cosi parlògH: e Gabriel s'accinse 13 

La saa forma invìsibil d'aria cinne, 
Umane membra, aspetto nman si finse ; 
3"* Mail prence inforiatoallor si spinse 30 

Addosso a qnel villano, e il ferro strinse. 
6" Restòpresa d'amor,cho mai non strinKo57 

Laccio di qnel più fermo onde lei cinse. 
7* Di santo sdegno il pio goerrier si tinse 34 
Qnel Tancredi son io che il ferro cinse 
£ in saa irirtnte i snoi rnbelli vinse, 
£ ben dne volte il corridor sospinse 121 
Ed altrettante il nndo ferro spinse 
Alfin con gli altri insieme ei si ristrinse 

12" Qui tacque ; e il cor le sì rìnchinse e strin- 28 
E di pallida morte si dipinse. [se, 

14" Viensene al loco ove Rinaldo vinse 52 
In pngna i snoi guerrieri, e parte esiinse 

15" Per via ch'esser d'Alcide opra si fìnse; 22 
Fosse, ch'alta mina in doe distinse: 
Abila quinci, e qnindì Calpe spinse; 
Poi girò gli occhi; e purallor s'infìnse 60 
Qne'doo vedere, in sé tutta si strinse: 

17* Più. guerre fé; le mosse, e le rispinse ; 7 
Fortune fu maggior che quando vinse. 
Dell'arme il peso, alfin la spada scinse: 

19* Pendente, e sotto al buon Latin si spinse. 17 
L'un calcò l'altro, e l'un l'altro ricinse: 
Sospese Alcide il gran gigante e strinse, 
E qui si tacque, o di rossor si tinse, 90 
Ritener volle, e non ben le distinse. 
Ciò ch'ella vergognando in sé ristrinse: 

20" Ch*era sostegno suo, schiva respinse: 130 
Che vie più stretta ei rilegolla e cinse. 
Che le fu caro forse e se n'infìnse, 

inta 

0^ Gent«, e la gente di Nicea fu vinta: 18 
Rimasa n'è la maggior parte estinta; 
In profonda quiete e d'armi è scinta. 
12* Figure la sna stanza era dipinta. 23 

Vermiglia.è quivi presso uu drago avvinta. 
Giaco la fera nel suo sangue estinta. 

inte 

18* Quai le mostra la scena, o quai dipinte 27 
Kude le braccia, e l'abito succinte. 
Tali in sembianza si vedean le finte 
inti 
4" Ah! non fia ver; che non son anco estinti 15 
Quando di ferro e d'alte fiamme cinti 
Fummo, io noi nego.in quel conflitto vinti: 
9" Ma gli uni e gli altri, e vincitori e vinti, 51 
Egualmente dan morte e sono estinti. 

10" Ma il pio Goffredo la vittoria e i vinti 57 
E fatto intanto a' snoi guerrieri estinti 
Ed ora agli altri impon che siano accinti 

17" Lncido di piropì e di giacinti; 34 

Quattro unicorni a coppia a coppia avvinti. 
Por di faretra gli omeri van cinti. 
Va', vedi e vinci; e non lasciar de'vinti 33 
Avanzo, e mena prosi i non estinti. 

19" Finalmente ritorna anco ne* vinti 44 

E i Franchi vincitori o son rispintl. 
Ma il Soldan.che giacere infra gli estinti 

20*^ E ben vedea de'suoi campioni estinti 67 
Altri giacerne, altri abbattuti e vinti. 

into 

2* Da sì bella oagion dnnqne sospinto, 64 
E il mezzo, onde l' nn resti all'altro avvi nto, 
Ma, perchè inioso avea ehe t'eri accinto 



3" E colà trasse ove il buon dnce estinto 6d 

Da mesta turba e lacrimosa è cinto. 
4" Disse eh' Aronte i' avea con doni spinto 37 
Per non aver, poi ch'egli fosse estinto, 
E ch'io seguendo un mio lascivo instinto, 
5* Arnaldo,un de' più cari al prence e8tinto,33 
Che Rinaldo l'uccise, e ehe fu spinto 
E che quel ferro che per Cristo è cinto, 
Marte, rassembra te, qnalor dal quinto 44 
Cielo di ferro scendi, e d'orror cinto. 
6" E che non solo è di pugnare accinto 16 
Ma dopo il terxo,il quarto accolta, e'I quinto, 
Dia, se vuol la franchigia, e serva il vinto 
7" Dove m'ha Boemondo in fretta spinto. 2d 
Messaggio stima, e erede al parlar finto. 
Lago impaluda, ed nn Castel n*ò cinto. 
Golia Tarmi Inesperte in Terebinto, 78 
Al primo sasso d'nn garzone estinto; 
• Questo fellon da me percosso e vinto, 
Sibila il teso nervo, e fuori spinto 102 
Ed a percoter va dove del cinto 
Passa l'usbergo, e in sangue appona tinto 
8" E sostien ch'Argillano, ancor che cinto S2 
Dell'armi lor, sia da'ministrt avvinto. 

12" E cader questi in tenton pari estinto 105 
Sotto colui ch'ei fa già preso e vìnto. 

13" Non esce il Sol giammai,ehe,a8persoecin-54 
Non mostri nella fronte assai distinto [io 
Non parte mai, che,in rosse macchie tinto, 

14" Di care pietre il margine dipinto; 3i) 

Splende quel loco, e il fosco orror n*è vinto. 
11 celeste zaffiro ed il giacinto; 
Dentro è di muri inesirieabil cinto, 76 
Ma in breve foglio io voi darò distinto, 
Siede in mezzo nn giardin del labori nto, 

15" S'altri vi fu, daWenti a forza spinto 2G 
non tornonne,o vi rimase estinto: 

16<» E ne formò quel si mirabil cinto 25 

Di ch'ella aveva il bel fianco succinto. 
Confusione usci del laberinto. 35 

Mirò giacere 11 fler enstode estinto. 
Ch'era il suo caro al dipartirsi aeetnio: 

18" Insino al quarto oinsino al giorno qninto;52 
E vedrai tosto il tuo nemico vinto. 
In barbariche note avea distinto, 

19" Più che morir temendo esser respinto; 1 
E vuol morendo anco parer non vinto. 
Alfin isviene; e il vincitor dal vinto 23 
Non ben saria nel rimirar distinto. 

20" Che più vi tengo a bada? assai distintola 
Negli occhi vostri il veggio: avete vinto. 
Giace il compagno appo il compagno ól 

[estinto; 
Sul morto il vivo, il vincitor sul vinto. 
Ma odi un non so che reco e indistinto; 
Picciolo avanzo di gran campo estinto. 140 
Ch'Altaraor vede a pie di sangue tinto, 
Da cento lance ripercosso e cinto. 



io 



2" II re son corse alla magion di Dio; 7 
Il casto simulacro indi rapio, 
S'irrita il Ciel con folle culto e rio: 

3* Sotto il manto dell'odio altro desio: 19 
Fra mille riconoscerlo deggia io. 
Fosse del sangue empir del popol mio. 

4" Or mi farebbe la pietà men pio, 69 

S'anzi il suo dritto lo non rendessi a Dio. 

6" Più meritar ehe conseguir desio; 14 

Di scettri altezza invidiar degg* io: 
Debito a me, non ci verrò restio; 



RiMAUio Della Gerusalemme LiBEfiAfA. 



331 



6* Già eonosointo in caso assai più rio, 91 
La man delia clemenza e il guardo pio? 
Gli scorsi affanni e sciorre i roti a Dio. 

0* Di gircontra il Pagano alto desio: 29 
Fra gli altri che M seguirò e seco uscio 
E starne lui quasi al pugnar restio, 
7" NelPetà prima ch'ebbi altro desio, 12 

£ fuggii dal paese a me natio: 
Fra i ministri del re fui posto anchMo; 
Quegli italico parla: Or là m'invio 28 
Segue Tancredi lui che del gran zio 
Giungono alfin là dove un sozzo e rio 
8** L'altra sul petto in modo nmile e pio 33 
Si posa, e par che perdon chiegga a Dio. 

10* Temprava altrui cibo mortale e rio. 63 
Beve con Inngo incendio un lungo obblio, 
Bitornò poi non sì tranquillo e pio: 

12** Te condncendo meco, il corso invio; 34 
Quinci dai ladri son, qnindi dal rio. 
Lasciar non voglio, e di campar desio. 
Scaturìa mormorando nn pìcciol rio. 67 
E tornò mesto al grande uficio e pio. 
l^on conosciuta ancor sciolse e seoprio. 
Hega d'andare il pianto, il sangue mio. 83 
Suo disperato di morir desio. 
Dalle sue piaghe esacerbate un rio; 
Ella morì di fatai morte; ed io 103 

Quant'or conviensi a me già non obblio. 

13* Pur non tornò, nò ritentando ardìo 47 

E poi che, giunto al sommo duco, nnìo 
Incominciò: Signor, nunzio son io 
Or mira d'nom, e' ha il titolo di pio, 67 
La salute de' suoi porre in obblio, 
E reggendo a noi secchi i fonti e il rio 
Che derivar da giusto umil desio; 72 

Come pennuti augelli, innanzi a Dio. 
Fedeli sue rivolse il guardo pio; 

14* Rendi al tno campo ornai, rendi per Dio 23 
Lui, eh' è sua alta speme e suo desio. 
Il fiume gorgogliar frattanto udìo 60 

E mover vide un'onda in mezzo al rio, 
E quinci alquanto d' nn erin biondo uscio, 

15* La domanda è di te; ma che pofls'io, 39 
Il decreto de^ Cieli al bel desio? 
Ch'ai grande scoprimento ha tisso Dio; 
Ecco il fonte del riso, ed ecco, il rio 57 
Dissero: or qui frenar nostro desio 
Chiudiam l'orecchio al dolce canto e rio 

19* L'altamagion che fu magion di Dio. 38 
Tanto più grave sovra il popol rio ! 
L'ira no' cor pietosi, e incrudolio. 
Egli dicea quasi per gioco : Anch' io 78 
E troncar penserei col ferro mio 
Chiedila pure a me, se n' hai desìo, 
Drizzala tu dove la tua sen gio. 109 

Quasi per gli occhi, e par conversa in rio. 
£ le languide labbra alquanto aprio; 

ira 

1* Ch'air umane grandezze intento aspira : 9 
Tanto nn suo vano amor l'auge e martìra: 
Suo d'Antiochia alti principj mira 

2** Mirata da ciascun passa e non mira 19 
Kè, perchè irato il veggia, il piò ritira, 
Tengo, signor, gli disse (e intanto l'ira 
Con occhi di pietade in lui rimira. 30 

Qnal consiglio o fnror ti guida o tira? 
A sostener ciò che d'un uom può l'ira? 

30 Quel si dilegua; ed egli acc(«80 d'ira 31 
Ella riman sospesa, ed ambo mira 
Ma co' suoi fuggitivi si ritira: 



4** Lo sguardo tiene e il pensier voi ve e gira,67 
Intenta pende, e gli atti osserva e mira: 
La risposta, ne teme e ne sospira. 

5" Ma il più gìovin Buglione, il qnal rimira 8 
La cui virtnte invidiando ammira, 
Kon vorrebbe compagno; e al cor gì' inspira 
£ se, poi ch'altri più non parla spira, 21 
Come credi che in Ciel di nobil ira 
Mentre in questo superbo i lumi gira, 
Kell'offeso gnerrier l'impeto e l'ira: 29 
Chiudergli il varco, ed a vendetta aspira; 
E la fulminea spada in cerchio gira, 
Ei ch'ugualmente satisfar desira 72 

Sebbene alquanto or di vergogna or dMra 
Poi eh' ostinati in quel desio li mira, 

6* A vicenda irritò l'orgoglio e l'ira, 39 

Spazio al corso prendendo, il destrier gira. 
E furor pari a quel furor m' inspira, 
11 fero Argante che se stesso mira 44 
Con insolito orror freme e sospira, 
E, portato dall' impeto e dall'ira. 
S'asside, e gli occhi verso il campo £^ra,ri2 
£ co' pensieri suoi parla sospira. 
Sospese di Clorinda in alto mira 81 

L'arme e le sopravveste: allor sospira; 

7" Tancredi intanto, ove fortuna il tira 22 
Lungo da lei, per lei seguir, s' aggira. 
Volge le luci ebbre di sangue e d'ira. 53 
£ minacce di morte il volto spira. 
Che non paventi, ove nn sol guardo gira. 
Ke'primi scontri un gran romor s'aggira. 105 
Un altro là senza rettorsi mira: 
Altri singhiozza e geme, altri sospira. 
Di quel diinvio che il rapisce e il tira; 112 
8' all'opre della mano il corsi mira. 
E le minacce della solita ira; 
Ponno appieno schivar la forza e l'ira: 122 
£ per tutto entra l' acqua, e il vento spira : 
Le tende intere, e lungo indi le gira; 

8* Ed or, non senza alta piotate ed ira 49 
Botte e sanguigne ivi giacer le mira. 

10 sarò teoo ombra di ferro d'ira 62 
Così gli paria, e nel parlar gli spira 

Si rompe il sonno; e sbigottito ei gira 
9* Il barbaro crudel la spada e l'ira; 33 

Cui sette volte un duro cuoio aggira, 

11 misero Latin singhiozza e spira; 
Poscia il puro cristallo e il cerchio mira 60 
Che di stelle gemmato incontra gira: 

Gli occhi, e cader sul tergo il collo mira; 86 
Di morte una pietà sì dolce spira, 
£ il pianto scaturì di mezzo all'ira. 

10" Dell'uomo antico il fero Turco ammira; 13 
Tutto depone omaì l'orgoglio e l'ira. 
Sono a seguirti ; ove tu vuoi mi gira. 
E steril lago: e quanto ei torce e gira, 61 
Compressa è l'aria, e grave il puzzo spira. 

11° Sì che inabile all'armi ei si ritira 42 

Fremendo, e meno di dolor ohe d'ira. 

12* Buona pezza è, signor, che in se raggira 5 
La mia mente inquieta: Dio l'inspira, 
Fuor del vallo nemico accesi mira 
In se medesma si ripiega e gira: 35 

In cerchio ella mi torce, e giù mi tira 
L'acqua, e secondo all'acqua il vento spira, 
E questi e quegli alfln pur si ritira, 67 
£ dopo lungo faticar respira. 
Dalli lor tu; che, se mai gli occhi gira 98 
Tua piotate e mio ardir non avrà in ira; 
Perdona ella il mio fallo; e sol respira 

13* Quanto d'intorno occhio mortai si gira, 55 



332 



RIMAEIO DELLA GERUSALEMME LIBERATA. 



Assetate languir Terbe rimira. 
Ogni cosa del ciel soggetta all'ira, 

14" Nell'amor di qna su, più fiso or mira 9 
Fiamme, che mente eterna informa e gira; 
Sirene, e *1 snon di lor celeste lira. 
Onelfo ti pregherà (Dio sì l'inspira) 17 
In cni trascorse per soverchio d'ira, 
E, bench'or Innge il giovine delira, 
Come placido in vista egli respira, 66 
Benché sian chiusi (or che fia s'ei li gira?) 
Poscia vicina, e placar sente ogn'ira 

15** Le creste e il jsapo, e gonfia il collo d' ira: 48 
Tien sotto il ventre, e tosco e fumo spira; 
Rote distende, e sé dopo sé tira. 

16** Dell'imperio del mondo ov' egli aspira. 6 
Ma segae lei che fogge, e seco il tira. 
D'amore a nn tempo e di vergogna e d'ira. 
Egli al Incido scudo il guardo gira; 30 
Con delicato culto adorno ; spira 
E il ferro, il ferro aver, non ch'altro, mira 
£ fra vari pensier dubbia s'aggira; 72 
Ma tosto cede la vergogna all'ira. 

17** La navicella indietro si raggira; 54 

Non men seconda al ritornar vi spira. 
Ed or le stelle rilucenti mira, 

18° Egli medesmo riguardando ammira; 17 
Con secura baldanza i passi gira. 
Solo il terror che di sua vista spira: 
£i si rivolge e dilatato il mira 22 

Che in sé stesso volubil si raggira 
Ma pur desio di novitade il tira 
Quand' ecco un vento, cheimprovviso spi- 85 
Centra gli autori suoi l'incendio gira, fra, 

19* Così pugna naval quando non spira 13 
Fra duo legni ineguali ugual si mira; 
L'un con volte e rivolte assale e gira 
Dal magnanimo cor deposta i' ira, 20 

Placido gli ragiona, e il pie ritira: 
Le chinse mandre insidiando aggira, 35 
Da nativo odio stimnlato e d'ira: 
(Piano od erto che siasi) aprirsi mira: 
Di qua di là sollecito s'aggira 60 

I guerrieri, i destrier, l'arme rimira; 
Né di ciò pago, a maggior cose aspira; 

20" Baspa, batte, nitrisce, e si raggira, 29 
Gonfia le nari, e fumo e foco spira. 
Fremiti di furor, mormori d'ira, 51 

Gemiti di chi langue e di chi spira. 
Doppia nella contesa i soffi e l'ira, 58 
Perle campagne libere poi spira; 
E nell'aperto onde più chete aggira; 

ire 

3** Questi sgrida in suo nome il troppo ardi- 53 
Tornatene, dicea, eh' alle vostr' ire [re, 
Goffredo il vi comanda. A questo dire 

4" (Chi'l crederla?) poi di fuggirla ardire; 51 
Por non affrettar l'ore al mio morire 
La vita in un continovo martire; 
E ben quel fine avrà l'empio desire, 61 
E saran nel mio sangue estinte l'ire,' 
Se tu noi vieti. A te rifuggo, o sire, 

5** E foglisi all'incontro in questo dire; 83 
L'altro si mosse, e con eguale ardire. 
La tiranna dell'alme in mezzo all'ire; 

6° Così tosto depor l' armo e l' ardire. 33 

r vo far la vendetta, o qui morire. 
Freme il Circasso, e par che fiamma spire : 
E congiungendo a temerario ardire 46 
Yien che sì impetuoso il ferro gire. 
Né tempo ha l'altro onde.nnsol polpo tire, 



7* Alla fera tenzon Parme e l'ardire; 37 
Già veggendo il nemico a pie venire > 
La spada nuda, e in atto è di ferire. 

8* Ebbe sempre alle stelle il suo desire, 33 
In guisa d' nom che pur là suso aspiro 
E stretto il ferro, e in atto di ferire^ 

9" Aguzzavano al sangue il ferro e l'ire. 23 
Yeggiam ne' fuggitivi insuperbire: 
Ch'ei fa degli altri, in voi l'usato ardire; 
Né si conosce ben qnal ano desire 36 

Paia maggior, l'uccidere, o il morire. 

10" Torcerennsolmio passo. E in questo dire 24 
Sfavillò tatto di focoso ardire. 

11" La gente che por dianzi ardì salire 65 
Non eh* or d'entrar nella cittade aspire, 
E cede al novo assalto, e in preda all'ire 

12" Vidi una tigre, che minacce ed ire ^ 29 
Avea negli occhi, incontro a rae venire. 

13" Perchè sia scorta ali' altra, e in eseguire 19 

I magisterj suoi le porga ardire. 

Ma seguane che pnote. E in questo dire 35 
Dentro saltovvi. Oh memorando ardire! 

14* Più moderato l'impeto dell'ire; 26 

Di lui concetta, ed al comun desire. 
Frettoloso egli fia, credo al venire. 

16" Ben era in quel crudele incrudelire, 65 
T'infiamma, e movi neghittosa all'ire. 
Non fia vóto d'effetto il mio desire. 

17" E ben sei degna,a cui suoi.sdeurni ^ ùroóS 
Perché tu poscia a voglia tua le gire 
Là fian meglio impiegate; e il loro ardire^ 

19" Grande è il zelo d'onor,grandeil desire i 
Né la sete ammorzar crede dell'ire, 
E con lo scudo il copre; e. Non ferire, 
Chiesta ailor medicina al gran martire; 97 
Quando non gioverebbe, al mio desire. 
Portai celate, e ne credei morire. 
Anima bella, se quinc'entro gire, 107 
Perdona il furto e il temerario ardire: 
Che più caldi sperai, vo'pur rapire; 
L'esercito nemico a comparire. 124 

II capo, ond'ò fra lor tanto desire: 

Gli hanno incontra arrotato il ferro e Pire; 
20" Ben s'avvisano i Franchi onde dell'ire 3 
E miran d'alta parte, ed apparire 
Subito avvampa il generoso ardire 
Così allora il Soldan vorria rapire 106 
Ma non conosce in sé le solite ire. 
Quante scintille in lui sorgon d'ardire, 

ir! 

3" Beltà degna ch'appaia e ohe s^ammiri; 15 
D'un giovinetto ai cupidi desiri. 
Di benda gli occhi, ora ce li apri e giri, 
fortunati miei dolci martiri! 35 

L'anima mia nella tua bocca io spiri, 
In me fuor mandi gii ultimi sospiri. 

3"